Copertina
Autore Riccardo Capoferro
Titolo Frontiere del racconto
SottotitoloLetteratura di viaggio e romanzo in Inghilterra 1680-1750
EdizioneMeltemi, Roma, 2007, meltemi.edi 73 , pag. 240, cop.fle., dim. 12x19x2,1 cm , Isbn 978-88-8353-530-7
LettoreLuca Vita, 2007
Classe critica letteraria , storia letteraria , paesi: Gran Bretagna , viaggi
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Indice

  7 Premessa

 13 Capitolo primo
    La letteratura di viaggio: costanti, problemi, storia

 13 1.1. Considerazioni preliminari
 16 1.2. Verità e conoscenza nel Milione
 25 1.3. Il contributo di Rustichello:
         editing, estetizzazione e meraviglia
 29 1.4. Vero e falso nella letteratura di viaggio:
         i giganti della Patagonia e le lettere di Vespucci
 36 1.5. I falsi come parodie inintenzionali

 41 Capitolo secondo
    Voyage-literature: storia, forme, ideologia

 41 2.1. Espansione, commercio, scienza
    2.1.1. L'epica mercantile di Richard Hakluyt
    2.1.2. La nuova scienza: osservare e descrivere
    2.1.3. I mari del Sud: storia, racconti, chimere
 65 2.2. Scienza e pirateria: Dampier, Wafer, Rogers
    2.2.1. History e logbook:
           respiro cosmografico e precisione nautica
    2.2.2. Strategie di veridizione e piacere del testo
    2.2.3. La ricerca dell'utile
    2.2.4. Rappresentazioni etnografiche
    2.2.5. Meraviglia e straniamento nella letteratura
           di viaggio

123 Capitolo terzo
    Dai falsi resoconti alla letteratura d'invenzione

123 3.1. I falsi resoconti di viaggio
144 3.2. "Wonders of the Terra Incognita": i falsi resoconti
         come formazioni di compromesso
149 3.3. Vero, falso e finzíonale all'epoca del Robinson
         Crusoe

165 Capitolo quarto
    Letteratura di viaggio e cultura del romanzo

165 4.1. Definizioni, problemi, storia
171 4.2. Defoe e la letteratura di viaggio
    4.2.1. Commercio, esplorazione, scienza
    4.2.2. Ricerca dell'utile e prefazioni paradossali
    4.2.3. Soggettività romanzesca e oggettività scientifica
    4.2.4. Campi discorsivi e rilevanza ideologica
    4.2.5. Straniamento ed etnografia del lavoro nel
           Robinson Crusoe
191 4.3. I Gulliver's Travels e la letteratura di viaggio
    4.3.1. La veridizione nei Gulliver's Travels
    4.3.2. Etnografia parodica
203 4.4. Romance e novel: nascite, ricezioni, canonizzazioni

227 Bibliografia

 

 

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Pagina 7

Premessa


Negli anni a cavallo tra Sei e Settecento si riaccese il desiderio d'ignoto che aveva animato gli esploratori elisabettiani. Il bucaniere e idrografo William Dampier circumnavigò il globo in un fortunoso viaggio durato ben dodici anni e fu il primo europeo a incontrare - e attaccare - gli aborigeni australiani; il suo compagno Lionel Wafer, chirurgo di bordo, soggiornò tra gli indios cuna, in America centrale, osservandone e registrandone i costumi; un decennio più tardi Woodes Rogers, membro della ricca borghesia di Bristol, si inoltrò in mari estremi facendo razzia dell'oro spagnolo e offrendo ai promotori dell'espansione uno sfolgorante esempio di pragmatismo e rapacità. Di ritorno in Inghilterra, tutti e tre scrissero racconti di viaggio che, sposando al gusto dell'avventura l'interesse scientifico ed economico, si conquistarono rapidamente i favori del pubblico. Tra i loro lettori c'erano anche Daniel Defoe, Jonathan Swift e una folta schiera di pennivendoli in cerca di guadagno; la retorica pseudo-scientifica e il minuzioso descrittivismo di autori come Dampier - spesso patrocinati dalla Royal Society - fecero buon gioco a chi, per ragioni commerciali, mirava a conciliare cultura empirica e meraviglia romanzesca o a chi, come Swift, intendeva criticare il nuovo sapere e i suoi assunti ideologici. In breve tempo il mercato venne inondato non solo dai resoconti di viaggio, ma anche da falsi resoconti e romanzi che ne riproducevano il linguaggio.

Al centro di questo studio sta il rapporto formale, epistemico e ideologico tra i resoconti di viaggio e i romanzi che ne hanno mutuato gli stilemi. Un rapporto la cui analisi non può esaurirsi nel mero riscontro di un debito sintattico o lessicale, peraltro già compiuto dai filologi degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Il romanzo moderno e il suo statuto si enucleano in un momento di confusione dei generi e delle categorie a essi correlate. In corrispondenza con la nascita e l'espansione del mercato librario i codici dell'empirismo tracimano in ogni ambito e vengono usati incontrollatamente. I confini tra fattuale e fittizio si assottigliano: qualcuno legge i romanzi di Defoe come resoconti veridici, e abbondano testi di natura incerta, la cui narratività è sommersa da dati botanici e zoologici o in cui alle ricognizioni orografiche si alternano descrizioni di serpenti bicefali. Un magma culturale in piena ebollizione, ma destinato a cristallizzarsi nel giro di qualche decennio; determinare i modi e le ragioni di tale processo implica ricostruire i molteplici livelli di interazione – dialogo, critica, imitazione o riproduzione – tra veri e falsi resoconti di viaggio, opere di fiction e testi ibridi che ancora oggi non si sa come classificare.

