Copertina
Autore Luciana Castellina
Titolo Cinquant'anni d'Europa
SottotitoloUna lettura antiretorica
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2007 , pag. 244, cop.fle., dim. 15x23x2 cm , Isbn 978-88-02-07607-2
LettoreRenato di Stefano, 2007
Classe politica , storia contemporanea
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Indice

VII  Introduzione

     PARTE PRIMA

  5   1  La nascita della Comunità Europea
 13   2  Il ruolo degli Stati Uniti
 17   3  La guerra fredda
 25   4  La linea neoliberista
 29   5  La CECA
 35   6  La CED
 39   7  Dal fallimento della CED a Messina
 47   8  L'impulso indiretto: Suez
 51   9  L'Euratom
 57  10  L'Europa nata dai Trattati
 77  11  La società europea
 97  12  E adesso?

     PARTE SECONDA
     Le sinistre e l'integrazione europea

109  13  I federalisti
113  14  L'Internazionale Socialista
117  15  I comunisti
121  16  L'Unione Sovietica
123  17  Le sinistre francesi
133  18  Gli olandesi
137  19  I belgi
141  20  La SPD tedesca
151  21  Le sinistre italiane
175  22  La Gran Bretagna
187  23  Danimarca e Irlanda
191  24  Gli ultimi arrivati

197  Cronologia
235  Bibliografia
239  Indice dei nomi

 

 

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Pagina VII

Introduzione


I francesi e gli olandesi, nella loro maggioranza, hanno detto «no» nella primavera del 2005 al Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa. Anche per me, che sono stata deputata nel Parlamento Europeo per vent'anni, l'evento è stato inaspettato e in qualche modo traumatico. Perché la malattia da cui è più facile essere contagiati è il continuismo.

La duplice bocciatura credo sia stata salutare per l'avvenire dell'Europa. Ci costringe a ripensare più seriamente a questa comunità che abbiamo costruito, a re-interrogarci sulla sua ragion d'essere, a tracciare un bilancio veritiero su ciò che ha dato e ciò che ha tolto. Ci obbliga a ripensare anche alla guerra, che abbiamo scongiurato fra di noi, ma abbiamo contribuito a far proliferare fuori dai nostri confini. Ma anche dentro, sia pure in forme diverse.

Guai se non si approfitta della pausa di riflessione che ci è stata offerta. Se tutto continua ad andare avanti come ora non ci sarà uno sviluppo del processo di integrazione, né l'Europa riuscirà a rappresentare quella articolazione a livello della quale sarà forse ancora possibile salvaguardare il ruolo della politica, e cioè la possibilità per le donne e per gli uomini di far prevalere la loro volonta. Impedendo che il nostro destino sia affidato alla mano invisibile (ma non per questo meno ferreamente comandata) del mercato. Probabilmente non riuscirà a sopravvivere nemmeno il castello istituzionale che si chiama Unione Europea.

Questo castello è molto più fragile di quanto non pretenda la burocrazia di Bruxelles e di quanto raccontano i retori. Possibile del resto che non avesse già funzionato da campanello d'allarme la gigantesca astensione dei cittadini alle ultime due elezioni europee, quando ha in media votato meno del 50% dei cittadini?

I rischi di una disgregazione sono forti. Non in nome di un'alternativa migliore, che nessuna è per ora all'orizzonte; e nemmeno per aprire la strada a un tranquillo ritorno al passato, l'era felice degli stati nazionali, ormai irripetibile. Rischia di cadere per mano dei barbari, per via della sovversione leghista di mille poleis corporative e litigiose, che potrebbero sbriciolare la società e la sua rappresentanza democratica. Un regresso al Seicento italiano.

I sintomi di un simile processo sono già tutti percepibili. Bisogna ascoltarli, decifrarli, contrastarli. La cosa più pericolosa che può accadere è che, profittando del cinquantesimo anniversario della nascita della Comunità Economica Europa, il 23 marzo 1957, la retorica che certamente verrà profusa prendendo spunto dal geneatliaco, soffochi ogni ripensamento critico, ogni analisi seria dei processi reali – non meramente istituzionali – che in questo mezzo secolo di sono sviluppati.

