Autore Giuseppe Catozzella
Titolo Non dirmi che hai paura
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2014, Narratori , pag. 236, cop.fle., dim. 14x22x1,6 cm , Isbn 978-88-07-03077-2
LettoreSara Allodi, 2014
Classe narrativa italiana












 

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Pagina 7

1.



La mattina che io e Alì siamo diventati fratelli faceva un caldo da morire e stavamo riparati sotto l'ombra stretta di un'acacia.

Era venerdì, il giorno della festa.

La corsa era stata lunga e stancante, eravamo tutti e due sudati fradici: da Bondere, dove abitavamo, siamo arrivati dritti fino allo stadio Cons, senza fermarci mai. Sette chilometri, passando per tutte le stradine interne che Alì conosceva come le sue tasche, sotto un sole talmente cocente da sciogliere le pietre.

Sedici anni in due avevamo, otto a testa, nati a tre giorni di distanza l'uno dall'altra. Non potevamo che essere fratelli, aveva ragione Alì, anche se eravamo figli di due famiglie che non si sarebbero neanche dovute rivolgere la parola e invece vivevano nella stessa casa, due famiglie che avevano sempre condiviso tutto.


Stavamo sotto quell'acacia a prendere un po' di fiato e di fresco, imbrattati fino al sedere della polvere bianca e sottile che si alza dal fondo delle strade al minimo sbuffo di vento, quando da un momento all'altro Alì se n'è uscito con quella storia della abaayo.

"Vuoi essere mia abaayo?" mi ha chiesto, mentre ancora aveva il respiro spezzato, le mani ai fianchi ossuti, stretti sotto i pantaloncini blu che erano stati di tutti i suoi fratelli prima di finire a lui. "Vuoi essere mia sorella?" Conosci qualcuno per una vita e c'è sempre un momento esatto a partire dal quale, se per te è una persona importante, da lì in poi sarà sorella o fratello.

Legàti per la vita da una parola, si rimane.

L'ho guardato storto, senza fargli capire cosa pensavo.

"Solo se riesci a prendermi," ho detto all'improvviso, prima di scattare via di nuovo, in direzione della nostra casa.

Alì deve avercela messa tutta, perché dopo pochi passi è riuscito ad afferrarmi per la maglietta e a farmi inciampare. Siamo finiti a terra; lui sopra di me, nella polvere che si attaccava ovunque, al sudore della pelle e ai vestiti leggeri.

Quasi l'ora di pranzo, in giro non c'era nessuno. Non ho cercato di divincolarmi, non ho opposto resistenza. Era un gioco.

"Allora?" mi ha chiesto, respirandomi il suo fiato caldo sulla faccia e facendosi d'un tratto serio.

Io non l'ho neanche guardato, ho solo strizzato gli occhi schifata. "Mi devi dare un bacio, se vuoi essere mio fratello. Lo sai, sono le regole."

Alì si è allungato come una lucertola e mi ha schiacciato un bacio bagnaticcio sulla guancia.

"Abaayo," ha detto lui. Sorella.

"Aboowe," ho risposto io. Fratello.

Ci siamo rialzati, e via.

Eravamo liberi, di nuovo liberi di correre.

Almeno fino a casa.


La nostra casa non era neanche una casa nel senso normale del termine, come possono essere quelle belle, con tutte le comodità. Era piccola, piccolissima. E ci vivevamo in due famiglie, la nostra e quella di Alì, dentro lo stesso cortile, recintato da un muricciolo d'argilla. Le nostre abitazioni erano proprio una di fronte all'altra, ai due margini opposti dello spiazzo.

Noi stavamo sulla destra e avevamo due stanze, una per me e i miei sei fratelli e l'altra per mamma e papà. Le pareti erano di una miscela, che al sole diventava durissima, di fango e ramaglie. Ma in mezzo alle nostre due stanze, come a dividerci dai nostri genitori, c'era la camera dei padroni di casa, la famiglia di Omar Sheikh, un omone grasso con una moglie ancora più grassa di lui. Loro non avevano figli. Stavano vicino alla costa, ma ogni tanto venivano a passare la notte lì, e quando capitava le giornate diventavano subito molto meno allegre. "Tenetevi le battute e gli scherzi per dopodomani," diceva Said, il mio fratellone più grande, ogni volta che li vedeva arrivare, riferendosi a quando sarebbero ripartiti.

Alì, invece, con suo padre e i suoi tre fratelli, stava in una stanza sola, addossata al muro a sinistra.

Il posto più bello della casa era il cortile, un cortile grande, ma grande davvero, con in fondo un enorme, solitario eucalipto. Il cortile era così grande che tutti i nostri amici volevano venire da noi a giocare. Come pavimento, in casa e ovunque, la solita terra bianca che a Mogadiscio si infila dappertutto. In camera, per esempio, avevamo steso delle stuoie di paglia sotto i materassi, ma non servivano a molto: ogni due settimane Said e Abdi, i miei fratelli maggiori, dovevano uscire e sbatterle con tutta la forza per cercare di eliminare ogni singolo granello di polvere.


Quella casa era stata costruita dal grassone Omar Sheikh in persona, tanti anni prima. L'aveva voluta proprio attorno a quel maestoso eucalipto. Passandoci davanti, ogni giorno fin da quando era bambino, si era innamorato di quell'albero, così ci aveva raccontato un'infinità di volte con la sua vocina ridicola che gli si strozzava in gola. A quel tempo l'eucalipto era già grande e forte, e lui aveva pensato: voglio che la mia casa sia qui. Poi, sotto la dominazione del dittatore, erano cominciati i problemi con gli affari e sembrava che stesse arrivando la guerra; quindi aveva pensato di trasferirsi in un posto più tranquillo e aveva affittato le tre stanze alle nostre due famiglie, la mia e quella di Alì.

