Copertina
Autore Alberto Castelli
CoautoreMaria Carla Gullotta
Titolo Africa Unite
SottotitoloIl sogno di Bob Marley
EdizioneArcana, Roma, 2005 , pag. 188, ill., cop.fle., dim. 150x210x17 mm , Isbn 978-88-7966-397-7
LettoreLaura di Stefano, 2005
Classe musica , paesi: Giamaica , paesi: Etiopia
PrimaPagina


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


KINGSTON-ADDIS ABEBA di Alberto Castelli            11

 1. Addis Abeba, 4 febbraio 2005.
    My Girl al Ghion Hotel                          13
 2. Addis Abeba, 5 febbraio 2005. Soul Rebel        16
 3. Addis Abeba, 3 febbraio 2005. Kingston Blues    22
 4. Addis Abeba, 4 febbraio 2005.
    Il potere segreto della musica                  30
 5. Catch A Fire e Burnin': Arrivano i Wailers.
    I Wailers non ci sono più 35
 6. Addis Abeba, 1 febbraio 2005.
    Mama Etiopia alla City Hall                     46
 7. Rastaman Vibration. Marley superstar            52
 8. Addis Abeba, 2 febbraio 2005.
    Gli anni più belli della mia vita               62
 9. Addis Abeba, 4 febbraio 2005. Sheraton Dread    70
10. Exodus. London blues                            77
11. Survival e Uprising. L'Africa di Bob Marley     87
12. Addis Abeba, 6 febbraio 2005. Il concerto       93

REALITY FROM JAMAICA di Maria Carla Gullotta       103

 1. Marley Birthday Bash                           105
 2. Le radici del rastafarianesimo                 111
 3. Onore e rispetto a Marley il rastaman          118
 4. Trench Town, Kingston                          123
 5. Trench Town Culture Yard                       128
 6. Nine Miles                                     135
 7. Gli eredi musicali di Marley                   142
 8. Georgie che cucinava il corn meal              150
 9. I luoghi di Marley                             155

TALKING BLUES                                      161

 1. Milano, 27 giugno 1980 di Gino Castaldo        164
 2. Torino, 28 giugno 1980 di Marco Basso          167
 3. One love from Kingston di Maria Carla Gullotta 171
 4. Lively Up Yourself alla radio... di Bunna      175
 5. Roots Rockers di David Rodigan                 178

    Ghost track. Lyceum                            181

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

1. Addis Abeba, 4 febbraio 2005

My Girl al Ghion Hotel


Sono quasi le otto di sera e da circa un quarto d'ora nella hall del Ghion Hotel, qualcuno canta con una voce che sembra uscita direttamente da uno studio della Motown o della Stax. Indossa una giacca rossa che ha visto giorni migliori e un cappello di pelle nera. Accanto a lui, che avrà più o meno cinquant'anni, c'è un ragazzo molto più giovane che suona una piccola tastiera elettronica appoggiata sul pianoforte. Sono quasi quindici minuti che quel tipo non sbaglia una canzone. Quando intona Cupid e poi A Change Is Gonna Come sembra proprio Sam Cooke. Dalla tastiera che sembra un giocattolo arrivano note che sembrano finte, ma quella voce trasforma tutto. Gli applausi sono sempre più convinti. Con una certa classe, mentre si abbottona la giacca e si sistema il cappello, annuncia che farà un altro paio di vecchie canzoni. Dà un'occhiata di intesa a quello più giovane, ed ecco che arriva Rainy Night In Georgia. Proprio il pezzo di Brook Benton, che il 17 gennaio del 1970 era al numero uno in America. Quella che dice: "It's a rainy night in Georgia / I feel it's rainin' all over the world" ( una notte di pioggia in Georgia / Ma per me piove in tutto il mondo). La voce è bassa, sembra che a cantare sia Brook Benton e in quel momento piove anche nella hall del Ghion Hotel. E anche da qualche altra parte.

