Copertina
Autore Roberto Casati
Titolo Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2006, i Robinson , pag. 128, cop.fle., dim. 140x210x13 mm , Isbn 978-88-420-8096-1
LettoreRenato di Stefano, 2006
Classe narrativa italiana
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Indice


Wassermann, o dell'amicizia                  3

Breve incontro americano                    25

La pazzia dei sensi                         33

Una camera con vista da nessun luogo        37

Da una stazione di posta                    43

Alea                                        51

La lingua degli angeli                      57

Antonio Giona                               69

Corso Buenos Aires                          77

Sotto un cielo dorico                       85

Il cinema di Dio                            97

All my tomorrows                           109



Giornale filosofico                        115


 

 

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Pagina 3

Wassermann, o dell'amicizia



Quando dovetti presentare al collegio dello Steinhof la mia relazione sul caso Wassermann, dopo che la sparizione del nostro più enigmatico paziente aveva messo in moto un lungo processo di protocolli, pratiche e indagini, di cui il rapporto clinico era una parte certo non secondaria, preferii indicare in sommi tratti che si trattava di una patologia comune, senza entrare nei dettagli della spiegazione, la sola che ai miei occhi avrebbe permesso di dare un senso ai pochi atti manifesti della sua personalità. Non ebbi il coraggio di affrontare l'auditorio austero dei miei colleghi universitari, gli sguardi degli assistenti, la sorpresa degli infermieri; e, diciamolo francamente, l'incomprensione generale che sicuramente avrebbe accolto il mio racconto. Adesso che diversi anni sono passati dal nostro ultimo incontro, avvenuto il giorno precedente a quello della partenza del mio amico – perché tale, in fondo, devo considerarlo: anche se la nostra fu un'amicizia che poté durare un istante, un solo istante –, mi ritrovo con alcuni appunti ai quali ho consegnato le osservazioni sulle tappe salienti della sua degenza, e non credo che questo materiale possa servire per scrivere un articolo accademico, o possa ispirare un'indagine più approfondita. Wassermann è probabilmente morto (ma non so se faccio bene a dire così di lui), e comunque sono sicuro che non gli sarà di nessun incomodo la lettura, che giudico peraltro improbabile, di queste note. Mi decido quindi a dare pubblicità al suo caso, che è per me tuttora fonte di crucci e perplessità a non finire, e al tempo stesso, devo confessarlo, di uno struggente rimpianto.

Dei tratti congeniti di Wassermann dirò solo due cose sulle quali è bene che sin d'ora il lettore sia in chiaro. Si trattava di una grande intelligenza; ed era, evidentemente, un uomo capace delle più intense emozioni, e un uomo che tali emozioni ricercava. Ma questo non si sarebbe potuto capire direttamente dal suo comportamento; è necessario postulare queste due caratteristiche per comprendere appieno il disegno grandioso al quale egli legò la totalità della sua straordinaria esistenza, e che non avrebbe potuto venir concepito da un essere non così felicemente toccato dalla grazia, o appena un poco più meschino. Va aggiunto che molto probabilmente questi due tratti, e questo disegno, sarebbero sfuggiti all'osservatore più attento se il destino non avesse deciso altrimenti; nella fattispecie, se io non avessi incontrato Wassermann in due diversi momenti della mia vita, in cui ebbi la fortuna, e non certo il merito, di fare alcune stupefacenti osservazioni.


