Copertina
Autore Riccardo Cassin
Titolo Capocordata
SottotitoloLa mia vita di alpinista
EdizioneVivalda, Torino, 2001, I Licheni 52 , pag. 384, dim. 125x200x23 mm , Isbn 978-88-7808-152-9
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe montagna , sport
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Indice


    5   Creazione dell'uomo rupe
    7   Nota del curatore
    9   Premessa dell'Autore

        PARTE PRIMA

   13   Così fu in principio
   29   Traccio le prime vie
   77   Salita a doppia corda e staffe
  101   Dalla Torre Cecilia alle Tre Cime
  123   Vacanze in Dolomiti
  139   Cima Ovest di Lavaredo, parete nord
  153   Pizzo Badile, parete nord-est
  171   Punta Walker, sperone nord
  197   Aiguille de Leschaux, parete nord-est
  211   La lotta partigiana

        PARTE SECONDA

  217   Dopo la guerra
  235   Ricognizione al K2
  251   Casherbrum IV
  289   McKinley, parete sud
  317   Spedizione nel Caucaso
  323   Jirishanca, parete ovest
  339   Lhotse, parete sud
  373   Operazioni di soccorso
  379   Il mio colloquio con la montagna


 

 

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Pagina 13

COS╠ FU IN PRINCIPIO
[...]


Sul Resegone

Fu proprio il Resegone che segnò l'inizio della mia passione per l'alpinismo. Era naturalmente una domenica, perché gli altri giorni della settimana si lavorava, quando partimmo per salire sulla cima principale, detta Punta Cermenati. Quel giorno né io né gli amici eravamo attrezzati. Il nostro unico sacco era un tascapane da alpino avuto in prestito, e stando al colore e ai rattoppi poteva essere appartenuto a un veterano. I nostri scarponi non erano certo chiodati, lusso eccessivo per il magro borsellino; quanto ai vestiti, avevamo quelli meno buoni per non sciupare gli altri.

C'erano le stelle quando partimmo, con il passo veloce e incontrollato dei giovani, sempre frettolosi, quasi non avessero tutta la vita da percorrere. Dentro la Valle della Comera, il cielo cominciò a sbiancare. Non faticammo a trovare il sentiero, là dove termina la strada, e risalendo per la costa ripida osservavo per la prima volta quelle pareti bianche di calcare prendere le tinte del giorno appena nato. Quella massiccia potenza parlava al cuore un linguaggio nuovo: un desiderio d'ascendere urgeva in noi, un bisogno d'essere sempre più in alto, di penetrare dentro i canaloni affinché più intimamente la montagna penetrasse in noi, di dominare anziché essere dominati... Nella luce ormai viva ogni cosa prendeva forma e colore, mentre lontanissima una striscia bianca scintillava. Ce l'additammo a vicenda: i ghiacciai!

Oggi i tempi sono un po' mutati, ci si sposta con facilità, non si cammina più di notte come facevamo noi per arrivare presto in parete. Si preferisce l'automobile, o addirittura l'elicottero, alle lunghe marce d'avvicinamento. Se si sente parlare del Resegone, magari si arriccia il naso perché "non è alto nemmeno tremila metri". So però che c'è ancora chi apprezza queste cime minori, le ama e le frequenta assiduamente. Sono pochi, è vero, ma anche noi eravamo pochi. E se appena si praticava un po' d'alpinismo, si finiva per conoscerci tutti. Avevamo molto pane e un po' di stracchino quel giorno, e prima d'arrivare in vetta era già tutto divorato. Sulla cima, un'esultanza senza limiti si impadronì di noi. Ci pareva di avere conquistato chissà che cosa. Scendemmo per il Canalone di Val Negra e per il Passo del Fò (faggio) fino alla capanna Stoppani, sempre perseguitati da una fame da lupi.

