Copertina
Autore Massimo Cassani
Titolo Zona franca
EdizioneTea, Milano, 2013, narrativa , pag. 426, cop.ril.sov., dim. 14,5x21x3 cm , Isbn 978-88-502-3015-0
LettoreElisabetta Cavalli, 2013
Classe gialli , noir , citta': Milano
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    PARTE PRIMA

    E dire che sembrava solo un matto,
    un matto come tanti                           7

 1. Arrivi                                        9
 2. Oh mia bela Madunina                         11
 3. L'appuntamento                               14
 4. Il tesoro                                    19
 5. Vecchie macerie                              25
 6. Pietanze amare                               30
 7. Partenze                                     37
 8. Antichi segreti                              39
 9. Un cadavere nel buio                         45
10. Niente da scrivere                           50
11. Stop alle danze                              53
12. Prima notizia in cronaca                     59
13. Incontri                                     65
14. Altri incontri                               72
15. Caffè sempre più dolce                       79

[...]


    PARTE SECONDA

    E dire che sembrava solo un delirio,
    il delirio di un matto                      163

30. Soldi neri                                  165
31. Dentro una vita                             169
32. Arrivano gli altri                          181
33. Il solito fascio di fili                    188

[...]

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

1.
Arrivi



Benito Marabelli era un uomo disarmato.

Procedeva lento, le mani nelle tasche del soprabito chiaro, lo sguardo fisso e una punta, ma solo una punta, di debolezza. Dietro di lui, un biondino con il viso da tiraschiaffi trascinava due grandi valigie austere, colori scuri, maniglie robuste. Lo seguiva con la faccia incazzosa dei servi.

Milano Malpensa. Aeroporto.

I neon abbagliano il verde e il giallo degli interni. In quei corridoi, alti all'infinito come chiese gotiche e percorsi da un'entropia umana diretta da qualche parte e proveniente da chissà dove, si può essere ovunque. Non per forza qui: a Milano Malpensa. Aeroporto.

Benito Marabelli era un uomo disarmato.

Si era imbarcato all'Aeropuerto de Ezeiza di Buenos Aires su un volo delle Aerolineas Argentinas per Madrid e da li aveva preso un aereo della Iberian diretto a Milano, dove l'avevano accolto i neon globalizzati di Malpensa.

Benito Marabelli era un uomo disarmato.

Camminava un po' ricurvo, l'eleganza di chi sa scegliere, i capelli bianchi, ancora folti, morbidi, pettinati all'indietro, come se fosse appena uscito dal barbiere.

Si avviava verso le porte a vetri, verso i taxi che dalle brume di Malpensa avrebbero portato pacchi umani con valigie al seguito, a Milano.

Benito Marabelli era un uomo disarmato.

Ma per uccidere qualcuno non occorre girare armati. Basta essere convinti. Perché la ruggine non dorme mai.

Benito Marabelli era un uomo disarmato.

Era convinto.

E voleva uccidere qualcuno.

«Taxi!»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

2.
Oh mia bela Madunina



«Una firma per abbattere la cattedraleee... Una firma per abbattere la cattedraleee...

«Oh, signurina! Ma lei lo sa qual è la prima roba che pensa un matto, quando l'è che si sveglia? Che il matto è quell'altro, mica lui. L'è vera, eh! Tutti pensano di essere sani di mente, cara la mia signurina. Il matto non dice mica: ecco, sono matto e faccio robe da matti, robb de matt! A stare a sentire la gente le cose da matti le fanno solo gli altri! Noi no, noi siamo quelli che non sbagliamo mai. Sa cos'è che diceva quel tizio, no? Diceva che da vicino nessuno è normale. El g'aveva resùn! Ragione da vendere! Prendiamo me, ad esempio. Scommetto che c'è qualcuno che mi dà del matto. E intanto lui si ciuccia tutto il fumo velenoso della Madunina senza fare né bau né miao.

«Quale fumo? Ma come, non lo sa? Non ha mai saputo niente? Uh signuri! Ce lo spiego io alùra. Quella che tutti credono che l'è la bela Madunina che le brila de luntàn è un aggeggio tennologico collegato a una macchina con un tubo che passa sotto il Duomo in un posto segreto e fa un veleno invisibile che avvelena la gente. Roba straniera, oh, tennologia tedesca! Mica acqua fresca! Sono stati i tudèsc, i nasisti, a sostituire la Madunina vera con questa che è finta, d'accordo con il cardinale Schuster. un fumo velenoso, ti entra dritto nel cervello e ti fa spendere e spandere, senza che te ne accorgi più di quello che spendi e che spandi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 19

4.
Il tesoro



Via Padova, a Milano, non è solo una strada. una coscienza che rode. la visione di ciò che sarà. una freccia invisibile, scoccata appena terminato il bagliore delle vetrine di corso Buenos Aires, fa un mezzo giro attorno a piazzale Loreto e va a infilzare la periferia, passando per lingue sconosciute, per facce sconosciute e certi odori che fanno storcere il naso a chi ci capita per caso e non avrebbe voluto.

Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, cappello da baseball in testa girato all'incontrario e megafono a tracolla, lungo via Padova pedalava lento. Tanto non doveva mica vincere il Giro d'Italia. Doveva solo arrivare a casa, accompagnato dal suo cane al passo di trotto, un bastardino bianco e marrone con l'occhio sinistro cerchiato di scuro, che sembrava un vecchio signore con il monocolo. Se avesse saputo che di lì a poco avrebbe detto addio al suo cane, gli sarebbe venuto un magone da attorcigliargli le tonsille. E forse anche a lui, al cane.

Ogni pedalata aveva un ritmo sempre uguale.

Senza un cedimento.

Senza un'accelerazione.

Senza un ripensamento.

Unò-duè, unò-duè, unò-duè, destr-sinistr, destr-sinistr, come avevano provato a insegnargli le camicie nere, quando lo avevano vestito da balilla. Marciare, fare il passo con il piede destro, fare il saluto con la mano tesa, dire ehia ehia e quella roba là.

Ma a lui tutte quelle cose lì non erano mai andate giù. Si fermavano all'incirca un centimetro sopra il pomo d'Adamo e poi tornavano su, in un viaggio all'incontrario rispetto a quello dei suoi coetanei balilla. Benito Marabelli in testa. Per questo il maestro lo guardava storto, poi gli dava una bacchetta sulle mani e lo metteva in castigo, forza, dietro la lavagna, marsc! E dal primo banco il Benito Marabelli, che il balilla lo faceva meglio di lui, gli puntava il dito contro e rideva come una scimmia.

E lo prendeva per il culo.

E più spesso lo insultava.

Forse perché il padre di Pecchi, Amilcare, era comunista.

Forse perché anche suo nonno, Aristide, era comunista.

Forse perché era amico del Saturnino Sella. E pure lui diceva che la bandiera rossa la trionferà, anche se dopo era passato dalla bandiera rossa alla bandiera nera, ma era un nero diverso quello là.

Ma forse il giovanissimo Pecchi stava sulle balle al giovanissimo Marabelli per via della Sarah: lei aveva un visetto e un sorriso che te li raccomando e il Pecchi poteva vederla quasi tutti i giorni, anche se le scuole erano sospese per via dei bombardamenti. E Marabelli, che lo sapeva, schiumava di rabbia.

Pecchi si buscava qualche centesimo di lira portando il pane, con la sua Legnano verde Legnano, pesante come mille ferri da stiro, alla gente che i soldi li aveva davvero e li usava per farsi servire e, all'occorrenza, riverire. Anche Sarah abitava in via Padova, con mamma e babbo. Quasi affacciata su Loreto, però; Luigi Pecchi, invece, più fuori dove il cra cra delle rane sul Naviglio Martesana certe volte era più forte dei suoi pensieri.

Quando andava a casa della Sarah, lui la sentiva suonare il pianoforte. Il suo tocco leggero. Le scale dal do al si e dal si al do. I suoi errori, per poi ricominciare, dopo un sospiro. Prima di sfiorare il campanello, Luigi se ne stava là, sotto la finestra, con la bici a mano, il naso aerodinamico puntato verso le imposte semichiuse, per qualche prezioso minuto che avrebbe voluto non finisse mai. Il piccolo montanaro, Per Elisa e poi scale, scale, scale a non finire. Canzonette, mai, quelle che si sentivano alla radio, da Ba-ba-baciami piccina al Pinguino innamorato. Se avesse fatto tardi per ascoltarla, pazienza. Avrebbe pedalato più veloce, a perdifiato. Tanto le strade mezze impolverate della città erano tutte per lui, e mica delle macchine, come adesso.

Ora Luigi Pecchi era detto Gigi Sciagura, girava per Milano su una bici sgangherata presa per quattro soldi alla fiera di Senigallia e raccoglieva le firme per abbattere il Duomo con annessa Madonnina. E tutti gli davano del matto. Ora la sua faccia era una maschera di rughe, ma allora il suo viso era quello di un ragazzino pulito. Lo chiamavano Luisìn, saltava i fossi per il lungo e pedalava con le michette nel cesto davanti e i francesini nel cesto di dietro. Pedalava più volentieri quando portava il pane a casa dei signori Pavia, cioè l'Ebreo e sua moglie, come li chiamavano tutti nel palazzotto in cui vivevano. I genitori della Sarah...

Il padre, il maestro Primo Pavia, era stato pianista alla Scala. Poi, nel Trentotto, le leggi razziali avevano decretato che il maestro Pavia e quelli come lui erano un pericolo per la Nazione, per la Grande Proletaria. Erano impuri, taccagni e prestasoldi, in combutta con le potenze plutocratiche angloamericane. Il Baffetto germanico aveva dato il la alla sua danza macabra e il Mascellone romagnolo, per non esser da meno, gli era andato dietro a passo di mazurka. Carriera artistica finita, stop, a casa, solo lezioni private.