La prima volta fu poco prima dell'ultima guerra, quando allo Steinhof si usava ancora la reclusione continua. Mi avevano da poco nominato al Collegio psichiatrico viennese, dove cercavo di terminare un articolo sulle sindromi di K. Mi venne segnalato da un collega il caso curioso di un lungodegente che dopo mesi di silenzio aveva, a intervalli regolari, iniziato a proferire frammenti di discorso piuttosto complessi e coerenti e tuttavia dal contenuto assai bizzarro; a volte vi comparivano parole che sembravano rovesciate. Nessuno avrebbe fatto gran caso al contenuto di queste asserzioni, che sembravano lunghe citazioni da romanzi di fantascienza, se non fosse stata rilevata in esse la comparsa di alcuni nomi di persone tra i quali il mio veniva citato più sovente. La cosa sconcertante, a detta dei medici, era che si trattava di un malato da sempre in isolamento strettissimo, e che non aveva quindi occasione di ricevere informazioni sul mondo esterno. A giudicare dalla cartella clinica, doveva trattarsi addirittura di un illetterato, che la madre aveva tenuto rinchiuso, per vergogna e per ignoranza, in una soffitta della Meyerlingstrasse, ove ella si recava pietosamente una volta al giorno ad accudirlo; e questo andirivieni era continuato fino a che i vicini, decisi a imporre un trattamento d'ufficio, avevano chiamato la guardia cittadina. Mi avevano descritto Wassermann come un giovane robusto, piuttosto pingue, sui venticinque anni – all'incirca la mia età all'epoca. Era silenzioso e riservato, molto distinto nei modi a giudizio delle infermiere, ma vittima di una serie di tic e di mouvements figés che rendevano il suo portamento simile a quello di una marionetta scombinata.

Quando lo vidi capii di trovarmi di fronte a qualcosa che valicava i confini della malattia mentale. Mi accolse con una profonda tristezza negli occhi, una tristezza che mi lasciò un vasto senso di sgomento. Rimase come imbambolato per diversi minuti. Per una trasformazione subitanea dei suoi atti prese di colpo a muoversi verso di me, ora avanti, ora indietro. Non avevo mai visto nessuno camminare in quel modo, accelerando, scattando quando mi sarei aspettato una pausa, un momento di calma. Era chiaro che la mia presenza era ora per lui fonte di gioia, quasi che egli riconoscesse un amico di vecchia data. Fui stupito di questa trasformazione; mi limitai a registrare le sue parole meccanicamente sul taccuino, in modo da poterle studiare con calma al mio rientro in ufficio.

Verso la fine del soliloquio Wassermann era al colmo dell'espressione gioiosa, e quando me ne andai si dipinse sul suo volto un'espressione di immensa sorpresa, che divenne ancora più grande quando gli comunicai che sarei ritornato i giorni successivi a visitarlo. Presi commiato. Dall'esame del taccuino non ricavai che impressioni confuse. Nel suo idioma smozzicato Wassermann mi aveva detto che era felice di rivedermi, che temeva che quello sarebbe stato l'ultimo nostro incontro, e che per l'amor del cielo tenessi a mente, che non dimenticassi mai queste preziosissime parole: «Effi Rosen», disse; e «Sternenberg». Più per dovere professionale che per l'accorato tono della supplica avevo registrato questi due frammenti di linguaggio, due nomi che non mi dicevano assolutamente nulla.

[...]

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Pagina 51

Alea



I calcolatori della classe BC600 venivano utilizzati per studiare e mettere alla prova i programmi scacchistici. Per l'epoca erano dotati di un'enorme capacità di lavoro, che li rese particolarmente atti, all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, a svolgere il compito un po' ingenuo assegnato loro dai programmatori: provare e riprovare furiosamente tutte le combinazioni ammissibili nel gioco, selezionando le promettenti ed eliminando quelle che conducono a vicoli ciechi. Era la stagione delle strategie brute, oggi superate da programmi che mimano le competenze scacchistiche e che imparano giocando contro soggetti umani di qualità, campioni e bimbi prodigio. Accantonati i compiti terrificanti di calcolo, i BC600 hanno continuato a operare, prevalentemente in qualche università della California meridionale, dove venivano impiegati per generare sequenze casuali di simboli particolarmente lunghe e complesse. Per un certo periodo di tempo una fondazione privata pagò anche un ricercatore perché desse, di tanto in tanto un'occhiata agli spogli cartacei delle selezioni. La speranza era di ottenere un piccolissimo spiraglio sulla struttura del caso; non certo una legge, ma un'intuizione, un'ombra di legge.

