Autore Antonio A. Casilli
Titolo Schiavi del clic
SottotitoloPerchè lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2020, Serie Bianca , pag. 318, cop.fle., dim. 14x22x2,3 cm , Isbn 978-88-07-17382-0
OriginaleEn attendant les robots. Enquete sur le travail du clic
EdizioneSeuil, Paris, 2019
PrefazioneDominique Méda
TraduttoreRaffaele Alberto Ventura
LettoreElisabetta Cavalli, 2021
Classe lavoro , sociologia , economia , economia politica , movimenti , informatica: sociologia , informatica: politica












 

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Indice


  9 Prefazione all'edizione italiana

 17 Introduzione

    Simon e l'IAA (Intelligenza Artificiale di Antananarivo), 17;
    Fare i conti con il digital labor: istruzioni per l'uso, 19;
    Ripensare il lavoro: dalla teoria alla prassi, 29


    Prima parte. Quale automazione?

 35 1. Gli esseri umani sostituiranno i robot?

    Le macchine sono degli esseri umani che calcolano, 35;
    I due digital labor, 37;
    La tentazione automatica, 38;
    Gli scarti della società dell'informazione, 40;
    Robot contro lavoratori: lo scontro che non ci sarà, 43;
    Sostituzione o trasferimento?, 46;
    Automatizzazione o digitalizzazione?, 48;
    L'automa e l'operatore, 50;
    L'automazione come spettacolo di burattini (senza fili), 52;
    Il nano e le condizioni materiali dell'automazione, 55;
    La promessa sempre rimandata dell'automazione, 57

 59 2. Di cosa parliamo quando parliamo di piattaforma digitale

    Un ibrido mercato-azienda, 59;
    Una teologia politica, 62;
    Una struttura senza contorni, 66;
    Un ecosistema coordinato, 68;
    Un sistema di estrazione del valore prodotto dagli utenti, 73;
    Un paradigma seducente, 75;
    Le piattaforme sono fatte di esseri umani, 77


    Seconda parte. Tre tipi di digital labor

 85 3. Il digitai labor on demand

    Una generalizzazione del lavoro atipico, 86;
    L'inflessibile flessibilità del lavoro on demand, 89;
    Sorvegliare e datificare, 92;
    Il management dell'utente, 96;
    Chi guida i veicoli a guida autonoma?, 100

104 4. Il microlavoro

    Mechanical Turk o l'artificio dell'intelligenza artificiale, 105;
    L'esercito di riserva dell'intelligenza artificiale, 107;
    Ludificazione e quantificazione, 109;
    Monetizzare le micromansioni, 111;
    Il terzo gode, 113;
    I travet dell'IA, 115;
    Gli altri turchi meccanici, 119;
    Freelance o schiavi del clic?, 121;
    Reintermediazione e parcellizzazione: il microlavoro in nero, 124;
    La delocalizzazione a portata di clic, 126;
    Il migliore dei mondi (del lavoro), 127;
    Dannati del clic e servitori devoti dell'automazione, 131

137 5. Il lavoro sociale in rete

    L'era dei produser, 138;
    Lavoristi ed edonisti, 141;
    Tra YouTube e Youporn, il giardino segreto del dilettantismo, 146;
    Quando gli utenti lottano per farsi pagare, 148;
    Hope labor: l'attività online come gavetta, 152;
    La fatica di Facebook, 154;
    Per farla finita con la "gratuità", 156;
    L'economia dei legami, 160;
    Qualificazione e monetizzazione:
        come si calcola il valore di un like?, 164;
    Gli occhi e le orecchie dell'automazione, 168;
    Eroi o spazzini: la catena del valore dai moderatori remunerati
        a quelli volontari, 171;
    Le fabbriche di clic danno lavoro alle masse, 175;
    Che cos'è un utente organico sui social media?, 177


    Terza parte. Orizzonti del digital labor

183 6. Lavoro extralavoro

    L'extralavoro del consumatore, 183;
    Lavorare per amore, 185;
    Il lavoro degli spettatori, 186;
    Il "playbor" senza tempi morti, 188;
    Il digital labor è immateriale?, 190;
    Lavorare in silenzio o lavorare nell'ombra?, 192;
    Iperoccupazione, 196

199 7. Che tipo di lavoro è il digital labor?

    Sfuggire all'impiego per aprirsi al lavoro, 199;
    Makers & doers: un mercato del lavoro duale, 201;
    La dequalificazione del lavoro qualificato, 204;
    Il ritorno del mercanteggiamento?, 206;
    Persistenza della subordinazione, 209;
    Il digital labor come lavoro non libero, 211;
    Il panopticon produttivo, 213;
    I termini di servizio: una chiusura del lavoro?, 216;
    Il digital labor: un lavoro vero ma slegato dalla remunerazione, 219

222 8. Aspettando i robot

    Sfruttamento e alienazione, 222;
    Empowerment come sfruttamento?, 224;
    La classe del nuovo: alleati del capitale o proletari digitali?, 226;
    Il vettorialismo, nemico di classe, 228;
    Colonialismo digitale e i-schiavismo?, 231;
    Esternalizzazione e migrazioni non presenziali, 235;
    La classe operaia va a Palo Alto, 237;
    L'intelligenza artificiale: un destino non poi tanto manifesto, 239;
    Non si smette mai d'imparare, 242;
    La piena automazione non si farà, 246

249 Conclusione. Che fare?

    Riassorbire il digital labor nella sfera della subordinazione?, 249;
    Un'altra piattaformizzazione è possibile, 253;
    Un digital labor "in comune", 255;
    Il nodo gordiano della remunerazione, 257


