Copertina
Autore Paolo Casarin
CoautoreDarwin Pastorin
Titolo Noi due in fuorigioco
SottotitoloConversazioni su calcio e società
EdizioneEleuthera, Milano, 2005 , pag. 127, cop.fle., dim. 124x190x8 mm , Isbn 978-88-89490-08-2
LettoreRiccardo Terzi, 2005
Classe sport
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Indice

      Prefazione                              7
      di Sergio Zavoli

   I. Da gioco a business                    15
  II. Il calcio della fantasia               19
 III. Racconti e storie                      43
  IV. Non rompete il giocattolo!             65
   V. Il calcio si gioca nell'anima:         77
      intermezzo letterario
  VI. Dall'autoritarismo all'autorevolezza:  83
      la rivoluzione mancata
 VII. Da tifosi a consumatori:               99
      la svolta mediatica
VIII. Noi due in fuorigioco                 121


 

 

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Pagina 15

I
DA GIOCO A BUSINESS



D. Pastorin. Perché siamo qui, io e te? Tu che sei stato un grande arbitro e poi allenatore di nuovi fischietti, e io che ormai da una vita faccio il giornalista sportivo? Per mettere a nudo, senza reticenze, senza barriere, senza maschere, un sentimento che è una passione viscerale, un sentimento forte: il calcio. Vorrei rifarmi subito a un Premio Nobel per la letteratura, ovvero a Thomas Stearns Eliot, che definì il football un elemento fondamentale della cultura contemporanea. Sei d'accordo?

P. Casarin. Certo, e aggiungerei che siamo qui non casualmente, ma per confrontare le nostre vicende. Ogni conversazione è mossa da un significato preciso. Nel nostro caso c'è il desiderio di scrivere sulle pagine di questo libro alcune essenziali esperienze sportive e umane che abbiamo vissuto cercando di farne riemergere i pensieri e le emozioni. Il rischio, in caso contrario, è di dimenticarle, di perdere la memoria. Questo per il passato; ma io ho paura di perdere anche il futuro, ho la sensazione che il gioco del calcio stia per soccombere. Forse voglio far rivivere il passato per proteggere il calcio di domani. Sapere se si potrà ancora giocare. Il gioco è il modo con cui apriamo spazi per pensare. Qualche mese fa sono stato a una conferenza. Il relatore era un filosofo, Pier Aldo Rovatti, e il tema approfondito era proprio il gioco. Rovatti mi ha colpito proprio perché ha considerato il gioco come una parte dell'esistenza altrettanto importante dell'amore, del lavoro, del potere, pur se non coordinato con queste dimensioni. Il gioco sta innanzi a loro, ed è appunto in questa prospettiva che se non ricordo male Rovatti riprendeva da Fink che si contrappone al potere. Non è un bene di consumo. Il gioco è gratuito. un'interruzione, il presente che si ferma, un momento di sosta che ci allontana dalla routine. Per giocare veramente non si può essere totalmente organizzati e razionali, ma bisogna trovarsi in una condizione di lucidità alternata al totale rapimento, oscillare tra il vicino e il lontano. In altre parole, per poter affermare «io sto giocando» si deve essere liberi. Se penso al nostro calcio rabbrividisco. scomparsa la volontà e quindi la capacità di proiettarsi verso il miglioramento assoluto, si ricerca accuratamente solo il bisogno del consumatore televisivo. In sostanza questo gioco del calcio, miscelato agli inserimenti pubblicitari, è diventato un veicolo per incrementare i consumi, finendo per trasformarsi in un prodotto.

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Pagina 19

II
IL CALCIO DELLA FANTASIA



D.P. Forza, Paolo, apriamo l'album dei ricordi, della nostalgia, dei rimpianti. Quando cominci ad amare il calcio, dove comincia la passione?


