Copertina
Autore Clara Capello
CoautoreD. Lopez, O. Aime, R. De Monticelli, S. Ferrari, R. Bo, D. Maggioni, P. Bennati, M. Fabra, F. Oneroso, G. Pulli, M. Schinco, C. Gilardi
Titolo Canti d'amore
SottotitoloVariazioni sul tema della scrittura poetica. Testi, pretesti e risonanze critiche
EdizioneRosenberg & Sellier, Torino, 2005, Voci & segni , pag. 370, cop.fle., dim. 150x210x23 mm , Isbn 978-88-7011-966-4
CuratoreClara Capello
LettoreFlo Bertelli, 2005
Classe poesia italiana , storia sociale , psicologia , scrittura-lettura
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  7 Presentazione
    Davide Lopez

 13 Premessa
    Clara Capello

    Parte prima

 25 1. Poesie di donne comuni: autoterapia?
    Clara Capello

 40 2. Poetiche d'amore:
    quando un incontro diviene scrittura
    Clara Capello

 71 3. Scioglierà i nodi la poesia?
    Clara Capello

    Parte seconda

109 1. Canti d'amore.
    Idee per una fenomenologia ermeneutica
    Oreste Aime

153 2. Amore, salute lucente
    Roberta De Monticelli

168 3. Sulla poesia d'amore
    Stefano Ferrari

190 4. «Io nel pensier mi fingo». Il Sé e l'altro
    nelle poesie d'amore degli adolescenti
    Rossella Bo

223 5. Legami d'amore
    Daniela Maggioni

    Parte terza

245 1. Carteggio su amore e poesia
    Paola Bennati e Monica Fabra

258 2. Illusione e delusione
    Fiorangela Oneroso

277 3. La fantasia d'amore
    Gabriele Pulli

282 4. Aria sulla quarta corda.
    La psicoterapia in tensione fra cielo e terra
    Massimo Schinco

299 5. Figure dell'impossibile. Desiderio,
    purificazione e fuochoso amore
    Costantino Gilardi

341 Post fazione
    Conversazione con Pierangelo Sequeri

361 Bibliografia

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

PREMESSA

Clara Capello


Dopo una quadriennale permanenza sul telaio dei miei pensieri, eccomi a tirare le fila di un lungo lavoro di «scrittura sulla scrittura poetica».

I primi tre capitoli sono stati scritti di getto, sull'onda di alcune occasioni: una conferenza, l'emozionante sistematizzazione di testi poetici anonimi raccolti ancora una volta! - per passaparola sul tema delle poesie scritte in occasione di una storia d'amore. Nel 2000, dunque, la prima parte del testo, che costituisce il nucleo centrale della «provocazione» a pensare l'amore, era già pronta, in parallelo alla stesura di Il Sé e l'Altro (Capello, 2001), da cui era stata peraltro stralciata come sezione a sé, caratterizzata dalla forma «poetica», in confronto agli altri materiali autobiografici (diari, espistolari, autobiografie) scritti «in prosa».

Come mai questo tempo di latenza, per me inusuale? Forse, per la genesi stessa dell'idea di questo libro, una risposta potrebbe trovarsi nel desiderio di condividere pensieri e riflessioni con persone (psicoanalisti o filosofi) che sento a me «prossime» e che considero molto preziose per me e per la mia mente, sempre irrequieta e appassionata.

Un progetto da condividere, un pretesto per pensare insieme, un legame d'affetto in se stesso, forse una sfida culturale da affrontare insieme, in quanto questo testo propone temi per certi versi inattuali e in controtendenza rispetto alla constatata «de-sublimazione» dell'Eros che caratterizzerebbe i nostri tempi (Carabetta, 2002). Che senso può avere, agli inizi del terzo millennio, riproporre, e per di più con materiali «poveri», inediti, di persone anonime, il tema dell'amore romantico, o quasi una forma di «amor cortese» quale potrebbe apparire per esempio il carteggio amoroso fra Eloisa e l'Amato Amico, che tanta parte occupa nel nostro testo? Che senso ha, ancora una volta, sondare le dinamiche espressive della scrittura poetica non letteraria? Mi ha colto (non di sorpresa!) il pensiero che con questa proposta si chiude il cerchio di una «trilogia» che ha proposto, nel '93, il far poesia nell'adolescenza, nel '97 la complementare ricerca sulla scrittura poetica nella senescenza e/o malattia: questa volta si ricerca sul «cantare l'amore», vissuto, sognato e sofferto.

