Copertina
Autore Gianni Celati
Titolo Avventure in Africa
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000 [1998], UE 1582 , pag. 184, dim. 125x195x11 mm , Isbn 978-88-07-81582-9
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa italiana , viaggi
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Pagina 9

PRIMO TACCUINO



Ieri arrivando all'aeroporto di Bamako, ore 2.30 notturne, ho smesso di capire cosa stava succedendo. La confusione è cominciata appena siamo usciti dalle mani dei doganieri. Un vecchio con lunga zimarra azzurra, berretto copto, corpo secco, colore della pelle grigio perla, m'ha agganciato al varco. Parlava d'una navette, la corriera per andare a Bamako. Intorno c'erano ragazzi che mi tiravano per le braccia, altri che mi chiedevano come mi chiamo. Io avevo le orecchie che mi ronzavano, per cui confuso e mezzo sordo ho detto al vecchio che andavamo con la sua corriera. Il ragazzo Moussah entra subito in azione come aiutante del vecchio grigio e dice che per ritirare i bagagli ci vuole lo scontrino. Cosa ne so delle usanze di questo paese? Non so neanche dove s'è ficcato il mio socio, in mezzo al trambusto di gente accalcata in un camerone tipo caserma. Comunque al ritiro dei bagagli e poi quando il ragazzo Moussah ci spingeva sulla corriera del vecchio grigio, ho capito che ormai eravamo legati a lui quasi per la vita. Trascinati attraverso lo spazio come nei sogni e nelle tempeste, vedo Moussah che respinge molti ragazzi accorsi per acchiapparci. Lui è arrivato primo e ha diritto di prelazione su di noi. Dopo in corriera si offende che ho già dimenticato il suo nome. Io tento di impietosirlo spiegando che il ronzio alle orecchie va avanti sempre e mi fa perdere molti suoni, ma niente da fare. I bagagli potevo benissimo ritirarli anch'io, nessuna formalità per il ritiro, a parte il fatto che tutti si facevano avanti a gomitate per acchiappare enormi cartoni o enormi valige, oppure sacchi di riso o tubature imballate o gomme di ricambio e uno persino una cassa con tre galline vive che s'era portato in aereo da Parigi. Naturalmente tutti parlano una lingua che non capisco, ma tanto qui non capisco quasi niente, e non so neanche cosa sono venuto a fare in Africa. Nel tragitto verso Bamako ho visto soltanto la terra rossa alla luce dei fanali, le strade piene di buche come se avessero bombardato. La piccola corriera aveva dei traballamenti da aereo in un vuoto d'aria. Poi la sfilata di casettine, per lo più baracche, oppure tettoie di paglia, porte di negozietti chiusi, e sopra le porte nel buio quei piccoli tubi bianchi al neon, come quelli usati da noi nel dopoguerra. Ogni casetta o baracca con l'aria di un'anima persa nella savana, ognuna col suo lumicino da fiaba, tubo al neon di luce smorta e polverosa. Per il resto ero frastonato da Moussah che ogni due minuti mi chiedeva se sto bene, io dicevo di si sempre meno convinto. Cercavo di spiegargli che avevamo bisogno d'un albergo, ma lui continuava a far domande sull'Italia, voleva sapere se conosciamo un certo Armando di professione sarto. Solo dopo m'è venuto in mente che parlava del famoso couturier Armani.

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Pagina 16

9.

Ho spesso voglia di scappare per le strade di Bamako. Dovunque gente che vende qualcosa e chiacchiera con ammirevole indolenza. Ma nessuno con un'aria da vero sbandato che non sa cosa fare. Tutto per le strade va a flussi discontinui, labile indaffaramento, incontri frequenti, continue deviazioni di percorso. Movimenti affaccendati ma divaganti, nello spazio fitto di corpi umani e colori vivaci e merci ammonticchiate. Niente isolato nella sua aria, tutto avvolto dalla stessa nuvola di polvere e di odori. Nel continuo strusciamento di gente che ti parla appena ti vede, senza barriere che mettano al riparo dagli approcci, mi dimentico la funeraria privacy con cui coabito in Inghilterra... Sogno in cui mi accorgevo che le facce viste in giro a Bamako sono tutte facce da anni Trenta o Quaranta, al massimo da anni Sessanta come la mia. Anche il portamento della gente è una cosa d'altri tempi, sempre molto composto, dai vecchi ai bambini, persino quando ti assaltano per venderti qualcosa.


