Copertina
Autore Gianni Celati
Titolo Cinema naturale
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2001, I Narratori , pag. 200, dim. 140x220x17 mm , Isbn 978-88-07-01585-4
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa italiana
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Pag.   7   Come sono sbarcato in America

      24   Il paralitico nel deserto

      40   Nella nebbia e nel sonno

      60   Poema pastorale

      81   Novella dei due studenti

     105   Non c'è più paradiso

     121   Notizie ai naviganti

     144   Storia della modella

     164   Cevenini Ridolfi

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

COME SONO SBARCATO IN AMERICA



Un personaggio di nome Giovanni, che conosco benissimo, qui racconta come è sbarcato in America la prima volta, ai tempi della sua giovinezza. Già in aereo e molto prima dello sbarco aveva l'idea di scrivere una lettera per raccontare le sue esperienze di andata in un altro continente. Il viaggio era stato lungo e avventuroso, perché si trattava d'un volo a basso prezzo in partenza dall'Inghilterra, con un aereo vecchio che aveva avuto un guasto ed era stato costretto a una lunga sosta in Islanda. Ma Giovanni non era disturbato da quello, e neanche dalla sosta in Islanda, dove aveva dormito su una panca quasi tutto un giorno. Anzi, era contento, perché se il viaggio fosse stato normale, la lettera che doveva scrivere avrebbe avuto un inizio molto meno interessante. Poi man mano che lo sbarco si avvicinava, con i cigolii del vecchio aereo e le facce preoccupate dei passeggeri, era sempre più impaziente di scrivere la lettera per raccontare le sue esperienze, anche se non sapeva a chi dovesse scriverla.

Nel lungo tragitto sul pullman che portava dall'aeroporto alla stazione delle corriere, si è accorto di non avere la penna né la carta per scrivere. Lui era sveglissimo per la fregola di raccontare lo sbarco in un altro continente, mentre i suoi compagni di viaggio dormivano della grossa nel buio del pullman, dopo una trasvolata di quasi trenta ore. Ogni tanto qualcuno si alzava all'annuncio d'un numero di strada gridato dal guidatore, e scendeva nella notte a una fermata come un sonnambulo. E anche lui è sceso non so come al posto giusto, come un sonnambulo che non capisce le parole ma riesce a trovare lo stesso la sua strada.

Verso le tre di notte non c'era anima viva nella grandissima stazione delle corriere, echeggiante a ogni passo. Si sarebbe volentieri seduto a scrivere, per raccontare i suoi pensieri, ma non aveva la penna. Nella stazione di Port Authority non sapeva dove andare, nessuno in giro per informarsi. Col pesante valigione da tirarsi dietro, valigione di quelli vecchi di fibra rigida, si muove verso una luce là in fondo.

Avvicinandosi vede che si tratta d'un piccolo bar, sotto la grande arcata, ma stranamente pieno di gente a quell'ora di notte. pieno di neri, tutti uomini neri in piedi a discutere animatamente, nei contorni del buio dove spicca la vetrina del bar. Intanto continua l'urgenza di scrivere la lettera; dunque l'unica cosa che ha in mente è di trovare una penna, sedersi e scrivere, per raccontare tutto, compresa la stazione vuota alle tre di notte. Così, dopo un po' di tentennamenti perché là dentro sono tutti neri, si decide a entrare nel bar.

L'ingresso lo ricorda bene, col suo valigione, solitario nella notte, che non capiva la situazione in quanto non combaciava con le sue idee. Ha fiutato qualcosa solo quando si è sentito addosso cento occhi che lo scrutavano poco amichevolmente. Dopo ha imparato a stare in campana in certe situazioni, perché allora i neri erano sul sentiero di guerra, e rientrando a casa di sera per una stradina poco frequentata sentiva spesso gridargli alle spalle: "Ehi, whitey, biancuzzo, mettiti a correre se non vuoi una fucilata!". E lui doveva scappare a gambe levate, per forza, vedendo un giovanotto nero a una finestra che gli puntava un fucile. Questo per dire il clima d'epoca, quando Giovanni fece il suo ingresso nel baretto di Port Authority, appena sbarcato.

Tirando il valigione va verso il barista che lo guardava con occhi da trucido, da vero trucido e per giunta nerissimo. Riesce a balbettare: "Un caffè". Paga il caffè e il barista fa: "Gimme a dime". Vuole una moneta da 10 cent come mancia. La esige con voce bassa e gelida. Ma Giovanni non aveva quella moneta. Tira fuori tutti i centesimi che ha in tasca, più monete varie europee, e rispettosamente posa i suoi spiccioli sul banco, chiedendo intanto al barista se non avesse per caso una penna.