Chi era seduto applaude, chi camminava si ferma, perché quell'uomo ha una storia da raccontare. un cantante soul. Uno vero. Da anni canta negli alberghi, però adesso lui è il tuo Otis Redding e, con lui, tutti gli altri. Tutti quelli che almeno per una volta sono saliti sul palco dell'Apollo Theatre, tutti quelli che almeno un volta hanno acceso la radio con la speranza di trovare canzoni di puro e autentico e classico soul, ora sono tutti lì, nella hall del Ghion Hotel.

Si aggiusta la giacca ancora una volta, gioca con il filo del microfono, mentre sorride al pubblico che vuole un'altra di quelle vecchie canzoni. C'è giusto il tempo di dare un'altra occhiata al tipo più giovane, poi arriva proprio quel giro di basso, non così rotondo e perfetto, le note della tastiera sembrano sbandare, muoversi con un equilibrio precario, però la canzone è quella: My Girl. E la voce del cantante con la giacca rossa che ha visto giorni migliori sembra proprio appartenere a uno dei Temptations. Ti sembra di vedere uno dei Temptations mentre si muoveva nello studio della Motown e si avvicinava per sussurrare al microfono: Talking 'Bout My Giri e le voci degli altri componenti dei Temptations salivano ancora più in alto e ripetevano: "My Girl, my girl...".

Sorride un vecchio rasta dai dreadlock spruzzati di bianco. Lo incontrerò per tre mattine di seguito al Ghion ogni volta chiedendomi chi sia, perché quel viso mi ricorda qualcuno. Fino a quando non lo vedrò salire sul palco di Meskel Square e, nel giro di pochi secondi, lo riconoscerò: Bob Andy, il grande vecchio Bob Andy. Mi sembrava...

Sorride anche un rasta molto più giovane, che con lo sguardo fiero dice di lavorare "per la Tuff Gong, nel nome di Brother Bob...". Sorridono i ragazzi della Miami University of Florida che con tutta la forza del gospel canteranno anche loro a Meskel Square. Sorridono tutti nella hall del Ghion Hotel perché quel tipo canta My Girl e sembra proprio uno dei Temptations. E io mi ritrovo a pensare a Dennis Bovell, maestro del reggae inglese che con quel giro di basso c'è cresciuto. E poi penso a Bob Marley che ascoltava la radio di notte e scopriva la voce di Curtis Mayfield e tutta la musica che un giorno avrebbe definito "spiritual music, music for the people... ". Diceva così, con quell'inglese che aveva lo stesso ritmo del reggae. L'inglese di Marley era musica. Era un basso che trasmetteva un ritmo profondo. Era la batteria che sottolineava quel ritmo. Era la sezione fiati che faceva una specie di punto esclamativo. E tutte queste sensazioni mi girano intorno mentre il tipo continua a cantare "... Talking 'bout my girl".

Qualche minuto dopo, sono di fronte a lui. Gli chiedo come si chiama e poi aggiungo che ha una voce bellissima. Mi ringrazia e quando si accorge che proprio non riesco a capire il suo nome, prende una penna e comincia a scriverlo lentamente. Guardo il foglio e gli dico: "Giarm Chibbs... Ah, certo, mi pareva...".

Prima di salutarlo gli chiedo se domani verrà al concerto.

"Domani canto all'Hilton, ma nel pomeriggio cercherò di venire. Tutta Addis Abeba sarà al concerto...".

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 111

2. Le radici del rastafarianesimo


Le treccine sono il simbolo più vistoso per focalizzare un rasta, ma in realtà non sono certo un segno di riconoscimento. Anzi, oggi sono spesso fonte di pericolosi abbagli perché sono di moda e quindi adottate da tanti che, oltre a farsele crescere in testa, non coltivano nulla di più profondo all'interno di essa.

Le spiagge di Negril, la Rimini giamaicana, sono stracolme di simil-rasta, significativamente denominati rental dread, "treccine in affitto": le turiste li trovano belli e pittoreschi e, non avendo alcuno strumento di giudizio per riconoscere quelli veri da quelli modaioli e fasulli, si fanno incantare da qualche formula di rito, da qualche racconto avventuroso e altrettanto fasullo e finiscono rapidamente tra le braccia di uno di loro per poi scoprire la mattina dopo che il servizio in camera si paga e che magari l'orologio è un regalo dovuto. D'altronde sono in molti, soprattutto giovani, ad andare in Giamaica spinti dalla ricerca di un mito affascinante e appena orecchiato, che li compensi dalle miserie del mondo occidentale che in termine di idee, sogni, aspirazioni, ha ben poco da offrire. Sono pronti ad abboccare all'amo di chi usa i dread come uno strumento di lavoro.