Inscindibile dall'esigenza di precisione storiografica ce n'è poi una più strettamente connessa agli obiettivi e i procedimenti della critica letteraria. Negli ultimi due decenni metodologie di matrice post-strutturalista hanno troppo spesso teso (e tuttora tendono) a minimizzare, se non addirittura a negare, la differenza tra testi letterari ed extraletterari. Alla base del mio lavoro sta invece il proposito di sottolineare la specificità del linguaggio estetico, indefinibile se non lo si osserva sullo sfondo del linguaggio fattuale dal quale attinge e al tempo stesso si differenzia. Una prospettiva, certo, non esclude l'altra. Nel ripercorrere i mutamenti del romanzo si può gettar luce su forme marginali e non meno integrabili in una storia culturale esaustiva, come appunto i falsi resoconti (finora analizzati in modo solo occasionale) e ovviamente i resoconti di viaggio autentici, finora visti perlopiù come espressioni monolitiche delle ideologie espansionistiche.

Il primo capitolo è dedicato all'analisi di celebri resoconti di viaggio, sia autentici che contraffatti, tra cui il Milione, le lettere di Vespucci e i Viaggi di Mandeville, che uso come banco di prova per il mio strumentario teorico e come punto di riferimento storico e formale. In essi è possibile ravvisare contrasti che preludono al passaggio alla modernità, come pure la presenza di elementi premoderni contro cui i tratti distintivi del razionalismo riescono meglio definibili. La coesistenza, all'interno del Milione, di stilemi di matrice empirica provenienti dalla cultura mercantile e di elementi dell'immaginario medievale esemplifica le caratteristiche formali ed epistemiche di molti resoconti di viaggio, prefigurando una dialettica che si intensificherà nei secoli a venire.

Il secondo capitolo si apre con una ricostruzione delle dinamiche sociali e culturali che sottendono la letteratura di viaggio inglese, come le origini dell'espansionismo e il sorgere dell'empirismo, e che plasmano sia le Principall Navigations di Hakluyt (breviario dei marinai elisabettiani e fondamento di una tradizione che arriva fino ai resoconti degli esploratori ottocenteschi) sia le relazioni di Dampier, Wafer e Rogers, oltre a varie altre che chiamo in causa nel corso dello studio. L'analisi dei testi – preceduta da un breve excursus sulle attività mercantili, esplorative e piratesche alla fine del Seicento – si snoda in più direzioni. Investe le tecniche di autenticazione, le modalità di rappresentazione dell'Altro, la costituzione del sapere scientifico ed etnografico, la propaganda espansionistica, la nascita di un tipo di meraviglioso rispondente alle nuove istanze culturali e il riconfigurarsi di immagini leggendarie di antica fattura (pur abbozzando tassonomie zoologiche e botaniche, le pagine dei resoconti sono percorse da una schietta fascinazione per il mostruoso, e riverberano il luccichio dell'El Dorado).

Il terzo capitolo s'incentra sulla rielaborazione dei temi e degli stilemi della scrittura di viaggio in un circuito di letteratura di consumo, e prende a oggetto un campione rappresentativo di falsi resoconti (per forza di cose solo una frazione del vasto insieme di opere e brani che si potrebbe riesumare dalla British Library); tra questi la descrizione di Formosa dovuta al millantatore George Psalmanazaar e testi sorprendenti come The Adventures of Mr. T. S., an English Merchant, che si presenta come l'autobiografia di un mercante catturato dai turchi, ma contiene agnelli camaleontici e rettili alati. Lo studio dei falsi fa da presupposto all'analisi della letteratura d'invenzione. Nel discutere la confusione di generi che segna l'Inghilterra sei e settecentesca ho tentato di stabilire criteri intesi a definire la natura della fiction dell'epoca, concentrandomi sulle modalità con cui romanzi e falsi resoconti erano interpretati (la mia tesi è che le opere che hanno concorso a fondare la tradizione romanzesca fossero state subito fruite come letteratura d'invenzione – come si è già notato recuperavano non solo i codici della letteratura di viaggio, ma anche strutture romanzesche altamente stereotipe e assai diffuse – fornendo modelli a chi volesse ripeterne il successo, e permettendo lo stabilizzarsi di un nuovo sistema di generi).

Il capitolo finale s'impernia sull'opera di Defoe, sui Gulliver's Travels di Swift e sulle loro imitazioni proliferate fino al 1750, proponendosi come un contributo sia alle tradizioni critiche relative ai singoli autori che alle storie e teorie del realismo. Il mio fine è mostrare i modi in cui lo stile dell'obiettività scientifica s'innesta sulla macchina romanzesca caricandosi di nuovi significati e nuove funzioni, talora - è il caso di Defoe – certificando l'adesione della nuova letteratura d'invenzione al razionalismo moderno e istituendo un rapporto di analogia tra mondo "reale" e mondo fittizio, talora – è il caso di Swift – piegandosi a una spietata critica epistemologica. Analizzare il rapporto tra letteratura di viaggio e romanzo mi ha poi condotto a soffermarmi su altri tipi di rapporti: tra letteratura e ideologia, tra realtà e finzione e tra protoromanzi come Robinson Crusoe e romanzi prodotti in seguito, nei quali il debito con la letteratura fattuale è apparentemente meno visibile. Nel considerare il Robinson Crusoe e i Gulliver's Travels ho cercato dunque di dar conto della loro ricezione e influenza: la riconfigurazione in senso empirico dell'immaginario romanzesco portò non solo a descrivere il quotidiano, ma anche a concepire un fantastico innervato di stilemi realistici (l'ultimo paragrafo è dedicato ai testi, oggi poco studiati, in cui si delinea la tradizione fantascientifica).