Credo che questi ricordi lontani siano come un tesoro che nessuno può rubare: è ricchezza immagazzinata dentro di noi. Così mi capita di ripensare volentieri a quella mia prima volta in montagna, un po' come fosse un primo amore. Ne sono certo: la gita al Resegone segnò una svolta decisiva nella mia vita. Fu anche l'inizio di una "malattia" ben nota agli alpinisti, dalla quale non sono più guarito.


In Grigna

Accadde infatti che dopo questa escursione, altre ne seguirono. Il lavoro durante la settimana mi sembrava allora più leggero e quasi divertente, perché sapevo che presto sarei tornato fra i bricchi, staccandomi dalla vita e dai pensieri quotidiani.

Purtroppo non tutte le domeniche potevo permettermi tanto lusso. Lavoravo undici, anche dodici ore al giorno, arrotondando con gli straordinari la busta-paga. Vivevo in stretta economia: la sera cucinavo il cibo per la cena e il mezzogiorno del dì seguente, la domenica facevo il bucato e rammendavo la biancheria, sempre per risparmiare qualche soldo da mandare a mia madre. Guadagnavo, non lo nego, ma in quella benedetta età più si mangia e più si ha fame!

Conosciuto il Resegone, volli andare in Grigna. Si dice semplicemente "andare in Grigna", o magari si usa un vezzeggiativo, "in Grignetta", per distinguerla dal "Grignone". Ma la Grigna non è una cima, la Grigna è un mondo. Poche montagne hanno formato intere generazioni di alpinisti ed esercitato un fascino tanto prepotente. Dove trovare una così ampia gamma di itinerari di roccia, dai più facili ai più impegnativi? Qualcuno ride dei "paracarri della Grigna", eppure non soltanto noi alpinisti lecchesi vi abbiamo trovato le pareti più adatte per l'allenamento: basti ricordare Comici e Gervasutti, e anche re Alberto del Belgio volle conoscerla.

Il mio contatto con la Grigna avvenne esattamente due settimane dopo la salita al Resegone. Risalimmo di buon mattino l'incassata Val Calolden, come si usava prima che si costruisse la strada carrozzabile dei Piani Resinelli. Sopra di noi certi nuvoloni carichi di acqua si andavano addensando, nulla promettendo di buono. Tornare indietro, però, manco a parlarne: per quindici giorni la gita aveva costituito l'argomento principale dei discorsi, e a nessun costo eravamo disposti a rinunciarvi. «Forse il tempo cambia», dicevamo fiduciosi, e via con gamba lesta in mezzo al bosco.

Purtroppo avvenne quel che era facile pronosticare: a un tuono ne segui un altro, e appena sopra il rifugio Porta, dove il faggeto cessa e cominciano i prati, il temporale ci investì furioso. Di corsa ripiegammo, ma prima di trovare riparo sotto un tetto eravamo inzuppati fino al midollo: un bucato di un genere un po' diverso da quello abituale di ogni domenica!

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Pagina 77

SALITA A DOPPIA CORDA E STAFFE



Torrione centrale dei Magnaghi, parete est

Nel 1933 la stagione sciistica finisce tardi, e con la primavera si passa subito alla roccia. Il mutevole cielo d'aprile ci vede già impegnati nelle Grigne, allo Zuccone di Campelli, al Resegone: c'è ancora tanta neve, specie nei canali dove si è sfogata qualche valanga irosa, e nelle vallette a bacio, ma in compenso i prati impazziscono in una fioritura variopinta che allieta il cuore e l'animo.

Dopo le scalate d'allenamento, alla fine di maggio, insieme a Rizieri Cariboni, con il quale già ho ripetuto la mia via sullo spigolo del Sigaro, traccio un itinerario sulla parete est del Torrione Magnaghi Centrale, seguendo la gran fessura che nettamente lo incide. I Magnaghi, ben visibili dalla pianura lombarda, sporgono prepotentemente dalla piramide della Grignetta come una poderosa dentatura.