10.

Nella vita d'un turista che va un po' lontano, credo che a un certo punto sorge per forza la domanda: "Ma cosa sono venuto qui a fare?» Domanda che mette in moto il gran cinema delle giustificazioni con se stessi, per non dirsi sul serio: "Sono qui a non far niente". Di ciò si rendono ben conto i ragazzi come Moussah e Mohammed, che devono catturare il loro turista per aiutarlo nel lavoro di non far niente dalla mattina alla sera. Perché in tutti i posti della terra gli uomini hanno sempre qualcosa da fare, e questa è la massima meraviglia del mondo, l'armonia delle abitudini che nessuno ha deciso, la confusa bellezza dell'animazione nelle città. Invece un turista è un fantasma che ciondola stranito fuori da quell'unico sogno armonico, appunto perché viene trasportato in un posto a non far niente, tranne spendere soldi. Nell'animazione di Bamako ognuno ha qualcosa da fare, ma se ben capisco quello che ha da fare è vendere qualcosa ogni giorno, fare qualcosa senza pensarci, chiacchierare tranquillamente nella nuvola di polvere, poi tornare a casa alla sera. Funzionamento elementare dei commerci, vita quotidiana di sussistenza, soldi consunti e strette di mano, merci e spazzatura, dove mi chiedo sempre quale sia il profitto. Qual è il profitto del venditore di sigarette davanti all'albergo, che vende si e no dieci pacchetti al giorno? E il profitto di quella venditrice con dieci banane contate, sul tavolino per strada?

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Pagina 36

14.

La grande signora nera mi ha chiesto se non faccio fotografie. In un raptus di simpatia per lei, le ho confessato che io faccio le foto scrivendo. Lei ha chinato la testa, io volevo spiegarle. Mi sono ingarbugliato e lei non capiva niente, poi non aveva tempo di ascoltare le mie elucubrazioni da scrittore in vacanza. In momenti del genere uno intravvede cosa avrebbe potuto essere, quali belle figure avrebbe potuto fare nella vita, se non gli fosse toccato d'essere quello che è. Per un attimo barbaglia un lucore felice, esposto al benevolo sguardo d'un altro umano, così nascono fantasie e il viaggio diventa più vario. Poi naturaltnente ti accorgi che tu sei nato da un'altra parte, la simpatia umana ha i suoi confini, e le parole sono panni al vento che perdono facilmente il loro colore.


15.

Partiamo senza essere riusciti a capire cosa ci aspetta a Bandiagara, si vedrà. Alla gare routière di Ségou, aspettando una corriera che ha un'ora di ritardo, sulla panchina c'è un giovanotto francese con zaino enorme, e un signore grassoccio di Kaye che abita in Francia. Conversazione col grassoccio, che mi presenta la sua tessera di assicurazione sociale come se fosse il biglietto da visita. Io la copio debitamente sul quaderno, mi sembra soddisfatto... Ho dimenticato di dire l'incontro di ieri con una signora che era in aereo con noi, scienziata d'origine italiana che fa parte d'un comitato internazionale per la prevenzione della malaria. Quando ha saputo che andiamo a Mopti, ci ha messo in agitazione dicendo che a Mopti c'è una zanzara con la puntura assolutamente incurabile, e che bisognava correre subito in farmacia e far la vaccinazione. Adesso Jean è partito verso la farmacia a informarsi. Arriva un ragazzo in motorino, rapato come i ragazzi del ghetto americano, occhiali scuri da mafioso, ammirato dai suoi compagni zuzzurelloni che ciondolano davanti alla biglietteria. Il signore di Kaye intanto si è messo a pregare in un recinto di sabbia, inginocchiato su un asciugamano. Jean è tornato: la farmacista ha detto che lei è di Mopti, e quella della zanzara assassina è solo una leggenda.

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Pagina 130

3.