In fondo a tutto c'era la capanna per il bagno in comune. Un quadrato minuscolo chiuso da fitte canne di bambù con al centro un buco nauseabondo, dove facevamo i nostri bisogni.

Poco prima della latrina, sulla sinistra c'era la camera di Alì. Sulla destra, di fronte, la nostra: quattro metri per quattro e sette materassi a terra.

Al centro dormivano i fratelli maschi e ai bordi stavamo noi quattro femmine, Ubah e Hamdi sulla parete sinistra e io e Hodan, la mia sorella preferita, addossate a destra. In mezzo a noi, come un inesauribile focolare che ci proteggeva, dominava l'immancabile ferus, la lampada a petrolio senza la quale Hodan non avrebbe mai potuto leggere e scrivere le sue canzoni fino a tardi, e Shafici, il minore dei maschi, non avrebbe potuto esibirsi nei suoi spettacoli di ombre sul muro che ci facevano morire dal ridere per quanto erano sgraziate e malriuscite. "Fai dei gran spettacoli di ombre e molta immaginazione," gli diceva Said.

Insomma, prima di dormire, ogni sera, chiusi in sette in quella cameretta, ci divertivamo un mondo, cercando di non farci sentire troppo da mamma e papà e da Yassin, il padre di Alì, che con lui e i suoi tre fratelli maschi dormiva lì di fronte. A pochi passi da me. Nati a tre giorni di distanza e divisi da pochi, pochissimi passi.

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Pagina 23

3.



La sera prima della corsa annuale, prima che tornassero i nostri padri dal lavoro, io e Alì abbiamo fatto una cosa proibita: ci siamo avventurati fuori per correre.

Erano le sei del pomeriggio, il sole era basso all'orizzonte, l'odore del mare arrivava fin dentro il cortile. Si era insinuato, sospinto da un vento fresco e profumato dagli aromi che cominciavano ad alzarsi dai bracieri delle case vicine, e ci aveva attirato a sé. Mancavano poche ore alla gara e volevamo allungare i muscoli e le falcate. Ne sentivamo il bisogno, come due atleti veri.

Spesso le milizie decidevano per il coprifuoco già dalle ore che precedevano il venerdì. Quel pomeriggio infatti non si erano sentiti spari. E poi c'era la luna piena, abbastanza luce per non rischiare troppo.

Non ci saremmo allontanati molto.

Siamo usciti con l'idea di fare il giro dell'isolato, arrivare fino al confine del viale Jamaral Daud, girare attorno all'altare della Patria e tornare indietro.

Venti, venticinque minuti in tutto.

Alì mi aveva detto di mettermi i veli, ma io non avevo voluto ascoltarlo. Neanche hooyo, che stava cucinando piegata su un pentolone fumante, tutta avvolta dai veli chiari che portava in casa, si era accorta che stavamo uscendo. E nemmeno Hodan, chiusa in camera con le sorelle grandi. Facendo meno rumore possibile, siamo sgattaiolati sotto la tenda rossa che copriva l'apertura nel muro di cinta, sicuri che nessuno si sarebbe accorto di niente.

La guerra non ci spaventava, era la nostra sorella maggiore.

Spesso Alì, quando si sentivano colpi di mortaio o di mitragliatrice, andava con i suoi amici Amir e Nurud vicino ai miliziani a vedere come sparavano. Si avvicinavano piano piano e si nascondevano dietro una macchina o dietro l'angolo di una casa, e guardavano. Si eccitavano al rumore dei fucili, dei mitragliatori. Quando tornavano in cortile parlavano velocissimi, e io rimanevo imbambolata ad ascoltarli, le loro voci si accavallavano, ognuno mi voleva raccontare un particolare che credeva di aver visto solo lui. I loro occhi erano accesi, feroci come le bocche dei fucili.

Comunque, quella sera abbiamo corso per una ventina di minuti. L'aria era fresca e non si sudava come di giorno. Quello era l'orario che preferivo, tutto era rallentato, la giornata volgeva al termine e nell'aria rimaneva una luce sospesa, non più quella accecante del giorno, con il sole che rimbalzava dappertutto riflesso su ogni particella di polvere, ma più bassa, riposante.

Eravamo già sulla strada del ritorno, non troppo distante da casa, quando siamo stati costretti a fermarci. All'improvviso, in fondo a un vicolo deserto, è comparsa una jeep di miliziani integralisti.

Non erano né hawiye, abgal, darod, erano membri di Al-Shabaab.

L'etnia in questo caso non c'entrava. Erano militari appoggiati dagli estremisti di Al-Qaeda che stavano facendo di tutto per prendere il potere, sfruttando le divisioni tra i clan.

Quelli di Al-Shabaab si riconoscevano da lontano per le barbe lunghe e le giubbe scure, a differenza dei miliziani dei clan, che di solito portavano giacche mimetiche recuperate chissà dove, in qualche mercato o di seconda mano dagli eserciti etiopi. I soldati di Al-Shabaab invece avevano vere divise, nuove, che li facevano sembrare ricchi signori della guerra.

C'erano otto uomini nel cassone, con le canne delle mitragliatrici che gli spuntavano come antenne metalliche da dietro la schiena.

L'auto stava avanzando pianissimo, quando uno degli uomini barbuti ha girato la testa verso di noi e ci ha visti arrivare.

Due puntini innocui, stanchi e sudati.