La nostra parete non manca di maestosità e la via che tracciamo si contiene nel quarto grado e richiede tre ore di bella arrampicata, dapprima lungo una fessura, poi per una fessura-camino assai strapiombante e levigata, con qualche passaggio particolarmente delicato che mi fa alquanto penare, ma dà sapore all'impresa: infatti, più la progressione si rallenta a causa degli ostacoli, più si sente l'ebbrezza della scalata, esattamente al contrario di quanto avviene nella corsa, dove il godimento aumenta in proporzione della velocità. Quando si prosegue palmo a palmo, tracciando un itinerario sul sasso intatto, e per piantare un chiodo si fatica a lungo, il tempo adotta una diversa misura, i pensieri mutano, pare che l'universo assuma il ritmo dei nostri movimenti, o che i nostri movimenti si intonino a quelli dell'universo. Null'altro ormai più esiste oltre la parete da scalare e la volontà di scalarla.


Arriva Comici

Con l'ascensione al Magnaghi, l'anno alpinistico appare favorevole fin dagli inizi. Poi la signora Varale mantiene la promessa e lo rende eccezionale, giungendo in Grigna con Emilio Comici, lo scalatore triestino dallo stile perfetto che concepiva l'arrampicata come arte superiore, un che di armonioso, pari - diceva - a «un pezzo musicale, in cui ritmi e movimenti variano modulandosi a seconda della qualità e dell'asprezza della roccia». Già famoso per diverse vie di largo respiro, era considerato lo stilista per eccellenza, non solamente per il modo d'arrampicare, ma anche per la scelta degli itinerari il più vicino possibile alla perpendicolare, sintetizzata nella cosiddetta "linea della goccia cadente".

Poter vedere arrampicare Comici, ascoltarne i consigli, penetrarne la mentalità fu per noi fortuna rara. Lo considerammo maestro. Molto alla mano e sempre cordiale, Comici fece sì che i rapporti fossero improntati a schietto cameratismo, come si usa in montagna. In seguito tra lui e me fiorì una sincera amicizia, sempre più rinsaldata con il trascorrere degli anni.

La progressione artificiale, che per noi della Grigna era un semplice "sentito dire", già costituiva per Comici il gioco preferito che gli consentiva un notevole risparmio di energia, permettendogli contemporaneamente di passare là dove fino ad allora era proibito. Mentre noi con minore assicurazione salivamo a forza di muscoli, lottando accanitamente in posizioni precarie quando la parete avara di appigli ci respingeva, Comici stendeva un ricamo di funi su placche, canne d'organo e strapiombi, ricorrendo alla doppia e tripla corda con il sistema che prende nome di "salita a forbice" o anche 'tira-molla", facendosi quasi "carrucolare" e usando staffe.

Al Jof Fuart, alla Cima di Riofreddo, al Montasio, alla Madre dei Camosci, insieme ai triestini, tra i quali primeggiava Giordano Bruno Fabian, già Comici aveva lasciato una non lieve impronta. Passato dalle Alpi Giulie alle Dolomiti Orientali, con Fabian aveva tracciato sulla parete nord-ovest della Sorella di Mezzo, nel gruppo del Sorapis, la prima via italiana di sesto grado, e si era fra l'altro unito in cordata con Domenico Rudatis, appassionato e tenace sostenitore dell'orientamento, nettamente sportivo, che l'alpinismo andava assumendo e che non ci dispiaceva: in quell'epoca caratterizzata da infiammate e mordenti polemiche, noi giovani seguivamo attraverso le riviste le battaglie e le nuove vie di Rudatis e Tissi, Videsott, Sandri e più tardi di Faè, dei due Andrich, di Carlesso. Ammiravamo le superbe realizzazioni di Comici e dei suoi compagni, persuasi che l'alpinismo si preparava a superare se stesso.

Nell'agosto del 1931 Comici aveva aperto con Benedetti una via che i benpensanti definivano "folle" su quella che Rudatis chiamava "la regina delle pareti", la nord-ovest del Civetta, proprio dove con l'impresa di Solleder aveva avuto inizio l'epoca del sesto grado. Comici aveva cercato la perpendicolare perfetta ma, superate le strapiombanti canne d'organo, si era accorto d'aver preso un abbaglio: ciò che guardando dal lago Coldai gli sembrava una linea retta in realtà non lo era, e se ne doleva. Questo dimostra quanto in lui dominasse il senso estetico.