Dato il suo respiro tematico, questo studio non si rivolge solo a un pubblico di anglisti. Pur concentrandosi su una determinata congiuntura, tocca questioni di rilievo per gli storici della scienza, dell'antropologia e del realismo: le funzioni e lo statuto della letteratura nell'Europa del razionalismo, lo sviluppo dell'etnografia moderna, il legame tra narrazione romanzesca e cultura scientifica. La mia attenzione ai generi e alle loro caratteristiche ideologiche ha poi richiesto una sintesi metodologica ad ampio raggio, un dialogo con la semiotica e le teorie neomarxiste; di entrambe il mio lavoro vuole essere una verifica e all'occorrenza una rettifica.

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Pagina 14

Capitolo primo

La letteratura di viaggio: costanti, problemi, storia


1.1. Considerazioni preliminari

Come la letteratura d'invenzione, la letteratura di viaggio è meglio classificabile se la si legge in rapporto a un genere o una tradizione; il che non elimina i problemi, perché la varietà delle sue forme è tale da frustrare in partenza ogni velleità teorica e da suggerire un criterio di classificazione strettamente materialistico. I resoconti potrebbero facilmente raggrupparsi sulla base dei veicoli su cui il viaggio si è svolto: è innegabile che l'uso di un catamarano, di una bicicletta o di un paio di scarponi cambi percezioni ed esigenze del viaggiatore; il transito e le sue modalità "guida[no] la soggettività del viaggiatore" e lo rendono "più consapevole di sé come 'spettatore' o 'osservatore' di un mondo che gli passa davanti", scrive Eric J. Leed (1991, p. 78). D'altro canto, l'esperienza del transito, come pure la scelta di un veicolo, è in larga parte culturalmente determinata. Un marinaio del Settecento di ritorno dall'America Centrale scriverà un diario fitto di osservazioni nautiche e descrizioni naturalistiche, mentre un neolaureato novecentesco appassionato di letteratura beat sarà portato a montare in automobile, a imboccare una highway e ad adottare uno sguardo e uno stile di scrittura simili a quelli di Sal Paradise, il protagonista di On the Road. Modelli d'azione e conoscenza orientano la sensibilità di chi viaggia; fermano il suo sguardo su certi dettagli a scapito di altri, e, a ben guardare, lo spingono al cammino. Ciò è particolarmente vero per noi lettori dalla postmodernità, che in un mondo già tutto esplorato e narrato viaggiamo per rimettere in scena un racconto, per riattualizzare sceneggiature ordite dai copywriters del Club méditerranée come da Lévi-Strauss, Bruce Chatwin e Hugo Pratt.

Il racconto preesiste al viaggio e ne costituisce l'impulso primario perché l'uomo è un animale mimetico; le sue azioni seguono paradigmi sedimentati. Il viaggio di un missionario avrà il suo più illustre precedente in quello di San Paolo, così come il viaggio scientifico di Oliver Sacks alla Island of the Colour-Blind (1996) si ispira alle grandi spedizioni vittoriane (lo stesso Sacks riconosce la natura emulativa della propria vocazione). E oltre a orientare il viaggio il racconto ne influenza il ricordo e l'interpretazione, rifrangendosi in un nuovo testo. Così Amerigo Vespucci "ama (...) vedersi come un Ulisse e un Dante, e leggere i propri viaggi alla luce di quelli della Commedia" (Boitani 1992, pp. 71-73); i grandi viaggi di scoperta vengono letti dai rinascimentali come il compimento di un mito, la coniugazione di un paradigma, che è quello, trasgressivamente moderno, dell'Ulisse dantesco.

Per quanto portatore di enormi rivolgimenti, il viaggio è quindi anche il risultato di una ripetizione, di una forma che si rinnova. Tale ripetizione è però destinata a esaurirsi: le correnti che hanno spinto al moto vengono stemperate, se non totalmente deviate, dall'esperienza che esso procura; tra i sistemi culturali e le forze estranee che premono ai loro margini ha luogo una tensione costante, riscontrabile sulle pagine stesse dei resoconti. Così, ne Le città invisibili, l'imperioso Kublai mostra scetticismo nei confronti del suo emissario Marco per poi ascoltarne ammirato i racconti, poiché si accorge di poter arricchire la propria visione, di poter discernere, "attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d'un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti".

Del resto, la stessa cultura a cui il viaggiatore fa riferimento è segnata da discontinuità e contraddizioni, che riverberano sull'immagine dell'Altro di cui i resoconti si fanno portatori. Molti dei testi che prenderò in esame hanno un tessuto composito: alla ricognizione particolareggiata tipica del trattato geografico affiancano la scansione cronologica del diario di bordo; il diario sfocia nel racconto avventuroso o leggendario, che si intreccia a sua volta a lunghe descrizioni zoologiche o botaniche. Gli scrittori di viaggio settecenteschi non seguono una singola direttrice stilistica e tematica, come il geografo o il naturalista odierni, ma attingono liberamente a un ampio repertorio di registri, ognuno dei quali è depositario di un diverso sistema di valori.