Per questo è utile ripercorrere con verità la storia di questi anni. E ricordare in particolare le ragioni, e le circostanze che le determinarono, per cui quasi tutte le sinistre europee si opposero ai primi Trattati. Esse chiariscono come il percorso oggi santificato stava in realtà conducendo proprio alla codificazione di quanto a livello nazionale le sinistre stavano combattendo. E che dunque negli argomenti di chi negli anni Cinquanta si opponeva, alla CECA prima e poi alla CED e quindi alla creazione della CEE, c'erano non poche buone ragioni, troppo frettolosamente liquidate dalla storiografia contemporanea come provinciali, infantili, o peggio – per quanto riguarda la posizione dei comunisti – come risultato della disciplina imposta da Mosca.

Resta oscuro, piuttosto, come sia stato possibile che, a partire dalla fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta (più tardi i laburisti britannici e molto più tardi gli austriaci e gli scandinavi), uno dopo l'altro quasi tutti i partiti che avevano avversato le nuove istituzioni si siano convertiti a un sostegno sostanzialmente acritico. Fino ad approvare persino il Trattato costitutivo dell'Unione – quello firmato a Maastricht nel 1992 – che pure ancor più nettamente portava il segno dell'ideologia neoliberista.

Intendiamoci, non parlo di conversione al processo di integrazione, che è altra cosa dalle forme entro cui si è storicamente incarnato e dai contenuti che queste hanno espresso. Molti degli oppositori dell'inizio – certamente il PCI – non erano affatto contrari a una ipotesi di unificazione europea, ma solo a quella che stava prendendo corpo. Quel che è accaduto è che a partire da un certo momento, quando è apparsa l'ineluttabilità del processo storico in atto, si è rinunciato a pensare che potesse assumere altri indirizzi. Si è finito per ritenere che ineluttabile fosse questo specifico modello di integrazione, che conteneva nel suo DNA, già all'origine, il marchio del dettato liberista, che nel breve volgere di poco più di un decennio sarebbe diventata la legge indiscutibile del sistema. Rendendo illegittime le riforme sociali che in quella fase stavano maturando a livello nazionale. E così, alla fine, il confronto è stato forzosamente presentato come scontro fra chi era «per l'Europa» e chi era «contro l'Europa», anziché sul merito di come questa Europa veniva costruita.

Nel cinquantesimo anniversario dell'atto costitutivo della CEE, il Trattato di Roma, votato nella capitale italiana il 23 marzo 1957, vale la pena ripercorrere il dibattito che in quegli anni animò la sinistra europea. Non tanto per rivangare il passato quanto per affrontare meglio la sfida che alla sinistra propone il progetto di Costituzione che l'ha nuovamente divisa, facendo emergere una crisi profonda del processo di integrazione stesso. E così ripensare cosa significa oggi, nell'epoca della globalizzazione, una aggregazione europea: negli anni Cinquanta un pezzo di mercato comune poteva apparire una buona idea, nel terzo millennio, quando tutti commerciano con tutti e merci e capitali viaggiano da un punto all'altro della terra senza regole né controlli, è solo un anacronismo. Il problema è che non era il MEC quello che si voleva, neppure allora. Si voleva, attraverso il MEC, affermare, e anzi costituzionalizzare, il neoliberismo.

Il cinquantesimo anniversario della CEE coincide con la data che le istituzioni comunitarie hanno scelto per annunciare una nuova iniziativa dopo che la Costituzione varata dalla Convenzione è stata bocciata dai referendum popolari in Francia e in Olanda. C'è da sperare che nessuno sia così pazzo da pensare di poter riproporre lo stesso Trattato che due fra i paesi fondatori della Comunità hanno respinto, anche se molti Parlamenti altrove l'hanno approvato.