Una bambina abgal seminuda e un bambino darod: naso schiacciato e pelle nerissima.

L'uomo ha picchiato il pugno sopra il tettuccio dell'abitacolo e la jeep si è fermata. Tutto è accaduto in pochi secondi. Due miliziani sono saltati giù e sono venuti nella nostra direzione.

Erano bassi e senza barba.

Solo quando sono stati vicini abbiamo capito perché: erano ragazzini di dodici anni, forse undici. Con due fucili più grandi di loro a tracolla. In quei mesi girava la voce che Al-Shabaab avesse preso a reclutare i bambini per istruirli alla guerra santa. In cambio, ai genitori garantivano che i figli avrebbero ricevuto un'istruzione, imparato l'arabo e le leggi del Corano, mangiato tre pasti al giorno e dormito in un alloggio dignitoso, con un letto vero e tutti gli agi che quasi nessuno poteva più permettersi. Quei due dovevano essere nuove reclute.

Più si avvicinavano e mi guardavano con disappunto, più mi rendevo conto di come ero vestita: pantaloncini e maglietta. Maledetti veli. E Alì era darod, uno di quelli che gli integralisti odiavano di più, perché li consideravano inferiori, un clan di negri, come dicevano, mentre noi abgal avevamo la pelle più chiara, ambrata, e i lineamenti che si avvicinavano a quelli degli arabi, da cui gli integralisti di Al-Shabaab si illudevano di discendere.

Si sono fermati a una ventina di passi da noi.

"Cosa ci fanno in giro a quest'ora due esemplari come voi?" ha detto il più basso e grassoccio dei due, una camicia nera stirata e pantaloni scuri con la piega. Quell'abbigliamento quasi perfetto nel nostro immaginario apparteneva solo all'Europa o all'America. Eravamo abituati a vestirci come capitava, con abiti vecchi. Soltanto alcuni adulti il venerdì amavano farsi vedere nella piazza del parlamento o sul lungomare con gli stessi pantaloni e la stessa giacca che portavano negli anni della pace.

"Ci stiamo allenando per la gara di domani," ha risposto Alì guardandolo fiero in viso, senza paura. Erano domande di rito. Sebbene a noi non fosse mai capitato, giravano molti racconti di episodi simili, da quelle domande non c'era niente da temere.

I due sono scoppiati a ridere, quello grasso si grattava il sedere con una mano. Poi hanno fatto qualche passo avanti, e l'unico lampione li ha illuminati in viso. Avevano gli occhi acquosi e iniettati di sangue.

"Siete due atleti, quindi..." ha detto il grasso dopo un po', con aria ironica, mettendosi di nuovo a ridere.

"Sì," ha risposto Alì. "Ci stiamo allenando per la gara annuale di cor..."

A quel punto l'altro, uno smilzo con una lunga cicatrice sulla fronte e gli occhi che parevano spiritati, ha gridato: "Taci, darod! Non dovresti neanche aprire bocca, tu. Lo sai che potremmo portarti via, e nessuno avrebbe niente da ridire? Forse anzi tuo padre sarebbe contento se venissi con noi, almeno avresti vestiti decenti da metterti". Sono scoppiati a ridere di nuovo come due bambini, mentre il grassottello continuava a grattarsi il didietro.

Alì ha abbassato lo sguardo e si è osservato. Indossava una maglietta tutta buchi e macchie di cibo che era stata di suo fratello Nassir, e un paio di pantaloncini molto più larghi di lui stretti in vita con uno spago arrangiato. Ai piedi portava vecchi mocassini bucati che suo padre Yassin aveva recuperato chissà dove, chissà quanti anni prima.

Con la coda dell'occhio ho percepito un movimento.

Alì vibrava come la pelle di un tamburo. Singhiozzava in silenzio per la rabbia e la vergogna. Mi sono girata e ho visto che una lacrima, una sola, gli stava scendendo piano lungo una guancia.

Il magro, come un predatore che fiuta la bestia ferita, si è avvicinato di cinque o sei passi. Portava un profumo da uomo dall'odore penetrante, tipo acqua di colonia, ma troppo forte, che si era sparso nell'aria tutto intorno.

"Sei solo un piccolo sporco darod," gli ha detto. "Ricordalo. Sei soltanto uno sporco darod."

Alì non ha risposto. Io ho avuto paura.

Poi lo smilzo è venuto verso di me e mi ha afferrata per un braccio. "E magari ci portiamo via la tua amica. Così impara a vestirsi come una wiilo. Chi ti credi di essere, eh?, un maschio?"

Ho cercato di divincolarmi, e intanto quello mi teneva stretta come una tenaglia. Ha provato a tirare, ma io opponevo resistenza, con i piedi mi ero arpionata al suolo.

All'improvviso Alì è scattato, e come un felino si è avventato sulla sua mano e gliel'ha morsa. Quello mi ha mollato il braccio e Alì mi ha dato uno spintone, gridandomi di scappare a casa.

L'ho guardato senza sapere cosa fare. Non volevo lasciarlo lì da solo, ma sapevo che avevamo bisogno di aiuto.

Invece di vendicarsi del morso, mentre continuava a sbattere la mano nell'aria come se dovesse asciugarla dai segni dei denti, quello più alto ha sorriso con una smorfia sinistra. Poi ha detto: "Ehi, questo darod ci sa fare".

L'altro ha smesso di grattarsi, ha annuito e con la stessa mano ha preso a rigirarsi una ciocca di capelli.

"Tu hai le palle, darod," ha detto. "Chi è tuo padre?"

"Non ti riguarda chi è mio padre, grassone," ha risposto Alì.