Tra questi ci sono anche i registri della letteratura d'invenzione, a cui la letteratura di viaggio è strettamente affine; anche nelle sue espressioni più aride fa appello a un gusto per il meraviglioso dettato non solo da esigenze conoscitive. Il meraviglioso è un fenomeno mutevole, che prenderà colori diversi a seconda dell'angolatura storico-culturale. Chiaramente il dilatarsi di vene e lo spalancarsi di occhi — che dello stupore costituiscono la manifestazione fisiologica — esulano da questo studio; l'intento di valutare i rapporti tra letteratura di viaggio e romanzo obbliga invece a spiegare e descrivere il meraviglioso per mezzo di categorie tratte dalla teoria letteraria, per esempio riconducendolo a quell'"effetto straniamento" che è, secondo Sklovskij (1929), tra i procedimenti basilari della letteratura d'invenzione. Lo straniamento consiste in un modo di rappresentazione, e in un effetto a esso correlato, volto a destabilizzare gli schemi percettivi della quotidianità: spezzando la narcosi delle percezioni abituali, esso procura una "visione" anziché un "riconoscimento"; ci strappa allo stato percettivo che Sklovskij chiama "inconsciamente automatico" e ridesta la nostra attività cognitiva. La descrizione del madornale, del mostruoso o semplicemente del nuovo tipica della letteratura di viaggio innesca una peculiare forma di straniamento, uno straniamento naturalizzato, che sembra poter fare a meno di una manipolazione retorica visibile — come avviene invece nella lirica o nelle descrizioni analizzate da Sklovskij — nascendo solo dalla qualità degli oggetti rappresentati, dalla loro effettiva "realtà".

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Pagina 16

1.2. Verità e conoscenza nel Milione

La mia analisi del Milione sarà strumentale: l'opera di Marco Polo farà da pietra di paragone contro cui misurare innovazioni ed elementi conservativi delle opere che esaminerò, e servirà a definire costanti e problemi che persistono nel passaggio dal Medioevo alla modernità.

Negli anni il fascino del Milione persiste immutato, come attestano le sue numerose riduzioni, revisioni e riscritture; prima tra tutte quella memorabile compiuta da Calvino ne Le città invisibili. Il Milione ha avuto il curioso destino di ispirare serie a cartoni animati e di suscitare diatribe filologiche la cui eco raggiunge i rotocalchi a larga diffusione, come se la veracità del racconto di Marco fosse un punto nevralgico della cultura occidentale. Frances Wood (1995) dipinge un Marco sedentario, spintosi non oltre Costantinopoli, astuto compilatore di informazioni trasmessegli, oltre che dal padre e dallo zio, da guide persiane e manuali di mercatura. Il questionare attorno al Milione è segno certo della sua rilevanza, e fa supporre che la modernità tema di rispecchiarsi in un testo che accoglie, oltre a dati geografici, unicorni, grifoni e domatori di nuvole.

Se è facile scorgere nel Milione aspetti protomoderni, è forse perché Marco è il figlio di una civiltà mercantile, e perché per certi versi la Venezia duecentesca rassomiglia all'Inghilterra settecentesca. Benché, come molti suoi contemporanei, Marco tenda a valutare la realtà dell'Oriente secondo un sistema di inscalfibili stereotipi, il suo resoconto include informazioni geografiche e merceologiche. Il Milione è improntato alla concretezza: per una buona metà dei capitoli che lo compongono riprende la struttura del manuale di mercatura; Marco conosce pesi e misure, sa calcolare la portata di una nave, fa "osservazioni sui prezzi in relazione alla distanza dai luoghi di produzione, s'indugia (...) ad illustrare espedienti adottati per sostenere i prezzi attraverso una contrazione artificiosa dell'offerta" (Borlandi 1962, p. 144). Come ogni mercante dell'epoca, Marco soleva probabilmente tenere un diario fitto d'appunti, il brogliaccio sul quale nelle carceri genovesi Rustichello da Pisa si trovò a lavorare. L'ottica mercantile fa del Milione un libro innovativo: "due secoli prima dell'invenzione della stampa, tre o quattro prima del trionfo degli 'avvisi' e delle 'gazzette', il libro di Marco Polo anticipa un genere. Salvo che il genere era talmente in anticipo che non era facile accettarlo" (Eco 1985, p. 61). Infatti – racconta Umberto Eco – in un manoscritto francese del Milione gli illustratori medievali hanno inserito miniature di creature fantastiche che nel testo mancano: blemme, sciapodi e monocoli. L'illustratore sentiva la mancanza di meraviglie che dovevano esserci; "il mercante Marco Polo era semplicemente uno sfacciato che si permetteva non di raccontare come le cose dovevano essere ma (e son parole sue o di Rustichello) 'di divisare delle provincie e dei paesi ov'egli fu'" (p. 62).

Certo, il successo del Milione come testo geografico non fu repentino; dapprima circolò solo in ambienti mercantili, e all'inizio del Trecento ne venne commissionata tra i domenicani una traduzione in latino "planum et apertum" a uso dei missionari, che cominciò a diffondersi nel circuito dei dotti: un esponente del mondo scientifico della fama di Pietro d'Abano diede credito alla descrizione empirica di alcuni fenomeni astronomici contenuta nel Milione e ottenne dal suo autore dati sulle stelle australi che riportò nel Conciliator differentiarum. Solo nel Rinascimento, però, il Milione venne pienamente consacrato, guadagnandosi un posto prima nel Novus orbis regionum ac insularum veteribus incognitarum di Simon Grynaeus, poi nel secondo volume di Delle navigationi et viaggi del Ramusio; Mercatore, in pieno Seicento, continuava ad appoggiarsi alla tradizione poliana (Tucci 1976).