La relazione amorosa è certo un tema vitale, ma perché cerco di comprenderla meglio proprio attraverso la scrittura poetica e proprio in queste tre fasi del ciclo di vita: l'adolescenza, la vecchiaia o malattia e l'innamoramento (e per di più nell'età matura?).

La questione si può porre a tre livelli: ogni fase cruciale della vita può apparire come una convalescenza, rispetto a una sorta di mal di vivere o, più in particolare, di «mal d'amore». Nel nostro caso, ad esempio Nel giardino segreto, sostenevo che il far poesia in adolescenza costituisce una risorsa creativa per elaborare il lutto dell'infanzia passata, e contemporaneamente un investimento narcisistico sul proprio pensiero e le proprie accresciute capacità riflessive ed espressive.

Nel caso della malattia e/o della vecchiaia si coltiva, nel lavoro di scrittura poetica, un reinvestimento sul proprio Sé minacciato, un lavoro di valorizzazione della propria esperienza esistenziale quale «eredità» da condividere con gli altri, quelli che ci sopravviveranno.

Nel caso dell'innamoramento e dell'amore, emblematicamente, si tratta di uno dei più cruciali «mali» dell'esistenza umana, che nessuno vuol certo prevenire, né, sempre, curare: «il mal d'amore» appare certo un rischio, fonte di probabile sofferenza personale e forse anche di scacco relazionale nelle concrete vicende della vita, ma anche se nasce su un fondo di illusione tutti vorrebbero, almeno una volta, ammalarsene davvero.

E se poi l'amore non fosse un «male di vivere», ma anzi una sostanziale dimensione del nostro essere semmai «soli», ma mai «isolati», anzi sempre in cerca di «oggetti» da investire di affetti cercando legami, la questione risulta ancora più cruciale: se siamo alla ricerca dell'altro per completare la nostra stessa dimensione personale, la relazione amorosa occupa una centralità assoluta nelle questioni riguardanti l'identità, il soggetto, il Sé, la persona... a seconda della categoria epistemologica con la quale denominiamo il nostro punto di vista e la nostra ricerca. Stupisce anzi che il tema (cfr. il contributo di Aime) sia stato relativamente trascurato nella tematizzazione filosofica più recente. Questione centrale per la psicologia e la psicoanalisi, centrale questione per una antropologia aperta a dimensioni metafisiche o chiaramente teologiche come appare nella tradizione cristiana (d'occidente come d'oriente), l' amore, dunque «dà da pensare», secondo la formula cara a Ricoeur.

L'amore, certo è, e resta, un tema difficile, intorno al quale può essere forte una sorta di resistenza «ideologica» di stampo intellettualistico o naturalistico (Jervolino, 1995). Ma, tant'è, poiché ci «dà da vivere», costituisce una sorta di motore vitale, un potenziale di energia libidica da utilizzare, è inevitabile (anzi opportuno) che ci dia anche «da pensare».

Il problema del Sé e della sua strutturale (e strutturante) relazionalità con l'Altro può dunque essere esplorato dal vertice della dimensione amorosa, e cioè cercando di far luce, ad esempio, sulla specifica modalità del legame, sia da un punto di vista intrapsichico che interpersonale.

In questo testo si parlerà, essenzialmente, della modalità «amorosa» di «pensare» un oggetto d'amore, considerando la psicodinamica della relazione del vertice del soggetto che la mette in atto, un vertice intrapersonale dunque, anche se, al riguardo delle dimensioni libidiche della relazione terapeutica, il versante interpersonale risulterà più esplicitato.

Saranno affrontate dunque la capacità d'investire amorosamente un oggetto-altro da sé, quella competenza affettiva che permette, amandosi, di poter amare un altro «di per sé»; ciò implica un volersi bene, tale da poter voler bene a un altro, desiderando il suo bene e non solo il soddisfacimento del nostro bisogno di rassicurazione o di possesso. Amore di sé, della vita come potenzialità creativa e amore dell'altro, fino a giungere forse alla potenzialità di amore dell'Amore, inteso come Alterità Trascendente.