P.C. Comincia con il disastro di Superga: un fatto tristissimo. Nel 1949 avevo nove anni e vivevo a Mestre: ricordo come fosse ora di aver ascoltato dalla radio la cronaca dei funerali del grande Torino. Parlavano dei guanti di Bacigalupo, il portiere del Toro, citavano l'eleganza di Grezar, la forza di Ballarin. Ricordavano che Mazzola e Loik avevano giocato anche con la maglia neroverde del Venezia. Quella voce, straordinaria per proprietà di linguaggio e compostezza, che mi arrivava dalla radio, forse di Carosio, chi lo sa, mi trasmetteva il dolore, ma soprattutto mi faceva sentire delle emozioni. Sentire delle emozioni, senza vedere niente: il primo contatto con il calcio mi è arrivato attraverso le onde magnetiche e non grazie agli occhi. Mi chiedevo: chi sono questi giocatori? Perché il cronista ha parlato delle mani del portiere Bacigalupo? Che mani aveva il portiere Bacigalupo? Aveva mani grandi come i guantoni? Tutti i portieri hanno mani grandi come quelle di Bacigalupo? Quei giocatori mi sembravano enormi, mitici, anche grazie a quel funerale trasmesso per radio, come un racconto dolce e tragico.

Pochi mesi prima della tragedia di Superga il Torino aveva giocato a Padova e la partita era finita quattro a quattro. Io ho sempre pensato di aver assistito a quella gara, ma non è stato così: ho semplicemente immaginato l'avvenimento. Il coinvolgimento e l'interessamento verso il calcio erano tanto forti che ho immaginato il viaggio di avvicinamento da Mestre verso Padova su un treno vecchissimo. Ho poi un «ricordo», o meglio una fantasia, degli alberi presenti davanti allo stadio Appiani di Padova, che ovviamente ho solo immaginato. Lo stadio di Padova lo vidi, in realtà, per la prima volta solo anni più tardi. Insomma il calcio era così sentito, immaginato e pensato che spesso confondevo realtà e fantasia. Appunto, fantasia. Il calcio accendeva la fantasia, tanto che ancora oggi ho l'impressione di ricordare quel vecchio treno che mi portava a Padova e che mi permetteva di tenere le gambe fuori dal vagone e di osservare i sassi sulla massicciata sfuggente. Solo fantasie, d'accordo, ma che intensità. Forse il calcio per me poteva essere in questo modo e basta, perché i soldi per vedere le partite non c'erano e mio padre non cedeva mai. Ma io pensavo spesso alla casacca color arancione della nostra Mestrina.


D.P. Hai fatto un racconto che mi ricorda Borges, dove la fantasia, l'immaginazione, si fondono con la realtà. Per me, invece, il calcio ha rappresentato un linguaggio. E questo ci porta ai miei genitori. Io sono l'orgoglioso figlio di due emigranti veronesi che dopo la guerra partirono per il Brasile senza niente... la famosa valigia di cartone (fra l'altro la tengono ancora: per ricordo). Erano partiti quando partire voleva dire andare all'avventura, verso un mondo estraneo. Oggi tutti conoscono il Brasile, anche se non ci sono mai stati: ci sono i documentari, i telefilm e persino le telenovele. Per i miei genitori Brasile era solo una parola; un mondo dove poteva esserci di tutto e di più. Quasi un luogo salgariano. Nel 1951 arrivarono in Brasile, e non fu certo facile. Papà e mamma avevano già un figlio, Lamberto, che ora è medico. Nel 1954 mia madre perse due gemelli (un maschio e una femmina), che morirono appena nati. Sono ancora sepolti in quella terra: una scelta coraggiosa, dolorosa, ma secondo me importante, perché così sono più che mai figli di quella terra, anche se la loro vita è durata un giorno. Nel 1955 sono nato io a San Paolo del Brasile nel quartiere Cambuci, in rua Nossa Senhora da Lourdes. Ti spiego perché per me il pallone ha rappresentato un linguaggio. Il pallone era fatto di stracci ed era il mezzo per comunicare con gli altri miei coetanei, che erano polacchi, mulatti, ebrei, giapponesi. E noi parlavamo con quella lingua comune che era il calcio, quel pallone fatto di stracci. Grazie al pallone riuscivamo a capirci, a dirci tante cose. C'era il pallone e poi l'aquilone: erano questi i nostri compagni.

