Copertina
Autore Vincenzo Cerami
Titolo La sindrome di Tourette
SottotitoloStorie senza storia
EdizioneGarzanti, Milano, 2005, , pag. 210, cop.fle., dim. 135x204x18 mm , Isbn 978-88-11-68323-0
LettoreElisabetta Cavalli, 2005
Classe narrativa italiana
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Indice

Paura di giocare                      9
Le barzellette                       13
Il beauty case                       23
Grazie Gesù                          29
Acid lemon                           35
Pace senza timore                    41
Il transatlantico                    45
L'abito da sera                      51
La palude                            57
Ecstasy                              63
Extraterrestri                       69
L'enigma di pietra                   75
Il bravo solda'                      81
Baci dimenticati                     87
Le disavventure del Barone Bianco    93
Dio nella grammatica                 99
Il sogno americano                  109
Le due casse del tesoro             115
La linea dritta dell'Equatore       119
Un giorno sparì                     131
Massage, please                     137
Testamento                          147
Una gatta tigrata                   157
La sindrome di Tourette             161
La felicità del sasso               167
La bella e la bestia                169
 

 

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Pagina 9

PAURA DI GIOCARE



tutta la vita che gioco. Anzi, giocare è diventata la mia tortura. Passo il tempo, dalla mattina alla sera (la notte per fortuna faccio sogni che non ricordo), a costruire realtà artificiali, scegliendo parole, acconciando frasi da inserire in una trama ideale. Ho ancora in testa il colapasta che mi fa da cimiero e i piedi infilati nelle scarpe rosse di mia madre. Non mi sono mai mosso da lì. Ogni tanto scendo dai tacchi e mi sistemo sopra una sedia rovesciata, alla guida di un treno che mi porta dentro paesaggi stralunati, dove non ci sono oggetti bensì sensazioni forti nate da ciò che non vedo ma invento: una collina, qualche fattoria, un circo al limite dell'orizzonte, una chiesetta arroccata. Poi, quando entro nella lontananza, compaiono immagini oniriche, a metà strada tra il meraviglioso e l'incubo. Là ogni cosa è possibile, perché non c'è più memoria ma sublimazioni e simboli indecifrabili. Se si va troppo lontano si finisce per entrare dentro di sé, ingoiare sé stessi. I viaggi degli scrittori sono sempre un ritorno, come quello di Ulisse che si lascia alle spalle una guerra sanguinosa: sono fughe dall'ignoto e dallo spavento. Ecco allora che dalle ombre minacciose prendono di nuovo forma gli alberi, le città, i volti, gli affetti di una vita. Ma sono figure che adesso nascondono un segreto: la paura. Tutto sembra normale, però chi torna da quel viaggio sa che non è così.

Il gioco è un mezzo di trasporto, squarcia il reale, è come una crittografia o un crittogramma. Un trompe-l'il. Il gioco è uno strumento del sapere, del conoscere con divertimento e con emozione. E una prova d'abilità: ci vuole il corpo di una persona vitale, la quale in una mano tiene la fantasia e nell'altra la scienza. Il primo gioco che ricordo si chiama «nizza». La «nizza» è un pezzo di legno lungo un palmo al massimo, appuntito alle estremità. Si posava per terra, dentro un cerchio disegnato col gesso se noi ragazzi si stava per strada, e con la stessa «nizza» se giocavamo su uno sterro. Con un bastone si colpiva una delle due punte e la «nizza» ruotava veloce verso l'alto: a questo punto bisognava ribatterla al volo. Vinceva chi la mandava più lontano. Un gioco tanto povero quanto scemo. Eppure passavo interi pomeriggi a giocare a «nizza». Ogni tanto, con i miei amici, intervallavo queste gare con il «sottomuro». I grandi lo giocavano con le monete vere, noi, scarpe e magliette bucate, ci munivamo di tappi metallici di bottiglie di birra, chinotto o spuma. Li appiattivamo a martellate e li lanciavamo con un opportuno scatto delle dita e del braccio ai piedi di un muro: chi si avvicinava di più alla meta vinceva tutti gli altri tappi. Ricordo l'ingordigia per quei cerchi sbiaditi che col tempo si arrugginivano. Li custodivamo a riprova della nostra destrezza. Io li conservavo nella scatola dei bottoni, come fossero soldi messi a pizzo. E questo era il vero divertimento che il «sottomuro» di soppiatto offriva: possedere un mucchio di tappi di latta dava un'illusione di ricchezza. Si poteva camminare con le mani in tasca e il mento alto.

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Pagina 45

IL TRANSATLANTICO



Una bella giornata di ottobre del 1910. Aldo Palazzeschi aveva appena finito di scrivere L'incendiario quando sul transatlantico Re Vittorio, in rotta verso Dakar, un ragazzo di quindici anni prese letteralmente fuoco. La magnifica nave italiana era stata varata dal cantiere Odero di Genova nel 1907. Era lunga 139 metri, alta 17 per un peso di 10.200 tonnellate. Era munita perfino di un salone e di una stanza da musica: 100 passeggeri in prima classe, 100 in seconda e 1600 in terza. A quei tempi l'Italia era divisa in tre classi.

