Copertina
Autore Katia Ceccarelli
Titolo Lolite
SottotitoloStorie e visioni di piccole seduttrici
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2006, eretica , pag. 124, ill., cop.fle., dim. 120x170x8 mm , Isbn 978-88-7226-901-5
LettoreGiovanna Bacci, 2006
Classe arte , cinema , fotografia , illustrazione , paesi: Russia
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Indice

L'esame con Lolita                           3

Lolite russe: tacchi a spillo nella neve     5

Le facce di un simbolo: cinema e star       43

La bambina e il feticcio.
Percorsi e incontri sulle tracce di Lolita  81

Lolite a colori                            111


Riferimenti bibliografici                  121

 

 

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Pagina 3

L'esame con Lolita



"E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo è per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole? Ma che cosa hanno i bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì che persino il nemico presta loro soccorso? Che cosa, se non la grazia che viene dalla mancanza di senno, quella grazia che la provvida natura s'industria d'infondere nei neonati perché con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli? E l'adolescenza che segue l'infanzia, quanto piace a tutti, quale sincero trasporto suscita, quali amorevoli cure riceve, con quanta bontà tutti le tendono una mano!".

Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia


Eravamo al quarto anno di università e le esercitazioni pratiche di lingua erano solo una volta la settimana. L'Ateneo, come sempre, dichiarava di non avere fondi e allora tagliava laddove c'erano meno iscritti. Alla fine gli iscritti a lingua e letteratura russa erano poco più di venti. La dottoressa Olga Satyrenko, ingegnere, era l'estremo baluardo dell'ortografia istituzionale sovietica e viveva in Italia da moltissimo tempo. In quattro anni un centinaio di matricole erano state terrorizzate e dissuase dal continuare gli studi dai suoi occhi d'acciaio che brillavano sotto una fronte rosea e liscia lasciata scoperta dai capelli raccolti a coda di cavallo, una coda così bionda da sembrare di ghiaccio. Gli occhi di Olga avevano selezionato e fatto scappare almeno ottanta persone e al traguardo eravamo rimasti soltanto noi. Dopo avere superato prove e umiliazioni, solo agli ultimi venti era concesso il sorriso della dottoressa Satyrenko. Solo noi avevamo avuto la forza e la volontà di studiare fino in fondo la cultura russa perché solo noi avevamo mangiato, pianto, gioito e bevuto litri di vodka alla maniera russa.

"Se volete studiare russo dovete diventare russi" diceva spesso e molti di noi lo erano diventati fino a cambiare i tratti somatici, l'espressione del viso, lo sguardo e, alla fine, avevamo tutti preso il mal di Russia. Eravamo a maggio, le ultime lezioni prima degli esami, il corso di Olga era su Nabokov e Lolita, o sarebbe meglio dire Lalita come si pronuncia in russo. La comprensione della bellezza delle parole scritte e inventate da Nabokov era ancora lontana ma il tema era misterioso e affascinante. In quel pomeriggio stanco e assonnato di fine del corso, Olga disse una frase che capii solo molto tempo dopo ma che in quel momento cercai di tenere a mente intuendo si trattasse di qualcosa di speciale:

"Voi avete visto il film di Kubrick?" ci chiese Olga dal fondo della stanza. Senza aspettare una risposta continuò "Nel film la ragazza è grandina. Fanno capire che ha sedici anni, ma la vera Lalita ne aveva dodici" io lo sapevo che ne aveva dodici perché avevo già letto tutto il romanzo, mi voltai verso Olga, per un momento ci guardammo sorridendo e concluse "Lalita poteva essere soltanto russa".

Katia Ceccarelli

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Pagina 6

Perché la Russia?



Perché l'autore di Lolita è russo? Non è una semplice casualità, e neanche una fortunata combinazione di talento e capacità di osservazione. Esistono delle condizioni di carattere sociale che hanno contribuito a creare la sensibilità alla Lolita nell'arte di uno dei più grandi autori del Novecento.

Molto si è scritto, detto e interpretato sulla simbologia di Lolita, sul suo significato allegorico di incontro-scontro tra due realtà, l'attempata Europa sdrucita dalle guerre e la giovane, sguaiata, plastificata e kitsch America del secondo dopoguerra.