261 Postfazione di Dominique Méda

267 Note

311 Nota del traduttore

313 Ringraziamenti


 

 

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Pagina 17

Introduzione





Simon e l'IAA (Intelligenza Artificiale di Antananarivo)


È nel 2017 che intervisto "Simon". Non è il suo vero nome, come d'altronde "SuggEst" non è il vero nome della start-up in cui viene assunto in stage nel 2016, alla fine del suo master in Business School. Eppure l'azienda esiste e fattura. Specializzata in intelligenza artificiale (IA), si tratta di un fiore all'occhiello del settore dell'innovazione. SuggEst propone una soluzione automatizzata di punta per vendere prodotti di lusso a clienti facoltosi. Siete una donna politica, un calciatore, un'attrice o un cliente straniero? Come spiega la presentazione sul sito, vi basterà scaricare l'applicazione per ricevere, "in condizioni privilegiate", "offerte totalmente personalizzate dai più importanti brand del lusso francesi o da stilisti riconosciuti". Questo "grazie a un procedimento di apprendimento automatico" che permette alla start-up di indovinare le preferenze dei clienti e anticipare le loro scelte. L'intelligenza artificiale si incarica di raccogliere automaticamente le tracce digitali lasciate sui social media: post, resoconti di eventi pubblici ai quali avete partecipato, foto dei vostri amici, fan, parenti. E alla fine le aggrega, le analizza e suggerisce un prodotto.

Dietro questa macchina che impara in maniera anonima, autonoma e discreta si nasconde tuttavia una realtà ben diversa. Simon se ne rende conto tre giorni dopo l'inizio del suo stage, quando, chiacchierando davanti alla macchinetta del caffè, chiede perché l'azienda non impieghi nessun ingegnere specializzato in intelligenza artificiale e nemmeno un data scientist. Uno dei fondatori gli confessa che la tecnologia proposta agli utenti non esiste: non è mai stata sviluppata. "Ma l'applicazione non offre un servizio personalizzato?" si stupisce Simon. L'imprenditore gli rivela che l'attività che avrebbe dovuto svolgere l'IA viene di fatto esternalizzata presso lavoratori stranieri. Al posto dell'IA, ovvero un robot intelligente che avrebbe raccolto sul web delle informazioni e restituito un risultato dopo aver eseguito un calcolo matematico, i fondatori della start-up hanno messo in piedi una semplice piattaforma digitale. Un software che trasporta gli input forniti dagli utenti dell'app verso... Antananarivo, in Madagascar.

In effetti, è proprio lì che si trovano le persone disposte a "fingersi intelligenze artificiali". In cosa consiste questo lavoro? La piattaforma invia loro un alert con il nome dell'utente che sta utilizzando l'applicazione. Poi sono loro che, frugando sui social e negli archivi del web, raccolgono "a mano" il massimo di informazioni sul suo conto: testi, foto, video, tracce di transazioni commerciali e log delle attività in rete... fanno il lavoro che avrebbe dovuto realizzare il bot, ovvero il software che aggrega i dati. Pedinano l'utente, talvolta persino creando falsi profili, e stilano delle schede con le sue preferenze da inviare in Francia. Poi SuggEst aggrega questi dati e li monetizza presso le aziende del lusso.

Quante sono, sul globo terracqueo, queste piccole api operose dell'intelligenza artificiale? Nessuno lo sa. Milioni, sicuramente. E quanto sono pagate? Solo pochi centesimi per clic, spesso senza contratto e senza nessuna stabilità professionale. E dove lavorano? Negli internet point nelle Filippine, a casa in India, o ancora nelle sale di informatica delle università in Kenya. Perché accettano questo lavoro? Per raggranellare qualche soldo, evidentemente, in paesi dove il salario medio di un lavoratore non qualificato non supera le poche decine di dollari al mese.

I colleghi stagisti assicurano a Simon che si tratta di una cosa abituale. In Mozambico o in Uganda ci sono quartieri interi, nelle grandi città o nei villaggi rurali, ormai interamente impegnati a cliccare sulle immagini o a trascrivere stringhe di testo. Questo serve, intuisce lo stagista, ad "addestrare gli algoritmi", ovvero a insegnare alle macchine a eseguire delle mansioni automatizzate. Quando finiranno il loro apprendistato? Difficile dare una risposta. I clienti che ricorrono all'applicazione SuggEst si rinnovano costantemente e vogliono sempre nuove offerte. La macchina deve evolversi. La piattaforma continua a esternalizzare sempre più lavoro agli operai del clic in Africa. Anche gli stagisti lavorano part-time sulle "schede". Come gli altri, Simon passa alcuni dei suoi pomeriggi a fingere di essere un'intelligenza artificiale.

Simon parla senza mezzi termini di pubblicità ingannevole: l'azienda spaccia per intelligenza artificiale ciò che non lo è. Le condizioni di reperimento dei dati sensibili non sono certo trasparenti, e c'è anche il problema dei rapporti con le grandi aziende del digitale. SuggEst fa parte dell'ecosistema di una delle principali imprese del settore, pioniera dell'intelligenza artificiale i cui supercalcolatori sono spesso citati nella stampa specializzata. Fino a che punto, si chiede Simon, questo gigante dell'alta tecnologia può ignorare la catena di subappalti che da una start-up francese risale fino alla periferia di una città del Madagascar? Potrà mai permettersi di ammettere che la presunta "intelligenza artificiale" su cui si basa una sua azienda satellite non è altro che un mix di stagisti francesi e precari malgasci? Fintanto che il lavoro di una miriade di operai del clic sarà meno caro di quello di una squadra di informatici specializzati nello sviluppo di soluzioni realmente automatiche, la start-up non avrà nessuna ragione economica di sviluppare l'IA che dichiara di aver già a disposizione. "L'ideale sarebbe di metterla in cantiere, riconosce uno dei suoi fondatori, ma a questo stadio le richieste dei nostri clienti sono così numerose che dobbiamo concentrare i nostri sforzi sulla piattaforma esistente, per renderla più efficiente e redditizia."