La speranza è che anziché demonizzare quei cittadini che hanno imposto un alt si colga l'occasione per avviare un dibattito vero, capace finalmente di coinvolgere l'opinione pubblica affinché tutto non resti, come è stato con la Costituzione presentata nel 2004, chiuso nelle più lontane stanze del potere. È necessario in nome della democrazia ma dello stesso processo di integrazione europeo.

Una lettura non retorica di come la Comunità è nata può forse contribuire a rendere tale dibattito più chiaro. L'Europa e il mondo sono oggi profondamente cambiati rispetto ai lontanissimi anni Cinquanta: allora si apriva la fase dell'espansione economica e della modernizzazione, oggi non solo quel trend si è inceppato e se ne sono scoperte tutte le laceranti nuove contraddizioni, è anche emerso con chiarezza che è alla decrescita, anziché alla crescita, che occorre oggi puntare se si vuole che il pianeta sopravviva. Vale a dire a una trasformazione profonda del modo di produrre e di consumare, nel contesto di una sempre più grave scarsità di risorse e di aumentati rischi ambientali, di enormi squilibri. La «belle époque» della globalizzazione è al tramonto.

E intanto nuovi, decisivi protagonisti sono entrati in campo sulla scena mondiale. La «comunità atlantica», che fino a un decennio fa sembrava la sola possibile area del mondo entro cui l'Europa potesse trovare un partner, non è più il solo mondo esistente e l'Europa dovrebbe trarne qualche conclusione.

Non ci si deve far ricattare dalla fretta che già viene impressa: assai più che di una Costituzione che nessuno conosce e nessuno capisce a cosa serva e che non piace a chi invece la conosce, abbiamo bisogno di «cantieri» per cominciare a costruire quanto non è mai stato ancora costruito: una società, e dunque una comunità, europea. Capace di rappresentare una positiva differenza nel mondo globalizzato, in grado di esprimere un progetto strategico che oggi non c'è, all'altezza dei problemi che sono maturati nel cinquantennio e si stanno aggrumando in modo drammatico in questo inizio di secolo nuovo.

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Pagina 97

12. E adesso?


Si dice che quando, il 18 luglio 2003, Valéry Giscard d'Estaing ha consegnato a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio europeo in carica, il «Progetto definitivo che adotta una Costituzione per l'Europa», una mosca fastidiosa volasse attorno alle narici del presidente della Convenzione, tentando di interromperlo proprio quando l'oratore se la prendeva con gli euroscettici. Con prontezza il primo ministro italiano avrebbe però atterrato l'arrogante animale appena potè perpetrare l'assassinio senza colpire il naso di Giscard. L'arma fu proprio il volume lussuosamente rilegato che conteneva la Costituzione, una circostanza che suggerì all'ex presidente francese l'osservazione, poi raccolta dai giornalisti: «Ecco – avrebbe detto ironico – la prima vittima della Costituzione europea».

Giscard d'Estaing è francese e dunque consapevole che le vittime non sarebbero mancate; e che, comunque, molti così la pensavano, a cominciare dai suoi concittadini. Fra tutti gli altri prevaleva invece una idea irenica dell'atto che stavano compiendo e solo la bocciatura della Costituzione da parte di due paesi fondatori della Comunità europea nei referendum di Francia e di Olanda, intervenuta due anni dopo, ha cominciato a far emergere in loro qualche interrogativo. Cui è seguito lo sgomento per quanto questi due popoli «ignoranti» avevano osato fare.

Gli altri popoli, come si sa, non sono stati neppure interrogati. «Invidio la Francia – ha lamentato Jurgen Habermas – questa Repubblica è almeno ancora cosciente dei criteri democratici che fanno la sua tradizione».

«La più grande catastrofe razionalmente prevedibile» – è stato il commento al doppio «no» del primo ministro lussemburghese, Jean Claude Juncker. Che ha tuttavia aggiunto, con maggior buon senso di molti suoi colleghi: «L'Europa come è, non è amata e, di conseguenza, si respinge l'Europa quale è proposta dal Trattato Costituzionale».