Sarah aveva raccontato quelle cose guardando Luigi con i suoi occhioni scuri sotto la frangetta scura, con il suo sorrisino luminoso che faceva da controcanto agli occhioni scuri, alla frangetta scura. Aveva denti piccoli, bianchi, regolari. Sembravano le perle di una collana. E aveva le lentiggini sul naso. Anche la Sarah sarebbe diventata una grande pianista, quando le efelidi fossero sparite dal suo viso. Il Luisìn ne era sicuro.

Una volta lui era entrato a casa dei Pavia con il sacchetto del pane in mano ed era rimasto con la mascella spalancata. Ciùmbia! Quella sì che era una casa! Bella, ordinata, linda. Sembrava luccicare tutta, dal lampadario del corridoio ai marmi del pavimento. Era brillante come una vetrina della Rinascente alla vigilia di Natale, te'. Nel coperchio del pianoforte a coda nero ci si sarebbe potuti specchiare dentro. Sopra il coperchio una pila di spartiti. Il Luisìn ne aveva sfogliato un paio, tanto per rompere l'imbarazzo, ma fra tutti quei pallini neri lui non ci aveva capito un'ostia. A parte i titoli. E l'autore, che non aveva mai sentito: Valzer lento n.1 in re maggiore, Valzer lento n. 2 in sol minore di Aldo Finzi.

«Ti piace Finzi?» gli aveva chiesto la Sarah.

«Ma che... scherzi?» aveva balbettato lui. «... è quello che preferisco!» e sperò che il rossore non gli infiammasse troppo le guancette magre.

Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura oltrepassò la piccola rotonda tra via Giacosa e via Predabissi e prese a pedalare con più vigore. Anche il cane allungò il passo, con la lingua a penzoloni. Era quasi metà ottobre e il freschino della sera cominciava a farsi sentire sotto quel sole che al tramonto colorava di arancione i contorni dei palazzi.

Luigi Pecchi non aveva dimenticato le camicie nere.

Non aveva dimenticato chi aveva portato via suo padre su un treno piombato di sola andata verso un posto con il nome tedesco che solo a pronunciarlo la lingua incespicava. Per le consonanti. E per la paura.

Luigi Pecchi non aveva dimenticato l'occupazione nazista.

E non aveva dimenticato che lui e la sua bicicletta avevano portato i messaggi in codice da una parte all'altra della città ai capi del CLNAI, nascosti in una delle michette o dei francesini che ficcava dentro i cesti di vimini. Era stato suo padre comunista a dirgli che lo poteva fare, che lo doveva fare. Lui stava in Pirelli e lo sapeva bene cosa era giusto e cosa no.

Ma soprattutto Luigi Pecchi non aveva dimenticato lei, la musicista in erba, Sarah, la Sarah, la ragazzina con i denti come perle, ora una graziosa fanciulla di ottanta primavere belle suonate. Come il suo amico Saturnino Sella detto Guantina che, da dieci anni da quando era rimasto vedovo e si era trasferito nel suo appartamento aveva quasi smesso di parlare e si esprimeva solo per proverbi. Come un oracolo meneghino con le cervella, e non solo le primavere, completamente suonate.

All'altezza di via Chavez, davanti a gruppetto di sudamericani seduti davanti a un bar ad ammazzare bottiglie di birra, Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura si alzò dritto sui pedali, come se fosse ancora il Luisìn di un tempo e non il Luigi Pecchi di oggi. E ci diede dentro per qualche metro, ma rallentò subito. Perché aveva ormai raggiunto il traguardo degli ottanta, punto primo. E poi perché, punto secondo, il cuore gli aveva fatto qualche salto.

Quando pensava a Sarah, e ci pensava ancora spesso, gli tornava l'energia dei tredici anni. Soprattutto da quando lui era riuscito a rintracciarla. A New York. Dopo una quantità di anni da perdere il conto, si erano scritti, una, due, tre, enne lettere e in una di queste Sarah gli aveva detto che sarebbe tornata dall'America a Milano.

Per rivedere Milano.

Per rivedere lui.

Si erano dati appuntamento nel punto esatto in cui si erano salutati l'8 settembre del 1942, l'anno prima di quell'8 settembre che sarebbe poi entrato nei libri di scuola. Allora lei gli aveva affidato il suo tesoro, prima di scappare con la famiglia in un posto lontano, dal quale non era mai più ritornata. Un tesoro da mettere al sicuro, da custodire. Glielo aveva consegnato con le palpebre socchiuse, con la lentezza di un gesto solenne. E poi si erano baciati, o forse lei lo aveva baciato, a lungo, prima di correre via, veloce, dentro la Stazione Centrale, con la sua gonna a pieghe al ginocchio, le scarpe basse, i calzini corti di cotone chiaro. Si era fatta inghiottire dalla stazione, per evitare che la inghiottisse la bocca di una camera a gas. Per fortuna non era partita dal binario numero 21.

E Benito Marabelli aveva visto tutto. Ma Luigi Pecchi mica lo poteva sapere.

L'immagine di Sarah in dissolvenza tra il fumo acre delle locomotive era rimasta dentro a entrambi. Marabelli era scappato via trattenendo a stento le lacrime. Il Luisìn aveva sistemato il tesoro di Sarah metà nel cesto davanti e metà nel cesto di dietro. Ed era filato via veloce, schivando appena il sidecar di un gerarca fascista con la maschia mascella serrata in una muta, virile incazzatura.