Se questa azienda avesse un motto, suonerebbe come un paradosso: umani che rubano il lavoro dei robot.

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Fare i conti con il digital labor: istruzioni per l'uso


Questa storia è soltanto la punta dell'iceberg di conversazioni e punti di vista che un "sociologo del digitale" fa emergere quando inizia a mettere in discussione la retorica dell'automazione per esplorarne il lato oscuro. Se rimettiamo "the human in the loop", ovvero l'uomo al centro dei processi come dicono gli esperti di intelligenza artificiale, ci rendiamo conto che il nostro immaginario tecnologico popolato da scienziati in camice bianco, venture capitalist in giacca casual e attrezzature hi-tech dimentica per strada tante altre persone, che lavorano in altri luoghi (spesso a casa) e indossano abiti molto più vari. Nel digitale è spesso così: per ogni colletto bianco, esistono milioni di colletti blu.

Questo libro cerca di dare un senso alla storia del nostro stagista anonimo, anzi risposte alla domanda che solleva la sua testimonianza: questa start-up è soltanto un caso isolato di "IA washing", oppure si tratta di un fenomeno rivelatore di una più vasta tendenza all'occultamento del lavoro sotto il velo della robotizzazione? Per rispondere a questa domanda, bisogna esplorare dietro le quinte dell'automatizzazione facendosi guidare da ulteriori domande: chi fa l'automazione? Quali ne sono le modalità concrete? Nel quadro di quali rapporti sociali? Con quali conseguenze politiche? Più generalmente, qual è il legame profondo tra il lavoro umano e questa nuova organizzazione della sfera tecnica?

A tal fine l'opera si divide in tre parti: la prima ("Quale automazione?") analizza i legami economici e culturali tra il programma scientifico dell'intelligenza artificiale e il paradigma tecno-economico delle piattaforme digitali; la seconda ("Tre tipi di digital labor") presenta una serie di esempi, che vanno da Uber a Amazon e da Facebook a Google, per mostrare la varietà di forme che assume il lavoro nel momento in cui i modelli economici provano a incorporare l'intelligenza artificiale; la terza ("Orizzonti del digital labor") fornisce degli strumenti teorici per capire i fenomeni di sovrasfruttamento e di asimmetria legati alla ristrutturazione dei mercati del lavoro. La conclusione propone alcune piste di riflessione per contribuire a emendare o superare questi fenomeni.


Il generale entusiasmo per l'intelligenza artificiale costituisce il punto di partenza dell'analisi contenuta nel capitolo 1 ("Gli esseri umani sostituiranno i robot?"). L'edizione 2017 dell' AI Index dell'Università di Stanford segnala una frenesia degna della corsa all'oro del Klondike: soltanto negli Stati Uniti il numero di start-up che promettono soluzioni d'intelligenza artificiale si è moltiplicato per quattordici in un anno, mentre gli investimenti dei venture capitalist sono sei volte più alti rispetto ai primi anni duemila. In questo contesto di grande entusiasmo dei mercati, l'impatto delle tecnologie sul lavoro fa tuttavia emergere alcune questioni problematiche. La prima riguarda la nostra difficoltà a rappresentarci la natura del contributo umano alla produzione, isolando correttamente i differenti processi che la compongono. Questa confusione ci porta a credere che basti automatizzare alcune mansioni abitualmente svolte dagli esseri umani perché scompaiano interi mestieri. È la teoria della "grande sostituzione tecnologica", che domina il dibattito da qualche decennio.

Ma l'originalità della situazione attuale non sta negli effetti distruttivi che l'automazione potrebbe avere sull'occupazione: le profezie sulla "fine del lavoro" risalgono all'alba della civiltà industriale. Se vogliamo davvero comprendere l'effetto di questa trasformazione sulle attività umane, dobbiamo riconoscere e stimare la quantità di lavoro incorporata nell'automazione stessa. Soltanto prendendo in considerazione gli indicatori economici e statistici riusciremo a valutare le conseguenze dell'intelligenza artificiale al netto dei troppo facili ardori e dei frequenti allarmismi.

Le inquietudini contemporanee sulla scomparsa del lavoro sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non la sua scomparsa ma la sua digitalizzazione. Questa dinamica tecnologica e sociale mira alla trasformazione del gesto produttivo umano in micro-operazioni sottoremunerate o non remunerate al fine di alimentare un'economia dell'informazione basata principalmente sull'estrazione di dati e sull'assegnazione a operatori umani di mansioni produttive costantemente svalutate poiché considerate troppo piccole, troppo poco visibili, troppo ludiche o troppo poco gratificanti.

In parallelo vedremo che il fenomeno definito digital labor - ovvero quel lavoro spezzettato e datificato che serve ad addestrare i sistemi automatici - è stato reso possibile da due tendenze storiche: l'esternalizzazione del lavoro e la sua parcellizzazione. Queste due tendenze sono apparse in momenti differenti e si sono sviluppate seguendo cicli disallineati, fino a che le tecnologie dell'informazione e della comunicazione non le hanno fatte convergere.