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Pagina 73

Nonostante questo, nonostante tutta la nostra vicinanza, in uno dei giorni peggiori della mia vita io l'ho tradito.

L'ho fatto per paura, ma l'ho pur sempre tradito.

Quel giorno Alì non mi aveva tenuto i tempi perché era dovuto andare ad aiutare suo padre al lavoro. Suo fratello Nassir, che di solito andava sempre con aabe Yassin, quel pomeriggio non c'era.

Furtivamente ero sgattaiolata fuori e avevo fatto un piccolo giro attorno all'isolato. Stavo tornando verso casa, ero in uno stretto vicolo con tre abitazioni abbandonate, quando proprio a metà ho notato un ragazzo con la schiena appoggiata al muro e lo sguardo fisso a terra. Portava degli occhiali scuri e una di quelle camicie nere degli estremisti, ma era disarmato, niente mitragliatore, niente fucile.

Ho cercato di far finta di niente.

Quando gli sono passata davanti mi ha chiamata, con una voce leggera, quasi suadente. Forse ero stanca dalla corsa, ma così quella voce mi è parsa.

"Samia."

Io mi sono voltata e l'ho guardato. Non lo conoscevo.

Come sapeva il mio nome? Mi sono voltata di nuovo e ho fatto per proseguire.

"Samia, fermati! Non ti preoccupare, sono un amico."

Non c'era mai da fidarsi di nessuno, aabe ce l'ha insegnato il giorno stesso in cui siamo nati. Ho provato a tirare dritto, ma il ragazzo ha parlato ancora.

"Fermati, devo soltanto chiederti una cosa."

Era alto e magro, le spalle larghe. E la pelle scura. Una massa di capelli neri arruffati e la barba lunga degli integralisti che gli copriva il volto.

Si è staccato dal muro e ha fatto un passo verso di me.

"Dov'è il tuo amico?" Ancora quel tono perentorio, acuminato.

"Quale amico?" ho domandato, cercando di tenere ferma la voce.

"Quello che sta sempre con te, giorno e notte."

Mi faceva paura. Aveva scelto quel posto e quell'ora perché sapeva che era difficile che qualcuno passasse, chi lavorava era fuori a lavorare, e quel vícoletto era deserto.

"Io non ho nessun amico, sto sempre con mia sorella," ho risposto dopo una leggera esitazione.

"Non prendermi in giro, so benissimo che Alì è tuo amico. So tutto. Voglio soltanto sapere dov'è," ha detto con voce dura, mentre si staccava dal muro e avanzava verso di me.

"Non lo so..."

"Tu sei un'atleta, vero Samía? Ti piace correre, giusto?" Il suo tono si era fatto minaccioso, era a pochi passi di distanza, ormai. Da vicino era ancora più alto di quanto mi era sembrato, le spalle ancora più larghe e possenti. Il sole si rifletteva sulle lenti scure in due puntini luminosi.

"Sì, sono un'atleta," ho risposto con voce tremante.

Il ragazzo ha infilato la mano destra dietro la schiena, sotto la cintura, e di colpo ha estratto un coltello lungo una spanna.

Ho mosso un passo indietro, finché non sono finita con í talloni contro il muro alle mie spalle. Mi sono guardata attorno, ma non c'era nessuno, gli usci delle case erano deserti.

Lui ha allungato il braccio puntandomi la lama all'altezza della gamba sinistra, poi si è avvicinato ancora. Era troppo più grande di me perché potessi fare qualunque cosa.

Sono rimasta impietrita. Anche se avessi voluto, i miei arti non rispondevano ai comandi.

"E un'atleta ha bisogno di tutte e due le gambe per correre, giusto?"

Tremavo, non sapevo cosa dire, ero terrorizzata. "Sì, tutte e due..." ho risposto.

"Allora, se non vuoi perderne una dimmi dov'è Alì. Non ti preoccupare, non gli farò male. Voglio soltanto farci due chiacchiere. Sapere dov'è e farci due chiacchiere."

"Ma io non lo so dov'è Alì."

"Io invece credo che tu lo sappia." Ha mosso un altro passo in avanti, fino a raggiungermi. "Allora...?" La lama del coltello adesso era a contatto con la mia pelle, la sentivo arroventata sopra il ginocchio, di taglio.

"Non lo so dov'è Alì..."

Ha premuto leggermente e la lama mi ha scalfito la pelle, subito è uscito un rigo di sangue lungo una quindicina di centimetri, sopra l'attaccatura della rotula. Con l'altro braccio invece mi premeva sotto il collo, mi teneva schiacciata contro il muro, la faccia a pochi centimetri dalla mia. Sentivo il profumo della sua acqua di colonia e vedevo il mio volto deformato riflesso sulle lenti.

"Non lo sai..." Continuava ad aumentare la pressione. "E lo sai invece cosa fa una lama quando entra a fondo nella carne? Prima taglia il tendine, poi il muscolo e infine l'osso."

Poi ha staccato la lama e, senza mollare il coltello, con la stessa mano si è sfilato gli occhiali e se li è calcati in testa.

L'ho riconosciuto. Gli occhi dilatati e rossi, così vicini ai miei. Verdi come smeraldi. Erano passati tre anni dall'ultima volta che lo avevo visto, ed era diventato un uomo. Ormai doveva avere vent'anni.

Ahmed. Di nuovo lui, il destino giocava degli scherzi bruttissimi. Come quella sera di tanti anni prima in cui aveva colto di sorpresa me e Alì, adesso rispuntava dal nulla, minacciando di tagliarmi una gamba.