Perché cerco di spiegare, psicologicamente, qualcosa intorno alla questione del soggetto, che si cerca e si costruisce narrativamente proprio attraverso la via della scrittura poetica? Ho la sensazione che più che di una «trilogia» si tratti in realtà di uno stesso progetto, unitario, intorno al tema dello scrivere poeticamente intorno all'amore: di sé, della propria ricerca d'identità adolescenziale, facendo il lutto alla propria idealizzata infanzia ne «Il giardino segreto», della vita e della sua possibile progettualità in «Tempi di vita e spazi di poesia», e finalmente (ed esplicitamente!) dell'amore, nella sua dinamica narcisistica (essere innamorati) e al contempo orientata all'oggetto (amare un'altra persona). Scrivo dunque intorno alla questione d'amore da più di una decina d'anni (ma forse per tutta la vita si cerca di scrivere lo stesso libro...)!

Tuttavia, nuovamente e a maggior ragione, non ho inteso scrivere questo libro da sola: è un libro a più mani, che si propone come intrinsecamente dialogico, forse proprio perché tale è l'amore, il tema di cui si parla: anzi non solo dialogico, ma fonte simbolica di dialettico incontro/scontro di istanze.

Si parte così da una sorta di «antologia» commentata, in cui «fior da fiore» si cerca di sottolineare la dinamica (intrapsichica e interpersonale) del fenomeno dell'innamoramento e dell'amore: un pretesto di riflessione occasionato da scritture poetiche, in taluni casi veri e propri «carteggi d'amore», storie di incontri rivissuti poeticamente.

A questo primo pretesto sono stati invitati a reagire diversi personaggi, di sicura competenza teorica sull'argomento, per lo più psicoterapeuti di diversa formazione (relativa a differenti modelli psicoanalitici e sistemico/relazionali).

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 25

1. POESIE DI DONNE COMUNI: AUTOTERAPIA?

Clara Capello


Il titolo di questo contributo ben esprime la quota di paradossalità che caratterizza la mia ormai decennale ricerca sulla scrittura, in particolare quella poetica, e le sue funzioni psicologiche.

Direi che la paradossalità del progetto sta in questo connubio di modestia e di ambizione: attraverso la scelta di materiali poveri (tentativi di scrittura poetica di persone «comuni», nel senso di non professionisti, di anonimi che offrono attraverso un passa parola testi inediti), ho la pretesa di argomentare a favore di una funzione auto-terapeutica del «far poesia».

Cerco cioè di sostenere l'ipotesi che la creatività, sotto forma di scrittura «poetica», sia una risorsa a portata di tutti (sostengo quindi implicitamente una tesi impegnativa, a cavallo tra psicologia ed estetica); inoltre ritengo che la scrittura poetica sia una rielaborazione dell'esperienza emotiva che si caratterizza come una possibilità di apertura, di arricchimento di senso, che fa bene al soggetto che la opera.

La trasfigurazione poetica dell'esperienza è infatti un evento possibile, sperimentato da molti in diverse fasi o stati della vita, spesso inatteso e imprevisto, ma caratterizzato da una sorta di intrinseca necessità: è una sorta di involontaria urgenza di espressione in una forma «nuova».

Il nostro lavoro di ricerca ci ha mostrato qualche manifestazione della scrittura poetica come fenomeno non solo tipico dell'adolescenza (Capello, D'Ambrosio, 1993), ma presente anche nella malattia o nella vecchiaia (Capello, De Stefani, Zucca, 1997) o come esperienza «nuova» in occasione dell'innamoramento, anche quando avviene in età matura.

[...]

Come procedere, per illustrarvi, con qualche esempio, la mia tesi?

Ho avuto l'imbarazzo della scelta tra il molto materiale pervenutomi attraverso il passaparola lanciato per ricercare testi poetici anonimi.

Ho scelto un fascicolo di poesie, dattiloscritte, con tanto di indice, titolo (Chiacchiere del cuore) e sottotitolo (Espressione di quel che non so, e mi dice, in silenzio il mio cuore. Mi appunto il sussurro di un attimo, per tenerlo per sempre con me). Ne è autrice una donna, che chiameremo Marisa; di lei sappiamo, dai suoi stessi testi, che ha una quarantina d'anni, lavora, ha un uomo e una figlia portatrice di handicap.

Questi testi (86 su un totale di 90 pagine dattiloscritte) costituiscono una sorta di miscellanea, assemblata senza ordine apparente, nemmeno nella presentazione dei testi, che non sono collocati all'interno del canzoniere secondo una sequenzialità cronologica: non c'è dunque la linearità del tempo, quanto la sincronicità del vissuto; alcuni temi, come vedremo, sono ricorrenti.