Da queste osservazioni preliminari discende un ulteriore elemento, ovvero che la retorica dell'automazione nasconde di fatto il trionfo delle piattaforme digitali. Assistiamo alla generalizzazione di una struttura tecnologica e di un'organizzazione economica originale che non ha un "core business" specifico: la sua ragion d'essere consiste nell'intermediazione informazionale tra diversi attori economici. I sogni sui robot intelligenti sono alimentati dai profitti dei grandi oligopoli digitali. È nel secondo capitolo ("Di cosa parliamo quando parliamo di piattaforma digitale") che definiremo il paradigma tecnico della piattaformizzazione, che riguarda oggi tanto le aziende tecnologiche quanto quelle degli altri settori, nella misura in cui anche queste si trovano in piena "trasformazione digitale". Si tratterà innanzitutto di stilare una genealogia del concetto di piattaforma per mostrare come questo prolunghi diverse nozioni della teologia politica del Settecento: si parla di "piattaforma" nel senso di "programma politico" anche nella dottrina di una Chiesa o di una congregazione. Le piattaforme digitali attuali deformano alcuni dei valori racchiusi in quei concetti originari - per esempio la concezione delle risorse come beni comuni, o l'abolizione della proprietà privata e del lavoro. La strumentalizzazione capitalistica di questi princìpi si manifesta dunque nelle strutture tecno-economiche che predicano "condivisione" dei beni, "liberazione" del lavoro e "apertura" delle risorse informazionali.

Facendo leva su logiche algoritmiche che richiedono un'ingente mole di dati per poter funzionare, le piattaforme hanno come conseguenza di disorganizzare i mercati tradizionali, in particolare quello del lavoro. In questo modo estraggono il valore generato dai loro produttori, fornitori e consumatori. Il lavoro "generato dagli utenti" è necessario per produrre diversi tipi di valore: il valore di qualificazione (gli utenti organizzano l'informazione lasciando commenti o dando voti su beni, servizi e/o su altri utenti della piattaforma), che permette il funzionamento regolare delle piattaforme; il valore di monetizzazione (il prelievo di commissioni o la cessione di dati forniti da attori ad altri attori), che fornisce liquidità a breve termine; il valore di automazione (l'utilizzo di dati e contenuti degli utenti per addestrare le intelligenze artificiali), che si inscrive in uno sviluppo a più lungo termine.

Le piattaforme non sono specializzate nella produzione di un solo bene o servizio, bensì aggregano attività e modelli economici ben distinti. Nei capitoli che compongono la seconda parte del libro individueremo tre di questi modelli: le piattaforme di servizi "on demand" come Uber o Foodora; quelle di microlavoro come Amazon Mechanical Turk o Uhrs; le piattaforme social come Facebook o Snapchat. Le mansioni dalle quali le piattaforme digitali riescono a estrarre il valore sono variabili, poiché alcune di queste piattaforme producono servizi per la persona, altre propongono contenuti e gestiscono l'informazione, altre ancora commercializzano le relazioni sociali stesse. Ognuna di queste categorie di piattaforma ricorre a tipi differenti di individui, il che permette di classificarle secondo vari criteri quali la modalità di lavoro, la portata geografica, il sistema di remunerazione o i conflitti riguardanti l'estrazione del valore.

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Il terzo capitolo ("Il digital labor on demand") si concentra principalmente sulle piattaforme come Uber, Airbnb, Deliveroo o TaskRabbit, che mettono in relazione in tempo reale la domanda e l'offerta per un servizio materiale, spesso geograficamente situato. La natura visibile di questi servizi non deve trarci in inganno: si tratta principalmente di attività di produzione di dati. Esamineremo la quotidianità iperconnessa dei tassisti di Uber, molto più spesso impegnati davanti allo schermo dello smartphone che al volante, al fine di realizzare mansioni informazionali come cliccare, arricchire le mappe Gps, compilare tabelle, inviare messaggi, gestire il loro punteggio di reputazione. Mostreremo in seguito come i passeggeri producano anch'essi dei dati durante i loro viaggi. Questo ci permetterà di illustrare in maniera più dettagliata il funzionamento dell'algoritmo di tariffazione dinamica di Uber.

Il case study di Uber permetterà di chiarire due punti. Il primo riguarda la distanza tra il sogno dorato della sharing economy e la realtà concreta del lavoro digitale on demand. Lo spirito di condivisione e le aspirazioni sociali che animano alcuni di questi servizi servono a giustificare lo sfruttamento del lavoro degli utenti. L'apparizione, su queste piattaforme, di forme di disciplina del lavoro oltre che di conflitti tra i fornitori di prestazioni e i proprietari delle infrastrutture tecnologiche non può che richiamare le lotte nelle manifatture industriali dei secoli passati. Il secondo punto riguarda l'utilizzo dei big data estratti dall'attività dei conducenti e dei passeggeri per istruire un tipo particolare di robot intelligenti: le autovetture autonome. Ci soffermeremo sul funzionamento di queste tecnologie, per mostrare che la loro presunta "autonomia" è di fatto molto limitata. Le automobili senza conducente si muovono in realtà con un "operatore" a bordo che può in ogni momento riprenderne il controllo. Inoltre, e contrariamente alle attese, queste tecnologie spostano la responsabilità della guida sui passeggeri e richiedono l'azione a distanza di ulteriori operatori per il riconoscimento delle immagini. Sono gli "annotatori" che assistono l'IA dell'automobile nell'interpretazione della segnaletica stradale o che aggiustano le traiettorie calcolate dal Gps.

