Copertina
Autore Gianni Celati
Titolo Costumi degi italiani I - Un eroe moderno
EdizioneQuodlibet, Macerata, 2008, Compagnia Extra 3 , pag. 136, cop.fle., dim. 12x19x1 cm , Isbn 978-88-7462-195-8
LettoreAngela Razzini, 2008
Classe narrativa italiana
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Indice


   9   Vite di pascolanti

  45   Un eroe moderno

  81   Il bancario incanalato

 111   Sogno della classe scolastica


 

 

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Pagina 9

Vite di pascolanti



Pucci da giovane era mingherlino, timido e anche vestito male, e andava via con la testa bassa, anche storta da una parte. Forse teneva la testa così perché aveva il cervello fuori squadra, come diceva suo padre. E il primo periodo della sua vita che mi viene in mente è quando ha avuto la terza bocciatura di fila, nella scuola dove andavo anch'io.

L'edificio doveva essere un'antica prigione o forse un antico convento, e al primo piano c'era un grande salone con soffitto affrescato, dove lassù nella volta si vedevano le fatiche di Ercole. Sui due lati maggiori di questo che ho detto salone c'erano le porte delle aule. Ogni classe chiusa nella sua aula, dalle finestre non si vedeva il cielo ma si vedevano altre finestre di altre aule dove erano chiuse altre classi. Le femmine sempre nei primi banchi perché erano più brave dei maschi, salvo qualche maschio che era bravo come le femmine. Ah quelle teste là davanti, con le mani sempre alzate per dire qualcosa! Quelle mani facevano pensare ai cani che si alzano sulle zampe di dietro per far piacere al padrone. Pucci non ha mai alzato la mano neanche una volta in vita sua, e stava nascosto nell'ultimo banco perché non aveva niente da dire.

Il primo giorno di scuola eravamo tutti come delle bocce lanciate a caso su un biliardo, qualcuna un po' prima e qualcuna un po' dopo, secondo l'ordine d'arrivo nei banchi. Ma Pucci notava che gli scolari arrivati nei banchi più avanti erano quelli che andavano avanti bene negli studi, e gli scolari arrivati nei banchi più indietro erano quelli che restavano indietro. Lui si trovava all'ultimo banco insieme al compagno di nome Bordignoni, ed erano i peggiori scolari di tutta la scuola, non voglio esagerare. Se lo sono mai chiesti quei due cos'erano lì a fare? Non se lo sono mai chiesti. La scuola sembrava a Pucci un posto strano, molto strano, a cominciare dal nome, «liceo-ginnasio». Bordignoni non aveva fatto caso neanche a quello e diceva che era lì per un errore di sua mamma, che voleva iscriverlo a una scuola tecnica ma aveva sbagliato portone.

L'estate che l'han bocciato per la terza volta, Pucci andava in visita dalla compagna di scuola Veratti. Stagione al bello fisso, erano venute le vacanze e ogni scolaro circolava liberamente. Però se c'era una cosa molto chiara per Pucci, era che lui non capiva a cosa serve la scuola e di conseguenza neanche a cosa servono le vacanze scolastiche. L'unica cosa che gli piaceva era andare in giro tutto il giorno per le strade a caso, trascinando i piedi lentamente e fermandosi ogni tanto a guardare la facciata di una casa a testa in su. Girando per la città in quel modo, capitava in una strada con un portico fatto a U ribaltate, dove abitava la compagna Veratti.

Portone di legno scuro, scale di marmo, terzo piano, una servetta col pizzo apriva la porta. La Veratti era una compagna che a scuola andava benissimo, mentre Pucci era stato bocciato tante volte che nella scuola non lo volevano più. Ma lei aveva una certa simpatia per quel compagno randagio che le capitava in casa senza essere mai stato invitato; il quale tra l'altro non era gradito a sua madre, signora corrosa nei nervi, che quando doveva far un sorriso a Pucci si trovava la bocca paralizzata sul lato destro. Invece la figlia lo accoglieva con quei grandi sorrisi che allargavano il cuore, e dopo si metteva a suonare il piano per fargli sentire come suonava bene.

Ragazza ben piantata che tutti dicevano bella, la compagna Veratti oltre al pianoforte e alla bravura scolastica aveva la specialità dei sorrisi smaglianti di buona educazione. Cosa che faceva molto colpo a quei tempi, perché noi non lo sapevamo ancora che si potessero fare dei sorrisi così per niente. Per cui tante volte uno si faceva delle idee, credendo di esserle simpaticissimo, mentre magari lei non l'aveva mai guardato. Può darsi che Pucci andasse a casa sua perché caduto anche lui in quella malia? Può darsi. La ascoltava suonare il pianoforte e finita la suonata andava via senza mai aprire bocca. Va anche notato che i genitori di Pucci erano contenti che il figlio fosse ricevuto a casa della compagna Veratti, perché il papà della Veratti era l'ingegner Veratti.