Ora la Varale portava in Grigna l'artista dell'arrampicata, potevamo dunque imparare da lui, scalare insieme: io però, preso dal lavoro quotidiano, non potevo seguirlo in modo continuativo.

Due sono le vie tracciate da Comici in Grigna: quella sulla parete est della Torre, aperta con Mary Varale e Augusto Corti, ed è un quarto grado, e quella "dei diedri" al Nibbio, percorsa con Antonio Piloni e Mario Dell'Oro, ed è un quinto con passaggi di sesto.

Fu appunto al Nibbio che per la prima volta si introdusse in Grigna la doppia corda con la salita a forbice e l'uso delle staffe: fu così che il nostro Gruppo Rocciatori prese diretta visione dei nuovi sistemi "dolomitici" di progressione. Potenzialmente eravamo già formati e pronti per qualsiasi cimento: non si trattava di affinare l'intuito, bensì di affiatarci con le più recenti raffinatezze tecniche dell'alpinismo orientale, in costante contatto - grazie a Rudatis - con le scuole tedesche del Kaisergebirge, indubbiamente all'avanguardia nella scalata su roccia.

Con la nostra arrampicata genuina difficilmente avremmo potuto andare oltre il punto raggiunto fino ad allora, mentre per l'arrampicata artificiale gli articoli delle riviste non erano sufficienti. La salita "a forbice" consentiva un risparmio di forze, e la staffa agevolava notevolmente i movimenti, più non dovendo restare attanagliati al chiodo per piantare quello superiore.

Vecchie staffe di quei tempi! Oggi si trovano in commercio già confezionate, con eleganti gradini in duralluminio, in origine invece altro non erano che un cordino annodato: lo si ripiegava in due tratti di eguale lunghezza, lasciando un capo della fune più lungo dell'altro; il primo "nodo delle guide" formava l'asola da inserire nel moschettone, mentre il secondo e il terzo nodo davano due anelli fissi che rimanevano aperti in modo da potervi infilare il piede. Due svantaggi presentava questo primitivo e rudimentale tipo di staffa: era difficile far entrare la pedula e, gravando con il peso del corpo su un piede, se la sosta per forza maggiore si prolungava quell'anello si mutava in raffinato strumento di tortura.

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PIZZO BADILE, PARETE NORD-EST



Il 1936 mi trova impegnato quale capofficina nella ditta in cui lavoro, e per questo nuovo incarico non mi è possibile dedicarmi alla preparazione di imprese di rilievo. Erano tempi difficili per il nostro paese, e in officina si facevano turni di dodici ore al giorno, anche la domenica. «Riccardo,» mi dice il padrone «qui bisogna venirne fuori», e non posso tirarmi indietro. Non per questo interrompo l'attività sulle montagne di casa.

Dopo un intenso allenamento, soprattutto sulle guglie della Grignetta, il 28 giugno 1937 parto per la Val Bregaglia con Gino Esposito e Vittorio Ratti, allo scopo di familiarizzarci con la zona e osservare la famosa parete nord-est del Badile, indicata come uno degli ultimi grossi problemi delle nostre Alpi. L'avevo intravista dalla corriera le poche volte che ero passato da Bondo per andare a Saint Moritz, e la gigantesca lavagna mi aveva fatto una grande impressione. Così quella domenica decidiamo di andare a darle un'occhiata da vicino.

Purtroppo, al nostro arrivo al rifugio Sciora il tempo si guasta. La parete rimane nascosta e, data l'impossibilità di un miglioramento delle condizioni atmosferiche, ce ne torniamo a Lecco. La domenica successiva siamo nuovamente lassù. Ci rechiamo alla base della parete per scegliere il punto di un eventuale attacco, e saliamo per circa duecento metri sullo spigolo nord per osservarla meglio.