Chi sono questi annotatori? Non si tratta né di ingegneri né di "cartografi" come li chiamano sulla piattaforma Uber, ma, come vedremo nel capitolo 4 ("Il microlavoro"), di robot umani, ovvero dei lavoratori pagati per realizzare interamente, o semplicemente accompagnare, il lavoro delle IA. Siamo agli antipodi delle fantasie robotiche che alimentano l'immaginario degli investitori e dei media: qui vediamo soltanto una miriade di proletari del clic, lavoratori non specializzati che svolgono le mansioni necessarie per selezionare, migliorare, rendere i dati interpretabili. Illustreremo questo aspetto studiando il caso di Amazon Mechanical Turk, un servizio che permette di assumere centinaia di migliaia di operai digitali disseminati ovunque nel mondo per filtrare video, taggare immagini e trascrivere documenti che le macchine non sono in grado di processare. Per ogni micromansione, i "Turker" sono pagati pochi centesimi di dollaro. Il lavoro digitale di questi proletari del clic è fondamentale per produrre quella che spesso non è altro che intelligenza artificiale "fatta a mano".

Il mercato del microlavoro coinvolge oggigiorno un numero crescente di persone. Si stima la sua estensione tra un minimo di quaranta e un massimo di alcune centinaia di milioni di lavoratori. La vaghezza di questi numeri è la naturale conseguenza della difficoltà che abbiamo a isolare gli elementi umani da quelli tecnici all'interno di queste attività. Si tratta di lavoro spesso invisibile agli occhi occidentali, sia perché i giganti dell'alta tecnologia mantengono il riserbo sulla questione sia perché solitamente tutto avviene molto lontano, in Asia o in Africa. Poiché i clienti dei servizi realizzati grazie all'attività dei lavoratori del clic vivono prevalentemente in Europa o negli Stati Uniti, la geografia globale del microlavoro sembra riprodurre tensioni e asimmetrie già note. Assistiamo a una "nuova divisione internazionale del lavoro" persino più ineguale rispetto a quella che denunciavano i pensatori radicali della seconda metà del secolo passato. Il microlavoro permette la formazione di catene globali di delocalizzazione che disegnano il vero volto dell'automazione: non si tratta di una sostituzione dei lavoratori umani da parte di intelligenze artificiali efficienti e precise, ma da parte di altri lavoratori umani - occultati, precari, sottopagati.

Nella maggior parte dei casi, a questo microlavoro corrispondono compensi unitari molto bassi. Tuttavia esistono anche forme di microlavoro gratuito. Si tratta spesso di attività che mettono i consumatori e gli internauti al centro del processo produttivo di addestramento degli algoritmi. L'esempio indubbiamente più celebre è reCAPTCHA , un sistema che da vari anni aiuta la digitalizzazione dei libri del progetto Google Books o il riconoscimento delle forme su Google immagini, delegando agli utenti il compito di ricopiare caratteri e di riconoscere immagini.

Quest'ultimo esempio permette di insistere su un aspetto centrale della mia tesi: il digital labor non è una semplice attività di produzione; è soprattutto un rapporto d'interdipendenza tra due categorie di attori sulle piattaforme, gli ideatori e gli utenti. Questo rapporto, che negli altri capitoli si manifestava principalmente attraverso un'attività visibile e un coinvolgimento diretto degli utenti, appare nel capitolo 5 ("Il lavoro sociale in rete") in forma di un contributo "volontario" reso dai fruitori delle grandi piattaforme social. La loro attività di produzione dei contenuti (foto, video, testi) e di dati (geolocalizzazione, preferenze, link) costituisce un vero e proprio lavoro immateriale: un networked labor che genera profitto soprattutto per le grandi concessionarie pubblicitarie.

Da questo punto di vista il vero caso di scuola è Facebook, la piattaforma dominante nel settore nonché il più grande mercato mondiale della produzione non remunerata di contenuti. Le polemiche sullo sfruttamento degli utenti delle piattaforme social provocano reazioni discordanti. Da una parte, sempre più voci si alzano per denunciare la trasformazione di quello che doveva essere un semplice sito di socializzazione in una "fabbrica" di contenuti e di dati. Dall'altra c'è chi insiste sui vantaggi che gli utenti - collaboratori volontari o semplici appassionati - traggono dalla loro partecipazione libera alle piattaforme. Tuttavia questa visione "edonista" (che potremmo riassumere con il detto: "Se ci si diverte, non è lavoro") non tiene conto degli espedienti utilizzati per spingere gli utenti a partecipare, e nemmeno della divergenza tra gli interessi economici dei fruitori e quelli degli ideatori di un servizio come Facebook. Soprattutto, ignora che dietro al suo funzionamento non c'è soltanto il lavoro digitale free (nel duplice senso di libero e gratuito) fornito dagli utenti occidentali, che hanno tempo e risorse da dedicare al consumo, ma anche i corposi flussi di lavoro sottopagato per trattare i dati che ci arrivano dal Sud del mondo. Laggiù si trovano le "click farm" e le "content farm", catene di montaggio in cui degli esseri umani agevolano i fenomeni di viralità a forza di clic o producono video e testi concepiti per ottimizzare i risultati sui motori di ricerca, nonché molti servizi di moderazione che filtrano le immagini pornografiche e violente.