Anche allora il cuore gli aveva fatto qualche salto. Ma non per colpa della pedalata.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 72

14.
Altri incontri



Nella cucina di Micuzzi ristagnava l'odore dei Quattro salti in padella appena cucinati, e mangiati, e di fumo del Toscanello che il commissario teneva a penzoloni tra le labbra e tirava di tanto in tanto senza spostare le mani dal tavolo. Di fronte a lui il rettangolo scuro della finestra. A ottobre le giornate si accorciano senza scampo, come i calzini di lana lavati a novanta gradi in lavatrice. E lui lo sapeva, ogni volta ci cascava. Nel bicchierino ancora un dito di Nardini. L'ultimo goccio, di solito il migliore, per questo Micuzzi aspettava a berselo, visto che quello sarebbe stato il piacere conclusivo della giornata. In attesa di ricominciarne un'altra, la mattina dopo: inutile, dispersiva come quella appena trascorsa. Un filo di fumo regolare saliva lento dal Toscanello e lui lo osservava ipnotizzato, con le pupille lievemente incrociate.

Il citofono di casa si mise a gracchiare. Erano quasi le otto di sera. E a Milano il gracchiare di un citofono alle otto di sera sembra fatto apposta per essere ignorato: in genere è uno scocciatore, un venditore di qualcosa, materiale o spirituale che sia. Ma lui aveva dalla sua un'inedia che avrebbe demotivato il Signor Entusiasmo in persona. Si alzò senza togliersi il Toscanello dalle labbra. Nell'atrio davanti alla porta d'ingresso si meravigliò che fuori dalla cucina l'aria fosse più respirabile. Dopo apro la finestra, pensò e intanto prese in mano il citofono e disse: «Pronto », come se fosse al telefono.

«Ciao Sandro, mi fai salire?» Non c'era bisogno di qualifiche, non c'era bisogno di dire nome e cognome. Quella era la voce di Margherita, la sua ex moglie, che non tornava in quella casa da chissà quanto.

Il commissario restò muto per qualche istante. Non si aspettava una visita di Margherita, così, improvvisa, senza neppure una telefonata di prenotazione. «Vieni», disse soltanto, e pigiò il pulsante d'apertura. Istintivamente si guardò intorno: la casa era nel suo abituale disordine. Il letto sfatto, la cucina puzzolente e con il piatto (l'unico piatto) e la padella (l'unica padella) ancora da lavare, il soggiorno ingombro di scatoloni, la stanza degli ospiti chiusa sigillata da quel dì, satura di scatoloni pure quella e ormai senza letto, e il cesto della biancheria pieno raso, ma che, secondo gli standard di Micuzzi, non aveva ancora raggiunto il livello di guardia. Lei era sempre stata così ordinata...

L'ascensore si fermò al piano e il commissario aprì la porta. Si passò il Toscanello dalle labbra alle dita della mano destra, qualora lei avesse voluto dargli due bacini sulle gote.

Margherita scese dall'ascensore con un sorriso appena accennato, timido perfino. Non era da lei. No, non era da lei. Era elegante senza strafare: scarpe basse, un paio di pantaloni scuri, larghi, e una maglia grigio topo. A tracolla un borsone di cuoio dentro il quale c'era da immaginarsi ci fosse tutto, dove per tutto s'intenda: tutto ciò che occorre per qualsiasi evenienza, non una cosa di più, non una di meno. Da un raffreddore a un terremoto. Margherita si avvicinò a Micuzzi, gli diede un leggero bacio sulle labbra e gli accarezzò il braccio, con un tocco affettuoso, non invasivo. «Passavo di qui per caso, e ho pensato...»

Si passa sempre di li per caso quando è esattamente lì che si vuole andare. Micuzzi la invitò a entrare. L'aria dimessa della donna era più eloquente del caffè molto zuccherato offerto dall'agente Della Vedova, ma far domande in quel momento significava essere scortese.

Micuzzi non fece domande, non voleva essere scortese.

Margherita si fermò nell'atrio in attesa di sapere dove Micuzzi l'avrebbe fatta accomodare. Si comportava come se fosse nella casa di un estraneo. Mentre quella casa era di sua proprietà. Quando se n'era andata con il suo gioielliere di lusso, poi finito in galera per affari non troppo puliti, aveva lasciato l'appartamento a Micuzzi, con annessi scatoloni ancora pieni delle cose che non aveva mai portato via. E lui lì era rimasto, anche perché si era sempre scordato di cercarsi un'altra sistemazione.

«In realtà avevo voglia di parlare un attimo con te, ma se ti avessi telefonato prima, avevo paura che avremmo finito per parlare al telefono, e mi sono detta... o la va o la spacca. Ed eccomi qui.» Sorriso.

Micuzzi fece strada in cucina. L'unico posto della casa più o meno praticabile. L'unico posto dover poter posare le chiappe su un paio di sedie che non fossero ingombre di qualcosa.