[...]

«Siamo salvi!» urlo ad Esposito che mi segue. «Viene il bel tempo!» Nello stesso istante la visione serena si chiude e ripiombiamo nell'inferno. Quando siamo tutti in cima, la violenza dell'uragano raggiunge il parossismo. Non possiamo concederci un attimo di sosta: scariche elettriche serpeggiano, i capelli si rizzano benché la testa sia coperta dal passamontagna e dal cappuccio della giacca a vento. Infiliamo nel sacco il materiale ferroso per paura che qualche fulmine ci colpisca e tengo la sola piccozza per ancoraggio.

Cerchiamo la via della discesa: raffiche di vento ci sbattono contro le rocce. Su indicazione dei comaschi, che sono pratici della montagna, ci infiliamo nel canalone della via normale. La visibilità è nulla e tutto è uniforme. La neve scaraventata dalla tormenta sul vetrato ha steso un rigido manto perfino sugli strapiombi, livellando ogni cosa. La bufera ci attanaglia: solo scendendo possiamo uscirne. Ma come?

L'ordine di marcia dopo la vetta si è rovesciato. Io resto ultimo, Ratti apre la strada tra l'imperversare di neve ghiacciata e vento e gli altri giù dietro a lui, in cordata distesa, lasciandosi scivolare perché dall'alto li tengo io. Piccozza e ramponi sono la nostra salvezza: senza di essi non avrei potuto reggere la cordata e non ci saremmo calati. A volte capita che tutti e quattro sdrucciolano allo stesso tempo sulla roccia e solo grazie a quegli attrezzi riesco a trattenerli.

«Attenti! Scendo io!» urlo quando la corda è finita. I compagni allora sostano, cercano di fissare un chiodo per ancorarsi e fermarci nel caso in cui io dovessi partire. Invano aguzzo gli occhi: non scorgo dove metto il piede.

Nella seconda metà della discesa, serrati e imprigionati dalla bufera, più non riusciamo a raccapezzarci. E intanto si fa notte. Sotto la neve accumulata, sacco e corde sulle spalle diventano di piombo. Molteni è in piena crisi e ci preoccupa. Ci diamo da fare disperatamente in cerca della via di discesa, ma non veniamo a capo di niente. Il turbine gelato ci avviluppa sempre più, gli elementi scatenati stanno per vincere i più deboli fra noi. Vuoto le ultime gocce di cognac sulle labbra di Molteni, cerco di sostenerlo, perché ormai non ha la forza di progredire. Lo abbraccio, quasi per infondergli vita, ma invano: senza un lamento si accascia al suolo per non rialzarsi più.

Ratti e Valsecchi sono sotto. Esposito è con me, accanto al morto. Ci guardiamo stravolti, e per un momento il sentimento vince sulla ragione: tento di caricarmi Molteni sulle spalle, ma Esposito mi ferma persuadendomi a desistere. Se scivolo io che faccio sicurezza alla cordata, può essere la fine per tutti. Spezzo a colpi di martello le corde che ci uniscono all'amico, e leghiamo il suo corpo a un masso perché la bufera non lo porti via.

Un ostacolo non permette a Ratti di proseguire, e ci troviamo riuniti. Valsecchi cerca con gli occhi Molteni, non lo vede, si accorge che la corda lo unisce direttamente ad Esposito. Intuisce l'irreparabile e, in piedi accanto a un masso, piange silenziosamente. Cerchiamo di confortarlo. Non abbiamo più nulla da dargli, né una goccia di cognac, né un biscotto.

Ratti è finito dove una placca gli sbarra la strada, e non può più tornare indietro. Salgo sul masso appoggiato alla parete e, tenuto da Esposito, gli getto un cordino. Sorretto così dall'alto, Ratti riesce a ritornare sui suoi passi, e la manovra assorbe circa un'ora. Quando scendo dal masso, scorgo Valsecchi rannicchiato contro la roccia, mezzo sepolto dalla neve che la tormenta ha accumulato su di lui. Gli siamo vicini tutti e tre, lo rialziamo. Ad un tratto, invano trattenuto da noi che tentiamo di rianimarlo togliendolo dal torpore che l'ha invaso, Valsecchi reclina il capo sul petto e resta esanime fra le nostre braccia.