La presenza di moderatori, di operai del clic e di prosumer che lottano per monetizzare la loro presenza online mostra che il lavoro sociale in rete è attraversato da scambi economici. Che siano contrastati o ammessi, comunque confutano la finzione del social web come luogo di "consumo libero". Gli utenti semplici si trovano sullo stesso piano degli operai del clic sulle piattaforme di microlavoro, poiché tutti contribuiscono alla costruzione dei sistemi intelligenti. Facebook adotta gli stessi metodi di Amazon: la piattaforma non nasconde che le sue intelligenze artificiali sono human powered, anzi ne fa un argomento commerciale per valorizzare le sue soluzioni automatiche. Tuttavia è ormai sempre più evidente che gli umani dentro la macchina non sono utenti volontari, partecipanti entusiasti o appassionati, ma veri e propri proletari del clic.

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Pagina 26

L'ultima parte di questo libro passa in rassegna tutte le questioni teoriche e politiche sollevate dal digital labor, che si manifesti sulle piattaforme di sharing economy oppure attraverso il lavoro di produzione di dati da parte degli utilizzatori. Il capitolo 6 ("Lavoro extralavoro") esibisce il debito dell'attuale riflessione sul digital labor nei confronti della tradizione teorica che ha indagato i temi del tempo non lavorato. A partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo gli studi sul lavoro domestico, sulla produzione di valore da parte del pubblico dei media tradizionali, sul lavoro dei consumatori nella grande distribuzione, oltre che sul lavoro "immateriale" hanno costituito dei tentativi importanti di individuare forme di lavoro in contesti dove non apparivano immediatamente riconoscibili. Ma in quale misura il digital labor costituisce una forma di lavoro? Non dovrebbe al contrario essere considerato una trasformazione così radicale da imporci di classificarlo in una categoria totalmente differente? Alcuni autori propongono i concetti di "lavoro-gioco" (playbor) o di "lavoro-ozio" (weisure), insistendo sulla dimensione ludica di alcune attività realizzate sulle piattaforme. Tuttavia, questi concetti occultano gli elementi di logoramento e assoggettamento che persistono nel lavoro sulle piattaforme, e che pesano in particolar modo sui microlavoratori dei paesi in via di sviluppo e sui lavoratori atipici impegnati in attività di consegna, guida o servizi alla persona attraverso le app "on demand". Come se non bastasse, il lavoro "gratuito" e volontario degli utenti delle piattaforme ludiche e social si fonda esso stesso sull'invisibilizzazione del lavoro di masse di moderatori e operai del clic.

Lo sforzo analitico più importante del capitolo 7 ("Che tipo di lavoro è il digital labor?") consiste dunque nel corroborare il concetto di digital labor in quanto lavoro, sulla base sia di criteri oggettivi (soggiace a vincoli contrattuali e gerarchici) sia di criteri storici (in esso si riproducono taluni aspetti della contrattazione ottocentesca che precedettero l'introduzione del lavoro dipendente per come lo conosciamo oggi, uniti ad altri aspetti tipici dell'azienda contemporanea). Il digital labor è un'attività che presenta tratti riconoscibili, ostensivi (come la consegna di un pranzo o la pubblicazione di un video in rete), assieme ad altri che dipendono dal lavoro non ostensivo di preparazione e trattamento dei dati. Quest'ultima dimensione, che appare ineludibile, include mansioni che non possono essere automatizzate, in quanto necessarie per realizzare l'automazione. Il lavoro del designer su Etsy, del fotografo su Instagram o quello del programmatore freelance su Gigster è molto lontano dalle esaltanti narrazioni sul digitale. Di fatto qui il digital labor assomiglia a un'attività a bassa specializzazione e senza prospettiva di carriera, che lascia agli utenti pochissimi margini di contrattazione con le piattaforme che li fanno lavorare.


La soggettività prodotta attraverso queste modalità di lavoro sarà infine esaminata nel capitolo 8 ("Aspettando i robot"). L'assenza di un reale potere di contrattazione da parte degli utenti coinvolti in questa logica lavorativa ostacola lo sviluppo di ogni autocoscienza. La loro stessa percezione dell'attività che svolgono è ambivalente: sono sfruttati dalle piattaforme e nello stesso tempo dispongono effettivamente di margini di azione inediti. Di conseguenza anche la soggettività collettiva oscilla tra una visione "capacitante" e una visione centrata sullo sfruttamento. Che si percepiscano come membri di una "classe virtuale" o come "proletari digitali", cionondimeno il destino di questi utenti-lavoratori sulle piattaforme resta connesso a quello delle masse di lavoratrici e lavoratori sui mercati globalizzati. Per un numero crescente di abitanti dei paesi in via di sviluppo, in particolare, il lavoro sulle piattaforme costituisce un'estensione dell'esperienza migratoria, se non addirittura una forma di spoliazione economica che taluni autori non esitano a definire "imperialista", "neoschiavista" e "colonialista". Sebbene l'utilizzo di queste categorie sia problematico (soprattutto in quanto rischiano di banalizzare questi concetti e sminuire la specificità delle esperienze storiche soggiacenti), indubbiamente il digital labor riattualizza il dibattito sugli squilibri Nord-Sud.