L'ombra che per tutti quegli anni era stata lì in mezzo, tra me e Alì, a portare via il sorriso al mio migliore amico, adesso era davanti a me, trasformata in carne e ossa.

Poi ha abbassato di nuovo la lama, e ha ripreso a schiacciarla sulla gamba. Sentivo un dolore fortissimo, e avevo paura.

Ho cercato in tutti i modi di trattenermi, ma sono scoppiata a piangere. All'improvviso, come una fontana.

Non volevo perdere la gamba, non lo volevo con tutto il cuore. Non avrei mai più corso in vita mia, sarebbe stata la fine dei miei sogni, la fine della mia liberazione, la fine di tutto.

"Devi solo dirmi dov'è Alì..."

"Ahmed..." ho detto.

"Avanti, Samia, coraggio..." Continuava a tenere premuta la lama, e a togliermi il respiro serrandomi il collo con l'altro braccio. Ho cominciato a tossire, ma la gola era compressa. Ho iniziato a espellere catarro dal naso. Stavo soffocando, e la gamba mi bruciava come il fuoco.

"Avanti, ce la puoi fare... A meno che tu non voglia dire addio al tuo ginocchio." Ha schiacciato fortissimo, la lama è entrata di un paio di millimetri dentro la carne. Mi sembrava di svenire per il dolore, era come se mi avesse cacciato un tizzone rovente nella bocca dello stomaco. Io volevo soltanto che tutto finisse. "Avanti, Samia..."

Lo guardavo con gli occhi sbarrati a un centimetro dalla mia faccia, senza fiatare.

"Lo sai che sei diventata proprio una bella ragazza, Samia?" ha sussurrato con una voce diabolica mentre mi insinuava un ginocchio tra le gambe.

In una frazione di secondo ho immaginato quello che gli stava passando per la testa.

Ho ceduto.

"Al mercato..." mi è uscito quasi senza che lo volessi.

Ahmed ha mostrato i denti in un ghigno orribile. "Al mercato dove? A Bakara? In quale mercato?"

"...al mercato con Yassin... suo padre... a Xamar Weyne..."

"Brava, Samia. Brava. Mi ricordavo che eri una brava ragazza. Brava e bella."

Poi, all'improvviso, mi ha lasciata andare e sono crollata a terra come un sacco di fagioli.

Come se niente fosse, in un soffio Ahmed si è allontanato, senza aggiungere neanche una parola.

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Pagina 85

12.



Eppure, in quelle settimane, tutto stava cambiando in ogni caso. Le nostre vite di somali erano destinate a mutare per sempre.

Una mattina, senza preavviso, Alì e la sua famiglia sono andati via.

Mi sono alzata all'alba, insieme ai miei fratelli, svegliati dai rumori che provenivano dal cortile. Siamo usciti tutti in pigiama, scalzi e assonnati. Ho fatto appena in tempo a vederli salire su un camioncino verde con un cassone posteriore arrugginito che aabe Yassin si era fatto prestare da chissà chi, prima che partissero per sempre. Via, senza sapere nemmeno dove.

Yassin, Alì e i suoi fratelli avevano passato la notte a caricare quel furgoncino sgangherato di scatoloni in cui erano riusciti a infilare tutta la loro vita.

Il giorno prima, il clan hawiya, di cui noi facevamo parte come abgal, aveva fatto sapere di avere stretto una specie di alleanza con Al-Shabaab; sembrava che per un po' non si volessero fare la guerra. Questo però significava che i darod del nostro quartiere erano in pericolo, perché Bondere era una zona abgal e le famiglie darod avevano continuato ad abitarci soltanto perché protette da abgal loro amici. Nessuno si sarebbe permesso di fare del male ad aabe Yassin, tutti sapevano che era il migliore amico di nostro padre, che erano come fratelli.

Ma quella notte, in sincrono, decine di famiglie avevano preso la stessa decisione. Di nuovo, da un giorno all'altro, Al-Shabaab cambiava la mia vita.

Quella mattina era inondata da una luce surreale. All'alba, la foschia colma dell'umidità del mare sembrava abitata da tanti fantasmi veloci. La gente del mio quartiere stava emigrando in luoghi che ancora non conosceva. L'importante era scappare il più in fretta possibile. Lasciarsi dietro la propria storia.

Hooyo, come quasi tutti í nostri vicini di casa, non era andata a lavorare. Quelli di Al-Shabaab potevano venire e controllare abitazione per abitazione. Era necessario che fossimo presenti tutti.

Quando mi sono avvicinata al furgone, Alì era seduto sul sedile posteriore, vicino al finestrino, e guardava in basso. Aabe Yassin era davanti, di fianco al guidatore, che era un amico suo e di aabe. Il motore era già acceso. Ho picchiettato sul vetro e Alì si è voltato. Il velo di malinconia era calato sul suo viso come cera. Non aveva più gli occhi. Era una maschera di cera, la maschera dell'assenza.

Guardava verso di me, ma al mio posto stava mettendo a fuoco un punto nel cielo, mentre io, al di là del vetro, gli facevo cenno di abbassare il finestrino. Alì non mi ha sentito, sembrava imbambolato. Mi sono girata a guardare alle mie spalle.

Stava fissando la cima dell'eucalipto.

Solo quando il camioncino si è mosso mi ha guardata negli occhi. Forse piangeva. Finalmente.

Lui, aabe Yassin e i suoi fratelli avevano fatto parte della mia vita da quando ero nata, e come dei fantasmi, in una frazione di secondo, stavano scomparendo.