Ci assale la disperazione. Ci guardiamo muti, il dolore provoca uno spasimo fisico. Mettiamo al sicuro il corpo dello sventurato Valsecchi affinché le raffiche non lo facciano precipitare. La notte oscura ci impedisce di proseguire e ignoriamo in che punto ci troviamo: decidiamo di bivaccare vicino a Valsecchi e ci tiriamo a ridosso del masso. Togliamo i sacchi dalle spalle e li mettiamo sotto i piedi. Seduti l'uno accanto all'altro, infiliamo dalla testa il sacco da bivacco perché il calore non si disperda, e ne avvolgiamo i lembi sotto i piedi per chiuderlo. Nessuno riesce a dormire, il pensiero corre agli amici morti... Mentre la coltre di neve va ricoprendo loro e noi, ci domandiamo chi sarà il primo a seguirli.

Così trascorrono quelle tragiche ore. Dopo mezzanotte la tormenta che imperversa da dodici ore si placa, e una calma impressionante subentra. Aspettiamo abbracciati per riscaldarci un poco, e anche perché quello potrebbe essere l'ultimo abbraccio.

All'alba il cielo è terso. Ci scuotiamo di dosso la neve e i ghiaccioli che il fiato ha formato intorno al viso. Il benefico tepore del sole penetra nella carne. Ci guardiamo intorno: non un pezzettino di roccia è scoperto, sembra che la montagna stia sotto a un unico immenso lenzuolo. Scendiamo faticosamente le ultime balze, trasportando fino alla base della parete la salma di Valsecchi. La componiamo pietosamente e la copriamo con il sacco da bivacco. Poi ci avviamo verso il vicino rifugio Gianetti.

Tragico annuncio è quello che portiamo!

Ci buttiamo sfiniti nelle cuccette. Non ne possiamo più. Siamo rimasti cinquantadue ore sulla parete, scalando per ben trentaquattro. Per dodici ore la tormenta ci ha flagellato senza sosta. Una stanchezza mortale ci svuota di ogni volontà e piombiamo istantaneamente nel sonno.

Il giorno dopo, con la squadra di soccorso salita da San Martino di Masino, torniamo sul Badile a recuperare le salme degli amici.

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Pagina 225

Pizzo Badile, parete nord-est

Nel 1956 ripeto, con Roberto Osio, la mia via al Pizzo Badile. ╚ tale il mio entusiasmo di ritrovarmi ancora in questi meravigliosi luoghi che mi sono tanto familiari, dove tutto è rimasto come vent'anni prima, che arrivo alla capanna Sciora senza accorgermene. Tutto intorno è una cerchia di guglie arditissime, da me percorse e salite in quest'ultimo periodo. I miei occhi vanno su e giù per gli arditi spigoli del gruppo della Sciora, corrono al famoso Ferro da Stiro, salgono al Cengalo e per ultimo si smarriscono nell'immensità del Badile.

Nell'estate del '71, in compagnia dei giovani "Ragni" Pino Negri e Mario Conti e di mio figlio Pierantonio, ripeto per la seconda volta la via per realizzare un film su questa ascensione. ╚ una bellissima giornata e il sole ci riscalda. Mentre partiamo per l'attacco, i miei pensieri vanno all'influenza che ha avuto sul mio carattere la conquista di questa parete: è un episodio che ha riempito la mia vita.

La Nord-est del Badile si snoda sfiorando strapiombi impressionanti e passaggi audaci. Certo, nelle varie ripetizioni è stata chiodata eccessivamente... E pensare che è così bella la salita in arrampicata libera! Ma non me la prendo, è tutto così stupendo: la giornata, la montagna e ciò che provo nel mio animo.

