Autore Patrizia Carrano
Titolo Un ossimoro in lambretta
SottotitoloLabirinti segreti di Giorgio Manganelli
EdizioneItalosvevo, Trieste-Roma, 2016, Piccola biblioteca di letteratura inutile , pag. 90, intonso, cop.fle., dim. 12x18,7x0,8 cm , Isbn 978-88-99028-15-2
LettoreElisabetta Cavalli, 2016
Classe biografie









 

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Indice


    Un ossimoro in lambretta        11


    Nota                            75

    Riferimenti bibliografici       81
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Pagina 13

Lasciando dietro di sé la corta strada del quartiere Mazzini dove abita, l'uomo si avvia con passo lento verso il capolinea dell'autobus più vicino. A osservarlo con attenzione mentre esce da una palazzina dei tardi anni Sessanta che agogna d'esser definita signorile per via del rivestimento di cortina e del pavimento in marmo dell'atrio, ma che nei fatti è un'impeccabile testimonianza del nulla architettonico l'uomo sembra un alto dirigente di banca, un docente universitario, un politico di rango, un avvocato rotale, un magistrato della corte di Cassazione: occhi piccoli e puntuti, nuca grassoccia come la cotenna di un verro, corporatura notarile, mani morbide, certi baffetti ispidi e topeschi che fanno il paio con la fronte ormai sguarnita.

Gli abiti sono di un'eleganza tradizionale, di onesta fattura le scarpe, di buona lana il gilet di maglia. A rompere quella monotonia ecco talvolta il colletto della camicia un po' sghimbescio, appena stazzonato. Un larvato accenno di dissidenza vestimentaria, un lampo di trascuratezza, una piccola sinecura che può dire molto, oppure nulla (meglio propendere per il molto).

L'uomo potrebbe essere il perfetto protagonista di un romanzo di Simenon: un borghese d'antan le cui pacate abitudini nascondono sussulti, grovigli, inauditi abissi. Senza incertezza e senza fretta egli sale su un autobus, al capolinea quasi sempre mezzo vuoto, e si accomoda in uno dei posti singoli, dove non corre il rischio d'aver vicino altro passeggero che non sia il finestrino. Finita la breve sosta la slabbrata rete filotranviaria della Capitale è in perenne ritardo fin dall'epoca dei tram a cavallo, e dunque si costringe ad abbreviare il tempo del capolinea nell'inane tentativo di rincorrere se stessa l'autobus inizia il suo solito giro di giostra per lande affollate, rumorose, convulse, eppure strenuamente, quietamente provinciali.


Il passeggero non scende a nessuna delle fermate previste: non lo riguardano le vie del centro, non i lungotevere in cui si procede a passo d'uomo come nell'intestino di un animale a lenta digestione, non i brevi percorsi all'interno di qualche parco malconcio. Né ha occhi per i passeggeri che si accalcano sempre più numerosi per poi rarefarsi in prossimità dell'altro capolinea. Nell'autobus ormai deserto a fine corsa è sceso anche l'autista, per una boccata d'aria o forse una sigaretta l'uomo attende che il mezzo riparta. La sua è una pazienza lacustre, rassegnata, eppure coriacea, la pazienza di chi c'è ma non c'è. Potremmo dire che è un non-passeggero.

Quando l'autobus riapproda al quartiere Mazzini, l'uomo finalmente ne scende, rientrando al suo domicilio: via Chinotto 8 interno 8. Un indirizzo ma anche una filastrocca, un piccolo gioco, un non-sense che sarebbe piaciuto ad Achille Campanile e che avrebbe potuto declinare ironicamente Paolo Poli. Oppure Pinocchio.

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Pagina 18

L'uomo è un vero maestro nel raccontare di sé medesimo: malori, sussulti, incubi, deliqui, fughe, tutto o meglio, quasi tutto quanto lo riguarda è finito nelle sue pagine, in una sorta di «autobiografia senza "io"» (così egli ha definito una raccolta di scritti di Alberto Savinio, con un'idea che si attaglia perfettamente anche al suo stesso scrivere). Un arcipelago, o meglio un largo, ramificato, intricato delta disegnato da un inveterato bugiardo, un mirabile mentitore, uno scaltro delatore, abilissimo nel reinventare giorno dopo giorno quel che gli accade, per metterlo a disposizione di una, cento, mille autobiografie. «Tutte quelle che servono. Tutte quelle possibili. A seconda del momento della nostra vita noi abbiamo un'autobiografia che ci racamtianao, ed è sempre un autobiografia diversa (...). L'autobiografia è un genere plurale». Eppure quel che non ha trovato forma, che non è stato nominato, evocato, reinventato è comunque accaduto. Minimale, episodico, inifluente, ma anche insospettabile e rivelatore.