Il Milione è, e appare, affidabile in virtù di una rigorosa impersonalità; Marco evita di indugiare sulle proprie vicende personali – suo padre e suo zio sono appena menzionati – e adempie con scrupolo ai propri doveri di relatore. Agli occhi di un lettore moderno, tuttavia, l'impersonalità genera un effetto collaterale: integrate in un'immagine esaustiva dell'Oriente, le meraviglie di Marco prendono sostanza. L'aria di verità spira anche su ciò che non è vero: le cifre, le merci e le valute danno corpo agli unicorni, alla setta degli assassini, ai maghi che allontanano le nuvole dal palazzo di Kublai. Parte della fortuna del Milione si deve a un artificio poi assurto a tecnica basilare della scrittura romanzesca: grazie a un elaborato gioco stilistico, ciò che è "vero", ossia verificabile sul piano empirico, si intreccia a ciò che è "falso", vale a dire assolutamente impossibile, oppure possibile ma privo di riscontro fattuale.

Un artificio che è tale solo dal nostro punto di vista, perché Marco lo pratica in buona fede. Tra Il Milione e A New Voyage to the East-Indies, falso d'epoca swiftiana, c'è un abisso; agli uomini medievali si insegnava la credulità: essi erano, scrive Le Goff (1970), sognatori a occhi aperti: "nutriti in partenza di leggende che ritengono verità, [essi] portano con sé i loro miraggi e la credula immaginazione materializza i loro sogni in scenari che li allontanano quanto basta dal loro ambiente" (p. 261). Nonostante il suo buon senso mercantile e la sua esperienza dell'Oriente, Marco non ha desiderio di scardinare i tabù su cui si regge la sua visione, e senza dar segno di perplessità riporta voci relative a mostruosi volatili del Madagascar, sostenendo di averne avuto evidenza diretta:

Diconmi certi mercatanti, che vi sono iti, che v'ha uccelli grifoni, e questi uccelli apariscono certa parte dell'anno, ma non sono così fatti come si dice di qua, cioè mezzo uccello e mezzo leone, ma sono fatti come aguglie e sono grandi com'io vi dirò. E pigliano lo leonfante, e portanlo suso nell'aiere, e poscia il lasciano cadere, e quegli si disfà tutto, e poscia si pasce sopra di lui. Ancora dicono, coloro che gli hanno veduti, che l'alie loro sono sì grande che cuoprono venti passi, e le penne sono lunghe dodici passi, e sono grosse come si conviene a quella lunghezza. Quello che io n'ho veduto di questi uccelli, io il vi dirò in altro luogo. (...) Lo Gran Cane vi mandò messaggi, per sapere di quelle cose di quella isola, e preserne uno, sì che vi rimandò ancora messaggi per fare lasciare quello. Questi messaggi recarono al Gran Cane un dente di cinghiaro selvatico che pesò quattordici libre. Egli hanno sì divisate bestie e uccelli ch'è una maraviglia. Quegli di quella isola si chiamano questo uccello "Ruc", ma per la grandezza sua noi crediamo che sia uccello grifone (Il Milione, 1988, pp. 426-428).

A tale testimonianza Marco attribuisce un certo credito, perché sulle sue basi dà una descrizione dettagliata dell'immenso volatile, corredata di misure precise; poi rinvia ad altro luogo (un altro libro, un altro punto del testo?) per la relazione della propria esperienza diretta, ma nel Milione non ve n'è traccia. Alla fine del paragrafo, nonostante gli emissari di Kublai non abbiano fornito prove sicure – solo un dente di cinghiale e altri racconti stupefacenti – Marco azzarda una deduzione; i suoi informatori gli hanno descritto il "ruc", ma si sbagliavano, perché non può trattarsi che del grifone. Il ruc, di cui parlano anche Ibn Battuta, Le mille e una notte e, in tempi più recenti, Borges, proviene da diverse tradizioni orientali, sia arabe che indiane, ed è imparentato col grifone greco, da cui a sua volta deriva quello medievale. Marco però ha in testa due creature ben distinte; privilegia, in sostanza, una leggenda rispetto all'altra.

Dal passo succitato traspare chiaramente come Marco assimili l'esperienza dell'Oriente nelle formazioni discorsive correlate alla sua identità di europeo. Queste consistono, oltre che in particolari modi di cognizione (sui quali mi soffermerò tra breve) in convenzioni testuali intese a denotare l'affidabilità del resoconto. Non di rado conoscenza e veridicità sono veicolate dagli stessi meccanismi: il grifone assume una fisionomia concreta perché se ne specificano le misure, una specificazione che è al tempo stesso funzionale alla credibilità del testo. Le buone intenzioni di Marco sono però ancor più esplicitamente certificate dalla dichiarazione d'aver visto con i propri occhi prove tangibili dell'esistenza del grifone.

Nella letteratura di viaggio l'enfasi sulla testimonianza oculare svolge un ruolo importante: su di essa si fonda un contratto di veridizione che il viaggiatore/narratore intende stipulare col lettore. Tale contratto stabilisce "una convenzione fiduciaria fra l'enunciante e l'enunciatario" (Greimas, Courtés 1979, p. 81), e si costruisce sulla base di marche che caratterizzano un discorso come autentico, contribuendo così alla produzione del senso, o meglio, integrandolo di connotazioni di veridicità (Greimas 1983). Il che spiega perché culture diverse associno ai testi ruoli e significati diversi: ogni episteme ha una propria maniera di definire la verità, e proprie norme di veridizione ("le epistemi", scrive Greimas, "possono essere analizzate come linguaggi di connotazione", p. 110) e si contraddistingue in base al suo modo di segnalare ciò che è vero e ciò che non lo è. Articolandosi in più fasi, una di natura persuasiva, una di natura interpretativa, e la terza, che coincide con lo stabilirsi del contratto di veridizione vero e proprio, di natura fiduciaria, il processo di trasmissione e costruzione della verità ha un certo margine di gioco. Perché un racconto sia veridico, il lettore deve dar credito al narratore, fidarsi del suo discernimento; "la verità", scrive Greimas, "necessita di [una] sanzione fiduciaria" (p. 109), determinata dall'impiego di convenzioni retoriche più o meno stabilmente codificate e condivise.