Il tetto della capanna Sciora luccica laggiù in fondo: lo osservo mentre stiamo per arrivare al piccolo nevaio incastonato come una gemma nel bel mezzo della parete. Attacchiamo di proposito tardi perché la squadra del Soccorso Svizzero sta procedendo, con l'intervento di un elicottero, al recupero di un ferito in parete e non vogliamo correre il rischio di prenderci qualche scarica di sassi. Siamo perciò costretti a bivaccare a metà salita, e ciò mi permette di filmare alcuni aspetti suggestivi del tramonto e del sorgere del sole, che sono un magico incanto.

Trovo che la gioia che si prova nell'ammirare la bellezza di questa natura e l'azione di arrampicare si completino e mi rendano diverso. ╚ prodigioso, perché in montagna si vale per quello che si è, non per quello che le convenzioni sociali ci hanno fatto diventare: ciò che conta è quello che abbiamo nel nostro animo, un cuore puro e una salda volontà. Quando sono impegnato in una scalata, ciò che vivo, lo vivo nella sua completezza.

I tiri di corda si susseguono fino al Gran Diedro, massima difficoltà della salita, prima di arrivare al secondo "bivacco Cassin", così chiamato dalla prima ascensione. Gli ostacoli più notevoli sono superati, ma si deve fare ancora attenzione. L'arrampicata continua a divertirmi: la tecnica, la coscienza di poter passare, l'esperienza, le capacità dei giovani compagni di cordata mi danno assoluta sicurezza e, malgrado la mia età non più verde, mi posso godere ogni più piccolo dettaglio.

Nel superare gli ultimi duecento metri penso a quanto, nel '37, quel tratto era stato terribile per me e per i compagni di quella cordata: la fine imminente di Molteni e Valsecchi era allora così prossima! Ma ora tutto è diverso, e poi in vetta c'è il bivacco Redaelli piazzato da noi Ragni del CAI di Lecco nel 1969.

Questa nuova salita sul Badile, questo confronto con il giovane Cassin che aveva vinto la Nord-est trentacinque anni prima, acquista ora, per una di quelle particolari coincidenze della vita, un significato più profondo e affettivo: mio figlio che arrampica con me ha la mia età di allora!

Ritorno ancora sul Badile a ripetere la mia via nel 1987, cinquant'anni dopo la mia prima salita. Ho settantotto anni, e si può dire che questa mia ripetizione, data l'età avanzata, abbia fatto una certa sensazione. Con me sono i "Ragni" Pino Negri, Floriano Castelnuovo e Mariolino Conti. Partiamo dalla capanna Sciora all'alba, e in undici ore arriviamo in cima. La fortuna di trovare bel tempo e l'abilità dei compagni, oltre all'attrezzatura della parete e ai materiali, mi permettono di salire senza difficoltà eccezionali.

Qualche giorno dopo, la televisione svizzera mi rimprovera di non averli avvisati. Mi dicono che avrebbero voluto filmare la salita. «Bene, andiamo un'altra volta» gli dico allora. Di fatti quindici giorni dopo con Floriano Castelnuovo siamo di nuovo in parete, e stavolta impieghiamo un paio d'ore di meno. La sera, ai Bagni del Masino, si svolge una festa in mio onore per festeggiare il cinquantenario della Nord-est.

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Pagina 378

IL MIO COLLOQUIO CON LA MONTAGNA



Molti pensieri affollano la mente in procinto di chiudere il racconto di questo mio lungo colloquio con la montagna: è stata una corsa veloce attraverso il tempo, nell'intento di ripercorrere le fasi più salienti che hanno determinato il progressivo evolversi dell'alpinismo. Qualche considerazione vorrei dunque fare ora a proposito della presunta "fine dell'alpinismo".