Nel 1950 il Brasile, come ricorderai, subì una grande sconfitta, la sconfitta per due a uno contro l'Uruguay di Videla. La tragedia di un popolo intero si è consumata allo stadio Maracanà di Rio. In quella gara c'era il primo portiere mulatto, Moacyr Barbosa. Un eroe tragico, accusato ingiustamente di quella sconfitta, al quale ho dedicato un libro: L'ultima parata di Moacyr Barbosa.

Ben presto diventavo tifoso del Palmeiras, che in origine si chiamava Palestra Italia. Nel 1942 gli venne cambiato il nome perché il Brasile, alleato con gli Stati Uniti, ripudiò l'Italia fascista e di conseguenza cancellò anche tutti i riferimenti nominali. Cominciai ad andare allo stadio con mio padre per vedere quella squadra straordinaria. Il suo centravanti era un certo Mazola, con una z sola, così chiamato perché ricordava molto Valentino Mazzola del grande Torino, che tu prima hai ricordato in modo così toccante. Sai chi era quel giocatore? José Altafini, a lungo mio compagno d'avventura prima a Telepiù e poi a Sky. E così che è cominciata per me. Poco più tardi, nel 1961, i miei, che erano riusciti a far fortuna, come si dice in questi casi, decidevano di ritornare in Italia, non più nel Veneto, bensì a Torino.


P.C. Pensa che strano. Stai raccontando le tue origini, i tuoi genitori che lasciano il Veneto e partono per il Sud America... era qualcosa che poteva capitare anche a me. Mio padre lavorava come operaio ai cantieri navali della Breda di Porto Marghera: per me non era un semplice falegname, mi sembrava un ingegnere per come sapeva trasformare il legno. Alla sera ritornava a casa stravolto dalla fatica. E malgrado questo i nostri piatti erano piccoli. Nel 1948 a Venezia, anzi a Mestre, c'erano tanti scioperi dei quali ho ricordi forti. Forti come quelli dei funerali del Torino. Gli scioperi di Marghera erano battaglie, durante le quali gli operai saldavano sulle rotaie le ruote dei vagoni per costruire delle barricate contro la polizia. Polizia che spesso agiva in modo durissimo. Mi ricordo che dopo gli scioperi si formavano cortei di operai che sfilando per via Piave a Mestre issavano sulle aste le canottiere degli operai sporche di sangue per le ferite procurate dalle botte dei poliziotti, e ogni tanto anche dalle pallottole. Dal marciapiede cercavo di individuare mio padre: era molto alto e pertanto riuscivo a vederlo subito. Che sospiro di sollievo! In quegli anni nella mia famiglia si nominavano spesso due Paesi del Sud America: l'Argentina e il Venezuela. Ogni tanto mio padre diceva a mia madre che ormai si dovevano preparare le carte per il viaggio in Argentina. Il viaggio per cercare di cambiare la vita. Ma quanto frenava mia mamma che non voleva lasciare il Veneto. Alla fine, nel 1949, la Breda batté l'Argentina: mio padre decise di rimanere a lavorare come operaio nel cantiere navale. Per poco dunque non diventai argentino, per poco non diventai tifoso del Boca. Pensa che curioso un veronese-brasiliano tifoso del Palmeiras contro un veneziano-argentino tifoso del Boca. L'avventura fu solo sfiorata...