In quel momento di evoluzione della sua vita il più grande amico di Pucci era Bordignoni. Bordignoni che gli ha ispirato la famosa constatazione, che quando uno nasce gli è già successa la quota quasi totale di quello che deve succedergli. Questo si capiva bene guardando Bordignoni che era grosso dappertutto, e aveva i denti grossi, la fronte grossa, il naso grosso, gli occhi grossi, le mani grosse, i piedi come due badili, il collo che non si distingueva dalle spalle da tanto che era grosso. Poi aveva le palpebre calate sempre a metà occhio, che non riusciva a vedere il cielo, Bordignoni. Non riesco a immaginare perché volesse andare anche lui a casa della Veratti. Forse era sempre per via dei sorrisi smaglianti di buona educazione, che avevano incantato molti compagni, e figuriamoci se non facevano colpo su di lui, ragazzo popolare del quartiere Mame.

I sorrisi di buona educazione scombussolavano completamente Bordignoni, essendo per lui delle novità assolute come poniamo il telefono per quelli della Papuasia. Comunque c'è andato una volta sola a casa della Veratti, perché lei lo trovava troppo grosso e non sopportava che dicesse sempre la sua esclamazione preferita, ogni volta che qualcosa colpiva la sua immaginazione. Il sole entrava attraverso le belle tende di lino dalle finestre di casa Veratti, e Bordignoni diceva: «Càcchioli quanto sole!». Per arrivare nella stanza del pianoforte bisognava trascinarsi i piedi nei pattini di feltro sui pavimenti incerati, e Bordignoni diceva: «Càcchioli come si scivola!». Anche ascoltando la Veratti suonare il pianoforte aveva detto: «Càcchioli come suoni bene!». Quella è stata la sua condanna e dopo Pucci doveva andarci da solo a casa della Veratti.

Nei pomeriggi Pucci e Bordignoni pascolavano per le strade, ma non sapevano mai dove andare. Andavano dove li portavano le scarpe e Pucci stava sempre zitto. Invece Bordignoni apriva la bocca, ma solo per ripetere la sua esclamazione preferita: càcchioli qui e càcchioli là, per tutto quello che vedeva in giro. Sempre così, nonostante che le palpebre calate a mezza saracinesca gli nascondessero una buona parte del panorama. Un giorno non sapevano dove andare e hanno deciso di seguire i binari del tram, per strade che uscivano dalla città, tra quartieri mai visti, giardini con grandi alberi, villette di periferia, gente in bici, camion che passano. Vanno e vanno ma i binari del tram non finivano mai e Bordignoni diceva: «Ma dove càcchioli stiamo andando?». Però non mi ricordo come sia andata a finire quell'avventura estiva.

Invece mi torna in mente una cosa che faceva sollevare le palpebre di Bordignoni più del normale, ed erano le donne con larga conformazione di petto. Qui la sua esclamazione preferita gli sgorgava dritta dal cuore: «Càcchioli, guarda quella lì che due mammelle!». Pucci aveva capito che non c'era bisogno di rispondergli per tenere in piedi le loro conversazioni: bastava trascinare le scarpe con lo stesso passo seguendo il borboglio di esclamazioni dell'amico. Pucci lo ascoltava con la stessa tranquillità che aveva ascoltando sua madre, ossia come il ronzio d'una radio che va avanti per ore e non si sa neanche di cosa stia parlando. Nelle loro camminate estive non avevano mai niente da dirsi, ma Bordignoni ogni tanto si metteva a borbogliare.

Adesso penso a quei giorni d'avvicinamento all'estate che avevano le ombre così lunghe di primo mattino, con poca gente per strada e un'aria di stanchezza dappertutto che era un piacere. Strade assolate col silenzio dei giorni vuoti, case addormentate e pacifiche allo sguardo. E il frescolino degli androni? Tra i migliori ricordi. Qualcuno passava in bicicletta nel sole e ti sembrava di essere all'equatore. Qualcuno stava affacciato alla finestra e subito ti veniva da sbadigliare. In quei giorni si stava bene ad essere svogliati e ronzare come le mosche nelle cucine di campagna, poi trascinare le scarpe verso nessuna meta come cani che vanno a zonzo in cerca di ossi. I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome.

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Arriviamo a un periodo leggendario della tabaccheria, quando Zoffi voleva inculcare la filosofia di Platone nella testa dei pensionati. Loro si dimenticavano persino di guardare le donne in transito sul marciapiede, ascoltando Zoffi mentre spiegava la storia della caverna di Platone. La quale storia dice più o meno così: che gli uomini vivono come in fondo a una caverna buia e vedono solo ombre, ma credono che quelle ombre siano la realtà vera del mondo; dunque succede che se uno di loro esce a vedere com'è la vera realtà del mondo alla luce del sole, e dopo torna nella caverna a raccontarla agli altri uomini, quelli lo prendono per uno che dice delle fandonie, siccome conoscono solo le ombre e non capiscono altro.