L'impiego di attrezzi e l'adozione di sistemi atti a facilitare la scalata hanno avuto inizio praticamente in questo secolo; in realtà, anche i pionieri dell'alpinismo non hanno mai sdegnato di ricorrere a mezzi artificiali per riuscire nel loro intento: ricordo le scale a pioli portate da De Saussure sui ghiacciai del Monte Bianco, da Tyndall sul Cervino e ancora le punte di ferro e l'arpione usato sempre sul Cervino da Carrel e Whymper. Sono mezzi indubbiamente primitivi, ma palesano la natura dell'alpinista: far uso dell'intelligenza e di quanto si può avere a propria disposizione allo scopo di raggiungere la meta prefissata.

La progressione artificiale trovò in senso assoluto solo in Paul Preuss la più tenace resistenza: il mezzo artificiale non era ammesso dal grande alpinista neanche per assicurazione. Purtroppo però, egli cadde a soli ventisette anni.

Personalmente ho iniziato con l'arrampicata libera: usai dapprima i chiodi solo come assicurazione e, in un secondo tempo, anche per la progressione. Solo con lo sfruttamento della corda doppia per la salita e l'uso delle staffe, tecnica appresa da Emilio Comici, sono riuscito a tracciare vie su un terreno dove, con l'arrampicata libera, la progressione non sarebbe stata possibile. In quei tempi ormai lontani, molti mi applaudirono; moltissimi altri però mi biasimarono, chiamandomi con i miei compagni "ferraiolo".

Si asserisce da parte di alcuni che l'alpinismo è finito: la stessa cosa era stata già detta nel primo decennio del secolo, quando entrarono in scena i chiodi, i pendoli e le discese a corda doppia. Le grandiose conquiste che seguirono e che continuano a venir registrate, dimostrano quanto questi profeti fossero fuori strada.

Il sistema dell'arrampicata artificiale, dai tempi di Comici ad oggi, si è raffinato completandosi. I progressi e le innovazioni proseguono sempre. Io, ad esempio, all'età di settantotto anni sono salito in vetta al Badile ripetendo la mia via sulla Nord-est, agevolato in parte dall'esperienza e dai giovani compagni, ma per lo più dalla tecnica moderna e dall'equipaggiamento.

Naturalmente l'uso ingiustificato di chiodi non qualifica certo chi sale in tal modo una parete. Devo peraltro dire, senza alcuna ombra di polemica, che la scalata con chiodi ad espansione mette in secondo piano - secondo me - l'abilità di saper "interpretare" la conformazione della roccia. Cosa che pregiudica in certo qual modo la ricerca delle naturali possibilità di salita: non si tratta più di trovare una screpolatura, l'unica magari che possa costituire la chiave della nuova via, ma di rimanere appesi a qualche attrezzo.

D'altronde, le opportunità di tracciare sulle Alpi nuovi itinerari di largo respiro erano diventate pressoché nulle, e i pochi problemi rimasti irrisolti erano di natura tale da obbligare gli arrampicatori a escogitare nuovi mezzi e a ricorrere a manovre sempre più calcolate.

Questo non costituisce però la fine dell'alpinismo: è solo il suo volto moderno imposto dalle necessità.

Il progresso arriva in tutti i campi e in tutti gli sport: non vedo perché non debba toccare anche questa disciplina. Ogni alpinista ha il diritto di andare in montagna come vuole, e l'alpinismo attuale è quindi da me condiviso pienamente: purché alla base di esso ci sia sempre, nel superamento delle difficoltà estreme, quella ricerca di sana gioia e di elevazione spirituale che la lotta, a volte strenua e qualche volta mortale, contro rocce e ghiacci comporta.

Andiamo in montagna, quindi, con continuità e senza presunzione! L'alpinismo deve dare sì soddisfazioni e giusti riconoscimenti, ma prescindere da onori e premi, perché l'alpinista puro li schiva.

Le imprese eccezionali a volte sembrano aver tolto all'alpinismo quel fascino dell'impossibile che è stato sempre la molla segreta di ogni più grande conquista. Non per questo la montagna deve cessare di essere quella stupenda fonte di sensazioni estetiche ed etiche che arricchiscono cuore e mente.

Da questo punto di vista, sinceramente, il mio colloquio con la montagna non si è ancora concluso.

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