La famiglia di Hussein aveva preso la stessa decisione. Anche loro erano darod, e per i matrimoni misti non c'era più spazio. Tutto quello che era stato conquistato in decenni era andato in fumo in un giorno solo. Avevano deciso di partire, come la maggior parte dei darod.

Hodan, nel giro di poche ore, si era ritrovata a dover prendere una decisione lacerante.

Partire o rimanere.

Dopo una notte di travaglio aveva deciso di restare con noi. Cosa sarebbe avvenuto del suo matrimonio era una questione che non c'era stato il tempo di affrontare. A volte le decisioni più pesanti viaggiano sul filo lieve di uno sbuffo di vento. E noi con loro, inadeguati, leggeri. Almeno, questo è quanto ci è successo quella mattina.


Qualche ora dopo la partenza di Alì, Hodan è ritornata a casa. Con le poche cose che aveva portato con sé dopo la cerimonia dell' aroos. Il poco, l'essenziale.

Quando l'abbiamo vista comparire nel cortile con quella piccola valigia rossa di cartone che tanti anni prima era stata di hooyo, Hodan ha detto soltanto: "Sono tornata. Hussein è partito".

Hooyo è corsa ad abbracciarla, e tutti gli altri dietro di lei.

In un battito di ciglia avevo perso il mio migliore amico e ritrovato mia sorella.


Ma il destino con me poteva scegliere di fare quello che voleva. Io sapevo benissimo dove volevo arrivare. Il vento, con il mio magro corpo, ha sempre avuto vita dura. Sono io che l'ho sempre mosso, al mio passaggio. Sono io che ho imparato a usarlo come spinta dietro la schiena, per farmi volare.

Quello che ho fatto, quella mattina, è stato abbracciare Hodan, piangendo di gioia con le stesse lacrime di rancore che ancora stavo versando per Alì.

E poi ricominciare subito ad allenarmi.

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Pagina 121

Dopo due mesi, nell'ottobre del 2007, una sera Hodan è partita per il Viaggio. Aveva preparato un piccolo zaino con poche cose, con sé aveva gli scellini necessari per il pullman fino a Hargeysa, la prima tappa obbligata per lasciare il paese, e solo qualcuno di più.

Senza aver detto niente a nessuno, quella sera si era presentata pronta per la partenza. Aveva preferito salutarci senza troppe cerimonie, soprattutto per hooyo. Non mi sono stupita, era da Hodan.

Così, non avevamo avuto il tempo per i lunghi saluti e i pianti. Ci siamo strette in un abbraccio, l'hanno baciata tutti i fratelli e per ultima hooyo, che prima di lasciarla andare le ha regalato un fazzoletto bianco ripiegato con all'interno una delle piccole conchiglie del barattolo che aabe le aveva donato quando erano fidanzati. Il nostro mare portatile, quello che da piccole andavamo ad ascoltare. Le ha legato il fazzoletto a un polso.

Poi Hodan è andata.

Partita a piedi, da sola, verso la stazione dei pullman. Senza nemmeno sapere cosa avrebbe fatto una volta giunta a Hargeysa. Ma anche questo era da Hodan.

Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l'hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l'ha fatto. come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno, o due.

E fin da quando siamo bambini il Viaggio è uno degli argomenti preferiti di conversazione. Tutti hanno racconti di parenti giunti a destinazione in Italia, Germania, Svezia o Inghilterra. Colonne di tir con uomini cotti dal sole e morti dentro il forno del Sahara. Trafficanti di esseri umani e terribili prigioni libiche. E poi i numeri dei viaggiatori che muoiono nel tratto più difficile, la traversata del Mediterraneo, dalla Libia all'Italia. Chi dice decine di migliaia, chi dice centinaia di migliaia. Fin da quando siamo nati siamo abituati a questi racconti, a questi numeri senza fondamento. Perché chi arriva, quando chiama a casa dice sempre la stessa cosa: non riesco a descrivere cosa è stato il Viaggio. E stato terribile, questo di certo, ma non so dirlo a parole. Ecco perché è sempre avvolto dal più assoluto mistero. Un mistero per alcuni necessario per arrivare alla salvezza.

Hodan, come tutti quelli che partono, sapeva soltanto che sarebbe arrivata nel Nord dell'Europa. Che in qualche modo avrebbe percorso quei diecimila chilometri. Avrebbe trovato un bravo ragazzo, si sarebbe risposata, avrebbe fatto dei figli e vissuto una vita felice. Ogni mese avrebbe mandato soldi a casa, un po' per la mamma e un po' per me, per farmi correre, e avrebbe aspettato di essere abbastanza inserita per poter pagare il Viaggio anche a noi. Questo era quello che tutti facevano e questo sapeva lei, questo le era dato di sapere. Tutto quello che stava nel mezzo era una cosa a cui non valeva la pena di pensare.

E così, con questa leggerezza mista a incoscienza, era andata.

Noi, naturalmente, eravamo in grande apprensione. Sapevamo di non poter avere notizie, se non di tanto in tanto, e questo, anziché lasciarci nelle mani della più cieca speranza, ci agitava ancora di più.

Ogni tanto, quando da qualche parte riusciva a trovare un telefono, ci chiamava. Said aveva comprato un cellulare, così facevamo il giro e Hodan riusciva a scambiare qualche parola con ognuno di noi. A volte, come era capitato quando era in Sudan e poi in Libia, se c'era anche una connessione internet ci davamo appuntamento un'ora dopo, e rimanevamo a scriverci per ore. Io andavo da Taageere, l'unico posto con un computer vicino a casa. Facevamo così anche per qualche giorno di fila, quando era costretta a fermarsi in un luogo ad aspettare che Said, Abdi Fatah, Shafici o hooyo riuscissero a racimolare abbastanza soldi da spedirle per pagare i trafficanti per una tratta in più del Viaggio. Hodan aspettava il giorno in cui sarebbe andata a ritirare il denaro al baracchino del Money Transfer come si aspetta la morte.