Lolita non è solo la personificazione dell'America. È uno dei più autentici prodotti antropologici della storia e della civiltà slava.

La Slavia culturale è un territorio vastissimo che si estende dalla vicina Slovenia fino all'estremo Oriente intersecandosi con altri popoli e culture in cui però le donne hanno sempre avuto un ruolo fondante nella società, tanto che gli antropologi parlano di matriarcato slavo. La forza delle donne in quei contesti naturali durissimi si sviluppava molto presto e fin da bambine le piccole slave sapevano come comportarsi per preservare la propria esistenza dagli attacchi del gelo, delle guerre e, ovviamente, degli uomini.

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Pagina 34

Prima di Nabokov



Nel 1912, il sessuologo Havelock Ellis pubblicò in Psicologia della maternità un manoscritto che gli era stato inviato da un anonimo russo.

Si trattava di una "confessione sessuale" e l'autore si presenta grossomodo così:

"Confessione sessuale di un russo del sud, nato intorno al 1870, di buona famiglia, istruito, capace come molti suoi compatrioti di analisi psicologica. Ha scritto in francese questa confessione nel 1912".

È la storia di una vita sessuale molto precoce e intensa in cui il protagonista cerca di spiegare la sua attrazione per le ragazzine. Il tutto nel quadro di una Russia fine '800. L'autore cerca di guarire da ciò che crede un'ossessione viaggiando, e come facevano quasi tutti gli europei benestanti, arriva in Italia per riempirsi gli occhi di arte, ma la sua ossessione peggiora. Quando lessi per la prima volta le Confessioni dell'anonimo russo (russo di Kiev) rimasi particolarmente colpita dalla spontaneità e dalla chiarezza del linguaggio. Sembra quasi una recherche, l'epoca è quella di Proust e il testo è scritto in francese, ma le tessere del mosaico della memoria e gli stralci del passato attingono tutti alla storia sessuale del protagonista. Vengono toccati i punti salienti dell'autoeducazione sessuale dei bambini e adolescenti con lucidità e metodo, pur mantenendo la narrazione avvincente. Le prime scoperte anatomiche, le prime esplorazioni tattili tra bambini hanno insieme la freschezza dell'incoscienza ma anche quella crudeltà e istintività tipica delle comunità infantili. Si parla sempre di bambini che passano molto tempo fra loro, cugini, sorelle, fratelli, figli di amici e parenti lasciati a gestire da soli la loro piccola comunità fatta di giochi e di esperimenti sul corpo. Si parla di figli della borghesia e di figli di popolani, contadini, domestici, tutti con la stessa pulsione, la medesima curiosità. Messi assieme in età che vanno dai 4 ai 10 anni contribuiscono, ognuno a modo proprio, all'educazione sessuale degli altri.

La femmina, come sempre, è l'elemento coalizzante e il punto di riferimento per il piccolo gregge di maschi.

Il secondo aspetto che ho trovato interessante è quello legato alla descrizione dell'Italia dell'epoca. L'autore in Italia si imbatte in una serie di offerte "particolari" ma si capisce chiaramente che quella Italia era uno dei paradisi del turismo sessuale del tempo. Ancora peggio: turismo sessuale per pedofili. In Italia era accettato che le famiglie povere prostituissero i propri figli e le proprie figlie e il fenomeno appare quasi naturale al viaggiatore russo che si meraviglia invece del fatto che lo facessero anche le famiglie benestanti. Una rivelazione che lo lascia davvero sconvolto. Pensate un po'! Un russo dei primi del '900 che giudica gli italiani incivili, vili e servili. Non nego di aver provato una certa soddisfazione specie nella metà degli anni '90 quando la Russia sembrava essere per gli italiani nient'altro che un mercato fiorente della prostituzione. D'altronde i parametri di giudizio della moralità femminile in Russia sono sempre stati diversi da quelli dei paesi europei cattolici ed è lo stesso "anonimo" che spiega chiaramente come stanno le cose, questioni già radicate e testimoniate da usi e costumi antichissimi:

"Le norme convenzionali si accordano difficilmente con le abitudini russe. Bisogna dire che in Russia anche le signore più virtuose e quelle appartenenti alla migliore società hanno idee molto liberali in materia di morale sessuale e non comprendono i giudizi severi per le debolezze delle persone del loro sesso. In Russia, una ragazza madre non deve abbassare gli occhi davanti a nessuno, viene ricevuta ovunque e senza il minimo imbarazzo può dire, se necessario, di non essere sposata ma di avere un figlio. Conosco il caso di una signora nubile che ha avuto quattro figli da quattro uomini diversi e questo non ha in alcun modo pregiudicato la sua posizione di insegnante in un ginnasio femminile".