Questa sorta di autobiografia poetica ben si presta a esemplificare la tesi che la poesia rappresenti uno spazio elettivo per l'ascolto di sé, un possibile percorso di conoscenza e cambiamento; attraverso il riconoscimento e la (ri)costruzione della propria identità.

[...]

Vediamo qualche testo, tratto da quella sorta di bilancio esistenziale che contiene titoli quali: Nata per caso, Gemella, L'album, Ultimo ritorno, Quarant'anni, Compleanno felice, Giorno, dopo giorno, dopo giorno, Vittima e carnefice, La casa di cartone, Se avessi avuto tutto.


Nata per caso

    Mio padre non voleva figli;
    non nei primi cinquant'anni di matrimonio almeno.

    Mia madre voleva un figlio maschio;
    non necessariamente biondo ma maschio.

    Durante una delle liti sull'argomento,
    sono stata erroneamente concepita.

    Puntualizzo: sono state concepite due gemelle;
    non bionde e rigorosamente femmine.

    Cosi, per amore di giustizia,
    affinché tutt'e due potessero lagnarsi.

    Contenta che il destino li abbia quel giorno raggirati,
    son felice d'esser qui, adesso, io.



Marisa, oggi quarantenne, asserisce il suo diritto a vivere e fare esperienza di gioia: si veda questo Compleanno felice:

    Paola mi ha detto con un bacio e un dolce sorriso:
    «Auguri mamma, a 44 anni inizia la vecchiaia».

    Voglio che abbia ragione,
    perché la vecchiaia è certezza acquisita,
    è stabilità dell'anima,
    è serenità del cuore,
    è l'io importante del bimbo, ritrovato.
    Spero di essere finalmente vecchia
    e portare con me, tutti gli anni a venire,
    la gioia nel cuore di ora.

    Auguri amata me,
    auguri di eterna gioia.



Il risultato di questo equilibrio appare prezioso, perché la vita resta pur sempre un faticoso Giorno, dopo giorno...: in questo testo la lingua si fa concisa e concitata, come il ritmo del quotidiano, sostanziato dalle pressanti domande degli altri, da cui il soggetto si sente soffocato, fino a morirne.


Giorno, dopo giorno, dopo giorno

    Mi alzo.
    Mi vesto in modo curato e conforme.
    Trangugio il caffè scottando il palato.
    «Le chiavi le ho prese, la borsa ce l'ho,
                        avrò il fazzoletto?»
    Mi precipito in strada,
    di corsa al lavoro!

    Bollo.
    La pratica è urgente,
    questa urge di più,
    ci son le scadenze!

    La mezza è arrivata.
    Trangugio un panino
    poi bevo un caffè e mi scotto il palato.

    Ritorno in ufficio.
    Lo stomaco brucia.
    «Bevo troppi caffè!»
    Altra pratica urgente.
    Il telefono suona.
    «Qui manca il mittente».

    Bollo.
    Di corsa a scuola che esce mia figlia,
    un bacio, lo zaino.
    «Pesante: che cosa c'è dentro?»
    Di corsa in palestra
    Parcheggio la figlia.
    Al supermercato.
    «Se corro si può!»
    A casa.
    «Mi aiuti a studiare?»
    «Ho cena da fare».
    «Stirare è urgente
    ma devo lavare».
    La polvere sale.
    Il cane mi chiama.

    Cena. L'insalata da condire,
    la pasta da scolare.
    «La volevo col pesto!»
    la frutta da sbucciare.
    «Non c'è la banana?»
    «Ma non dovevo mangiare?»
    Mi bevo un caffè e mi riscotto il palato.

    Di corsa riparto.
    Sparecchiare,
    rassettare,
    ripassare la storia,
    finir di stirare.

    A letto.
    «Sì dormire!»
    non ancora.
    Marito da amare,
    caricare la sveglia.

    «Oddio!  successo! L'ho dimenticato!»
    A forza di fare, non ho respirato!

    Morta.
    Più nulla da fare.



Eppure, proprio la fatica di vivere, la frustrazione, il dolore, possono essere fonte di una nuova interrogazione, potenzialmente liberante.