Dopo questo racconto, Zoffi non perdeva mai l'occasione per fare una predica ai pensionati, ripetendogli che quando loro guardavano le donne e facevano dei commenti su come menano i fianchi, erano come quelli nella caverna di Platone che vedono solo ombre, ma credono che sia la vera realtà del mondo. «Voi dite le donne, le donne! Ma sono solo ombre nella vostra testa! Rendetevi conto, alla vostra età!» I pensionati restavano perplessi guardandolo, ascoltandolo, così amaro in tutto quello che diceva! Ma anche con l'aria di uno che sapeva cosa stava dicendo, perché a forza di tormentarsi forse aveva capito qualcosa che per loro restava oscuro. Però li aveva anche demoralizzati, dicendo che loro erano come quelli nella caverna che credono alle ombre e non vedono la verità. Demoralizzati per la figura che ci facevano con gli altri vecchi pensionati del quartiere, e con le massaie che venivano a giocare la schedina del calcio per diventare milionarie. Così, dopo tante prediche, cercavano di non guardare più le donne in transito sul marciapiede, neanche quelle che sculettavano molto; e quando passava dal negozio la signora Giunone guardavano il soffitto.

Viene il sospetto che Zoffi aspirasse alla purezza dei santi. Ma può un eroe moderno aspirare alla purezza dei santi? Si può essere santi nel tormento della logica, chiusi in una tabaccheria? Fatto sta che, se i pensionati erano rimasti più che altro confusi dalla storia di Platone, Zoffi ne aveva fatto una fissazione. Quando io e Barattieri e Fregatti andavamo a trovarlo alla domenica, e cercavamo di distrarlo con discorsi vari, ad ogni frase un po' sempliciotta che dicevamo, sentivamo subito il coltello della logica di Zoffi che ci tagliava le parole in bocca. Noi cercavamo di dargli ragione per calmarlo, ma neanche questo gli bastava. Lui voleva che tutta la comitiva dei suoi amici si spremesse il cervello per trovare un diverso orizzonte, per trovare una diversa via con gli altri e con le piante e con tutta la grama materia del mondo, fuori dalle ombre della caverna di ombre dove ci toccava vivere.


stato così che la comitiva Zoffi-Barattieri-Fregatti-Amos ha cominciato a riunirsi per esplorare altri pensieri, diversi dai discorsi di tabaccheria. Partecipavo anch'io a quei raduni, assieme al mio compagno di liceo Malaguti. Ci vedevamo di sera in una saletta del Caffè Nazionale, e il nostro tema iniziale era la domanda che si faceva Zoffi: «Ma dov'è la libertà?». Prima cosa: libertà di chi? Degli individui, di ognuno, si capisce. Bene, d'accordo. Ma cos'è l'individuo? Che valore ha l'individuo di fronte alle masse e all'universo? L'individuo ha una coscienza pensante, quello è il suo valore. Bene, giusto. Ma siccome ognuno pensa per conto suo, che poi non ci si capisce neanche tanto, e spesso non ci si capisce per niente, finisce che ognuno è piantato nel buco nero dei suoi pensieri. Senza contare che in giro si incontra soprattutto gente che non ha nessuna voglia di pensare, nessuna voglia del tutto. Allora? Dove va a finire la coscienza pensante dell'uomo come suo valore specifico?

Il problema da risolvere era questo: esiste davvero l'individuo con una coscienza pensante tutta sua, la coscienza del bene e del male che gli parla da dentro il cuore o la testa, come qualcosa di unico in tutto il regno della natura? Fregatti faceva fatica a seguire quei ragionamenti e ha smesso di venire alle nostre riunioni. Malaguti invece era un raziocinante appassionatissimo, ed è lui che ha fatto la domanda decisiva: «Ma come si fa a individuare l'individuo singolo, poniamo rispetto alle masse e all'universo?». Il prof. Amos spiegava che esistono due modi di individuazione, uno secondo il genere e uno secondo la specie. Ma l'individuazione secondo il genere pone dei problemi, perché soltanto numericamente un individuo si stacca dalla molteplicità delle masse come unità singolare. E per il resto? Eh, per il resto non si sa. «Genus individuorum non explicandum est nisi numerice.» Infatti i filosofi antichi dicevano che non c'è scienza degli individui: «De individuis non datur scientia».

A sentir parlare in latino Barattieri s'innervosiva: «Allora cosa bisogna fare, con tutte queste chiacchiere?». Allora, dice Amos, bisogna passare all'altro tipo di individuazione, secondo la specie. Cosa vuoi dire? Vuoi dire ad esempio che Zoffi non realizza il suo valore in quanto individuo con una coscienza pensante speciale, ma solo quello della sua specie, in quanto uomo. Dal punto di vista della specie uno Zoffi vale come un Barattieri o un Fregatti qualsiasi. Per la specie conta la funzione, non l'individuo. «Come? L'individuo non conta?», chiediamo noi, «e allora cosa ci stiamo a fare al mondo?». Amos risponde che noi siamo qui a mangiare, dormire, lavorare, litigare, imbrogliare, mettere su casa, fare figli, ma soprattutto a cercare qualcuno dell'altro sesso per il desiderio di fare la cosiddetta copula, in modo che la natura produca degli altri come noi, lasciandoci sempre credere che sia tutto per nostro gusto personale. Questa è stata la conclusione del suo discorso, e aveva l'aria d'una verità, ma una verità dura da digerire; infatti siamo rimasti tutti quanti ammutoliti.

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