Dopo un anno dal fattaccio, il Consiglio Europeo del giugno 2006 ha deciso di riaprire ufficialmente il processo destinato a sfociare in una nuova Costituzione. Quale, tuttavia non si sa, se non che una nuova proposta procedurale non si avrà prima del 2008, dopo le due presidenze tedesca e francese, quest'ultima avendo il compito di tirare le somme. Che daranno risultati diversi a seconda di chi nel paese, che vota per il presidente nella prossima primavera, avrà al momento buono la leadership del negoziato: Sarkozy o Royale. «I francesi ci hanno messo nei guai – ha stigmatizzato il presidente della Commissione Barroso – che i francesi ci tirino fuori».

«Il tempo del lutto è finito» – ha decretato per parte sua Romano Prodi. E, per fortuna, ha aggiunto che occorreva rimboccarsi le maniche per preparare una nuova Costituzione, giacché non è pensabile di riproporre lo stesso testo a dei popoli che l'hanno respinto.

Assai più frettolosi, invece, alcuni suoi colleghi, a cominciare da Manuel Durao Barroso, secondo il quale occorre accelerare la ratifica da parte del maggior numero possibile di paesi del testo originario, sì da isolare i lebbrosi: francesi e olandesi.

Un progetto non molto dissimile da quello del primo ministro belga, Guy Vorhofstadt, che tali precipitate ratifiche le vorrebbe per dimostrare che la Costituzione quale è stata varata dalla Convenzione va bene così come è e non ha altre alternative. Tutt'al più si tratta di allestire un po' di «public relation» per renderla più popolare, e per questo la commissaria Margot Wallstroem ha avuto l'idea di ricorrere a un più efficace marketing del prodotto, destinando parecchie decine di migliaia di euro per acquistare potenti computer in grado di ospitare migliaia di «blog» interattivi, che ha invitato i deputati europei ad alimentare.

Il solo scettico – ma si tratta di una caratteristica tradizionale del suo paese – il commissario inglese Mandelson, che ha anche subìto il rimbrotto del presidente Barroso perché ha detto in una trasmissione alla BBC che secondo lui le speranze di rilanciare la Costituzione sono vicone a zero. L'«Economist», del resto, aveva suggerito di gettarla nella spazzatura.

Più sicuro di tutti Gerard Schroeder, ormai disteso ex cancelliere, che ha redarguito i suoi antichi colleghi dicendo: se si è convinti di un progetto non si fanno sondaggi, si conduce una battaglia per costruire una maggioranza. Le minoranze, anche se sono maggioranza in due non secondari paesi, insomma, è meglio non ascoltarle.

Bisogna – tuona ancora Vorhofstadt – ritrovare lo spirito dei padri fondatori, che dopo la crisi seguita alla bocciatura della CED da parte del parlamento francese, nel 1954, seppero in pochi anni rilanciare il processo di integrazione e arrivare, già nel marzo del 1957, a varare il Trattato istitutivo della CEE.

Ma quale progetto, cinquant'anni dopo e quando i cittadini europei si mostrano così scettici nei confronti di quanto fino a oggi si è fatto, si intende rilanciare? Quando nelle elezioni europee del 1999, e di nuovo in quelle del 2004, più della metà dei cittadini non è nemmeno andata a votare? E l'Eurobarometro riferisce che alla maggioranza degli europei, specie se giovani, se l'Unione dovesse sparire l'indomani, non gliene importerebbe niente?

Una riflessione sul perché del disamore non sembra in effetti svilupparsi se non in esigue minoranze di addetti ai lavori. Pochissimo fra i partiti, che sbrigativamente approvato il testo del 2004, hanno voltato pagina e sembrano ignorare il problema.

