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| << | < | > | >> |Indice
Pag. 7 Come sono sbarcato in America
24 Il paralitico nel deserto
40 Nella nebbia e nel sonno
60 Poema pastorale
81 Novella dei due studenti
105 Non c'è più paradiso
121 Notizie ai naviganti
144 Storia della modella
164 Cevenini Ridolfi
| << | < | > | >> |Pagina 7Un personaggio di nome Giovanni, che conosco benissimo, qui racconta come è sbarcato in America la prima volta, ai tempi della sua giovinezza. Già in aereo e molto prima dello sbarco aveva l'idea di scrivere una lettera per raccontare le sue esperienze di andata in un altro continente. Il viaggio era stato lungo e avventuroso, perché si trattava d'un volo a basso prezzo in partenza dall'Inghilterra, con un aereo vecchio che aveva avuto un guasto ed era stato costretto a una lunga sosta in Islanda. Ma Giovanni non era disturbato da quello, e neanche dalla sosta in Islanda, dove aveva dormito su una panca quasi tutto un giorno. Anzi, era contento, perché se il viaggio fosse stato normale, la lettera che doveva scrivere avrebbe avuto un inizio molto meno interessante. Poi man mano che lo sbarco si avvicinava, con i cigolii del vecchio aereo e le facce preoccupate dei passeggeri, era sempre più impaziente di scrivere la lettera per raccontare le sue esperienze, anche se non sapeva a chi dovesse scriverla. Nel lungo tragitto sul pullman che portava dall'aeroporto alla stazione delle corriere, si è accorto di non avere la penna né la carta per scrivere. Lui era sveglissimo per la fregola di raccontare lo sbarco in un altro continente, mentre i suoi compagni di viaggio dormivano della grossa nel buio del pullman, dopo una trasvolata di quasi trenta ore. Ogni tanto qualcuno si alzava all'annuncio d'un numero di strada gridato dal guidatore, e scendeva nella notte a una fermata come un sonnambulo. E anche lui è sceso non so come al posto giusto, come un sonnambulo che non capisce le parole ma riesce a trovare lo stesso la sua strada. Verso le tre di notte non c'era anima viva nella grandissima stazione delle corriere, echeggiante a ogni passo. Si sarebbe volentieri seduto a scrivere, per raccontare i suoi pensieri, ma non aveva la penna. Nella stazione di Port Authority non sapeva dove andare, nessuno in giro per informarsi. Col pesante valigione da tirarsi dietro, valigione di quelli vecchi di fibra rigida, si muove verso una luce là in fondo. Avvicinandosi vede che si tratta d'un piccolo bar, sotto la grande arcata, ma stranamente pieno di gente a quell'ora di notte. È pieno di neri, tutti uomini neri in piedi a discutere animatamente, nei contorni del buio dove spicca la vetrina del bar. Intanto continua l'urgenza di scrivere la lettera; dunque l'unica cosa che ha in mente è di trovare una penna, sedersi e scrivere, per raccontare tutto, compresa la stazione vuota alle tre di notte. Così, dopo un po' di tentennamenti perché là dentro sono tutti neri, si decide a entrare nel bar. L'ingresso lo ricorda bene, col suo valigione, solitario nella notte, che non capiva la situazione in quanto non combaciava con le sue idee. Ha fiutato qualcosa solo quando si è sentito addosso cento occhi che lo scrutavano poco amichevolmente. Dopo ha imparato a stare in campana in certe situazioni, perché allora i neri erano sul sentiero di guerra, e rientrando a casa di sera per una stradina poco frequentata sentiva spesso gridargli alle spalle: "Ehi, whitey, biancuzzo, mettiti a correre se non vuoi una fucilata!". E lui doveva scappare a gambe levate, per forza, vedendo un giovanotto nero a una finestra che gli puntava un fucile. Questo per dire il clima d'epoca, quando Giovanni fece il suo ingresso nel baretto di Port Authority, appena sbarcato. Tirando il valigione va verso il barista che lo guardava con occhi da trucido, da vero trucido e per giunta nerissimo. Riesce a balbettare: "Un caffè". Paga il caffè e il barista fa: "Gimme a dime". Vuole una moneta da 10 cent come mancia. La esige con voce bassa e gelida. Ma Giovanni non aveva quella moneta. Tira fuori tutti i centesimi che ha in tasca, più monete varie europee, e rispettosamente posa i suoi spiccioli sul banco, chiedendo intanto al barista se non avesse per caso una penna. Il trucido insiste: "Gimme a dime". Tutti quelli nel bar adesso scrutavano Giovanni di traverso come per giudicare le sue colpe. E qui diventa chiaro che la mancanza di quella moneta vuol dire molto più di 10 cent. Vuol dire che lui lascia al barista solo le briciole che il bianco getta al nero, invece di pagargli la mancia dovuta con un onorevole dime. Un dime è un dime, non sono dieci centesimi sparsi. Questo è il punto della questione che si profila nella sua mente. Allora conta i centesimi sul banco, che sono più di dieci, ma non nella moneta richiesta, purtroppo, e allarga le braccia a implorare comprensione. Qui il barista nero diventa pacifico e sereno, raccoglie tutti i centesimi nel palmo della mano e gli fa: "Cosa volevi?". Giovanni: "Una penna". L'altro lo fissa dritto negli occhi, poi gli scaraventa in faccia tutti i suoi centesimi, che per poco non gli accecava una pupilla. Saltiamo la tremarella alle ginocchia, la fuga tirando il valigione verso le pensiline delle corriere, che non so come le abbia trovate. Il momento più