Nei paesi in via di sviluppo, le attività sottoremunerate sulle piattaforme si presentano spesso come il solo modo di partecipare al "lavoro del futuro". Ma la precarizzazione e l'instabilità connesse a questo tipo di occupazione tendono a diffondersi fino a includere anche porzioni sempre più grandi della popolazione attiva del Nord, condannate a cedere gratuitamente il loro lavoro. Si tratta prevalentemente delle giovani generazioni, definite in maniera riduttiva "nativi digitali" per far passare l'idea che sarebbero naturalmente predisposte alla condivisione online senza richiedere in cambio alcuna remunerazione. È la stessa identica logica che condanna alla precarietà una parte della forza-lavoro globale mentre sottomette l'altra a un ozio che produce valore: quella dei capitalisti delle piattaforme che vogliono rendere fragile il lavoro per evacuarlo sia come categoria concettuale sia come fattore di produzione da remunerare. In maniera paradossale, dunque, la liquidazione del lavoro, impossibile in quanto conseguenza dell'automatizzazione, torna come conseguenza possibile della piattaformizzazione. L'eventualità che si realizzi o che resti una pura possibilità non dipende dalle variabili tecnologiche ma dall'esito delle lotte che ci attendono.


In conclusione, passerò in rassegna diverse iniziative e conflitti per il riconoscimento del lavoro sulle piattaforme. Le azioni concrete che mirano a migliorare le condizioni di lavoro e i diritti degli utenti-produttori sulle piattaforme passano sia dai corpi intermedi (sindacati, comitati di base, corporazioni) sia dalle istanze di regolazione. Agli strumenti di regolamentazione del lavoro (regolarizzazione attraverso assunzione, definizione di orari di lavoro e contrattazione di retribuzioni eque) si aggiungono altri dispositivi legali che istituiscono nuovi diritti concentrandosi sulla protezione della vita privata, la fiscalità digitale, il diritto commerciale.

In altri casi la collaborazione tra utenti, specialisti del diritto del lavoro e associazioni per la difesa dei consumatori digitali riesce a generare dei circoli virtuosi che favoriscono nuove forme di organizzazione. Iniziative di questo genere convergono attorno a due tipologie di approccio all'azione collettiva nell'era del digital labor: la prima è il cooperativismo, che consiste nel favorire l'accesso degli utenti al diritto di proprietà in modo da opporre un'alternativa "popolare" al capitalismo delle piattaforme; la seconda mette al centro il concetto di beni comuni, con l'idea di riconoscere e remunerare collettivamente il lavoro non ostensivo dei produttori di dati al fine di ridistribuire il valore prodotto.

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Ripensare il lavoro: dalla teoria alla prassi


Le piattaforme digitali, come abbiamo detto, funzionano come spazi circoscritti della socialità umana. Attraverso meccanismi di massimizzazione della partecipazione, incitano alla produzione di dati e informazioni. Prendendo il lavoro come chiave di lettura di questi nuovi rapporti sociali sarà possibile seguire il filo che porta dall'attività dei produttori-consumatori sui social alle attività dei lavoratori atipici, dei precari, dei microimprenditori che subiscono sulla propria pelle gli effetti della "uberizzazione" dell'economia.

In questo libro ricorreremo, oltre ai numerosi esempi, agli strumenti della sociologia, della scienza politica, delle scienze della gestione aziendale, del diritto e dell'informatica. Vogliamo così inquadrare le logiche economiche e sociali che strutturano la società plasmata dalle piattaforme digitali. Capirne i meccanismi di produzione e circolazione del valore, le forme di dominazione e gli squilibri che produce, per immaginarne infine un possibile superamento.

Questo approccio teorico porta a un rovesciamento di prospettiva: non sono le "macchine" a fare il lavoro degli esseri umani ma gli esseri umani a essere spinti a eseguire il digital labor per conto delle macchine accompagnandole, imitandole, addestrandole. Le attività umane cambiano, si standardizzano e si procedurizzano per produrre informazione in forma normalizzata. L'automazione segna così uno stravolgimento del lavoro e non la sua cancellazione.

Adottando questa visione, il libro si posiziona al centro di un dibattito che oggi riguarda tanto l'informatica quanto la filosofia: si tratta di esplorare i limiti del programma di ricerca dell'intelligenza artificiale. Molti autori ormai denunciano la narrazione ideologica che considera la piena automazione come un "destino manifesto" dell'attuale infrastruttura tecnologica (si veda il capitolo 8). Il discorso promozionale sull'automazione occulta la realtà del mercato in cui queste soluzioni emergono. Da Uber a Google, da Amazon a Facebook, i modelli economici dei giganti del digitale non consistono nel commercializzare potenti "intelligenze totali", ma in realtà prevedono una misura non trascurabile di contributo umano. Ecco la realtà dell'intelligenza artificiale al tempo delle Gafam, cioè le cinque grandi aziende del Web: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Si tratta di intelligenze artificiali deboli: nessun veicolo automatico, ma piloti automatici che assistono il guidatore umano; nessun software che decide al posto nostro, ma un'interfaccia vocale che ci aiuta a decidere; nessun medico-robot che fa diagnosi e terapie, ma una banca dati consultabile dagli specialisti del settore.

Prendere posizione su questo ci porta a intervenire anche in un secondo dibattito, quello sulla "fine del lavoro". Dalla seconda metà del Ventesimo secolo si sono opposti studiosi che vedevano nell'aumento della disoccupazione generata dalle tecnologie informatiche un indizio dell'inevitabile collasso del valore-lavoro e voci più prudenti che insistevano sulla persistenza della centralità del lavoro nell'esperienza umana. È indubbiamente a questi ultimi che ci sentiamo più vicini, nella convinzione che la sostituzione dei lavoratori umani da parte delle macchine sia stata profetizzata fin troppe volte e senza esito. Tuttavia questo libro intende offrire un ulteriore elemento di riflessione insistendo sulla sovrapposizione, attraverso l'automazione, tra processi di delocalizzazione e processi di occultamento del lavoro. Più che a una scomparsa programmatica del lavoro, assistiamo al suo spostamento o alla sua dissimulazione fuori dal campo visivo dei cittadini, ma anche degli analisti e dei politici, abbagliati dallo storytelling dei capitalisti delle piattaforme.