Il trucido insiste: "Gimme a dime". Tutti quelli nel bar adesso scrutavano Giovanni di traverso come per giudicare le sue colpe. E qui diventa chiaro che la mancanza di quella moneta vuol dire molto più di 10 cent. Vuol dire che lui lascia al barista solo le briciole che il bianco getta al nero, invece di pagargli la mancia dovuta con un onorevole dime. Un dime è un dime, non sono dieci centesimi sparsi. Questo è il punto della questione che si profila nella sua mente. Allora conta i centesimi sul banco, che sono più di dieci, ma non nella moneta richiesta, purtroppo, e allarga le braccia a implorare comprensione.

Qui il barista nero diventa pacifico e sereno, raccoglie tutti i centesimi nel palmo della mano e gli fa: "Cosa volevi?". Giovanni: "Una penna". L'altro lo fissa dritto negli occhi, poi gli scaraventa in faccia tutti i suoi centesimi, che per poco non gli accecava una pupilla. Saltiamo la tremarella alle ginocchia, la fuga tirando il valigione verso le pensiline delle corriere, che non so come le abbia trovate. Il momento più incerto della notte, sempre come un sonnambulo.

Verso le quattro ha preso una corriera, perché doveva andare in campagna. Sulla corriera dormivano tutti. Intanto l'urgenza di scrivere una lettera era diventata molto più forte, dopo l'avventura coi trucido nero nel bar. Quella era un'esperienza da raccontare al più presto, affinché i suoi connazionali sapessero a quali pericoli si esponeva andando in un altro continente. Voleva scriversi l'esperienza ancora fresca sull'ultima pagina d'un libro che aveva a portata di mano, in mancanza di carta. Ma quando si alza dal sedile per chiedere al guidatore della corriera se aveva una penna da prestargli, l'altro gli ha detto che doveva stare seduto al suo posto ed era proibito parlare al conducente.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 108

I tre avventizi della televisione sono rimasti imbarazzati, perché non sapevano cosa fare. Il funzionario grasso aveva ordinato di intervistare gente che si esprime correttamente in italiano, mentre il vecchio mendicante soprannominato Tugnin delirava confusamente in dialetto. D'altra parte nell'ospedale non si faceva che parlare di lui, e sembrava che nessuno si ricordasse più la mestizia della notte di Natale in un reparto ospedaliero. Chi intervistare? Un infermiere alto e robusto, che aveva passato le ultime ore ascoltando i discorsi del ricoverato Tugnin, ha accettato di dire qualcosa davanti alla telecamera. E ha detto che il soprannominato Tugnin raccontava di un suo viaggio nell'aria che sarebbe durato qualche giorno, ossia tutto il tempo che lui era rimasto sepolto nella neve ghiacciata, là sul viale della circonvallazione ovest.

A quanto pare, Tugnin diceva che erano venuti degli angeh a sollevarlo in aria tenendolo per le ascelle, e portandolo così in alto che lui aveva potuto vedere la terra molto meglio che da un satellite. Perché lassù aveva visto la terra da lontano, ma al tempo stesso molto vicino, come se andasse con un telescopio dentro alle case della cittadina di economia avanzata. Questo non si capiva come fosse successo, perché il suo racconto era tutto un pasticcio di parole confuse. Ma a forza di guardare dall'alto dei cieli, pare che Tugnin avesse capito una cosa. Aveva capito che quaggiù tutto cade e crolla, tutto sta sempre crollando a pezzi, tutto viene giù come la pioggia, e anche le cose solide come un sasso o un muro stanno sempre disfacendosi in polvere, senza che ce ne accorgiamo. Questa era la parte della visione di Tugnin che aveva più impressionato i degenti, oltre ai medici e infermieri rimasti ad ascoltarlo. Perché il mendicante Tugnin nel letto ripeteva che tutto cade e crolla senza sosta fino agli ultimi confini del mondo, e che lui l'aveva visto benissimo dall'alto dei cieli, e non c'era da sbagliarsi perché tutto crolla sempre e dappertutto. Diceva che niente resterà in piedi, e tutti quei ricchi che si credono chissà cosa per i soldi che hanno guadagnato, ci resteranno con un palmo di naso.