La natura fiduciaria del contratto di veridizione si fa esplicita nel caso dei resoconti di viaggio, che offrono il fianco agli increduli più di ogni altra forma di discorso fattuale. Continuiamo a ragionare sul Milione. Sulle prime Marco non venne creduto; tradizione vuole che sul letto di morte fosse incalzato dai familiari che pretendevano un'estrema smentita del suo racconto (Allulli 1954). Non potendo andare in Catai a togliersi ogni dubbio, dovevano contentarsi di interrogarlo. Questo perché la letteratura di viaggio è eteroreferenziale; le cose e persone di cui tratta non sono proprio dietro l'angolo. I resoconti chiedono al lettore un atto di fiducia più consistente rispetto a quello richiestogli da altri testi come, ad esempio, i libri di storia, che sono il precipitato di un sapere già condiviso. Testi come il Milione o il New Voyage Round the World di Dampier si presentano come la testimonianza di un solo uomo giunto ai confini del mondo e tornato indietro a riferire ciò che ha visto, e che difficilmente qualcuno dei suoi lettori potrà vedere. A seconda del momento e della sensibilità prevalente, l'eteroreferenzialità può fare da pretesto a infinite contestazioni o da alibi per accordare al testo credibilità, sospendendo la fatica del giudizio.

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Alla credibilità dei resoconti di viaggio, dunque, concorrevano in larga misura l'ideologia e la retorica. Lo dimostra, in modo ancor più chiaro, la storia di come l'America prese il suo nome (Todorov 1994). Come si sa, il merito d'aver capito che il continente raggiunto da Colombo era in realtà una nuova terra viene attribuito ad Amerigo Vespucci. Le celebri lettere in cui Vespucci dichiara la sua "scoperta", Mundus novus e Quatuor navigationes, risalgono rispettivamente al 1503 e al 1506-1507. Eppure, già in una relazione del 1498 indirizzata ai sovrani di Spagna, Colombo afferma di essere approdato non in Asia, bensì in una terra sconosciuta. E, ancor prima, in una lettera risalente a poco dopo il 1492, Pietro Martire d'Anghiera, un diplomatico spagnolo senz'altro meno visionario dell'ammiraglio, parla di lui come dello scopritore di un nuovo mondo.

La proposta di battezzare la nuova terra "America" venne lanciata dagli eruditi del Ginnasio vosgiano di Saint-Diè, tra cui Martin Waldseemόller, autore della Cosmographiae introductio, pubblicata nel 1507, che accludeva anche Quatuor navigationes di Vespucci, traduzione in latino della Lettera delle isole nuovamente trovate pubblicata a Firenze nel 1504 o 1505. Evidentemente costoro tenevano in maggior conto la parola di Vespucci che non quella di Colombo, la qual cosa, sulle prime, stupisce. Vespucci era, sì, piloto mayor, ma non fu mai a capo di nessuna spedizione. Il suo arrivo sul continente, anteriore a quello di Colombo, non è confermato da documenti ufficiali: l'unica fonte che certifica il suo primo viaggio (1497-98) è proprio Quatuor navigationes. (Per di più, Colombo era sbarcato a Cuba nel 1494, riteneva si trattasse di terraferma e nessuno aveva i dati per smentirlo).

Secondo Todorov, le lettere di Vespucci hanno ricevuto più credito e riscosso più successo – tanto da esser subito tradotte nelle principali lingue europee – per due ragioni: in primo luogo Vespucci richiama clamorosamente attenzione sulla sua scoperta, e in secondo luogo scrive meglio di Colombo, dove con "meglio" si intende "in modo più piacevole e convincente per un dato pubblico". Vespucci scrive per un pubblico di umanisti, dialogando con una cultura più moderna rispetto a quella cui fa riferimento il suo inconsapevole antagonista, che invece ricorre alla tipologia biblica e vede nella propria impresa il compimento della profezia di Isaia.

Elenchiamo le differenze tra i due: la relazione di Colombo del 1498 è farraginosa, e esordisce segnalando la presenza o l'assenza di mostri (compaiono, comunque, solo uomini con la coda); il suo modello è un bestiario medievale. Vespucci invece suddivide Mundus novus in tre sezioni – terra, aria e cielo – e inserisce una sommaria sezione cosmografica infarcendola di spiegazioni per i profani. Mentre Colombo recita la parte dell'uomo del destino e non perde occasione per autocelebrarsi, Vespucci usa toni suadenti: il suo fine è non solo istruire, ma anche dilettare i suoi dedicatari, Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici e Pier Soderini. Non a caso definisce l'atto della lettura mediante immagini gastronomiche: "come il finocchio si costuma dare in cima delle dilectevoli vivande per disporle a miglior digestione, così potrete per discanso di tante vostre occupazioni mandare a leggere questa mia lettera" (Vespucci 1993, p. 138). Dalle pagine di Mundus novus e Quatuor navigationes emerge un narratore discreto, schivo, modesto, che promette ai lettori qualche minuto di svago; Vespucci si dipinge al più come appassionato uomo di scienza, sorvola sulle difficoltà del viaggio, e cede alla vanità solo nel raccontare come le sue competenze cartografiche siano tornate utili nel momento del bisogno.