Solo in Francia, e per evidenti ragioni, si è consapevoli che occorre sortirne con qualcosa di nuovo, in grado di interpretare gli umori della gente. Su questo almeno sembrano fino a ora d'accordo, a sinistra, sia Fabius sia Strauss-Kahn sia Ségolène Royale.

Le ipotesi su come riparare al guaio sono già molte. La principale è stata enunciata da Jurgen Habermas, anche se il Parlamento Europeo, con una risoluzione, l'ha fieramente e anticipatamente respinta. Ma il filosofo tedesco insiste, consapevole che difficilmente si potrà arrivare all'approvazione di una Costituzione da parte di tutti e 27 gli stati-membri. E che perciò sarebbe utile ricorrere agli articoli 43 e 44 del Trattato di Nizza che lasciano aperta l'eventualità di una «cooperazione rafforzata» fra gli stati – almeno otto – che volessero procedere più in fretta nel processo di integrazione.

Una mini-Europa, insomma, concretamente praticabile, anziché le velleità impraticabili dell'ex ministro degli esteri tedesco, il verde Joska Fischer, che da quando, nel 2000, con un discorso pronunciato all'Università Humboldt, lanciò l'obiettivo ravvicinato di una struttura federale, non ha cessato di assolvere a una funzione avanguardista.

Ma quali mai potrebbero essere questi otto stati, se fra quelli che hanno detto di «no» a una ipotesi di cooperazione debole quale quella contenuta nel testo approntato, ci sono due dei paesi fondatori della CEE? E poi, chi controllerebbe mai l'agire di questa mini-Europa: un parlamento più piccolo parallelo a quello dei 27? O si procederebbe a uno sdoppiamento di quello esistente, a seconda delle materie? O, piuttosto, come sarebbe fatale, l'ipotesi non finirebbe proprio per rendere ancora meno democratica l'assunzione delle decisioni da parte dei governi?

Più di buon senso un'altra ipotesi di Habermas (analoga a quella lanciata anche da un gruppo di studio dell'Istituto Universitario Europeo di Firenze): collegare alle elezioni per il Parlamento europeo che dovranno tenersi nel 2009 un referendum, non su un testo costituzionale (che rischierebbe di essere altrettanto «illeggibile» — così l'ha definito lui stesso — di quello già proposto) ma su una semplice domanda relativa all'obiettivo strategico che si intende dare al processo di integrazione. Per interrogare i popoli europei sull'obiettivo finale che ci si propone, in termini di cessione di sovranità e di confini. Un problema del tutto eluso dalla Costituzione approntata.

Henri Weber, parlamentare europeo e portavoce di Laurent Fabius, capofila del «no» di sinistra francese, dice che la loro ipotesi è sopprimere il capitolo III, quello in cui incongruamente si costituzionalizza la scelta di politica economica liberista. Vorrebbero inoltre apportare qualche ritocco agli altri due.

«Se c'è buona volontà – dice Weber a nome dei fabiusani – si può fare. Ma – aggiunge scettico – quella che ormai di fatto avanza non è una comunità europea, bensì la riproposizione rafforzata della comunità atlantica delle origini. Peccato, un'Europa realmente autonoma oggi si sarebbe potuta fare perché anche a est stanno capendo che la subordinazione a Washington non conviene neppure a loro».

D'accordo con questa tesi è Francis Wurtz, presidente del GUE-Sinistra Verde nordica e deputato del PCF: racconta che in Slovacchia, tanto per fare un esempio, hanno appena cacciato il governo superlodato per il suo europeismo, dando il 30 dei voti a uno sconosciuto avvocato che si è presentato come oppositore della linea liberista. «Nei prossimi due anni il dibattito in Francia su questi temi sarà lacerante. Ma sarebbe bene che si estendesse a tutti, perché deve essere chiaro che non si tratta di un problema solo francese. Se si vuole salvare l'Europa, e nonostante tutto ne vale la pena, perché non si è ancora del tutto allineata alla globalizzazione selvaggia, non c'è altra strada».