Margherita sembrava non far caso né all'aria irrespirabile né al disordine né al ripiano del gas incrostato di sfumature di caffè esondato dalla moka. E anche questo non era da lei. Il commissario, tanto per limitare i danni, andò verso la finestra e l'aprì, fingendo di guardare il cielo, nella speranza che il fumo stantio del Toscanello percepisse la presenza di una signora e uscisse ubbidiente, veloce come un fulmine.

Margherita si sedette, appoggiò il gomito sul tavolo e accavallò le gambe, senza neppure togliersi il borsone: «E allora?»

Allora, avrebbe dovuto dirlo lui, ma era stato preceduto e la cosa lo disorientò. Tanto per cambiare non sapeva cosa dire, cosa raccontare. «Mah, niente...» borbottò mentre si metteva a sedere. Avvicinò l'accendino alla punta del Toscanello per riprendere la fumata, ma si fermò appena in tempo. Margherita non aveva mai sopportato quel fumo: tirava verso il salutismo, lei.

«Fuma pure se vuoi», gli disse con un sorriso suggestivo, davvero sospetto.

Micuzzi scrollò le spalle e pose il mezzo Toscanello nel posacenere. Peccato, però, era la parte migliore, non la prima, quando ancora il tabacco deve prendere quota, non l'ultima quando il fumo si scalda troppo: quella giusta. La più buona, appunto, come l'ultimo goccio di Nardini. Ma l'accondiscendenza della sua ex moglie lo metteva a disagio e pure sul chi vive.

Finalmente Margherita si tolse il borsone di cuoio e prese a chiacchierare come se fossero due vecchi amici e non una coppia che a un certo punto era scoppiata. Cominciò a parlare di quanto era dolce il clima di quell'autunno, del traffico di Milano, di un certo corso di pilates al quale si era appena iscritta, delle vicende buffe di certi loro conoscenti di cui Micuzzi aveva dimenticato pure l'esistenza... Il commissario sentiva senza ascoltare, cercando di fingere almeno un briciolo di interesse, sospettando che i suoi occhi bovini puntati su di lei tradissero il fatto di essere lì con il corpo, ma da un'altra parte con il pensiero. E sapeva che lei se ne stava accorgendo, ma stava facendo finta di nulla, come aveva fatto finta di ignorare il casino dell'appartamento, il ripiano del gas decorato di nuance marroncine e il fumo solido di Toscanello che continuava ad albergare in cucina, nonostante la finestra spalancata.

Il commissario tornò alle parole di Margherita quando lei gli disse: «Sì, sì, lo so che sei ancora in collera con me per la vicenda del bambino e faresti bene a rimproverarmi, ma proprio quella vicenda mi ha spinta a riflettere...»

Collera? Rimprovero? Ma come stava parlando Margherita? Micuzzi non sentiva le parole «collera» e «rimprovero» più o meno dalle elementari. Il fatto che lei, non potendo avere figli, avesse pensato bene di comprarne uno clandestinamente non l'aveva mandato in collera, l'aveva fatto imbufalire proprio; e non si meritava rimproveri, ma un calcio nel didietro definitivo, anche perché a tirarla fuori dal letame era toccato a lui. Che era stato cornificato e mollato. Che non era più suo marito. E che, soprattutto, era un poliziotto. E i poliziotti i trafficanti di bambini (venditori o acquirenti che siano) non li devono togliere dal letame (o rimproverare), ma denunciare e arrestare.

«A riflettere, sì. Su di me, sulla mia vita. E su di noi, Sandro. Io ho trentanove anni, tu quarantadue. Non sarebbe il caso che la smettessimo di fare i bambini e ricominciassimo a pensare a rifarci una vita insieme?»

Questa volta Micuzzi il Toscanello se lo riaccese per davvero e fece tre o quattro sbuffi di fumo belli spessi come una locomotiva in salita, quasi per ricordarle chi era lui o cosa faceva quando stava a casa. L'uscita di Margherita era stata un attacco a freddo. Non se l'aspettava, anche se avrebbe dovuto, dopo tutte quelle premesse, verbali e non verbali. Stava per aprire bocca senza sapere quale suono emettere, che il citofono si mise a gracchiare ancora. Entrambi si guardarono stupiti e poi, quasi in automatico, guardarono verso l'atrio dove il citofono gracchiò per la seconda volta.

«E adesso? Chi sarà a quest'ora?» Micuzzi si alzò e si diresse verso la porta, quasi felice di quel diversivo.

«Di sicuro uno scocciatore», le parole di Margherita diedero corpo anche ai pensieri di Micuzzi.

Il commissario rispose ancora: «Pronto», ché le abitudini sono dure a morire.

La voce di Ambra era agitata, diceva: «Ciao, Sandro, apri, apri! urgente, importante!»

Micuzzi pigiò il pulsante di apertura e si voltò verso la cucina: « Ambra».

«Scocciatori, appunto», fece Margherita di controcanto, quasi un sibilo. Quella ragazza non le era mai piaciuta. E non pronunciava mai il suo nome, quando ne parlava con Micuzzi, diceva solo: «La tua amica lesbica...» sostenendo pure il falso, perché Ambra non era lesbica, era bisessuale. Ecco.