incerto della notte, sempre come un sonnambulo. Verso le quattro ha preso una corriera, perché doveva andare in campagna. Sulla corriera dormivano tutti. Intanto l'urgenza di scrivere una lettera era diventata molto più forte, dopo l'avventura coi trucido nero nel bar. Quella era un'esperienza da raccontare al più presto, affinché i suoi connazionali sapessero a quali pericoli si esponeva andando in un altro continente. Voleva scriversi l'esperienza ancora fresca sull'ultima pagina d'un libro che aveva a portata di mano, in mancanza di carta. Ma quando si alza dal sedile per chiedere al guidatore della corriera se aveva una penna da prestargli, l'altro gli ha detto che doveva stare seduto al suo posto ed era proibito parlare al conducente. | << | < | > | >> |Pagina 108I tre avventizi della televisione sono rimasti imbarazzati, perché non sapevano cosa fare. Il funzionario grasso aveva ordinato di intervistare gente che si esprime correttamente in italiano, mentre il vecchio mendicante soprannominato Tugnin delirava confusamente in dialetto. D'altra parte nell'ospedale non si faceva che parlare di lui, e sembrava che nessuno si ricordasse più la mestizia della notte di Natale in un reparto ospedaliero. Chi intervistare? Un infermiere alto e robusto, che aveva passato le ultime ore ascoltando i discorsi del ricoverato Tugnin, ha accettato di dire qualcosa davanti alla telecamera. E ha detto che il soprannominato Tugnin raccontava di un suo viaggio nell'aria che sarebbe durato qualche giorno, ossia tutto il tempo che lui era rimasto sepolto nella neve ghiacciata, là sul viale della circonvallazione ovest.A quanto pare, Tugnin diceva che erano venuti degli angeh a sollevarlo in aria tenendolo per le ascelle, e portandolo così in alto che lui aveva potuto vedere la terra molto meglio che da un satellite. Perché lassù aveva visto la terra da lontano, ma al tempo stesso molto vicino, come se andasse con un telescopio dentro alle case della cittadina di economia avanzata. Questo non si capiva come fosse successo, perché il suo racconto era tutto un pasticcio di parole confuse. Ma a forza di guardare dall'alto dei cieli, pare che Tugnin avesse capito una cosa. Aveva capito che quaggiù tutto cade e crolla, tutto sta sempre crollando a pezzi, tutto viene giù come la pioggia, e anche le cose solide come un sasso o un muro stanno sempre disfacendosi in polvere, senza che ce ne accorgiamo. Questa era la parte della visione di Tugnin che aveva più impressionato i degenti, oltre ai medici e infermieri rimasti ad ascoltarlo. Perché il mendicante Tugnin nel letto ripeteva che tutto cade e crolla senza sosta fino agli ultimi confini del mondo, e che lui l'aveva visto benissimo dall'alto dei cieli, e non c'era da sbagliarsi perché tutto crolla sempre e dappertutto. Diceva che niente resterà in piedi, e tutti quei ricchi che si credono chissà cosa per i soldi che hanno guadagnato, ci resteranno con un palmo di naso. Forse il suo discorso non avrebbe fatto tanta impressione, se non fossero venuti ad ascoltarlo i degenti del vicino reparto oncologico. Chi fasciato alla gola, chi col cranio rapato, chi rinsecchito dalle applicazione al cobalto, questi malati avevano approvato entusiasticamente le parole del soprannominato Tugnin, anche con gesti di giubilo e occhi da pazzi. Sembrava che le capissero più degli altri le parole del povero Tugnin, e che lui dicesse cose giustissime e indubitabili per loro, anche se poco comprensibili agli altri. Allora si era sviluppata attorno al suo letto e nelle corsie una discussione sul fatto che tutto crolla sempre, e anche noi crolliamo pezzetto per pezzetto, tutta la vita, e i dottori non possono farci un bel niente, i dottori fanno solo finta di curarci per prendere lo stipendio. Così dicevano i degenti del reparto oncologico, e anche molti degenti del reparto di cardiologia, spiegando la faccenda ai più increduli. Poi c'era l'altra parte della visione, in cui Tugnin si incontra con Dio. Secondo il discorso di Tugnin, Dio era uno di poche parole. E in sostanza avrebbe detto che lui se ne frega, perché non può mica correre dietro agli uomini per convincerli che loro si credono dei furbi e invece sono solo dei poveri coglioni. Facciano pure quello che gli pare, avrebbe detto Dio, con le loro banche e le loro macchine e i giornali e la televisione, lui non voleva saperne più niente, perché gli uomini sono diventati troppo seccanti, e ormai non se ne poteva più di loro. Ora, se l'altra parte della visione aveva reso i degenti pensosi, queste parole di Dio li avevano resi allegri per il gusto di ascoltarle e di ripeterle ad alta voce. E si vedevano perfino certi degenti del reparto di geriatria, di solito imbacchiliti come le mummie, che ridevano ripetendo le parole di Dio con gran soddisfazione. In breve, si era creata nell'ospedale un'animazione insolita, come se si stesse festeggiando non la notte di Natale, ma un nuovo e più eccitante annuncio del cielo a tutti gli uomini, per via del colloquio di Tugnin con Dio. | << | < | > | >> |Pagina 121Questo racconto parla d'un dottore che ogni domenica andava in barca a vela con un amico, e ha avuto l'avventura di essere posseduto dalle voci. Alcuni anni fa, una notte, |
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