Pensando agli italiani che cercavano l'Eldorado del sesso nei paesi slavi subito dopo la glasnost'. La cosa mi sembra a dir poco paradossale. Credevano di essere furbi ottenendo molto con qualche paio di calze. È solo questione di punti di vista, forse per le donne russe quel molto era davvero poco. Il molto dei cattolici è tale perché circondato dall'aura del peccato e del proibito ma senza quella nebbia peccaminosa per gli slavi cosa resta se non un gioco, un piacevole gioco, come quelli che si facevano da bambini? Il punto è che ognuno ha quello che vuole e che ritiene opportuno ottenere.


In quanto agli italiani servili è presto detto: le famiglie benestanti di tutta l'Italia, da Venezia a Napoli, offrono i favori delle loro figlie a uomini stranieri potenti, politici e industriali, per garantirsi un trattamento di favore nei loro affari.

A Napoli vengono "presentate" al nostro viaggiatore due ragazzine di buona famiglia di quindici e undici anni: "L'audacia dei loro sguardi dimostrava che non erano più novizie. Questo tranquillizzò un po' la mia coscienza. ... Non potrei cambiare il destino di queste ragazzine, se non sollevando un grande scandalo pubblico, e chissà se per loro questo avrebbe conseguenze positive... soprattutto in una città come Napoli in cui i pubblici poteri sono spesso complici dei criminali e in cui la polizia è spesso in combutta con i trafficanti di carne umana... Non sono certo io che potrei rigenerare la Babilonia italiana!".

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Pagina 82

Mark Ryden, l'arte e gli agnelli



Mark Ryden (1963) è oggi un artista molto affermato e tra i suoi collezionisti ci sono nomi altisonanti come Stephen King, Bridget Fonda, Leonardo Di Caprio, Ringo Starr. Inutile dire che mi piacerebbe un giorno essere fra questi non tanto per la prestigiosa compagnia, quanto per poter godere della visione di una delle opere del signor Ryden in casa mia. Adoro il suo mondo surreale popolato da conigli assassini, freaks colorati, bambine coraggiose e imprudenti, bistecche qua e là. Una specie di circo sognante e crudele, fatto di colori e forme accurate come nella tradizione dei libri illustrati della fine del XIX secolo. Infatti, i motivi di ispirazione di Ryden vanno dai grandi come Rembrandt, Ingres, David fino alle illustrazioni dei libri scolastici, dalla vecchia cartamoneta alle pubblicità d'epoca, da Abraham Lincoln a Barbie. Un'apparente accozzaglia di stimoli e di generi che lui però riesce a fondere in un "non tempo" in cui tutto ciò può coesistere e lo stesso Lincoln, come in un gioco, può essere rappresentato da Ken di Barbie.

Mark Ryden proviene da una famiglia con grande senso creativo: suo fratello, KRK, è artista a sua volta e il padre Keith aveva la passione per le auto customizzate, le smontava e rimontava, le restaurava e dipingeva. Sua madre, oltre ad aver tirato su cinque figli, amava l'arte e incoraggiava i suoi ragazzi a fare altrettanto.

Sicuramente il fatto di aver vissuto con tanti fratelli ha contribuito a creare un castello di fantasie e giochi di ruolo molto articolato e complesso in cui ognuno ha messo del suo e arricchito di personaggi mostruosi il mondo segreto e misterioso dei fanciulli.

Mark Ryden lavora praticamente di notte, da quando si è accorto che tutti i pensieri e le visioni che affollavano la sua mente non lo facevano dormire. Ora vive in una specie di castello a Pasadena in California e il suo studio è pieno di oggetti di ogni tipo, una wunderkammer colma di vecchi giocattoli, attrezzi, statue, santini, bibbie e scheletri.