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Pagina 25

D.P. Il calcio per me ha rappresentato il primo approccio al collettivo, nel senso di unione con gli altri da un punto di vista politico e non soltanto sociale. Per me il calcio è sempre stato uno sport proletario, perché il calcio era giocare, appunto, con una palla di stracci in una strada di polvere e pietre; ed eravamo tutti figli di emigranti. Un significato pre-rivoluzionario. Pensa che nel 1958 il Brasile vince la sua prima coppa del mondo (la coppa Rimet) e la vince grazie a un ragazzino che prima faceva il lustrascarpe Pelé e soprattutto grazie a un giocatore che io reputo il più sorprendente di tutti, quello che mi ha cambiato la vita da un punto di vista narrativo, visto che ho cominciato a scrivere di calcio pensando proprio a lui. Sto parlando di Garrincha. Pensa che combinazione: quando io nasco il 18 settembre del 1955 a San Paolo del Brasile, in quello stesso giorno, mese e anno a Rio debutta in nazionale Garrincha contro il Cile.

La storia di questo campione ha su di me un fascino segreto, straordinario. Siamo di fronte a un bambino, nato a Pau Grande in una capanna, che viene colpito dalla poliomielite. I medici dicono che non c'è nulla da fare: o morirà o resterà condizionato nei movimenti per tutta la vita. Lui, invece, guarisce, anche se con qualche imperfezione, comincia a crescere e a giocare a calcio. E gioca in una maniera favolosa proprio grazie a questa gamba sghemba. Infatti mette in atto una finta micidiale, sempre quella, capace di ingannare chiunque. C'è una fotografia rivelatrice: finta di Garrincha e tre giocatori dell'URSS che cascano per terra contemporaneamente. La finta creativa contro l'atletismo senza genio. Garrincha muore solo e abbandonato, pieno di grappa, in un ospedale psichiatrico di Rio de Janeiro. Stiamo parlando di un uomo che è sempre stato sospeso tra realtà e immaginazione, di un analfabeta che sapeva però interpretare il linguaggio dei passeri. C'è una storia su di lui che mi ha colpito e che voglio sempre raccontare. Il Brasile torna vittorioso dai mondiali di Svezia e a Rio la squadra viene acclamata dai tifosi e accolta, con tutti gli ori e gli onori, dal governatore che, euforico, dichiara di voler donare una villa a ogni giocatore della nazionale. Tutti accolgono entusiasti il regalo, tutti tranne uno: Garrincha. l'unico serio: non festeggia, non ride, non strizza l'occhio alle celebrazioni di regime. Il governatore, seccato, si chiede: che cosa vorrà mai questo analfabeta? Lo domanda in modo diretto al giocatore: «Insomma Garrincha, cosa vuoi?». E Garrincha, sai cosa fa? Indica una gabbietta e dice: «Io voglio la libertà di quel passerotto, non la villa». Questo era Garrincha.

Pensa che è stato un giocatore cantato, narrato, osannato da cantautori, poeti e scrittori come Vinicius de Moraes, Edilberto Coutinho e Carlos Drummond de Andrade. Coutinho ha scritto una frase perfetta che sintetizza tutti i concetti: il calcio, come la letteratura, se è ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano, passeranno sempre, ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno. Garrincha, ancora adesso, continua a fare le finte, a regalarci l'immaginazione, la poesia, la voglia di raccontare questo mondo. Ed è come se questo passerotto continuasse ad accompagnarmi passo dopo passo nella mia vita professionale, e non solo: è per questo che non perdo la speranza. Perché per lui il calcio era una favola. Lasciava l'allenamento del Botafogo, la nazionale brasiliana, per tornare a giocare a piedi scalzi nel suo villaggio, a Pau Grande, con i suoi amici di sempre.

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Pagina 30

P.C. Mi tornano alla memoria le partite arbitrate nelle isole della laguna veneta. Anche in quei luoghi sono accaduti fatti sorprendenti. Non posso dimenticare l'effetto procuratomi dalla parola «derby» associata a una delle mie prime prestazioni di apprendista arbitro. In effetti San Pietro in Volta-Pellestrina è il derby della laguna. Due piccoli villaggi di pescatori sulla stessa isola, famosa sia per il pesce, pescato sotto casa e magistralmente cucinato, sia per la pericolosità dei pescatori stessi una volta abbandonata la rete da pesca e giunti in prossimità del campo di gioco come tifosi. Il mare costeggiava il recinto del campo e le favole sugli arbitri costretti a rifugiarsi tra le acque si sprecavano. Quando mi fu comunicato l'impegno, con la faccia di circostanza, fu sufficiente dire: «Ti tocca il derby». Le partite erano, anche allora, migliaia, ma il derby uno solo. Una specie di esame di maturità dal quale si poteva facilmente stabilire se possedevi gli attributi necessari e sufficienti per finire una partita di massima insicurezza.