Quanto a Sarkozy vorrebbe invece apportare qualche «maquillage» istituzionale, per varare un mini-Trattato, sì da evitare il ricorso a un altro referendum. Ma i francesi ritengono che così verrebbero derubati del loro diritto a decidere. Neppure Chirac è d'accordo.

Finché si gira attorno alle ingegnerie istituzionali non c'è da aspettarsi, tuttavia, che i popoli in questione saranno assai coinvolti. E questo sembra però il terreno su cui si muovono le élites, eludendo l'interrogativo di fondo – l'Europa per fare che? – che è quello che interessa la gente.

Fino a ora pochi sono i laboratori che coinvolgono la società civile e gli stessi partiti a livello europeo. Con una sola meritevole eccezione: il gruppo di lavoro creato a Firenze già nell'autunno del 2005 dai militanti dei Forum Sociali Europei, dei vecchi paesi membri ma anche di quelli appena entrati nell'UE, che hanno già portato alla discussione una prima bozza di «Carta dei nostri principi comuni per un'altra Europa» al Forum sociale europeo di Atene, nel maggio 2006, e stanno procedendo alla sua messa a punto attraverso una ampia consultazione.

La questione non è certo di facile soluzione, e si capisce perché i c.d. costituenti — i membri della Convenzione (28 nominati dai governi, 56 dai parlamenti nazionali, più una risibile rappresentanza — 16 deputati — del Parlamento Europeo) — hanno finito per varare un testo che non fa molto di più che operare un «collage» dei Trattati fin qui prodotti. Approdando a quello che potremmo ben chiamare un «grifone»: metà Trattato internazionale, metà Costituzione per un nuovo soggetto. «Figlia bastarda — dice con più realismo Paul Magnette, direttore dell'Istituto di studi europei dell'Università Libera di Bruxelles — di una convenzione costituente e di una conferenza diplomatica». «È nata maschio, un Trattato, e non femmina, una Costituzione» — dice autoironico Giuliano Amato, che della Convenzione è stato vicepresidente. «Forse — aggiunge — si tratta di un travestito». Difficile comunque parlarne come del frutto della «Filadelfia europea».

Il termine Costituzione è infatti del tutto scorretto giacché, non essendoci stato europeo, i soggetti costituenti sono ancora gli Stati nazionali e non un popolo, come invece nella Costituzione americana del 1787, che infatti recita: «Noi popoli degli Stati Uniti [...] ordiniamo e stabiliamo la presente Costituzione per gli Stati Uniti d'America». E per ciò il documento varato dalla Convenzione si e deciso di chiamarlo ufficialmente con più modestia «Progetto di Trattato che stabilisce una Costituzione per l'Europa».

Invano i giuristi si scervelleranno, perché il garbuglio creato in cinquant'anni è grosso; e ora la difficoltà maggiore sta proprio nel fatto che i francesi hanno detto «no» non solo alla loro Costituzione, ma automaticamente, in fondo, anche alla nostra Costituzione, che è la stessa: il loro «no» e il nostro «sì» sono inestricabili. A meno di non perseguire il progetto fantascientifico del presidente del gruppo dell'«Alleanza dei democratici e liberali» del Parlamento Europeo, Adrian Watson: indire un super-referendum contemporaneo in tutti e 25 gli stati membri e stare a vedere cosa ne viene fuori.

Più utile sarebbe discutere con i cittadini europei su quale Europa, per che cosa; e anche perché l'Europa, nel senso di definire cosa abbiamo di speciale che ci garantisca di non essere un pezzo anonimo della globalizzazione, come tanti altri. Prendendo finalmente atto che, mentre una tacita delega ai padri della Comunità fu possibile negli anni Cinquanta-Sessanta (sebbene senza grandi entusiasmi e con poco coinvolgimento), perché c'era il boom e tutti stavano un po' meglio di prima, ora, in questo inizio di millennio, le cose stanno in modo del tutto diverso: la disoccupazione è più elevata di quanto sia mai stata da decenni e la precarietà è generalizzata. Bisogna dunque dimostrare che con un'Unione Europea dotata di maggiori poteri politici ci sarà meno disoccupazione e più sicurezza.