Forse non è un caso che questa Se avessi avuto tutto compaia come ultimo testo, alla novantesima pagina della raccolta, come accettazione del non definitivo e apertura al desiderio e alla speranza:


    Se avessi avuto tutto:
    non sarei capace di celcare,
    non saprei desiderare,
    non potrei lottare,
    non avrei più nulla in cui sperare.

    Se avessi avuto tutto,
    a che mi servirebbe respirare?

[...]

Il punto più intenso della trasfigurazione poetica lo troviamo in una serie di rappresentanzioni del «materno». In una enigmatica Ninna Nanna, l'autrice sembra risolvere l'angoscia persecutoria (l'uomo cattivo) e poter accudire le sue parti bambine con forza e saggezza, sicura della sua capacità di amare:


    Ninna nanna piccola mia,
    puoi dormire tranquilla son qua.

    Ho portato pesanti fardelli
    e le mie braccia sono forti e possenti.

    Ho percorso sentieri tortuosi,
    le mie gambe son robuste e i miei piedi sapienti.

    Il mio cuore allenato al dolore,
    è capace d'ogni sforzo futuro.

    La mia voglia d'amore e di gioia
    mi conduce alla felicità.

    Ninna nanna piccola mia,
    chiudi gli occhi e addormenta il terrore.

    Ho ucciso l'uomo cattivo
    ed ora resto a vegliare per te.

    Ninna nanna piccola mia,
    fai la nanna qui dentro di me.



In altri testi, compare una figlia, «programmaticamente» accettata come autonoma,


Figlia mia

    Proiezione di vita sognata,
    speranza di reincarnazione,
    tentativo di viver due volte.

    Autonoma essenza di vita,
    progetto d'un futuro non mio,
    diritto d'essere Tu.

    Rispetto il tuo essere Io.


ma nello stesso tempo drammaticamente ripensata nello strazio della sua diversità:


Mio errore

    Piccolo cuore che batti veloce nel tuo corpo sbagliato,
    piccola vita nata perdente,
    diversa in un mondo d'uguali,
    frutto imperfetto del mio ventre inadeguato,
    colpa dei padri ricaduta sul figlio,
    mio errore.

    T'ho guardata inorridendo,
    t'ho guardata provando schifo di te e di me,
    t'ho guardata vedendo solo il mio dolore,
    t'ho guardata senza amore.

    Per anni ho vagato tra le colpe soffrendo inutilmente.
    Tu, imperfetta perfezione paziente ed insistente,
    m'hai seguito fragile e tenace
    soffrendo le mie lacrime.

    Ora che le mie ferite si son rimarginate,
    e vedo nella tua immagine cresciuta,
    gli eterni segni della tua sofferenza,
    per te, con te posso piangere,
    per te, con te posso ritornare a vivere,
    per te, con te posso riprovare a ridere.

    Grazie d'esser nata,
    paziente dono d'amore,
    mio indesiderato, meraviglioso tesoro,
    splendido amore,
    figlia mia.



Chiudiamo questo quaderno poetico con la poesia che lo apre (Dolce sole), la prima della rassegna, un sole che risorge ogni mattina, simbolo di speranza.


    Dolce sole di primavera, risvegli la vita
    risvegli il cuore dal lungo letargo.

    Io vivo in te,
    Tu esisti per me.

    Dolce sole di sempre,
    celato dalle nubi dell'anima.

    Nascosto nei meandri della mia vita negata, non spento,
    hai ridato, alla vita, voglia di vita.

    Dolce sole di oggi, calore di vita vissuta,
    certezza di caldi giorni a venire.

    Sei dietro ogni nube,
    eterno portatore di vita.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 258

2. ILLUSIONE E DELUSIONE

Fiorangela Oneroso


1. Illusione e disillusione

Viene definito da Freud «idealizzazione», il processo in virtù del quale un «oggetto», fornito di determinate qualità reali, ci appare trasformato sicuramente al suo meglio e addirittura, se è possibile, reso eccellente fino alla perfezione, onde possa apparire unico e straordinario, e perciò sommamente degno di essere amato. Un processo evidentemente inconscio, ma le cui inintenzionali abilità deformative rappresentano la sorgente generativa della passione amorosa; esse infatti permettono l'abbandono totale all'altro e l'affidarsi fiducioso a tale abbandono, almeno fino a che la realtà (o l'Io stesso, riappropriatosi delle sua facoltà di critica e di giudizio) non si incarichi di smascherare il meccanismo ingannevole, capace talvolta di trasformare l'insignificante in rilevante e l'usuale in eccezionale.