Un mercato che non ha nulla a che vedere con chi ha invece compiuto una scelta di campo e che si fa crescere i dreadlock perché la Bibbia dice che l'uomo non deve tagliare parti del proprio corpo ma preservarne l'interezza e l'integrità.

Se a Marley si deve, ancora una volta, la popolarità della criniera del leone, la storia del movimento rastafari ha le sue origini nella ricerca di radici e identità di un popolo che si è dovuto ricostruire un passato scippato da secoli di deportazioni forzate e di schiavitù.

Tutto comincia con l'abominio delle navi cariche di schiavi africani, inviate nel Caribe per popolare di manodopera a costo zero le piantagioni dei coloni bianchi. Dalle coste dell'Africa occidentale, intere popolazioni vennero catturate e imprigionate in una tratta di esseri umani che è stata la vergogna di secoli di oppressione e umiliazione. Mandingo, ashanti, congolesi persero non solo la libertà ma la possibilità di essere considerati persone. I gruppi etnici venivano metodicamente smembrati e le famiglie divise per non creare sacche di resistenza.

Era proibito parlare la propria lingua, praticare i culti religiosi animisti, mantenere tradizioni e leggende, cucinare piatti africani, vestire con il boubou, tatuarsi la pelle. Nulla doveva rimanere di culture millenarie, di intere regioni, di villaggi rasi al suolo. Il controllo era ferreo: della cultura di un intero continente si sono salvati solo il battito insopprimibile dei tamburi e le tradizioni orali, in racconti sussurrati la sera ai propri figli e durante le veglie davanti al fuoco nei quartieri degli schiavi.

Tribù di guerrieri e di uomini forti si ribellavano ai padroni: le rivolte finivano in bagni di sangue con impiccagioni esemplari, mani mozzate, lingue tagliate. Ma contro lo strapotere dei bianchi non è servito a molto e, alla fine dell'Ottocento, si sono visti costretti a importare la manodopera dall'india.

Gli africani di Giamaica hanno combattuto per decenni una guerra senza quartiere contro i soldati inglesi, sono fuggiti dalle piantagioni, rifugiandosi nelle foreste impervie del Portland, alle falde delle Blue Mountains o nel Cockpit Country, la regione che sovrasta Montego Bay, tenendo viva quella fiamma di ribellione che illumina ancora, assai riconoscibile, gli occhi irriverenti dei maroons, i discendenti degli schiavi partigiani.

Uno spirito di libertà e di orgoglio che nessuno ha saputo sconfiggere e che anima le più belle leggende giamaicane. La magica Nanny dei maroon che incantava gli inglesi con la sua voce melodiosa e con i trucchi di chi conosce tutti i segreti del bosco, che combatteva fermando con le mani le pallottole; Cujo, suo fratello morto in combattimento; Paul Boogle e Sam Sharpe, uomini di chiesa impiccati sulla piazza di Morant Bay per aver istigato gli schiavi alla rivolta. E le storie del ragno Anansi che combatteva con la furbizia la violenza degli invasori.

Le bed time stories dei bambini giamaicani sono ricche delle gesta del ragno, un inimitabile buffone, un po' imbroglione ma spiritoso, assolutamente imprendibile se non durante i sogni: piccoli scampoli di un patrimonio culturale salvato a fatica dall'annientamento.

da qui che bisogna partire se si vuoi capire la Giamaica. Chi la visita oggi si stupisce di percepire a volte una certa ostilità da parte dei giamaicani, ma scordare non è possibile e neppure giusto. Anche nei confronti della Chiesa Cattolica esiste un forte risentimento per essere stati ignorati dallo spirito di amore e fratellanza che ufficialmente animava i cattolici. Nessun papa scrisse encicliche contro l'istituto della schiavitù.

| << |  <  |