Delle fughe filotranviarie e d'altro ancora sa una creatura che ha avuto il privilegio di frequentarlo da presso nell'ultimo lustro della sua vita. Poco importa che sia uomo, donna, ermafrodito, infante o anziano veggente: per comodità potremmo chiamarla proprio così, Creatura. In questa vicenda è un nulla, un diavoletto di Cartesio, un coniglio da laboratorio, la rana di Volta, un baluginante ed effimero specchietto che vive solo di quel che riesce a riflettere. Si tratta di un essere improvvido, quasi stordito, certo superficiale, che ha distrattamente sfiorato i vasti panorami dell'uomo, considerandoli impervi, faticosi, un quinto grado intellettuale. Incontrando in una delle sue pagine il termine "anfesibena" le è stato necessario inoltrarsi nello Zingarelli per scoprire che indica un «favoloso serpente della Libia, velenoso, di cui non si distingue il capo dalla coda».

Malgrado la sua pochezza, la Creatura si accorge immediatamente di essere venuta in contatto con una mente fatta uomo. Con l'incommensurabile divenuto corpo, con l'infinitezza racchiusa in limiti finiti. Un ossimoro.

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Pagina 28

Benché sia dritta come una fettuccia, via Gregoriana è una sorta di castello dei destini incrociati: fin dai tempi della Roma rinascimentale mescola nelle stanze dei suoi augusti palazzi i destini di artisti, mercanti, nobilastri, vestivendoli. Di etere e megere d'alto bordo, di mondane e mondani.

Negli anni Cinquanta affaccia in quella strada lo studio di un celebrato psicoanalista junghiano. a lui che l'ossimoro, giunto a Roma in seguito a una volontaria autodeportazione da Milano, si è rivolto per fuggire, o almeno amministrare, le Erinni del suo inconscio. Lo psicoanalista ha avuto altri eccelsi pazienti; qualcuno se ne è subito allontanato, qualcun altro (un regista di cosmica celebrità) conserva il ricordo d'una esperienza capace di donargli una grande pace.

La memoria di quel lontano periodo è ben presente nella mente dell'ossimoro: talvolta egli racconta come quella frequentazione gli abbia insegnato a sottrarre, sia pure a tratti, la mente dai ceppi della sofferenza, permettendogli di guardare al mondo con una curiosità non sempre imprigionata dai vincoli del disagio. Del resto, sofferenze e disagi sono divenuti un impareggiabile combustibile per la sua fiammeggiante caldaia mentale. Dunque è necessario conviverci.

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Pagina 41

La povera anima non ha ancora compreso la natura squisitamente tortuosa dei suoi scritti. Non ha intuito che egli è architetto, progettatore, costruttore ed esploratore di interi cataloghi di labirinti: topici, fognari, rocciosi, di ogni natura e misura, roventi o ghiacciati, ma tutti egualmente indecifrabili e inaffrontabili. Dedalo, rispetto a lui, è nessuno. Persino i labirinti di Borges sono meno labirintici. «I miei sono fangosi, oscuri, abitati da serpi e sorci, percorsi da onde nere e putrescenti. I suoi sono geometricamente lavorati, sono lindi, lustrati, pitagorici» ammette in una sera di confidenze, appena fuori da un altro cinema dove hanno visto un altro film. Anche questa volta dall'inizio alla fine.

La storia di un ragazzino che, a bordo di una automobile progettata da un geniale ma squinternato scienziato, torna indietro nel tempo, incontrando i propri genitori adolescenti e riuscendo così a modificare il loro e il suo stesso futuro, gli appare «di rara intelligenza». A colpirlo non è la suggestione anche questa labirintica offerta da Ritorno al futuro ma piuttosto il grumo psicoanalitico fra madre e figlio, sciolto con originalità, grazia e acume.

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Pagina 53

Quelle fughe, che lasciano attoniti gli astanti, sono per lui l'unica soluzione possibile. Fugge per non morire soffocato dal disagio. Fugge per tentare di sopravvivere. La sua prosa barocca, ricca di volute, arabeschi, di controllatissime digressioni, di suggestioni lessicali e costruzioni funamboliche, al momento di descrivere certe sue fughe si fa scabra, icastica: la più violenta frattura della sua vita viene liquidata con quattro parole: «sono scappato da Milano in Lambretta».

Un ossimoro in Lambretta. Un uomo di trent'anni, senza altra vocazione atletica che non sia quella della mente, in sella a una motoretta per più di seicento chilometri di sole o di pioggia, di caldo o di freddo. un'immagine inconcepibile, addirittura paradossale. E poi, con quanti bagagli? Su che strade? Scavalcando gli Appennini attraverso la leggendaria e lunare Radicofani? Dell'autostrada del Sole, peraltro vietata alle motorette, in quegli anni non è stata posata neppure la prima pietra.

Forse la Lambretta è un'ennesima invenzione letteraria, una menzogna, una celia, un paradosso: una sorta di animale immaginario, metà metallo e metà carne, un Ippogrifo meccanico prodotto su scala industriale.

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Pagina 69

La voracità che egli prova nei confronti dei libri, delle storie che propongono, delle teorie che illustrano, delle idee che veicolano, delle suggestioni che suscitano, delle emozioni che scatenano, delle menzogne che architettano, non è soltanto figlia della curiosità intellettuale. Ha qualche parentela con un'antica e mai placata esigenza di risarcimento. Nei recessi delle sue addestrate meningi si annida un animale che non è mai sazio, che pretende di tutto e di più. Un animale che vuole apprendere, viaggiare, gustare, godere, mangiare, ascoltare.

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