"La notte è il momento migliore per creare. Più fai tardi la notte e più lontano vai, in un altro mondo. Alcuni anni fa mentre stavo lavorando, una brezza leggera entrò nel mio studio. C'era un gran silenzio. Il profumo dell'aria mi fece perdere la concentrazione. All'improvviso mi resi conto che c'era qualcuno con me. Mi girai e vidi un piccolo Abraham Lincoln seduto sulla mia spalla destra, ci guardammo per un momento e poi lui mi disse in un orecchio: dipingi una bistecca".

(Mark Ryden, Anima Mundi, 2001)


L'arte di Ryden è molto disinibita e cruda nel suo fascino. Apparentemente le scene d'insieme sembrano innocue e delicate illustrazioni per bambini, ma quando si scende nel particolare si notano figure grottesche, azioni stonate, incongruenti e irrazionali e per questo "spaventose". Ryden stesso ammette che dipinge con la libertà e la sfrontatezza che hanno i bambini. Tante cose che per gli adulti sono sconvenienti o sporche, per i bambini sono invece interessanti, mentre tante altre cose buone e belle, tipo alcuni cibi, per i bambini son schifose. Vermi, terra, fango, escrementi sono oggetti misteriosi che attirano l'attenzione dei bambini, un bellissimo e nutriente piatto di verdure, no.


"Quando ero piccolo e andavo a scuola le mie maestre rimanevano allibite davanti ai miei disegni in cui un cane aveva le budella di fuori oppure ai miei autoritratti con tre occhi. A loro non piacevano e si preoccupavano, per cui mandavano a chiamare i miei genitori che si mettevano a ridere e per fortuna mi lasciavano libero di disegnare come volevo. L'arte dei bambini non conosce inibizioni. A mio figlio di 4 anni non è mai capitato un blocco creativo e i suoi disegni sono molto più interessanti di quelli di molti adulti. I bambini sono miracolosi".

(Mark Ryden, The Meat Show, 1998)


In tutto questo mondo fatto di fantasia e di carne (nel senso di bistecche, interiora, quarti di bue) si muovono soavi e ieratiche delle bambine belle come sante, con gli occhi che lacrimano sangue come le madonne della speranza nelle città di periferia.

Capelli di seta e palpebre bistrate come dive degli anni '20, le fanciulle di Ryden cavalcano animali scuoiati, cercano fiori e trovano teschi, siedono su altari di fiori di loto, come divinità bambine della tradizione indù.

Le piccole donne di Mark Ryden hanno una confidenza sacra con la carne e la morte, con le viscere e con la bellezza.

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Pagina 90

Aleksandr (Sasha) Fradis
e la figlia di Stalker



Mi è capitato quasi per caso in uno dei miei vagabondaggi in Rete di incontrare Fradis, fotografo e artista eclettico come solo nell'Europa dell'Est è possibile. Scrittore, poeta, autore di saggi e artista fotografo, Aleksandr Fradis è di Kisinev, capitale della Repubblica Moldava nella quale soggiornai con molti disagi nel 1990 quando avevo appena iniziato a studiare il russo e il "muro" era crollato da poco più di un anno portandosi dietro tante macerie non solo di cemento.

I testi di Sasha e quanto si diceva di lui mi facevano ricordare con una certa nostalgia i discorsi e le divagazioni di tanti artisti che avevo conosciuto a Mosca e che avevano la capacità di mettere in relazione le arti fra loro nonché di praticarne più di una contemporaneamente senza per questo essere considerati "dispersivi". Una prerogativa degli artisti stranieri (o degli italiani all'estero) è quella di poter parlare in prima persona del proprio lavoro e di motivare con testi e spiegazioni i propri intenti artistici, usanza che in Italia pare a volte scandalosa visto che deve essere sempre un altro a parlare al posto dell'artista, il quale preferibilmente deve essere "muto".

Sasha invece muto non lo è affatto e parla di come e perché si sia trasferito prima in Germania e poi negli Stati Uniti e di come la sua ricerca sulla figura femminile della ninfetta gli abbia creato non pochi problemi.