Gli arbitri, non solo quelli alle prime armi, bruciano molte energie nel tempo che precede l'evento. Molte volte, logorato dall'attesa, vorresti arbitrare subito e farla finita. Anche la notte precedente quella gara è stata piena di ombre: cento controlli alla sveglia per non perdere la filovia; la borsa, con la divisa, le scarpe e due fischietti, è stata preparata durante il sabato, in piena consapevolezza di mettere dentro tutto il necessario. La borsa è di plastica anonima, la divisa, ben stirata, è nera. La fattura di mia madre le ha conferito un tono severo, i calzettoni, neri con il risvolto azzurro, sono nuovi, le scarpe usate, i lacci obbligatoriamente neri. Nell'insieme un'immagine preoccupante, quasi lugubre, che avrebbe potuto anche risultare provocatoria agli occhi dei focosi isolani. La filovia per Venezia mi raccoglie puntualmente e mi pare che tutti gli altri passeggeri abbiano solo la funzione di accompagnarmi. Il viaggio è breve, con un ultimo sguardo alla terraferma, alle industrie di Marghera, a tutti quei camini che fumano, a quelle torce che bruciano l'energia e la salute degli uomini. Ecco laggiù un nuovo stabilimento chimico: forse andrò a lavorarci una volta diplomato e allora addio sogni di gloria. Ecco, finalmente la larga curva del ponte della Libertà cancella il fumo delle fabbriche: sono sopra l'acqua e di fronte a Venezia. Che belle case, anche il sole qui sembra diverso da quello di Marghera. Eppure dovrebbe essere lo stesso. Sul vaporetto la gente è felice, ha l'impressione di solcare le acque; vorrei essere felice anch'io, ma come faccio a esserlo che mi sembra di avere un mattone sullo stomaco con questo benedetto derby? A proposito di mattoni, quelli delle case della laguna sono davvero magici: l'acqua è verde e loro sono gialli, rossi, rosa, azzurri. Sono talmente pieni di colore che qualche volta tingono anche il cielo, che non è sempre azzurro da queste parti. Forse per non esagerare con i colori. Venezia è lontana, San Pietro in Volta è in vista, anzi il vaporetto sta accostando. Scendono trentadue persone, nessuno ride, tutti molto seri: la tensione della partita? Cominciamo bene... Sfilo per le calli di San Pietro, rasentando i muri; neanche un buongiorno, magari per sbaglio. La borsa da arbitro è la causa di tanta diffidenza. Lo spogliatoio ha un tavolo con quattro sedie, una vecchia poltrona nell'angolo, tende ricamate alle finestre e pavimento appena lucidato: sono nel salotto del custode del campo. Una bottiglia di vino rosso sul tavolo, aperta. Chiedo dell'acqua, per dare un primo segnale di rigore e fermezza. Il custode porta l'acqua con il sorriso di uno che piglia per il culo, di uno che non sembra avere la fermezza e il rigore fra i suoi valori. Lo spogliatoio dista cento metri dal campo, da percorrere in divisa. La gente rimane impressionata dal mio incedere e dall'austerità della divisa. Negli spogliatoi, prima del fischio d'inizio, controllo i documenti dei giocatori, come si usa; quelli di casa si chiamano tutti Scarpa e quelli di Pellestrina tutti Vianello, con qualche raro Zennaro. Tra loro si chiamano con i soprannomi, che in genere mettono in risalto i difetti fisici. All'appello, fatto con i soprannomi ovviamente, sto per morir dal ridere: Arturo Scarpa detto «nasone». Impossibile non sbirciare la dimensione del naso, che è la vera carta d'identità. Carlo Vianello detto «ciodin» (chiodino) a causa dell'impressionante magrezza. l'ala sinistra. Chi è perfetto si chiama semplicemente Toni Scarpa detto Giovanni. Guardando questi giocatori, così normali, capisco che è la mia divisa a preoccuparli veramente. Rappresento l'autorità. Prendo in mano il fischietto. Al di là del filo che delimita il terreno di gioco, gli spettatori-pescatori mi guardano con distacco. Mi negano anche quei normali applausi fasulli e ruffiani d'inizio gara. Tutti hanno un po' di paura ingiustificata al derby. La partita finisce in pareggio, due a due, come quasi tutti i derby fra San Pietro in Volta e Pellestrina. Il pubblico si fa soprattutto sentire per le risate di scherno contro tutti, arbitro compreso. Non ci sono violenze. Del ritorno mi ricordo solo del verde scuro della laguna. I mattoni delle case, nel frattempo, sono diventati rosa, rosso, rosso mattone appunto.