Forse il suo discorso non avrebbe fatto tanta impressione, se non fossero venuti ad ascoltarlo i degenti del vicino reparto oncologico. Chi fasciato alla gola, chi col cranio rapato, chi rinsecchito dalle applicazione al cobalto, questi malati avevano approvato entusiasticamente le parole del soprannominato Tugnin, anche con gesti di giubilo e occhi da pazzi. Sembrava che le capissero più degli altri le parole del povero Tugnin, e che lui dicesse cose giustissime e indubitabili per loro, anche se poco comprensibili agli altri. Allora si era sviluppata attorno al suo letto e nelle corsie una discussione sul fatto che tutto crolla sempre, e anche noi crolliamo pezzetto per pezzetto, tutta la vita, e i dottori non possono farci un bel niente, i dottori fanno solo finta di curarci per prendere lo stipendio. Così dicevano i degenti del reparto oncologico, e anche molti degenti del reparto di cardiologia, spiegando la faccenda ai più increduli.

Poi c'era l'altra parte della visione, in cui Tugnin si incontra con Dio. Secondo il discorso di Tugnin, Dio era uno di poche parole. E in sostanza avrebbe detto che lui se ne frega, perché non può mica correre dietro agli uomini per convincerli che loro si credono dei furbi e invece sono solo dei poveri coglioni. Facciano pure quello che gli pare, avrebbe detto Dio, con le loro banche e le loro macchine e i giornali e la televisione, lui non voleva saperne più niente, perché gli uomini sono diventati troppo seccanti, e ormai non se ne poteva più di loro. Ora, se l'altra parte della visione aveva reso i degenti pensosi, queste parole di Dio li avevano resi allegri per il gusto di ascoltarle e di ripeterle ad alta voce. E si vedevano perfino certi degenti del reparto di geriatria, di solito imbacchiliti come le mummie, che ridevano ripetendo le parole di Dio con gran soddisfazione. In breve, si era creata nell'ospedale un'animazione insolita, come se si stesse festeggiando non la notte di Natale, ma un nuovo e più eccitante annuncio del cielo a tutti gli uomini, per via del colloquio di Tugnin con Dio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 121

NOTIZIE AI NAVIGANTI



Questo racconto parla d'un dottore che ogni domenica andava in barca a vela con un amico, e ha avuto l'avventura di essere posseduto dalle voci. Alcuni anni fa, una notte, stava tornando da una gita in barca a vela con l'amico e le rispettive mogli, quando gli è toccato di restare sul ponte per il suo turno al timone, mentre gli altri dormivano nelle cuccette da basso. La luna splendeva, il mare era calmo, c'era il solito vento che spirava da terra, e nel buio il dottore ha sentito delle voci che parlavano distintamente al suo orecchio. Siccome nessuno era con lui, si può immaginare lo stupore che gli è venuto, da lasciarlo trasognato in ascolto, trattenendo il fiato, senza capire cosa stava succedendo.

Erano voci di donne che giungevano a lui molto chiare, come se gli parlassero dietro le spalle. Venivano da terra, da una distanza di almeno dieci chilometri, portate dal vento in un canale d'aria che rendeva possibile quel fenomeno. Dopo i primi attimi di sorpresa, il dottore ha capito che si trattava d'una conversazione tra due donne lontane. Distingueva bene la voce di una donna anziana e quella di una più giovane, forse sua figlia. Probabilmente le due parlavano all'aperto. Nel breve tempo in cui il canale d'aria che portava quei suoni era rimasto aperto, in mezzo alle correnti ventose che si scontravano e mescolavano di lì fino alla costa, lui era riuscito ad afferrare o immaginare moltissime cose. Le parole giunte da lontano gli avevano fatto intendere che le due donne erano senza risorse, e che la figlia doveva subire un'operazione perché soffriva di calcoli renali, e che l'operazione le avrebbe messe in difficoltà perché non avevano alcuna assistenza.

Può sembrare strano che sia riuscito a capire tutto questo, ma il caso vuole che il nostro dottore si occupasse ogni giorno di questioni del genere, essendosi specializzato nella cura delle malattie renali. Da solo sotto la luna, è riuscito a costruirsi un quadro della situazione, e addirittura a formulare una diagnosi per la giovane donna. Scomparse le voci, era rimasto incapace di pensare ad altro, immobile al timone anche quando il suo turno era finito. Dice che si sentiva affascinato dalla voce della giovane donna, una voce di donna molto fiera, che lui aveva voglia d'aiutare. Come? Il caso vuole che fosse appena giunta nel suo ospedale una nuova medicina poco costosa, che si stava sperimentando, con cui i calcoli renali si scioglievano senza bisogno d'una operazione, e che il trattamento fosse gratuito perché si stavano studiando i suoi effetti collaterali.