E in più occasioni si rivela addirittura meno empirico di Colombo. Se questi riferisce che i nativi non usano vestiti, che sono generosi, timidi e occasionalmente dediti al cannibalismo (del quale però non ha avuto prova diretta), Vespucci si dilunga su particolari conturbanti; racconta come i "selvaggi" facciano prigionieri per poi cuocerli e mangiarseli oppure metterli in salamoia, assimila le loro buone qualità – generosità e semplicità – a stereotipi relativi all'Età dell'oro, e indugia sulla licenziosità delle indigene. Laddove, poi, Colombo si diffonde in puntuali descrizioni naturalistiche, Vespucci in Quatuor navigationes, esasperando le già marcate bizzarrie di Mundus novus, parla di indiani incredibilmente longevi o capaci di sopravvivere senza assumere liquidi, di alberi che producono perle, di draghi senz'ali (probabilmente gli iguana), e descrive lotte truculente tra europei e indigeni mastodontici – anche qui! – muniti di clava. Tutto sommato, però, non include informazioni che contraddicano radicalmente l'esperienza di un europeo: si limita a esagerare. Nelle sue lettere si verifica una sorta di emplacement che da un'immagine mitica porta a una descrizione realistica su cui le tracce del mito restano come mera connotazione. A differenza di Colombo, quindi, che non esita a vedere nel nuovo continente il paradiso terrestre, Vespucci si limita a congetturare, nelle diverse versioni di Mundus novus, che, se il paradiso terrestre esiste, certamente si trova poco lontano, e laddove Colombo parla in modo esplicito di mostri, egli usa l'aggettivo "mostruoso" per designare cose bizzarre: ad esempio il costume indiano di forarsi guance e labbra.

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Capitolo secondo

Voyage-literature: storia, forme, ideologia


2.1. Espansione, commercio, scienza

2.1.1. L'epica mercantile di Richard Hakluyt

Alle radici della letteratura di viaggio inglese sta un'opera monumentale: The Principall Navigations of the English Nation, di Richard Hakluyt. Anche in questo caso, l'autorità dei modelli tende a disperdersi nella pluralità degli stili: le Principall Navigations non consistono di un solo testo, ma di un insieme di relazioni preesistenti, spesso stese da comuni uomini di mare. A farne la novità e il rilievo storico-culturale sono proprio la varietà e l'apparato di raccordo, che conferiscono ai singoli testi un senso politico e scientifico destinato a trasmettersi ai resoconti successivi. Le Principall Navigations divennero presto note tra i marinai inglesi come "the book", il libro per antonomasia, manuale e breviario a un tempo, raccolta di dati utili alla navigazione, di luminosi esempi d'etica professionale e di un'ambiziosa cosmologia espansionistica che ha l'Inghilterra come punto focale. Non diversamente da Ramusio, da cui trae ispirazione e col quale condivide l'impegno politico, Hakluyt affida agli autori dei resoconti di viaggio un compito propagandistico che di lì in poi avrebbero svolto col massimo zelo.

Non stupisce che la prima edizione delle Principall Navigations risalga al 1589, cioè a un anno dopo la sconfitta dell' Invincible armada, e che esca a poca distanza da opere come la Faerie Queene o le Chronicles di Holinshed, caratterizzate da un più che latente sottotesto patriottico-nazionalistico. Ma oltre a celebrare le recenti vittorie, tutt'altro che decisive, Hakluyt intende prospettarne di nuove: il suo fine è indicare ai connazionali le vie che portano all'oro e al commercio sui mari, e che ancora nessuno ha avuto l'audacia di battere. Benché gli elisabettiani siano passati alla storia per aver gettato le fondamenta del futuro impero britannico, le prime imprese d'esplorazione immortalate nella mitologia nazionalistica sono non la regola, ma l'eccezione a una generale ristrettezza di vedute e d'intenti. Dalla retorica esortativa adottata da Hakluyt nelle sue premesse e dediche si evince la scarsa lungimiranza dei mercanti del tardo Cinquecento, di una borghesia ancora poco cosciente delle proprie capacità e priva di un adeguato patrimonio culturale e ideologico. L'epoca Tudor, in cui pure spiccano figure come il capitano James Lancaster (che in un proficuo viaggio a Oriente adottò l'accorgimento, del quale nessuno ebbe l'intelligenza di far tesoro, di somministrare ai suoi uomini una razione giornaliera di succo di limone per immunizzarli dallo scorbuto) o come Sir Francis Drake (virtuoso della guerra lampo e secondo circumnavigatore della storia dell'umanità) è epoca d'eroi. I suoi protagonisti sono un manipolo di geni o sognatori che sfidano il senso comune anziché cavalcarne l'onda; personaggi da tragedia o dramma storico, non da romanzo realista. E possono a buon diritto dirsi eroici i primi viaggi d'esplorazione con cui l'Inghilterra iniziò a forzare i blocchi della potenza portoghese o spagnola; i marinai inglesi si spinsero a nordest e nordovest, in acque ignote, impervie e irte di ghiacci.

Questa prima fase, avventurosa e pionieristica, contiene tuttavia i germi dell'esplorazione scientifica dei secoli a venire: nel 1553 Caboto compilava un elenco di istruzioni a uso di Sir Hugh Willoughby, in procinto di salpare per mari estremi. Gli sforzi per organizzare l'esplorazione avrebbero presto assunto carattere sistematico, e dal vademecum di Caboto si sarebbe passati ai trattati geografici e alle istruzioni per i viaggiatori curate dalla Royal Society.