Fradis è autore di un saggio, praticamente introvabile, che ha per tema la fanciulla nell'accezione Alice/Lolita/Lilith, una sublimazione del potere femminino esercitato attraverso un fascino privo di età e che prescinde dallo sviluppo dei caratteri sessuali. Dopo un'analisi prettamente legata ai testi e allo studio, Sasha è passato all'immagine fotografica e di conseguenza a ritrarre modelle molto giovani, tra i 12 e i 13 anni.

Con un'impostazione quasi matematica, Fradis tratta l'argomento riferendosi a ragazze +/-13 dando l'idea di quella età liminare durante la quale non si è né donna né bambina ma non per questo senza sessualità. In quella che lui chiama "zona", ovvero condizione di passaggio, in cui tempo e morale sono veramente relativi, Fradis intravede una valenza magica, soprannaturale, quasi cabalistica. Fra i miti che risultano calzanti alla condizione di ninfetta (termine che usa in quanto coniato da Nabokov stesso) riemerge la figura di Lilith, la vera donna primigenia. L'essere creato da Dio come Adamo e successivamente "dannato" poiché non voleva sottostare ai desideri del compagno il quale fu prontamente risarcito con un'altra donna, Eva, nata da una sua costola e apparentemente più docile e sottomessa della volitiva ma sicuramente più onesta Lilith.

L'altra faccia della natura femminile, da lui detta anche la "luna nera", ha subito molte ingiustizie dal punto di vista culturale, relegata alla sfera delle creature demoniache, progenitrice ideale di una stirpe di maghi malvagi e streghe. Lilith, la cui unica colpa era stata quella di non obbedire in maniera incondizionata ad Adamo.

Secondo Fradis, le ninfette appartengono al genere di femminilità soprannaturale di Lilith e solo in questa accezione hanno un fascino demoniaco, soprannaturale. In ogni donna si affacciano durante la vita alternativamente Eva e Lilith, ma nella Lolita c'è indubbiamente una prevalenza della seconda, magari solo per un breve periodo di tempo, il +/-13 appunto.

Il progetto artistico di Fradis consisteva nel cogliere in un solo soggetto la compresenza della Lolita, di Lilith e di Alice rappresentante di una disarmante innocenza.

"Alice-Lolita-Lilith, implicava la sofisticata naiveté della prima, l'aggressiva fragilità della seconda e l'eterna lotta del femminino che caratterizza la terza. In questo modo volevo enfatizzare la compresenza e l'inseparabile unità delle tre entità".


Fradis si pone degli interrogativi sul potere della ninfetta e sulla sua origine. Domande che riguardano in particolare l'attività e la curiosità di un artista e non quelli che possono essere i giudizi morali sull'attrazione nei confronti di creature neanche adolescenti.

Le ragazze +/-13 hanno indubbiamente una sessualità che però non ha nulla a che vedere con quella fisiologica dei soggetti completamente sviluppati. Sembra piuttosto un magnetismo di origine soprannaturale, "a volte sembrano degli extraterrestri" – secondo Sasha – ma, soprattutto, ciò che dovrebbe essere ancora più disarmante è che queste Lolite non hanno bisogno degli adulti e delle loro attenzioni. Sono investite di un ruolo e di un potere loro malgrado. Una caratteristica della Lolita è quella di portare la sua nudità con naturalezza, è una creatura che non conosce il senso della vergogna.

"Una volta ho scattato una foto così concepita. Interno di una tipica casa russa, mattina presto. Pavimento sporco, stufa piena di cenere, immondizia dappertutto, il lavello pieno di piatti. Appoggiata al lavello una ragazzina nuda il cui volto nasconde tanti possibili pensieri come – perché mi avete svegliata così presto? – oggi non ho voglia di mangiare quello stupido yogurt. Ma nessuna traccia di vergogna in quella creatura ma non perché fosse lei ad essere corrotta, era semplicemente inconsapevole di cosa fosse la vergogna — Lei ne è al di sopra, aldilà".

In virtù della magia che Fradis trova nei soggetti delle sue foto parla del suo modus operandi come di un Photo-theater, una scena che viene pensata e costruita come in un teatro in cui gli attori si muovono e agiscono mettendo del proprio. Le Lolite delle foto di Fradis non sono "soggetti bellissimi da fotografare" ma delle vere e proprie piccole attrici che interpretano i suggerimenti del regista.

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