Lui è un uomo che ha sempre voluto aiutare gli altri, e questo è il suo difetto, dice. Terminato il turno al timone era rimasto lì a riflettere, e gli è venuta l'idea di cercare la giovane donna, anche se non sapeva dove e come. Voleva cercarla, voleva spiegarle la cura, offrirle la soluzione gratuita dei suoi problemi. Le due donne dovevano abitare sulla costa di fronte, e da qualche parte dovevano essere reperibili, secondo lui. Dice che d'un tratto il suo cervello s'era messo a funzionare a gran velocità, aprendosi a idee che altrimenti gli sarebbero parse strane, imbarazzanti. Del resto tutto nella sua vita serviva a evitare che gli spuntassero idee del genere, compreso l'amico e la moglie e la barca a vela. Mondo senz'aria, dice, dove lui soffriva di emicranie e di lievi stati confusionali. Non era il caso di raccontare la storia delle voci all'amico, che pensava solo alla barca a vela, né a sua moglie che si ingelosiva molto facilmente. Non ne ha parlato a nessuno. La gita si conclude nella solita indolenza del rientro, e l'indomani il dottore è tornato al lavoro in ospedale come al solito.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 164

CEVENINI E RIDOLFI



Cevenini e Ridolfi, vecchi amici un po' avanti con l'età, passavano la vita senza far niente di speciale e al massimo di sera giocavano a carte oppure a biliardo nel bar di campagna vicino a casa. Un giorno sono partiti per l'Africa sul treno con le valigie e le carte geografiche, e di lì cominciano le loro avventure che sono state molte ma non sempre piacevoli. Dopo una settimana si trovavano su una corriera tutta piena di neri, là strizzati come sardine su sedili stretti e sconquassati, con i montanti di ferro spigolosi che davano fastidio alla schiena. Gli sembrava di morire dal caldo e andavano per posti strani, che non si sa neanche di preciso dove siano sulla carta geografica. "Ma guarda come vivono qua," diceva Ridoffi schiacciato contro il finestrino. Dalla corriera vedeva dei villaggi con gente nera vestita di stracci che stava li a non far niente, donne con abiti colorati, bambini che scorrazzavano nudi. Non c'era neanche un bel cielo azzurro come sia Cevenini che Ridolfi si sarebbero aspettati di vedere in Africa. Un cielo grigiastro, un gran vuoto dappertutto, l'orizzonte della savana che baluginava confuso sotto il sole. Ogni tanto cespugli qua e là, poi villaggi qua e là con poche capanne fatte di paglia o fatte di fango. "Guarda qua, che vivono vestiti di stracci e non hanno neanche un bel cielo azzurro," diceva Ridolfi a Cevenini.

Cevenini era incastrato tra la valigia sul sedile e dei giovani neri sullo strapuntino. Nel corridoio tra i sedili c'erano degli strapuntini pieni di gente che stava ammucchiata tra valigie e pollame e pacchi e sacchi pieni di roba. I giovani neri accanto a Cevenini erano così strizzati nello strapuntino, che per forza dovevano venirgli addosso e spingerlo con le costole contro la valigia. Quando lo spingevano più del solito ridevano tra di loro e delle volte gli ridevano anche in faccia. Cevenini faceva finta di niente. "Ma guarda dove siamo venuti! A fare cosa, poi?" brontolava Ridolfi. "Sai, Cevenini, ho paura che da queste parti c'è solo caldo e basta. Io direi che sarebbe meglio tornare a casa." Cevenini era un po' sordo e quando non capiva qualcosa diceva: "Sì sì", per farla corta; diceva: "Sì sì", e guardava da un'altra parte. Questo faceva venire il nervoso a Ridolfi, che nell'occasione gli ha risposto: "Sì si cosa? Non ascolti e poi dici sì si!". E gli dava ancora più rabbia che il socio guardasse da un'altra parte, per non entrare nel merito: "Fai sempre delle finte per non ascoltarmi, io ti darei dei pugni!". Ma non poteva muoversi, era incastrato dalla valigia contro il finestrino, con i montanti spigolosi del sedile che gli pungevano la schiena. Allora grugniva da solo, sperduto in Africa, spingendo la valigia contro le costole dell'amico: "Ma guarda che situazione!". Anche qui i giovani neri sullo strapuntino ridevano, perché si vede che il nervoso di Ridolfi gli metteva allegria. Cevenini faceva finta di niente.

| << |  <  |