Copertina
Autore Riccardo Cassin
Titolo Capocordata
SottotitoloLa mia vita di alpinista
EdizioneVivalda, Torino, 2001, I Licheni 52 , pag. 384, dim. 125x200x23 mm , Isbn 88-7808-152-3
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe montagna , sport
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Indice


    5   Creazione dell'uomo rupe
    7   Nota del curatore
    9   Premessa dell'Autore

        PARTE PRIMA

   13   Così fu in principio
   29   Traccio le prime vie
   77   Salita a doppia corda e staffe
  101   Dalla Torre Cecilia alle Tre Cime
  123   Vacanze in Dolomiti
  139   Cima Ovest di Lavaredo, parete nord
  153   Pizzo Badile, parete nord-est
  171   Punta Walker, sperone nord
  197   Aiguille de Leschaux, parete nord-est
  211   La lotta partigiana

        PARTE SECONDA

  217   Dopo la guerra
  235   Ricognizione al K2
  251   Casherbrum IV
  289   McKinley, parete sud
  317   Spedizione nel Caucaso
  323   Jirishanca, parete ovest
  339   Lhotse, parete sud
  373   Operazioni di soccorso
  379   Il mio colloquio con la montagna


 

 

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Pagina 13

COSĖ FU IN PRINCIPIO
[...]


Sul Resegone

Fu proprio il Resegone che segnò l'inizio della mia passione per l'alpinismo. Era naturalmente una domenica, perché gli altri giorni della settimana si lavorava, quando partimmo per salire sulla cima principale, detta Punta Cermenati. Quel giorno né io né gli amici eravamo attrezzati. Il nostro unico sacco era un tascapane da alpino avuto in prestito, e stando al colore e ai rattoppi poteva essere appartenuto a un veterano. I nostri scarponi non erano certo chiodati, lusso eccessivo per il magro borsellino; quanto ai vestiti, avevamo quelli meno buoni per non sciupare gli altri.

C'erano le stelle quando partimmo, con il passo veloce e incontrollato dei giovani, sempre frettolosi, quasi non avessero tutta la vita da percorrere. Dentro la Valle della Comera, il cielo cominciò a sbiancare. Non faticammo a trovare il sentiero, là dove termina la strada, e risalendo per la costa ripida osservavo per la prima volta quelle pareti bianche di calcare prendere le tinte del giorno appena nato. Quella massiccia potenza parlava al cuore un linguaggio nuovo: un desiderio d'ascendere urgeva in noi, un bisogno d'essere sempre più in alto, di penetrare dentro i canaloni affinché più intimamente la montagna penetrasse in noi, di dominare anziché essere dominati... Nella luce ormai viva ogni cosa prendeva forma e colore, mentre lontanissima una striscia bianca scintillava. Ce l'additammo a vicenda: i ghiacciai!

Oggi i tempi sono un po' mutati, ci si sposta con facilità, non si cammina più di notte come facevamo noi per arrivare presto in parete. Si preferisce l'automobile, o addirittura l'elicottero, alle lunghe marce d'avvicinamento. Se si sente parlare del Resegone, magari si arriccia il naso perché "non è alto nemmeno tremila metri". So però che c'è ancora chi apprezza queste cime minori, le ama e le frequenta assiduamente. Sono pochi, è vero, ma anche noi eravamo pochi. E se appena si praticava un po' d'alpinismo, si finiva per conoscerci tutti. Avevamo molto pane e un po' di stracchino quel giorno, e prima d'arrivare in vetta era già tutto divorato. Sulla cima, un'esultanza senza limiti si impadronì di noi. Ci pareva di avere conquistato chissà che cosa. Scendemmo per il Canalone di Val Negra e per il Passo del Fò (faggio) fino alla capanna Stoppani, sempre perseguitati da una fame da lupi.

Credo che questi ricordi lontani siano come un tesoro che nessuno può rubare: è ricchezza immagazzinata dentro di noi. Così mi capita di ripensare volentieri a quella mia prima volta in montagna, un po' come fosse un primo amore. Ne sono certo: la gita al Resegone segnò una svolta decisiva nella mia vita. Fu anche l'inizio di una "malattia" ben nota agli alpinisti, dalla quale non sono più guarito.