Sui bordi della piscina Sophitel, assisto a un litigio tra inservienti neri. Il maitre infuriato parla in francese a un subalterno, che gli risponde in wolof. Gli altri cercano di placare il litigio parlando in wolof, ma il maitre sbraita ancora in francese con quello che l'ha fatto infuriare ("Fais ce que je dis, un point c'est tout!"). Nell'arrabbiatura, il francese gli serve come lingua ufficiale dell'autorità. Invece gli altri che parlano in wolof buttano tutto sul ridere, non riescono a star seri. Ecco come usiamo le lingue: alcune per prendere il tono dell'autorità, altre per abolire la supponenza dei gravi paroloni... Oggi Jean è andato sull'isola di Gorée, da dove partivano i carichi di schiavi e adesso c'è il museo degli schiavi. Quando l'ho accompagnato, tutti quelli assiepati per l'imbarco erano nel fervore della chiacchiera, nessuno mostrava di aver fretta, tutta la ressa menava la lingua di gusto. Il gusto di menare la lingua qui si sente bene, ma capisco che il massimo gusto sta nel menare la lingua in wolof costellato di parole francesi, che così perdono la legnosità della lingua ufficiale, e danno brio alla parlata. Nel camerone dell'imbarcadero c'era anche un gruppo di americani, ed erano gli unici a stare zitti in attesa del battello. Tra loro spiccava il capo anziano in abito da caccia mimetizzato, cappello di cuoio a larga tesa, collana di denti di pantera, gli mancava solo il fucile da caccia grossa - venuto anche lui a vedere il museo degli schiavi.

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Pagina 178

8.

Credevo di aver chiuso il diario, ma l'aereo ha un ritardo. Siamo passati attraverso l'ufficio di polizia, perché i nostri visti erano scaduti. L'ufficiale di turno sembrava che imitasse i detectives nei film americani, con la fondina sotto l'ascella. Ci accompagnava l'inserviente del "salon payant" che s'è messo a intercedere per noi. Dato che l'avevamo pagato, eravamo sotto la sua ala, tutto in famiglia... Adesso, nella sala delle partenze, mi viene in mente il cimitero musulmano che abbiamo visitato l'altro ieri. Su quel basso promontorio, tra tombe fatte di piccoli blocchi di pietra nuda, senza nomi e senza parole, c'era l'idea d'un modo di morire completamente silenzioso e senza lamenti. Piccole pietre bianche, unico segno funebre, sparse a caso sul pendio. Un deposito di terrestri anonimi. Jean diceva che non è la morte ad essere commovente, è la vita che commuove. La morte è come un reagente chimico che fa apparire il colore d'una vita. Le tombe anonime, un cormorano a passeggio, strani copertoni piantati nella sabbia, delle pecore al pascolo, e il tizio che ci guidava con aria stanca: ecco le ultime immagini che ho annotato per il mio diario. Poi il cielo coperto, le prime gocce di pioggia che abbiamo visto in questo viaggio: goccíoloni lunghi e radi, subito assorbiti dalla creta d'un muretto in disfacimento.


9.

In aereo venendo da Dakar ci hanno fatto vedere un documentario turistico sul Senegal. Si vedevano i mercati variopintí, le solite venditrici, i soliti carretti tirati da asini, i soliti villaggi della savana, i cormorani, i pellicani. Era il documentario dei posti dove siamo stati noi. Jean, semiserio, ha detto: "Siamo stati dentro a un documentario turistico..." Sì però, sbarcati in Europa, anche qui è come essere in un documentario perpetuo, dove vedi tutto pulito, ordinato, levigato, glossy, flashing, rifatto a nuovo, neanche uno scarto troppo vistoso, una macchina troppo squintemata, una persona veramente sdentata, un vestito davvero fuori moda, un negozio che sia rimasto come cinque anni fa, una vetrina con libri che non siano novità assolute. Andiamo in giro per Parigi e vediamo soltanto quest'altro documentario del nuovo totale, senza più niente di precario, di povero, decaduto, rimediato, tarlato dal vento, scartato dal destino. il documentario della simulazione globale, senza luogo, senza scampo, che ci mostrano a titolo pubblicitario notte e giorno, dietro lo schermo di vetro che abbiamo in dotazione per vivere da queste parti. Ma poi si sa che quando uno è lasciato dietro un vetro, tende a sentire che gli manca qualcosa, anche se ha tutto e non gli manca niente, e questa mancanza di niente forse conta qualcosa, perché uno potrebbe anche accorgersi di non aver bisogno davvero di niente, tranne del niente che gli manca davvero, del niente che non si può comprare, del niente che non corrisponde a niente, il niente del cielo e dell'universo, o il niente che hanno gli altri che non hanno niente.

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