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Pagina 38

D.P. In Brasile è sempre stato il dieci.


P.C. Da noi il numero nove era importante perché era quello che faceva gol, era il finalizzatore. Il portiere, invece, quando si iniziava a giocare, era quello che non sembrava capace di giocare e che allora a furor di popolo veniva mandato fra i pali. Fra i pali se si era su un campo serio, oppure fra gli alberi o fra i maglioni se i terreni di gioco venivano improvvisati o rubati al territorio. Ma anche il numero sette che tu ami tanto era un numero e un ruolo importante, il ruolo della velocità.


D.P. vero, infatti ero veloce. Ma oggi non c'è più il numero sette, l'ala destra.


P.C. Sono d'accordo. Se ci rifacciamo al calcio inglese, l'ala destra risulta fondamentale: crossa al centravanti che segna di testa. Le ali hanno lo scopo importantissimo di permettere a quello bravo di testa di concludere a rete. Il campo di pallone è lungo oltre cento metri e largo più di sessanta proprio per permettere a tutti di dimostrare le qualità, le specificità. Un territorio vasto da dominare, ma grande abbastanza per permettere i recuperi di chi viene superato; non un gioco spietato, bensì una sfida che pensa anche al perdente. Velocità delle ali, dunque, e aggressività dell'attaccante, che di testa o di piede, insomma con le estremità del corpo, deve far gol. Il calcio è uno sport per «estremisti». Estremisti che non usano le mani, simbolo di truffa, di inganno, di scorciatoia. Le mani sono invece consentite al solitario portiere: il rovescio della medaglia.


D.P. Gioco di mano, gioco di villano. Anche se il calcio ha sublimato un colpo di mano: quello di Maradona ai mondiali del Messico del 1986, contro l'Inghilterra. «La mano de Díos», disse Dieguito.

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Pagina 73

D.P. Se ricordo bene, tu sei l'arbitro più squalificato che io abbia mai incontrato. Come mai? Perché proprio tu?


P.C. Perché io? Ogni tanto cerco di individuarne le ragioni, ma la conclusione non è allegra. Sembra uno scherzo, e invece è proprio vero. Per un arbitro di calcio non c'è la possibilità di essere libero di parlare, di criticare. La figura di un arbitro pensante, e al tempo stesso in grado di esprimere con le parole i suoi pensieri mentre è all'interno del sistema, non è prevista. Insomma l'arbitro può solo fischiare (e a volte è libero di fischiare male). E pensa che un silenzio arbitrale così severamente imposto e perfettamente osservato impedisce alla gente di conoscere le persone al di là del ruolo, persone che spesso sono interessanti.