Dice Habermas, e con lui molti di coloro che pur essendo critici sulla Costituzione si sono battuti perché fosse approvata: solo a livello europeo sarà possibile avere qualche impatto sulla globalizzazione. Se si vuole conservare un certo livello di welfare, e affrontare il problema della disoccupazione, bisogna che ci sia un potere politico sufficientemente forte – e nessuno stato nazionale può da solo averlo – che imponga regole e condizionamenti al mercato e alla competitività selvaggia.

Il fatto è che – come scrive Paul Thibaud, ex storico direttore della rivista «Esprit» in un numero speciale dedicato alla riflessione dopo la vittoria del «no» nel paese – «questa Europa senza sostanza si è allineata sulla mondializzazione, e non viceversa. La globalizzazione l'assedia e la sbrana, ed essa si scioglie nel suo ambito».

E poi – e qui si torna al punto centrale della questione – se resta quel capitolo III in cui si eternizza la più drastica scelta neoliberista; se resta la totale autonomia della Banca Centrale, arcigna guardiana dello «stupido» patto di stabilità (così lo definì una volta lo stesso Prodi), come è possibile pensare che su quella linea si possa salvare la solidarietà sociale che è alla base del welfare?

La solidarietà appare del resto caduta in disgrazia anche a livello nazionale, per via dell'egemonia conquistata dal pensiero e dai valori veicolati proprio dalle istituzioni europee che hanno fatto della competizione, al di là dei tanti richiami alla socialità, l'asse della loro politica.

L'Europa, è vero, potrebbe. «Perché qui gli stati nazionali sono stati – scrive Klaus Offe – i più grandi contenitori di democrazia e solidarietà storicamente possibile».

«Perché – dice anche Etienne Balibar – l'Europa è stata condotta dalla storia dei suoi movimenti sociali (o meglio delle dure lotte di classe che vi si sono svolte) a un grado di riconoscimento istituzionale dei diritti sociali come diritti fondamentali senza uguali nel mondo». «Non ha più il monopolio della tolleranza religiosa, ma è stata portata dalla storia dei suoi scismi, eresie e guerre di religione a un regime di laicità e di secolarizzazione». Per questo – aggiunge – c'è una domanda di Europa che viene dal mondo, come contrappeso necessario allo strapotere americano, al modello di quella società.

«L'Europa – esorta, a sinistra, Immanuel Wallerstein, parlando a migliaia al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre – perché sebbene si tratti di un'altra potenza imperialista rappresenta la possibilità di tener a bada la superpotenza americana».

«L'Europa – gli fa eco, dallo schieramento moderato, Timothy Garton Ash – perché lei sola può bilanciare la politica americana, perché è forte di stati che dispongono di una lunga esperienza diplomatica e militare».

L'Europa – suggeriva anche il grande intellettuale palestinese-americano Edward Said nei suoi ultimi scritti – perché meno manichea.

L'Europa – scrive il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer, sulla stessa linea – proprio perché gode di un vantaggio: contenere nello spazio più piccolo tante diversità e perciò in grado di «vivere con gli altri anche se sono altri» e dunque «terreno privilegiato per sperimentare il principio dell'intesa dialogica».

«L'Europa – scrive Franco Moretti – perché qui la diversità non diventa mai autosufficienza o ignoranza reciproca, perché qui non ci sono deserti, né oceani, o distanze smisurate, a irrigidire per secoli i tratti di una civiltà».