Ambra entrò in casa con il fiatone. Aveva fatto le scale di corsa, altro che ascensori, quelli erano troppo lenti per la sua fretta. Margherita, intanto, aveva lasciato la sua postazione e si era messa sulla porta della cucina con la spalla appoggiata allo stipite come a dire: Qua ci sto io, e te mettiti un po' dove trovi uno spazio residuale.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 105

20.
Girandole nella notte



Piazzale Loreto pareva una specie di giostra notturna. Decine di auto e di blindati della Polizia illuminavano intermittenti tutta la rotatoria. In silenzio, senza sirene, quasi scivolassero sull'asfalto semideserto dell'una di notte. Tra il cielo e la strada erano torrenti di pneumatici e lamiere azzurre e visiere intraviste appena dietro i parabrezza fumé. Immagini sfocate difficili da fermare nelle pupille dilatate dei passanti e degli automobilisti impietriti ai semafori verdi che assistevano all'occupazione delle arterie provenienti dal centro e dalla circonvallazione esterna.

Arterie che pompavano poliziotti come sangue ricco di anticorpi lanciati inutilmente in difesa di una città che lei stessa faticava a capire quanto fosse cambiata negli ultimi anni. E quanto poco avesse bisogno di essere difesa in quel modo meccanico. Arterie che pompavano rese dei conti, proclami iniettati di paura, oziosi richiami a una tradizione già bella e seppellita dagli stessi tradizionalisti di facciata.

Quel fluire di mezzi silenziosi invadeva in modo capillare le tre direttrici che portavano verso la periferia, verso i punti nevralgici in cui, a torto o a ragione, si riteneva fosse maturato l'omicidio di Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura: viale Monza, lungo il quale si andava a perforare il cuore della Brianza; via Costa, che in tempi andati aveva già fatto l'orecchio allo stridore delle volanti fiondate verso il centro sociale Leoncavallo; e via Padova, per alcuni un simbolo del futuro, per altri il ricettacolo di tutti i mali.

Visto dall'alto, quel fluire scivoloso e tripartito sarebbe sembrato olio motore spinto a forza da una turbina lanciata al massimo, caricata al massimo per rendere al massimo. E destinata a ottenere il minimo. Dai tre tronconi principali il fiume azzurrato e intermittente si scheggiava ordinato e andava a saturare anche le traverse: da via dei Transiti a via Pasteur, da via Giacosa a via Mancinelli, dando luce ai murales che ricordavano la cattiva coscienza di chi pestava duro ovunque vedesse rosso e chiudeva un occhio su chi aveva pestato duro due individui quasi imberbi che volevano dare un taglio alla neve bianca, tagliata o no che fosse.

L'ispettore capo Lariccia si era fermato su un blindato di collegamento all'angolo tra Loreto e via Porpora, e teneva i contatti tra la Centrale e la sua squadra mandata in avanscoperta alla ricerca di qualcosa che sapeva di niente, ma doveva sembrare tutto. La radio gracchiava in continuazione: ordini, indicazioni, rapporti verbali, richieste di intervento.

Doveva essere un'operazione rumorosa e silenziosa insieme; maschia e delicata insieme; utile e inutile insieme. Quelli erano stati gli ordini del questore Nardò e chi ci capiva era bravo. Ordini bizantini, come sempre, da eseguire e interpretare: insieme.

Lariccia scese dal mezzo. Ormai la fiumana di macchine e blindati era del tutto defluita, assorbita dal dedalo di strade nel perimetro delle operazioni. L'ispettore diede una sistemata al giubbotto antiproiettile e si appoggiò con una spalla al furgone. L'aria ormai si era rinfrescata e pareva voler ricordare che di lì a qualche settimana sarebbe stato il caso di tirar fuori la sciarpa. Sentì un effluvio secco al sapore di Toscanello e si voltò. Il commissario Micuzzi se ne stava là, con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, lo sguardo torvo, l'aria tra l'annoiato e l'assonnato come un vecchietto che guarda un cantiere stradale, la giacca chiusa, troppo stretta sulla pancia rotonda.

Lariccia abbandonò la posizione a ridosso del mezzo e si diresse verso di lui. «Alla fine sei venuto», era una constatazione, non una domanda.

Micuzzi si limitò a stringersi nelle spalle. «Sono qui come turista», bofonchiò tra il fumo del Toscanello. «Richiesta di partecipazione respinta. Tanto da qui a casa sono quattro passi, diciamo che ho fatto una passeggiata.»

«Meglio, dài, tanto questo carosello non serve a un cazzo.»

Lo sapevano entrambi, se l'erano detto mille volte che quelle girandole notturne servivano soltanto a far la polvere negli angoli e non a dare la stura al marcio. L'ultima retata l'avevano fatta assieme, lui e Lariccia, per un caso di serial killer di travestiti. Inutile anche quella.

Ma per Micuzzi la sua assenza era l'ennesima materializzazione del suo esser stato messo a riposo anzitempo. Decise di non pensarci. Era andato li tanto per guardare, tanto per esserci, tanto per non restare a casa, visto che a casa avrebbe dovuto vincere un imbarazzo in più. Quale imbarazzo, lui lo sapeva bene.