Le attività dei calcolatori californiani vennero definitivamente interrotte verso il 1982, lasciando archivi pieni di tonnellate di carta stampata. Un paio d'anni dopo, a Pavia, Marco Ferretti, laureando in ingegneria, trovò nelle cartelle di un clone del BC600 di Berkeley, installato al Polo di calcolo lombardo e operante in coordinazione esatta con il suo archetipo californiano, il seguente scritto. A differenza dei rari palinsesti che contengono qualche misera stringa di frasi in una delle lingue conosciute, a volte segnalati nei cestelli delle stampanti di calcolatori che generano sequenze casuali, il foglio KM47004Y non necessitò di alcun lavoro di revisione. Lo pubblichiamo tale e quale, attirando l'attenzione del lettore sul fatto che nulla è stato corretto o ritoccato.


Foglio KM47004Y
Risposta alla domanda:
«Perché qualcosa piuttosto che il Nulla?»



- - «Perché qualcosa piuttosto che il Nulla?» Questa domanda è del tutto legittima. Non ha molta importanza cercare di schivare la questione come impropria; si potrebbe chiedere ancora - «Perché cercare di schivare la domanda 'perché qualcosa piuttosto che il Nulla?' piuttosto che non schivarla?». Sia quel che sia, quanto segue costituisce una risposta alla domanda. Vi sono risposte tradizionali, la più comune delle quali e che esiste qualcosa, piuttosto che il Nulla, in quanto Dio o un dio ha così stabilito. La risposta non ci fa procedere, ma anzi ci fa indietreggiare: ci chiederemo ora «perché Dio o un dio piuttosto che il Nulla?». E l'ulteriore risposta non può menzionare un altro dio, pena il regresso, né può essere menzionato Dio o il dio menzionato nella risposta alla prima domanda, pena la circolarità.

No, la risposta, se c'è, dev'essere informativa e non circolare. Dev'essere una vera risposta, e non un rinvio del problema. E non dobbiamo lasciarci impressionare da una possibilità – una possibilità effettiva – che a questo punto troncherebbe i nostri sforzi verso la soluzione; ovvero, la possibilità che vi sia una risposta, ma che essa sia inintelligibile per via della limitata comprensione umana. Per quanto questa sia un'effettiva possibilità le preferiremmo senz'altro una risposta intelligibile. E la risposta intelligibile c'è, ed è la seguente: esiste qualcosa, piuttosto che il Nulla, per puro caso.

C'era una piccolissima probabilità che vi fosse qualcosa, e un'altissima probabilità che vi fosse il Nulla. La prima possibilità si è realizzata. Puro caso, e immensa fortuna o immensa miseria a seconda delle interpretazioni. Niente di più semplice che questa spiegazione. Si confronti, a titolo di esempio, l'analoga spiegazione del fatto che viviamo in un universo relativamente ordinato, contrariamente a quanto sembra essere implicato dalle leggi fisiche. La spiegazione è che vi sono infinite parti disordinate dell'universo, e che noi abitiamo, per puro caso, in una parte più ordinata, o meno disordinata, delle altre. C'era un'infima probabilità che una parte dell'universo non fosse disordinata, e questa possibilità si è realizzata: è un fatto che si sia realizzata. Noi siamo qui a testimoniarlo.

Se preferite un esempio più a portata di mano, considerate le file di simboli su questo pezzo di carta. Esse sono state generate in maniera del tutto casuale da una macchina che non possiede alcuna intenzione, e che, in particolare, non aveva alcuna intenzione di generarle in questa sequenza. Tuttavia, esse sono perfettamente comprensibili per chi sappia leggere l'italiano. Per quanto la cosa possa sembrarvi strana o incredibile, e per quanto voi desideriate imputare all'errore o all'intervento umano questo foglio apparentemente inspiegabile, è un fatto che esso sia stato prodotto in modo del tutto casuale. (C'era una qualche remota possibilità che nella frase precedente la parola «casuale» venisse – malignamente, per l'interprete scettico – rimpiazzata da «causale», e questa possibilità non si è realizzata; così come non si è realizzata nessun'altra delle possibilità che insieme avrebbero dato a questo scritto un senso ben differente, o nessun senso.) Ancora più degno di nota è che questo scritto, generato nel modo in cui è stato generato, non contenga un testo privo d'interesse, come potrebbe essere un'inserzione di giornale o una lettera malriuscita, ma presenti, chiara, semplice e soprattutto vera, la soluzione al problema dei problemi, alla questione delle questioni.