In questo caso l'innamoramento può convertirsi in una relazione d'amore in cui venga contemplata l'ambivalenza, la conflittualità e l'alternanza dei sentimenti, una relazione nella quale possano coesistere luci e ombre. In questo caso l'oggetto, divenuto normalmente imperfetto, non più sommamente splendente e neppure più così unico e particolare come inizialmente lo si era considerato, può venire accettato lo stesso, così come esso è. Sarebbe questo l'esito maturativo di un confronto con la realtà che richiede all'essere umano di abbandonare prima o poi le illusioni infantili di una vita condotta al riparo di un amore ideale, capace di proteggerci da ogni trasformazione di quella sperimentata fusione iniziale, così rassicurante e cautelativa.

Dall'idealizzazione delusa, mutatasi perciò in disinganno, possono più facilmente derivare reazioni difensive di tipo regressivo, soprattutto quando insorge un dolore inalienabile, provocato dal «tradimento» compiuto dall'oggetto eccezionale divenuto banale, un evento che viene vissuto come immeritata e inconsolabile perdita. In certi casi la «deidealizzazione» avviene traumaticamente, per un improvviso mutarsi della situazione che, da fonte di felicità e di piacere (anche solo presunta o immaginata, promessa o presentita come tale) diventa generatrice di una sofferenza insostenibile, causata dall'essere rifiutati o non ricambiati dall'altro, il quale permane comunque come oggetto unico e raro, e perciò ancora sommamente desiderabile e sempre più irrinunciabile tanto più quanto più esso appare inconseguibile e sfuggente. Altre volte, invece, per tollerare l'onta dell'amor proprio ferito si passa alla svalorizzazione totale dell'oggetto d'amore inizialmente portato alle stelle, tanto che quell'essere tanto degno di ammirazione diventa di colpo spregevole.

[...]

3. Idealizzazione e deidealizzazione in Freud, Melanie Klein e Ignacio Matte Bianco

Il ruolo difensivo dell'idealizzazione si rivela ormai un costrutto più che accreditato nella psicoanalisi, soprattutto considerando che, dopo Freud, è stato sottoposto a ulteriori analisi e approfondimenti. Nel riconoscere la compresenza ambivalente di pulsioni distruttive e costruttive già nel bambino piccolissimo (compresenza tanto piu inquietante e generatrice di grandi angosce, quanto più precocemente instaurate, proprio per la impossibilità del bambino di elaborare il conflitto), Melanie Klein, raccogliendo l'eredità freudiana del dualismo pulsionale, va oltre le considerazioni di Freud sull'idealizzazione che ho qui riattraversate e che sono state formulate all'interno della struttura concettuale della seconda topica. L'autrice individua nell'idealizzazione precoce un meccanismo di scissione messo in atto allo scopo di controllare i sentimenti contrastanti verso l'oggetto. Di qui i prodromi della scissione tra «oggetto buono» (dotato di tutte le qualità positive, generoso, sempre disponibile a donare e a fornire strumenti di appagamento e piacere, e perciò da proteggere e preservare rispetto agli impulsi distruttivi, ovviamente non riconosciuti come propri, e perciò proiettati) e «oggetto cattivo», che revoca l'elargizione dei beni, e appare dotato di caratteri persecutori, delusivi e malevoli, altrettanto assolutizzati e collocati al segno negativo del polo opposto (Klein, 1978).

Per la Klein, il processo che si collega all'idealizzazione, cioè l'identificazione, viene ridefinito in termini più articolati come «identificazione proiettiva», intesa come una fantasia di penetrazione aggressiva nell'oggetto che si attiva quando l'oggetto stesso è vissuto come «cattivo», e questo allo scopo di possederlo, controllarlo o danneggiarlo. Un meccanismo che va contestualizzato, ovviamente, all'interno della formulazione kleiniana della fase schizo-paranoide, e che, per i suoi risvolti, si configura come più vicino alle modalità generali della «proiezione». In questo caso l'identificazione proiettiva come meccanismo difensivo appare derivato dallo stesso vissuto di scissione e di persecutività, una fase che, come è noto, costituisce un antecedente più primitivo e immaturo, sicuramente debilitante per l'Io che si sta costituendo, rispetto alla fase depressiva. Un meccanismo, si potrebbe dire, di carattere decostruttivo, se considerato comparativamente rispetto a quello, sicuramente più costruttivo per l'Io, generato dalla successiva fase di avvicinamento alla realtà definita da Melanie Klein come «fase depressiva».