In Grigna

Accadde infatti che dopo questa escursione, altre ne seguirono. Il lavoro durante la settimana mi sembrava allora più leggero e quasi divertente, perché sapevo che presto sarei tornato fra i bricchi, staccandomi dalla vita e dai pensieri quotidiani.

Purtroppo non tutte le domeniche potevo permettermi tanto lusso. Lavoravo undici, anche dodici ore al giorno, arrotondando con gli straordinari la busta-paga. Vivevo in stretta economia: la sera cucinavo il cibo per la cena e il mezzogiorno del dì seguente, la domenica facevo il bucato e rammendavo la biancheria, sempre per risparmiare qualche soldo da mandare a mia madre. Guadagnavo, non lo nego, ma in quella benedetta età più si mangia e più si ha fame!

Conosciuto il Resegone, volli andare in Grigna. Si dice semplicemente "andare in Grigna", o magari si usa un vezzeggiativo, "in Grignetta", per distinguerla dal "Grignone". Ma la Grigna non è una cima, la Grigna è un mondo. Poche montagne hanno formato intere generazioni di alpinisti ed esercitato un fascino tanto prepotente. Dove trovare una così ampia gamma di itinerari di roccia, dai più facili ai più impegnativi? Qualcuno ride dei "paracarri della Grigna", eppure non soltanto noi alpinisti lecchesi vi abbiamo trovato le pareti più adatte per l'allenamento: basti ricordare Comici e Gervasutti, e anche re Alberto del Belgio volle conoscerla.

Il mio contatto con la Grigna avvenne esattamente due settimane dopo la salita al Resegone. Risalimmo di buon mattino l'incassata Val Calolden, come si usava prima che si costruisse la strada carrozzabile dei Piani Resinelli. Sopra di noi certi nuvoloni carichi di acqua si andavano addensando, nulla promettendo di buono. Tornare indietro, però, manco a parlarne: per quindici giorni la gita aveva costituito l'argomento principale dei discorsi, e a nessun costo eravamo disposti a rinunciarvi. «Forse il tempo cambia», dicevamo fiduciosi, e via con gamba lesta in mezzo al bosco.

Purtroppo avvenne quel che era facile pronosticare: a un tuono ne segui un altro, e appena sopra il rifugio Porta, dove il faggeto cessa e cominciano i prati, il temporale ci investì furioso. Di corsa ripiegammo, ma prima di trovare riparo sotto un tetto eravamo inzuppati fino al midollo: un bucato di un genere un po' diverso da quello abituale di ogni domenica!

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SALITA A DOPPIA CORDA E STAFFE



Torrione centrale dei Magnaghi, parete est

Nel 1933 la stagione sciistica finisce tardi, e con la primavera si passa subito alla roccia. Il mutevole cielo d'aprile ci vede già impegnati nelle Grigne, allo Zuccone di Campelli, al Resegone: c'è ancora tanta neve, specie nei canali dove si è sfogata qualche valanga irosa, e nelle vallette a bacio, ma in compenso i prati impazziscono in una fioritura variopinta che allieta il cuore e l'animo.

Dopo le scalate d'allenamento, alla fine di maggio, insieme a Rizieri Cariboni, con il quale già ho ripetuto la mia via sullo spigolo del Sigaro, traccio un itinerario sulla parete est del Torrione Magnaghi Centrale, seguendo la gran fessura che nettamente lo incide. I Magnaghi, ben visibili dalla pianura lombarda, sporgono prepotentemente dalla piramide della Grignetta come una poderosa dentatura.