«Domani, comunque, ti mando i rapporti», disse Lariccia.

E perché mai doveva farlo? Con il pestaggio di Ambra quell'operazione non c'entrava nulla. Almeno fino a prova contraria. Per non farlo sentire troppo in disarmo? Una patetica prova d'amicizia? E poi: Lariccia era un ispettore capo, non un commissario della Mobile, come lo era stato lui fino a poco tempo prima. Perché prendersi la responsabilità di far avere documenti d'ufficio a un collega di un Commissariato decentrato? Quelle domande trapassarono il cervello di Micuzzi da parte a parte, ma depositarono solo una traccia omeopatica nei suoi neuroni assopiti.

I due lasciarono trascorrere i minuti senza dirsi nulla di particolare, a parte le condizioni di Ambra: di lei nessuna novità, era ancora in coma farmacologico. Micuzzi disse che il giorno dopo sarebbe andato al Policlinico e poi ad abbracciare il padre, un ottantenne zuccone e stalinista che ora si doveva portare sul groppone la tragedia di una figlia in coma.

Un agente chiamò Lariccia dal blindato: «Ispettore, in via Arquà, una traversa di via Padova, hanno fatto un altro arresto. Lo faccio portare in Questura per l'interrogatorio?»

Affermativo. Lariccia confermò l'ordine. Da lì al termine dell'operazione gli arresti, i fermi e i controlli sarebbero stati decine. Sarebbe stata una notte lunga, quella. Lunga e buttata nel cesso. Tanto chi teneva le redini del malaffare a quell'ora se ne stava a bere alcolici di prima qualità, a tirare coca di prima qualità in qualche bordello del centro, con puttane di prima qualità con tette da manuale e culi scultorei, e non certo lì, tra via Padova e viale Monza, a farsi chiedere le generalità.

Un'auto della Polizia si bloccò davanti a Lariccia. Sopra, tre uomini in tenuta operativa e un tizio con la faccia olivastra, molle per il sonno. Quello che sembrava il capo della pattuglia scese e accennò a Lariccia un saluto. « lui», e indicò la macchina con il pollice, «detenzione illegale di arma da fuoco. Una pistola da guerra.»

«Portatelo in Questura.»

Il poliziotto fece per risalire sull'auto, ma prima di entrare nell'abitacolo, buttò là: «Ah, a proposito dottore, complimenti per la promozione. Quando possiamo cominciare a chiamarla commissario?»

Lariccia si lasciò scappare un'occhiata quasi impercettibile verso Micuzzi. La sua voce diventò sfuggente: «Presto, presto... adesso, però, andate».

Micuzzi restò fermo sulla gambe e guardava Lariccia senza espressione.

«Avrei preferito dirtelo io, Sandro. Scusami.»

Micuzzi non avrebbe voluto, ma le parole gli uscirono senza censure: «Da quanto lo sai?»

La voce di Lariccia si fece quasi atona: «Tre settimane».

A Micuzzi tornarono in mente le occhiate di imbarazzo di Salada e Teneriello, il pomeriggio stesso, in Questura.

Tre settimane. E lui era stato l'ultimo a saperlo.

Quello, un tempo, era stato il suo posto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 165

30.
Soldi neri



Al secondo tentativo l'ispettore Salada andò in buca. La mattina seguente, verso le cinque, era andato in piazzale Loreto con la riga della barba mediterranea bella incisa nell'olivastro naturale della sua pelle. La faccia da ruffiano la sapeva fare, gli veniva naturale; come gli veniva naturale la faccia da cattivo. Usò la prima con il caporale che decideva chi, quel giorno, avrebbe messo insieme il pranzo con la cena e chi, invece, poteva benissimo andare a fare in culo; ma la seconda non servì a un bel niente con quelli che gli volevano fregare il posto.

Alle cinque di mattina piazzale Loreto pareva un cappotto rivoltato dalla parte consumata. Poco dopo meno di un'ora la città se lo sarebbe girato dalla parte buona e chi fosse passato da li non avrebbe notato alcun cambiamento dalla sera prima. Ma in mezzo c'era stata una parentesi invisibile ai vendenti.

Salada aveva osservato piccoli capannelli di persone divisi per nazionalità che aspettavano un sì o un no: il sì era per potersi spaccare la schiena a tre euro all'ora, perché il resto andava nelle tasche dell'abito scuro di quell'individuo col black-berry che smistava derive di uomini disposti a tutto. Anche a tacere.

Riuscì a farsi reclutare proprio là dove voleva: davanti a uno dei cantieri di Oliviero Trezzani, nel quartiere Adriano, vicino a via Padova.

In piazzale Loreto, nel suo ufficio a cielo aperto, il caporale lo aveva guardato storto e lo aveva scartato: «Tu no, fuori dai coglioni!» Ma poi Salada lo aveva seguito fino al cantiere e lo aveva supplicato, gli aveva proposto di prendere meno, che a lui andava bene anche così: voleva lavorare, doveva lavorare, anche per la metà della fame che pigliavano gli altri.