È stato un caso, avrebbe ben potuto essere altrimenti, ma quella che compare su questa pagina è proprio la soluzione alla domanda «Perché qualcosa, piuttosto che il Nulla?». È un caso che la parte cruciale della risposta sia costituita su questa pagina dalle parole per puro caso. Ma non è un caso che la risposta sia quella suggerita da queste parole, perché essa è la risposta vera alla domanda; e, se è la risposta vera, trattandosi di una risposta a una domanda filosofica essa è necessariamente vera. - -

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Pagina 97

Il cinema di Dio



I fratelli Lumière — quale altro nome poteva loro spettare! — sono passati alla storia per l'invenzione del cinematografo. Per quanto ciò basti a renderli degni dell'ammirazione della posterità, il loro vero e più ambizioso progetto non è stato realizzato. Non se ne sa granché, e la nostra ricostruzione sarà solo congetturale. Ma il lettore converrà che molti, troppi elementi della loro vicenda non hanno un senso chiaro; osiamo sperare che lo troveranno nell'interpretazione che proporremo; che dimostrerà anche, come spesso accade, che la natura profonda e migliore di un'esistenza ha una giustificazione soprattutto, se non soltanto, filosofica.


La nostra storia ha un volto tutto francese. Comincia di fatto nel 1894 nel laboratorio annesso alle fabbriche Lumière, in cui Louis prepara una lastra per lo sviluppo. Ma affonda le sue radici in un passato più oscuro, si spinge più indietro di due secoli fino al 1680, l'anno in cui venne ultimato il Traité de la nature et de la grâce di padre Malebranche, e ridiscende la china del tempo fino alla morte, misteriosa, del vecchio filosofo che gli studenti ricordano perché prendeva a calci i cani, sostenendo o forse pensando di dimostrare che non hanno un'anima, e perché difendeva una dottrina bizzarra detta occasionalismo. Ma procediamo con ordine. Louis Lumière, il minore dei due fratelli, ma il più versatile nelle cose tecniche, osserva con compiacimento il frutto delle sue fatiche pomeridiane. Ha quasi terminato di sviluppare le riprese di una seduta del fucile fotografico inventato da Marey nel 1882, uno strumento che consentiva di impressionare nel giro di un secondo dodici lastre situate come una corona intorno a un perno rotante all'estremità di un lungo tubo, e che era ispirato al manufatto pionieristico del Janssen, il revolver astronomico del 1874 – astronomico perché destinato a registrare in dodici pose successive il passaggio di Venere davanti al Sole. Uguale la forma degli strumenti, diverso il tempo in cui essi operavano; e in poco più d'un lustro si poteva misurare il progresso degli occhi meccanici: sensibili dapprima al lento incedere dei pianeti, lo divengono infine al movimento d'una mano nell'aria. Queste lastre, dieci, undici, dodici, che il giovane Lumière ha appena terminato di elaborare, rappresentano nella loro sequenza il levarsi d'una mano che poi ricade su se stessa – come il gesto dell'attacco dato dal direttore all'orchestra attenta. Da ciascuna delle lastre, anche a guardarla senza rapporto con le altre, si può indovinare che la mano si sta muovendo. Mettendole poi in fila, e facendo scorrere lo sguardo da sinistra a destra, si ha per un attimo l'illusione di seguire quel gesto, e addirittura, se si fa scorrere lo sguardo da destra a sinistra, si intuisce come dovrebbe essere il gesto nella direzione opposta. Ma sempre d'illusione si tratta, ahimè, perché quella mano, in ciascuna delle istantanee, è ferma, immobile; anche se si stava di fatto muovendo, non potremmo veramente distinguerla da una mano ferma rappresentata nella stessa posizione. Louis Lumière è singolarmente attratto dal fenomeno. Lascia le lastre sul tavolo ed esce nel cortile dell'officina. L'odore del carbone gli penetra sottile nelle narici. Vorrebbe parlare con il fratello Auguste, di due anni più vecchio. Auguste si è recato in biblioteca per restituire certi disegni tecnici d'una macchina che entrambi hanno studiato negli ultimi mesi con attenzione, lo stroboscopio di Muybridge, e sta per rientrare con una copia del libro di Malebranche e diverse idee annotate su fogli scomposti raccolti in una borsa di pelle che si porta appresso da mesi.