La nostra parete non manca di maestosità e la via che tracciamo si contiene nel quarto grado e richiede tre ore di bella arrampicata, dapprima lungo una fessura, poi per una fessura-camino assai strapiombante e levigata, con qualche passaggio particolarmente delicato che mi fa alquanto penare, ma dà sapore all'impresa: infatti, più la progressione si rallenta a causa degli ostacoli, più si sente l'ebbrezza della scalata, esattamente al contrario di quanto avviene nella corsa, dove il godimento aumenta in proporzione della velocità. Quando si prosegue palmo a palmo, tracciando un itinerario sul sasso intatto, e per piantare un chiodo si fatica a lungo, il tempo adotta una diversa misura, i pensieri mutano, pare che l'universo assuma il ritmo dei nostri movimenti, o che i nostri movimenti si intonino a quelli dell'universo. Null'altro ormai più esiste oltre la parete da scalare e la volontà di scalarla.


Arriva Comici

Con l'ascensione al Magnaghi, l'anno alpinistico appare favorevole fin dagli inizi. Poi la signora Varale mantiene la promessa e lo rende eccezionale, giungendo in Grigna con Emilio Comici, lo scalatore triestino dallo stile perfetto che concepiva l'arrampicata come arte superiore, un che di armonioso, pari - diceva - a «un pezzo musicale, in cui ritmi e movimenti variano modulandosi a seconda della qualità e dell'asprezza della roccia». Già famoso per diverse vie di largo respiro, era considerato lo stilista per eccellenza, non solamente per il modo d'arrampicare, ma anche per la scelta degli itinerari il più vicino possibile alla perpendicolare, sintetizzata nella cosiddetta "linea della goccia cadente".

Poter vedere arrampicare Comici, ascoltarne i consigli, penetrarne la mentalità fu per noi fortuna rara. Lo considerammo maestro. Molto alla mano e sempre cordiale, Comici fece sì che i rapporti fossero improntati a schietto cameratismo, come si usa in montagna. In seguito tra lui e me fiorì una sincera amicizia, sempre più rinsaldata con il trascorrere degli anni.

La progressione artificiale, che per noi della Grigna era un semplice "sentito dire", già costituiva per Comici il gioco preferito che gli consentiva un notevole risparmio di energia, permettendogli contemporaneamente di passare là dove fino ad allora era proibito. Mentre noi con minore assicurazione salivamo a forza di muscoli, lottando accanitamente in posizioni precarie quando la parete avara di appigli ci respingeva, Comici stendeva un ricamo di funi su placche, canne d'organo e strapiombi, ricorrendo alla doppia e tripla corda con il sistema che prende nome di "salita a forbice" o anche 'tira-molla", facendosi quasi "carrucolare" e usando staffe.

Al Jof Fuart, alla Cima di Riofreddo, al Montasio, alla Madre dei Camosci, insieme ai triestini, tra i quali primeggiava Giordano Bruno Fabian, già Comici aveva lasciato una non lieve impronta. Passato dalle Alpi Giulie alle Dolomiti Orientali, con Fabian aveva tracciato sulla parete nord-ovest della Sorella di Mezzo, nel gruppo del Sorapis, la prima via italiana di sesto grado, e si era fra l'altro unito in cordata con Domenico Rudatis, appassionato e tenace sostenitore dell'orientamento, nettamente sportivo, che l'alpinismo andava assumendo e che non ci dispiaceva: in quell'epoca caratterizzata da infiammate e mordenti polemiche, noi giovani seguivamo attraverso le riviste le battaglie e le nuove vie di Rudatis e Tissi, Videsott, Sandri e più tardi di Faè, dei due Andrich, di Carlesso. Ammiravamo le superbe realizzazioni di Comici e dei suoi compagni, persuasi che l'alpinismo si preparava a superare se stesso.

Nell'agosto del 1931 Comici aveva aperto con Benedetti una via che i benpensanti definivano "folle" su quella che Rudatis chiamava "la regina delle pareti", la nord-ovest del Civetta, proprio dove con l'impresa di Solleder aveva avuto inizio l'epoca del sesto grado. Comici aveva cercato la perpendicolare perfetta ma, superate le strapiombanti canne d'organo, si era accorto d'aver preso un abbaglio: ciò che guardando dal lago Coldai gli sembrava una linea retta in realtà non lo era, e se ne doleva. Questo dimostra quanto in lui dominasse il senso estetico.

Ora la Varale portava in Grigna l'artista

[...]

 


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