Anche se cercava in tutti i modi di fare finta di niente, io lo sapevo che il Viaggio la terrorizzava. Come poteva non essere così? Era sola, non aveva denaro ed era preda dei trafficanti di esseri umani che li chiamavano hawaian, animali, e li picchiavano come bestie, se non pagavano.

Ogni tanto mi scriveva che aveva paura, tanta paura. Ogni tanto non ce la faceva a non dirmelo. E io, anche se avevo più paura di lei, le scrivevo: "Non dire mai che hai paura, abaayo, perché se no le cose che desideri non si avverano".

Era quello che aabe mi aveva insegnato quando ero piccola. Non devi mai dire di avere paura, perché se no la paura, quel brutto mostro cattivo, non se ne va più via.

"Non dire che hai paura, piccola Samia," mi diceva aabe, e io lo ripetevo adesso a Hodan. "Non me lo dire."

Perché altrimenti in Europa non ci arrivi.

E invece, come Allah ha voluto, Hodan è stata tra i più fortunati.

A inizio dicembre del 2007, dopo soli due mesi di viaggio, è riuscita a salire su una vecchia imbarcazione che dal porto di Tripoli l'ha portata fino alle coste di Malta.

Era arrivata.

Era riuscita a sconfiggere il mostro.

Era in Europa.

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24.



Dove trovare i trafficanti di uomini era facile. Lo sapevano tutti i somali che stavano ad Addis Abeba, e nelle ultime settimane avevo fatto le domande giuste. Prima o poi ogni somalo che abitava in Etiopia si sarebbe rivolto a loro per entrare in Sudan. E da lì in Libia. E poi finalmente in Italia.

Non era stato difficile rintracciare Asnake.

Come copertura, Asnake lavorava al mercato di Addis Abeba. Avevo dovuto pagare in reali, la moneta etiope, l'equivalente di settecento dollari americani. Lui o qualche suo amico mi avrebbe portato a Khartoum, in Sudan. Non possedevo molto di più, ma non avevo scelta, e non avevo più voglia di aspettare. Così, ero andata da Asnake e lui mi aveva detto di pazientare, non potevo partire subito, mi avrebbe comunicato quando sarebbe stato il mio giorno.

Ho aspettato quegli ultimi dieci giorni cercando di rimanere tranquilla e di non far capire niente ad Amina e Yenee, non volevo domande, non volevo spiegarmi.

Poi, quella mattina, verso le dieci, Asnake ha mandato un ragazzo a casa a chiamarmi.

Saremmo partiti tre ore dopo. La prima volta che lo avevo visto mi aveva avvertito che non avrei avuto tempo di prepararmi, che quando sarebbe stato sarebbe stato, sarei dovuta uscire immediatamente. Ma in verità non avevo avuto bisogno di preparativi, erano ormai giorni che aspettavo quel momento. Così, ho messo le mie poche cose nella borsa, mi sono riavvolta al polso il fazzoletto di hooyo con la conchiglia, ho preso una bottiglia d'acqua, lasciato il messaggio a Amina e Yenee, e sono andata.

Mentre compivo, così decisa, quei piccoli gesti, non potevo immaginare a che cosa mi stavo consegnando.


Il luogo d'incontro era un garage che veniva usato come deposito per riparare moto o biciclette. Quando sono arrivata erano già quasi tutti lì, fermi ad aspettare. Eravamo in tanti, tutti insieme, mi ero sempre immaginata che sarei stata solo io, o almeno che saremmo stati pochi. Invece, ho contato: eravamo settantadue.

Siamo rimasti fermi un'ora senza sapere cosa fare, dentro quel garage con la saracinesca abbassata. Sei metri per sei. A ogni minuto mi chiedevo cosa sarebbe successo. Tenevo la borsa stretta sotto il braccio. Il mio passato, la mia storia: immediatamente ho avuto bisogno di sentire un contatto con qualcosa di familiare, una memoria. In mezzo a tanti si rischia di perdersi, di cedere, questo l'ho capito subito. C'erano madri con bambini, molte donne e anche alcuni anziani. Il puzzo di benzina e olio bruciato ha contaminato in fretta il poco ossigeno; in più, la puzza del sudore dei corpi in breve ha generato un odore nauseabondo. Eravamo a contatto, talmente stretti che la pelle delle nostre braccia si toccava, sotto i veli eravamo bagnate, gli uomini avevano gocce sul viso. E aspettavamo. Nessuno sapeva esattamente cosa.

Dopo un'ora i bambini hanno cominciato a piangere. Quell'attesa insensata ci stava logorando i nervi. Abbiamo dovuto aspettare ancora. Dopo un'altra ora la saracinesca si è aperta ed è arrivata la Land Rover, con sei uomini.

Quando ho capito che dovevamo infilarci in settantadue nel cassone aperto di quel fuoristrada mi hanno ceduto le gambe, ho dovuto aggrapparmi alla donna che mi stava a fianco. Gli altri: alcuni disperati, altri sembravano sapere tutto.