Auguste aveva passato una parte del suo pomeriggio davanti alle prime tre lastre elaborate da Louis, quelle che rappresentano l'inizio del movimento della mano, il suo primo timido accenno alla direzione del cielo. Adesso che vede tutta la sequenza è preso da un leggero trasalimento. I pensieri nati davanti a quell'incerto avviarsi dell'arto, che contiene in sé, come possibilità inesplorate, chissà quali sviluppi – un gesto di saluto, una sfida, un diniego –, trovano ora una chiara sistemazione nella mente speculativa dell'uomo. Quelle immagini, pensa Auguste, non soltanto possono venir guardate nella direzione opposta, partendo dall'ultima e terminando con la prima, come se mostrassero una mano che aprendosi viene poi abbandonata e cade inerte lungo il corpo; non soltanto possono venir guardate come altrettante immagini d'una mano ferma in diverse posizioni: avrebbero anche potuto venir fotografate usando come modelli le mani di persone differenti, purché queste conservassero tra loro una qualche similitudine. Avrebbero potuto venir riprese in tempi assai più distanti tra di loro, come le posizioni di Venere nel revolver astronomico di Janssen. Avrebbero potuto venir riprese in un ordine che non corrisponde affatto a quello che viene utilizzato per suggerire il movimento nella sequenza che giace ora sul tavolo dell'officina. Louis ascolta il fratello. Come al solito questi ha avuto l'intuizione più netta. Louis coglie al volo la forza del desiderio che si nasconde dietro le parole di Auguste: con i frammenti di persone e di eventi distanti tra loro nel tempo e nello spazio si può costruire un mondo dotato di un'interna unità. In cui l'unità è data misteriosamente dal raccogliersi di quelle immagini davanti alla mente di uno spettatore.

Ma questo mondo, nelle intenzioni dei due fratelli, non dev'essere soltanto ricreato nella mente dello spettatore; deve avere un qualche tipo d'esistenza fisica, si dovrebbe, se possibile, toccarlo con mano, o almeno segnarlo a dito.

[...]

Ma dobbiamo scusarci con il lettore; abbiamo frugato, indiscreti, nelle carte di Auguste Lumière, e abbiamo letto cose che non avremmo dovuto leggere; le abbiamo frammiste a considerazioni del tutto personali, che derivano da una nostra tutta particolare predilezione per la filosofia di Malebranche. Per così dire, abbiamo intercalato dei fotogrammi di pura finzione alla sequenza inesorabile dei fatti. Non ci si accusi tuttavia troppo presto di premeditata malafede. Com'è noto, Louis Lumière si è accanito per mezzo secolo nel tentativo d'imitare il mondo a colori con le sue lastre autochrome e in tre dimensioni con gli anaglifi; ha cercato in ogni modo di avvicinarsi d'un altro passo alla completa riproduzione della realtà. E, com'è noto, sono scomparse le tracce dell'ultima fase della vita di Malebranche; i suoi ultimi giorni sono avvolti nel mistero. Il fotogramma scomparso della vita del grande cartesiano, la sua morte tenebrosa il 13 ottobre del 1715 sono però perfettamente chiari a chi trascelga un differente ordine dall'imperscrutabile serie divina. Malebranche, l'appassionato di macchine, l'uomo risvegliato al mondo dalla chiamata squillante della filosofia di Descartes, che egli leggeva con cuore in subbuglio, l'uomo che dissolse il mondo, prima di Hume, in una sequenza d'istantanee proiettate dall'intelletto del demiurgo, è stato cancellato violentemente dall'ordine della creazione: per punizione; con la sua opera ha ispirato il progetto criminale e pagano dei Lumière, riprodurre il mondo: non solo nel modo innocuo e leggero del teatro, della tavola e dell'immagine dipinta, ma nella sua essenza invisibile e meccanica di cinema che solo a Dio è dato di guardare.

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