La relazione tra automazione e lavoro sottintende l'esistenza di mercati dove il digital labor viene ceduto in cambio di remunerazioni monetarie, simboliche o sotto forma di servizi. Per prosperare e per innovare, le piattaforme hanno bisogno del lavoro di esseri umani che non vengono inquadrati come lavoratori, ma come "utenti". Partendo da questo presupposto, il nostro studio s'inserisce in una riflessione sugli aspetti qualitativi del lavoro di fronte alla rivoluzione digitale. Anche qui due scuole si oppongono: quelli che si preoccupano della fragilizzazione delle condizioni economiche e quelli che insistono sulle opportunità in termini di mobilità, di flessibilità e persino di autonomia dei lavoratori nell'attuale contesto. Secondo questi ultimi, i mercati sarebbero in fin dei conti più rispettosi della libertà dei lavoratori (si veda il capitolo 7). In verità il digital labor fa emergere le tensioni latenti tra il lavoro "per gli altri" e il lavoro "per sé", esponendo gli utenti-produttori a rischi di precarizzazione e di esclusione sociale. Le piattaforme adottano uno stile particolare di gestione delle attività produttive che consiste nel mettere un numero crescente di persone al lavoro e contemporaneamente extralavoro, ovvero fuori dalle modalità classiche dei rapporti lavorativi.

Il lavoratore sulle piattaforme si trova così schiacciato tra proclami di indipendenza e condizioni materiali che lo espongono a remunerazioni basse o inesistenti, a ritmi e scopi imposti dall'esterno, a una separazione tra il gesto produttivo e il suo prodotto effettivo. Incapace di dare spontaneamente un senso a quello che fa, deve cercare di "appropriarsi del proprio lavoro" cercando un suo spazio all'interno di soggetti collettivi e nuove forme di organizzazione, riadattando e riformulando le regole che gli vengono imposte dall'alto, dagli investitori e dai progettisti degli algoritmi che strutturano le intelligenze artificiali seguendo logiche opache.


L'ultimo pilastro dell'approccio teorico che proponiamo, nonché l'ultimo dibattito rispetto al quale questo libro si colloca, è legato alla capacità del digital labor di catalizzare i conflitti sociali per servire da motore del cambiamento. La costituzione di una soggettività collettiva legata a questa tipologia di lavoro non può realizzarsi in modo spontaneo e lineare: sarà inevitabilmente il risultato di lotte per il riconoscimento sia dell'attività sulle piattaforme come lavoro, sia dei dati come elementi informazionali "prodotti" dagli utenti, sia dei sistemi automatici come luoghi di contrattazione e di confronto sociale. Questo libro si riallaccia così alla tradizione operaista e alla "italian theory": una galassia di autori che sono riusciti a concettualizzare i processi di esternalizzazione e di socializzazione del lavoro, ma anche gli effetti di assorbimento della vita stessa nella sfera del lavoro. Una forma di "impollinazione" che nell'attuale regime del capitalismo cognitivo si estende ben oltre il lavoro dipendente, le attività commerciali, i beni comuni e il consumo.

I capitoli che seguono intendono attualizzare, ma anche se possibile correggere, alcuni elementi di questa tradizione teorica: in particolare la sua eccessiva fiducia nella profezia marxista sul general intellect, che ha portato a sottovalutare le condizioni materiali del lavoro nell'era delle tecnologie digitali. Parlare di digital labor permette di completare le riflessioni sul "lavoro immateriale" facendone emergere il lato concreto: quello del dito che tocca lo schermo o il mouse, e che in questo modo non soltanto produce un clic - mansione massimamente frammentata e adatta all'addestramento delle intelligenze artificiali - ma inoltre restituisce l'etimologia originaria a questo lavoro, appunto digitale.

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Conclusione
Che fare?



Sventolando la promessa ingannevole dell'emancipazione attraverso l'automazione e lo spettro minaccioso dell'obsolescenza del lavoro umano, le piattaforme digitali condannano una crescente moltitudine di operai del clic a un'alienazione radicale: contribuire senza requie alla propria cancellazione nascondendosi dietro macchine di cui sono e resteranno gli ingranaggi indispensabili. Per contrastare questo funesto destino, il riconoscimento del digital labor si impone oggi come un obiettivo politico primario, al fine di dotare i "lavoratori digitali" di una vera e propria coscienza di classe in quanto produttori di valore.

Di recente varie iniziative sono state sviluppate in questa direzione. Tra queste, possiamo distinguere due strategie principali: la prima si sforza di estendere al digital labor le conquiste sociali che venivano in precedenza associate all'impiego formale nel paradigma aziendale (stabilità, protezioni, condizioni di lavoro e di remunerazione ecc.); la seconda, che emerge a poco a poco, preferisce ripensare il rapporto tra l'utente-lavoratore e le infrastrutture di raccolta e trattamento dei dati seguendo la logica dei "beni comuni", al fine di concepire nuove modalità di condivisione delle risorse e ricollegarsi all'aspirazione politica originaria delle piattaforme.

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