Senza darci il tempo di ragionare ci è stato ordinato di ammassare in un angolo tutto ciò che avevamo. Tutto. Ci avrebbero pensato loro, dopo, ai nostri bagagli. Era consentito solo un piccolo sacchetto di plastica. Uno dei trafficanti ne ha distribuito uno a testa. Nessuno voleva separarsi dai propri bagagli, dentro c'era quello che rimaneva delle nostre vite. Farfalle premature, non volevamo abbandonare il nostro bozzolo. Ho pensato alla fascia, al ritaglio di giornale, ho toccato la conchiglia al polso. Poi, come un'illuminazione, ho pensato di tornare indietro, di correre a casa a fare a pezzi il biglietto sul tavolo e fare finta di niente. Prima o poi i documenti sarebbero arrivati, dovevo solo tenere duro.

I trafficanti si sono avvicinati per strappare i bagagli a quelli che stavano più avanti e non volevano mollarli. Qualcuno ha provato a opporre resistenza, la risposta è stata che poteva rimanere lì, se non gli stava bene.

Davvero volevo restare ad Addis Abeba? Per quanto tempo? Tutta la vita? Per quanto sarei stata costretta a correre con la luna, come uno scarafaggio? Ho aperto la borsa e ho preso la fascia di aabe, la foto di Mo Farah, un qamar e un garbasar, e ho lasciato il resto nell'angolo.

Subito la mia borsa è stata sommersa da mille altre.


Al centro del cassone della jeep i sei uomini, in silenzio, hanno steso due panche, in modo da formare quattro file di posti. Sembrava impossibile che ci potessimo stare tutti. Invece, lentamente, con una precisione chirurgica che faceva pensare all'abilità di certi artigiani, ci hanno incastrati come tessere di un puzzle.

Dovevamo tenere le ginocchia aperte per accogliere nel mezzo la gamba di uno sconosciuto.

Ero talmente stretta da riuscire a malapena a respirare. Volevo scappare, di nuovo. Poi un bambino si è messo a strillare nel mio orecchio, e mi sono risvegliata.

Ho cercato di ricordare il motivo per cui ero lì. Dovevo continuare.

Il viaggio sarebbe durato tre giorni, era importante che non avessimo con noi nient'altro che il sacchetto: quello sarebbe stato il nostro spazio vitale per settantadue ore, hanno detto. Non potevamo portare neanche l'acqua. Loro avevano taniche per tutti.

Hanno fatto un altro giro di controllo e hanno requisito qualcosa a quelli che credevano di fare i furbi.


Dopo mezz'ora, stretti come sardine e già con il respiro fermo in gola, finalmente siamo partiti. Un autista e il suo aiuto nell'abitacolo e in settantadue nel cassone. Gli altri quattro uomini sono rimasti giù a rimestare con i bagagli.

Una volta in marcia abbiamo capito: li avremmo lasciati lì per sempre. Così come lì per sempre lasciavo la mia vita per come era stata fino a quel momento. L'ho intuito fin dai primi metri, compressa in mezzo a quei corpi estranei. Niente sarebbe più stato uguale. Mi stavo lasciando dietro l'Africa, la mia famiglia, la mia terra. Il mio bozzolo, grande o piccolo che fosse, bello o brutto che fosse. Tutto ciò che restava della mia storia era schiacciato dentro un sacchetto di plastica bianca.

Tanto valeva la mia vita fino a quel momento? Il mio cuore diceva altro, per quanto mi picchiava nel petto.

Ho trattenuto le lacrime, mordendomi forte le labbra. Ho chiuso gli occhi in mezzo a tutte quelle braccia, spalle, gomiti, e ho pregato aabe e Allah. Che mi facessero trovare la via.

La mia via.


Il primo tratto era in città. Quei venti minuti dentro Addis Abeba ho provato vergogna. Una vergogna non divisa per settantadue, ma moltiplicata per settantadue. Mi sono sentita una nullità. Ci siamo fermati a un semaforo, quello che immetteva sulla strada nazionale. Gli occhi che ci guardavano erano colmi di pietà e diffidenza insieme.

Perché avevamo accettato di ridurci così, chiedevano?

Poi siamo usciti, e finalmente abbiamo imboccato lo stradone del deserto, come viene chiamato da tutti: la grande strada che porta a nord. A ogni buca mi sembrava che mi sarebbe scoppiato il fegato, o la milza, per la dozzina di gomiti che premevano da ogni lato. L'asfalto della città aveva ceduto al solito sterrato, che si apriva alla pioggia e al sole violento, e quindi era costellato di buche profonde.

La strada era tutta dritta, e tenevamo una velocità costante di circa ottanta chilometri orari, ma dopo poco in quelle condizioni qualcuno ha cominciato a stare male. A me mancava il respiro, ogni tanto mi sentivo svenire ed ero costretta a fare uno sforzo sovrumano, facendo leva sugli altri, per alzarmi di due o tre centimetri e andare a pescare aria nuova. Avevo sempre in mente il vento, che Alì mi diceva di cavalcare. Distese di verde irrorate da vento e gialle farfalle. Questo avevo nella testa. Di questo erano pieni i miei occhi. Questo mi costringevo a immaginare, per non pensare.

All'inizio nessuno aveva il coraggio di lamentarsi, era più un sommesso brusio, poi la nenia si era fatta più rumorosa, finché non era sfociata nel vomito.

Dato che non potevamo muovere le braccia, il vomito finiva addosso a quelli che stavano attorno. Non potevamo schermarci, finestre spalancate al mondo e a ogni tipo di intemperie.


Siamo passati in mezzo a due villaggi poco abitati.

Quei piccoli centri erano stati preceduti da cartelloni pubblicitari enormi e colorati. Due leoni con grandi criniere e sotto il nome di un'agenzia di viaggi che pubblicizzava safari: un grande fuoristrada lucido e splendente con la scritta CONQUISTA I TUOI SOGNI.

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