Molti mi domandano se esiste corruzione fra i direttori di gara e già immaginano valige piene di soldi: in realtà queste cose non le ho mai viste. Ovviamente non dico che non ci possano essere, ma mi sento di ridurre queste eventuali situazioni a mera marginalità. Non ho visto valige piene di soldi, però attorno agli arbitri volteggia spesso l'auspicio a essere «intelligenti». In questo caso cosa significa essere intelligenti? Intelligenti rispetto a che cosa? Un arbitro deve decidere rapidamente, non deve superare un test di abilità cognitive e metacognitive. Ogni singolo soggetto potrebbe variamente interpretare un tale messaggio, e poi decidere se aderire a questa logica dell'intelligenza o proseguire in autonomia. Per togliere questi dubbi ho sempre ritenuto fondamentale, per un arbitro, agire in perfetta e totale autonomia.

Per rispondere alla tua domanda a proposito delle mie tante squalifiche, credo che queste siano state una conseguenza dei miei tentativi di reagire a questi suggerimenti di difficile interpretazione, dei miei tentativi di affrontare talune problematiche direttamente sui giornali, di esprimere dei concetti, di provare qualche rinnovamento. Forse non sono stato valutato particolarmente «intelligente», e quindi sono risultato passibile di provvedimenti disciplinari.

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Pagina 105

P.C. Il momento della svolta non ha determinato la sola necessità di adeguare le strutture degli stadi alla prepotente invasione televisiva e alla più elevata domanda di sicurezza e comfort da parte degli spettatori. La televisione, con l'ampia diffusione delle trasmissioni dedicate, ha attirato prontamente quantità di sponsor tali da provocare uno stato generale di euforia. Il calcio è subito apparso come la classica gallina dalle uova d'oro. Dalla cessione dei soli diritti televisivi la FIFA ha incassato circa 50 milioni di euro per i mondiali del 1990, circa 130 milioni per i mondiali di Francia del 1998, e circa 750 milioni per i mondiali nippo-coreani. Cifre, e soprattutto incrementi, impressionanti. La nuova definizione di calcio-business è presto entrata nel gergo abituale, risultando gratificante. In effetti, negli anni seguenti sponsor e televisioni sono diventati le fonti più importanti di finanziamento dell'intero sistema sportivo. Questo business apparentemente senza limiti non poteva che dar vita, nei club in modo particolare, a una vera rivoluzione. Un cambiamento radicale innanzi tutto nella tipologia dei presidenti e dei quadri più qualificati, con conseguente inserimento di nuove figure preposte all'attività commerciale. Un rinnovamento violento.


D.P. Arriva Silvio Berlusconi e stravolge il mercato.


P.C. Già in precedenza il calcio era diventato un fenomeno di grande interesse e rilievo per i poteri forti. Prima del 1985 c'erano certamente gli Agnelli e qualche altra figura di mecenate, ma il calcio era anche nelle mani di Romeo Anconetani (Pisa), Costantino Rozzi (Ascoli), Achille Bortolotti (Atatanta), imprenditori ricchi, di provincia, ma non esponenti dei poteri economici e politici. In seguito nuovi poteri hanno puntato sul calcio, si sono avvicinati al pallone. Forse queste figure, avendo anche un fiuto particolarmente allenato, hanno individuato in anticipo situazioni in prospettiva favorevoli. Il primo, dei nuovi, che entra con energia è appunto Berlusconi, che rileva il Milan, in difficoltà economiche, e arriva ovviamente con le sue reti televisive. Ecco la particolarità della svolta italiana, nel contesto di una ristrutturazione generale. Per poter sostenere il ruolo di uno dei più grandi business mondiali, con ramificazioni in molti settori di mercato, era necessario saper coinvolgere grandi capitali, grandi imprenditori con i loro club e la grande finanza. Irrompe il capitale. Staccati di molte lunghezze, con soli compiti amministrativi, istituzioni centrali sportive e politiche. Chiudono, ininfluenti sul piano delle strategie, giocatori, allenatori, arbitri. E il mondo sterminato dei sostenitori o praticanti dilettanti? A questo settore viene riservato il diritto-dovere di consumare il prodotto televisivo. Il loro peso, quello rappresentato dalle entrate ai botteghini, è in rapida discesa. Una vera globalizzazione.

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