Se procediamo negli sviluppi del pensiero psicoanalitico sull'idealizzazione, una volta che essa è stata individuata come meccanismo generativo e fondante della fenomenologia dei sentimenti amorosi (secondo una linea di sviluppo che le stesse intuizioni della Klein hanno promosso), giungiamo alle originali e innovative considerazioni che ha fatto in proposito Ignacio Matte Bianco.

Se innamorarsi significa essere intensamente presi da un sentimento totalizzante che, per un certo periodo di tempo, lascia sullo sfondo il resto del mondo, riduce la capacità di percepire correttamente il tempo cronologico, rende insignificante la collocazione nello spazio (per cui anche lontananze incolmabili diventano ostacoli facilmente sormontabili); se a chi è innamorato appare sufficiente il pensare a una persona per «sentire» che anche l'altro sta facendo altrettanto, o se così non fosse per consolarsi al pensiero che, magicamente, il pensare all'altro induca l'altro a pensarci, allora, secondo lo psicoanalista cileno, siamo sotto l'effetto di una potente «simmetrizzazione», ossia sotto l'influsso esercitato dall'emozione precategoriale sul pensiero vigile della coscienza, emozione che riduce (limitandole se non annullandole) le prerogative del pensiero logico-razionale. Con la simmetrizzazione siamo cioè profondamente immersi nel meccanismo del sogno a occhi aperti, in quel tipo di stordimento e sorpresa che ci fa sentire come se fosse reale ciò che reale non è e ci consente di sentirci espansi oltre i limiti della corporeità sensibile. Esperienza confusiva e omogeneizzante, in cui ciò che viene vissuto dell'evento è la qualità, l'intensità e «l'istante» (Bachelard, 1973), vissuto di cui possiamo prendere consapevolezza e darne conto, come coscienza riflessiva narrante, solo dopo, distanziandocene. In questo secondo momento, après coup, con la cognizione dell'irripetibilità dell'esperienza, è possibile la trasformazione dei vissuti emotivi in sequenzialità spazio temporali, siano esse immaginate o vissute.

Che cosa produce allora, sulle strutture logiche del pensiero, il debordare sconfinato di una potente emozione?

Matte Blanco (1995, 2000), che ha individuato nell'emozione il fondamento della vita mentale, conscia o inconscia, e che ha ridefinito lo stesso essere della coscienza e dell'inconscio rispettivamente come modo di essere dell'uomo «asimmetrico» e «simmetrico» (a seconda che prevalga il modo asimmetrico che è un modo differenziato e «razionale» di conoscere il mondo, oppure il modo simmetrico, un modo confusivo e omogeneizzante di sperimentarlo), potrebbe definire l'idealizzazione e l'identificazione come processi psichici potentemente intrisi di simmetria.

Infatti la simmetrizzazione, intesa come l'imporsi del sentire emozionale sul pensare razionale, come prevalenza di un sentire fantasmatico rispetto al sentire percettivamente sensibile, riducendo le capacità della mente di differenziare gli oggetti tra loro e di distinguere noi stessi dagli oggetti (in senso kleiniano), consente di «vivere» il trasporto verso un oggetto di cui siamo emotivamente presi, ossia innamorati, come un'esperienza di unione, di unificazione, di osmosi, di comunione, e così di seguito, dal momento che a quell'oggetto, per effetto del processo di simmetrizzazione, vengono attribuite tutte le caratteristiche della classe a cui appartiene e l'uno, cioè il singolo, viene trattato come il tutto. Cosa questa che, se il pensiero asimmetrico esercitasse sufficientemente le sue prerogative e applicasse alla realtà le leggi della logica (tra le quali in primo luogo il principio di non contraddizione), non consentirebbe di sentire ciò che nella realtà non è possibile, ovvero che due persone diverse, sia pure unite da sentimenti massimamente amorosi si considerino «una stessa cosa». L'esperienza del sentirsi «una sola cosa», è consentita invece dall'emozione, grazie alla quale è dato di vivere ciò che, nella mera realtà, non è possibile ammettere.

| << |  <  |