La libertà dell'uomo rinascimentale è, inutile ribadirlo, una conquista culturale prima ancora che materiale. Le Principall Navigations rientrano in una ricca fioritura del sapere pragmatico ed empirico che ha luogo sulle pagine di Bacone come nelle officine degli artigiani, e che proseguirà tra le pareti dei laboratori e nei diari degli scienziati. Più che edificare un nuovo edificio culturale si vanno dapprima a recuperare elementi del vecchio – nella fattispecie quello classico in via di riscoperta – che alla prova dell'esperienza si dimostrano più solidi o più facili da inserire nella nuova immagine del mondo, ma un'innovativa scienza empirica inizia a costituirsi. Fonte di Hakluyt è, come vedremo, l'esperienza sensoria dei marinai, per i quali la disposizione delle stelle sulla volta celeste rappresenta non solo un ordine metafisico, ma anche un sicuro mezzo d'orientamento.

Le Principall Navigations sono un trattato di geografia economica, fisica e politica, non ancora innervato da un metodo sistematico (Crone 1974) e non ancora pienamente emancipatosi dall'autorità degli antichi, ma della cui tensione scientifica fanno fede un'ampiezza enciclopedica e una grande varietà di dati affidabili. I cronisti e testimoni di cui Hakluyt afferma d'essere solo il revisore forniscono ad esempio gran copia di informazioni sul continente africano: sulle sue nazioni, sul commercio che vi si pratica, la sua conformazione orografica, i suoi cicli climatici e stagionali. Hakluyt in persona si assume il compito di rivendicare la verità dei resoconti, evidenziandone il carattere empirico.

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2.1.2. La nuova scienza: osservare e descrivere

Negli anni in cui Hakluyt assembla le Principall Navigations Francis Bacon elabora il suo pensiero, prendendo le mosse dallo scetticismo di Montaigne e traendo ispirazione dai fermenti che vede moltiplicarsi intorno a sé. Bacon si discosta però da Montaigne nel tributare cieca fiducia al progresso tecnologico e nel segnare una netta demarcazione tra europei e "selvaggi". Per Bacon questi sono culturalmente arretrati, dunque non si può rimproverare agli spagnoli di averli sottomessi.

Bacon legge i resoconti di viaggio con spirito intraprendente e visionario. Nel Novum Organum scrive che i dati riportati dai viaggiatori costituiscono la riprova empirica oppure la smentita definitiva di teorie ereditate dagli antichi. I viaggi per mare hanno fatto sì che "il nostro bagaglio d'esperienza" si sia "infinitamente accresciuto", contribuendo a stabilire il primato dei moderni e assestando un duro colpo all'edificio, già vacillante, del sapere medievale. Va da sé che le grandi scoperte di cui l'epoca moderna potrà gloriarsi avverranno nei campi, strettamente connessi, della geografia e della scienza. In Nuova Atlantide, momenti chiave della vita pubblica dell'isola di Bensalem sono l'armamento di spedizioni esplorative volte a portare notizia delle arti e le scienze praticate in luoghi lontani nonché i finanziamenti alla Solomon's House, una Royal Society ante-litteram, che ha come fine "la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo" (Bacone 1627, p. 101). I fellows della Solomon's House coltivano l'astronomia, le scienze sperimentali e persino una primordiale ingegneria genetica, mediante cui poter correggere le creazioni imperfette di Dio.

Nuova Atlantide uscì nel 1627, al 1660 risale la nascita ufficiale della Royal Society, nel cui lavoro di sistematizzazione del sapere scientifico pare inverarsi il sogno baconiano. Del 1667 è la History of the Royal Society di Thomas Sprat, citata negli studi di storia della scienza come in quelli di storia del novel. Nel Seicento prende forma un'epistemologia nuova, correlata ai viaggi di scoperta: tale legame non è un concetto storiografico formulato a posteriori, ma si riscontra già nel discorso scientifico dell'epoca. Le considerazioni di Eric J. Leed (1991) circa il ruolo dei viaggi nella formazione nella nuova cultura scientifica mettono in evidenza valori e pratiche che sia Bacon sia i membri della Royal Society già reputavano centrali:

fu l'esperienza del viaggio a rendere una serie di scelte epistemologiche preferibile ad altre (...). Vorrei proporre l'idea che l'esperienza del viaggio costituisca il terreno sensorio implicito ed esplicito nelle scelte e preferenze costitutive della scienza moderna, anche se, ovviamente, i concetti e i metodi di tale scienza erano preesistenti all'interno di tradizioni intellettuali ereditate (p. 209).

Il rapporto tra viaggio e scienza, dapprima solo casuale, non tarda a assumere carattere dialettico: come la pratica influenza la teoria, così la teoria direziona la pratica. In ambito scientifico, da Bacon a Sprat, si spendono tempo ed energie a fissare regole di osservazione e descrizione, a monte delle quali sta un doppio passaggio: la rivalutazione dell'esperienza (i sensi smettono d'essere focolai di corruzione e diventano canali di raccolta di dati), e una condanna della retorica in quanto veicolo di pregiudizi e causa di inesattezze. Di qui la ripulsa degli artifici letterari e la ricerca di una geometrizzante e impersonale "semplicità matematica".

Quanto detto è chiaramente l'estrema sintesi di un processo di sviluppo più articolato, che, data l'elevata specificità dei periodi presi in esame, esigerebbe un'apertura sincronica in questa sede impossibile. Sebbene Hakluyt e Bacon non abbiano scritto cose dissimili da quelle predicate poi dai membri della Royal Society, il loro humus socioculturale è di diversa composizione. Non è però azzardato assumere a denominatore comune delle varie fasi proprio i viaggi d'esplorazione, che pur attraversando, nel Seicento inglese, un lungo momento di stallo, restarono centrali nel dibattito politico e filosofico.

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