«Ma solo per tre giorni, però!» gli aveva detto il tipo. Voleva fare il duro, schiacciarlo sotto il tacco delle sue scarpe lustre. Salada aveva abbassato la testa. Così doveva fare, e l'altro quasi aveva sorriso, non leggendogli nel pensiero. A te ti faccio mangiare la merda, promesso, aveva pensato Salada.

La vertigine del ponteggio al nono piano gli fece dimenticare di essere un ispettore di Polizia e si sentì imprigionato in una fogna, come i tre romeni che parlavano poco e i due egiziani dalla dentatura equina che ogni tanto ridevano tra loro, come se ci fosse qualcosa da ridere.

Qualcuno, indicando la sua barba sfatta da galeotto, lo aveva già battezzato Rasoio. E lui Rasoio era diventato per tutti: egiziani, marocchini, tunisini, romeni, albanesi. Cinesi, niente. I cinesi si tenevano alla larga, avevano altri traffici, loro, brulicavano negli spacci e nei negozi di via Padova e rispondevano ad altri caporali dal nome impronunciabile e impossibile da leggere.

Verso le dieci Salada si passò l'avambraccio sulla fronte madida e temette di non essere capace di arrivare a mezzogiorno. Sul palmo della mano sinistra era lievitata una bolla biancastra e, quando aveva chiesto un paio di guanti, uno dei due egiziani aveva spalancato le mandibole e gli aveva spalmato in faccia una risata che puzzava di cipolla: «No, amico, no guanti, no guanti. Guanti costano soldi», sfregando indice e pollice.

«Niente guanti», aveva ripetuto a bassa voce Salada. Ormai tutto quanto toccava gli sembrava più pesante di quel grattacielo spuntato come un fiore del male nel pratone di periferia dove un tempo sorgeva la Marelli e dove l'erba si intestardiva a crescere senza che nessuno le chiedesse di farlo.

La pausa di mezzogiorno arrivò più tardi di quanto Salada si era augurato. I neri si sparpagliarono per tutta l'area del cantiere, l'ispettore trovò un poco di ombra accanto al basamento di una gru. Non immaginava che il prudente sole d'autunno potesse essere così fastidioso dopo una corvée di sei ore appollaiato su un ponteggio. Addentò il suo pane e mortadella. Si era seduto vicino a uno dei tre romeni, che masticava in silenzio. Salada gli allungò una lattina di birra. Quello lo guardò come un alieno. Salada insistette con un gesto. Lui si convinse e ringraziò con un cenno del capo.

«Quel tizio che mi ha assunto che fine ha fatto? Non l'ho più visto», chiese Salada.

Il romeno non lo guardò, continuava a masticare: «Andato via. Torna finito lavoro».

Sorso di birra.

Salada diede un altro morso al panino: «Torna per darci la paga?»

Il romeno annuì. «Sì, paga. Paga per chi lavorato ieri. Tu lavorato ieri?»

«No, ho cominciato oggi», disse Salada cercando un modo per chiedere senza chiedere.

«Allora tu niente paga.»

«Come niente paga?»

«Lavori oggi, lui paga domani. Forse, paga domani, se no, dopodomani. O mai. Lui torna chiede se lavorato bene, se rotto i coglioni... cose così, capito?»

Sì. Salada aveva capito. Aveva capito che non rompere i coglioni era la cosa che quei tizi, improvvisati muratori, carpentieri, ferraioli, avevano dovuto imparare in fretta. Prima ancora del mestiere.

«Tutto chiaro. Ma sai che non ricordo come si chiama? Me l'ha pure detto, eh, ma chi se lo ricorda.»

Il romeno smise di masticare. Lo guardò. «Tu italiano. Perché lavora qui? Tu no lavoro, casa, moglie?»

«Ehh, la casa! La moglie! Tutto giù, al paese! Niente lavoro laggiù, in Calabria! Mai stato in Calabria?»

«Mai stato, no. Anche Carmine di Calabria, dice lui.»

«Ah, giusto, Carmine, l'elegantone che ci fa lavorare.»

Il romeno stava bevendo un altro sorso di birra e si mise a ridere. La schiuma gli esondò dalla bocca e scese giù fino al mento, gli bagnò la maglietta sudata. «Elegantone, sì. Lui elegantone!» e continuò a ridere alternando un piccolo sorso a una risata, un piccolo sorso a una risata. «Lui dà lavoro. Ma lui nenorocitule... bastardo... Giusto dire bastardo in italiano?»

Era giusto, sì, gli rispose Salada. In qualsiasi lingua era giusto dire bastardo di uno così.

Quando l'ispettore risalì sul ponteggio al nono piano sentì le sirene della Polizia sfrecciare nei dintorni. Lì dentro ci si consumava la vita per pochi soldi in nero, là fuori volanti e blindati facevano inutile mostra di sé. Guardò in direzione del centro. Laggiù c'era chi non sapeva, o chi sapeva e se ne fotteva. Provò rabbia e poi quasi nostalgia, neanche fosse finito a mille chilometri dal Duomo.

«Figli di puttana », sibilò.

| << |  <  |