L'Europa – direbbe Karl Marx, citando i suoi Grundrisse – perché qui lo sviluppo capitalistico si è prodotto in presenza (e intrecciandovisi) di forme socio-culturali che lo precedevano ma erano ancora vitali, mentre cioè sopravvivevano classi e istituzioni (l'aristocrazia, il mondo rurale, la Chiesa) che, pur prendendo parte a tale sviluppo ne hanno segnato – nel male e nel bene – il sistema egemonico. Preservando una distanza critica, un'autonomia di valori rispetto alla crescente pressione in direzione di una riduzione di ogni dimensione umana alle mere priorità dell'economia, della produzione, della concorrenza mercantile. È questa cultura «altra», in qualche modo disinteressata, che ha dato luogo qui, a una critica alla modernità che ha avuto aspetti reazionari ma anche rivoluzionari. Che ha dato vita, qui e solo qui, a uno speciale movimento operaio che, in tutte le sue ispirazioni, socialista e cristiana, non è mai stato, come altrove, mero soggetto economico, incaricato di contrattare il prezzo della forza lavoro, ma anche portatore di valori di solidarietà. Che hanno inciso sulle istituzioni e lo hanno infatti reso artefice di quello che abbiamo chiamato stato sociale, protagonista della democrazia moderna.

Questa cultura, questa «distanza» dal mercato, ha segnato l'identità europea fino al senso comune; ed è a ben guardare il solo tratto che – al di là delle loro tante diversità – i vari paesi europei hanno in comune, dalla Svezia al Portogallo, dall'Inghilterra all'Italia.

Quando mi chiedono cosa mi sembra l'Europa abbia di specifico e di realmente comune – che non sia l'eredità greco-giudaico-cristiana e quanto ne è derivato nell'epoca moderna, che è ormai patrimonio di tutto l'Occidente – mi viene in mente proprio il suo movimento operaio e qualcosa che può sembrare assai diverso ma ha la stessa radice: la gastronomia. Sebbene i cibi in ogni suo paese, e anche in ogni sua regione, siano affatto diversi, in tutti c'è un analogo gusto per la diversità, in tutti il mangiare non è solo nutrizione ma occasione sociale, e attorno al cibo si scandiscono gli eventi della vita. Questo è forse il solo tratto culturale – di «cultura materiale» – davvero comune all'Europa. La mcdonaldizzazione stenta ad affermarsi, sebbene produrre cento formaggi anziché uno sia assolutamente antieconomico. La totale riduzione degli alimenti a merce, insomma, non è stata possibile. Così come la competitività non è riuscita a essere la sola regola che governa la società.

Su queste specificità si può forse ancora costruire una Unione Europea dotata di senso. Ma consapevoli che questa identità europea è ormai minacciata, non dallo sbarco dei marines, ma dal suo interno, dalla progressiva mercificazione che abbraccia ogni aspetto della vita, che fa sì che le sole differenze che contano siano quelle determinate dal consumo, quale e quanto.

E anche dal diffondersi di una nuova arroganza che rischia di far perdere la capacità di uscire dalla gabbia della propria identità per riconoscere l'altro e da lui farsi riconoscere: quella che porta a confondere l'universalismo con l'occidentalizzazione, sulla base di una concezione evolutiva della civiltà, sicché noi e solo noi saremmo portatori di un modello di superiore modernità». E infatti pretendiamo di presentarci «al mondo, non come quelli che impongono la propria universalità – scrive Alfonso M. Iacono – ma come quelli che la rappresentano al suo culmine».

La cosa più fastidiosa della vita comunitaria sono le sedute del Parlamento Europeo dedicate alla votazione delle risoluzioni sulla democrazia degli altri paesi del mondo, tutti valutati sulla base del binomio mercato-democrazia formale, e giudicati come se fossimo un Tribunale Supremo, quasi che a Bruxelles si conservasse – come il metro d'oro a Parigi – il prototipo necessario a misurare il buon comportamento del mondo.

Insomma, l'Europa potrebbe. Ma è difficile, e credo si debba cominciare a ricostruire quel che di buono c'è nella nostra cultura comune. Dopo sarà forse più facile varare una Costituzione. Nel frattempo sarebbe utile aprire dei cantieri.

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