Il più povero dei poveri era un marinaretto di nome Domenico Cito, nativo di Lerici. Stava in cambusa e spennava polli per il pranzo dei signori. Ne aveva spogliati un'ottantina seduto a un grande tavolo, con i piedi scalzi immersi in una montagna di piume. Canticchiando passava i polli sopra il fuoco per bruciare le penne in cima alle zampe e sotto le ali. A un tratto la fiamma si spense perché si era esaurito il combustibile, e allora Domenico afferrò il recipiente di latta con lo spirito e riempì di nuovo il fornello. Neanche accese il cerino che un'esplosione lo fece sobbalzare dalla sedia. Una fiammata coprì tutto il tavolo e in meno che nulla si propagò per la cucina. L'infelice, investito dalle fiamme sul fianco sinistro del camiciotto e dei calzoncini, si trovò trasformato in una torcia umana.

Gridando per lo spavento e l'atroce dolore, schizzò fuori dalla cucina e si mise a correre in mezzo ai beati viaggiatori di prima e seconda classe. Questi, placidi, allungati sulle sdraio, si videro passare davanti le fiammate puzzolenti di spirito bruciato mentre i giornali che avevano in mano prendevano fuoco. Domenico correva urlando lungo la tolda fra l'atterrito stupore della bella gente che aspettava l'ora di mangiare il pollo. Un uomo cercò di aiutare il ragazzo, ma non sapeva cosa fare, gli corse dietro sventolando un asciugamano. «Fermatelo, se no sparge le fiamme per tutta la nave!» ordinavano i marinai. Il ragazzino, quando sentì che il braccio e la gamba cominciavano a friggere, non ci pensò due volte e si gettò in mare con un tuffo a candela.

Una volta in acqua Domenico provò refrigerio, le fiamme s'erano spente, le piaghe smisero di cuocersi. Un lungo sospiro lo aiutò a riguadagnare le speranze perse durante la corsa forsennata che lo stava portando dritto dritto verso la morte. Già s'era visto a terra sul castello di prua, nero come il carbone e con il fumo che gli usciva dalle orecchie e dalla bocca. Si rianimò, con un brivido. Ma dovette dar fondo alle ultime forze per non essere investito dalle gigantesche e turbinanti eliche del piroscafo. Fece dietro-front e a gran velocità si allontanò il più possibile. Scampato il pericolo, rimase senza fiato. Non poté fare altro che abbandonare le membra e sdraiarsi come un «morto a galla».

Lo strascico delle onde che si sollevavano dietro al transatlantico gli rese la vita difficile: andava sotto e veniva su, andava sotto e veniva su sempre più sfinito. Ingoiò non poche boccate d'acqua salata, ma riuscì a restare vigile, a controllare la paura. E quando infine il mare si placò, provò a sollevare la testa in direzione della nave. La vide laggiù, piccola sotto la nuvola nera dei fumaioli. Proseguiva la sua rotta verso Dakar. Domenico si sentì morire un'altra volta, fu catturato dai pensieri più sinistri, e il silenzio che lo circondava s'addensò di terrore. Però, pensandoci bene, trovò pace nella santa rassegnazione che i suoi genitori e i suoi nonni gli avevano insegnato a praticare. Perché mai il comandante di quel gigantesco transatlantico avrebbe dovuto fermare le macchine? Troppo complicato e troppi fastidi per la Compagnia e per i viaggiatori. Il Re Vittorio era un'intera città che viaggiava, e se per ogni incidente una città deve fermarsi, quando mai potrà prosperare? D'altra parte lui, Domenico, era poco più di un pollo, e inoltre, con quelle bruciature, non sarebbe neanche servito in cucina. Era giusto che morisse perché non contava nulla. L'unica cosa che fece fu recitare il Padre Nostro.

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Pagina 93

LE DISAVVENTURE DEL BARONE BIANCO



Il barone, che non era mai stato il ritratto della salute, fu colpito più del dovuto dall'attentato dinamitardo di Milano in occasione della visita di Vittorio Emanuele III alla Fiera campionaria. Era il 12 aprile 1928, e lui, il barone Francesco Battista Crovi, non si trovava neanche a Milano. Nell'ora del fattaccio era in viaggio da Napoli a Roma e leggeva sul giornale che tre giorni prima, per un decreto del Consiglio dei ministri, erano state sciolte le organizzazioni giovanili che non facevano capo all'Opera nazionale Balilla. La cosa gli fece solo dire: «I tempi cambiano!»

A Napoli era andato a trovare un amico, professore di matematica all'università: una visita che aveva come unico scopo non far morire un'amicizia che durava dal liceo. E pensare che era stato bene, si sentiva in forma e aveva anche fatto progetti per l'immediato futuro: dedicarsi a tempo pieno alla stesura di un volume che raccontasse la storia della sua famiglia, dal Settecento alla Grande Guerra. La notizia che qualcuno aveva attentato alla vita di Sua Maestà gli fece sentire di colpo l'inutilità della sua idea. Non sapeva perché ma gli sembrava il momento sbagliato per quel lavoro da topo di biblioteca. «In quest'epoca ginnica», pensò, «è facile scambiare i blasoni per trofei, le parole belle per belle parole.» L'umiltà con cui i suoi antenati avevano compiuto gesti eroici poteva essere fraintesa; il coraggio dei bisnonni sarebbe stato letto come ardimento di lottatori da fiera. Francesco Battista rimandò la fatica a tempo da destinarsi e riprese la pigra vita del nobile che vive di rendita, senz'arte né parte.

Alcuni giorni dopo la strage alla Fiera di Milano, quando ormai non ci pensava più, di mattina presto il barone si fermò per quasi un quarto d'ora davanti allo specchio dello spogliatoio. Si tolse la vestaglia e si studiò il corpo in lungo e in largo. Era poco lungo e poco largo, era poco tutto. Aveva perso peso e guadagnato qualche anno in più. Ne aveva trentotto ma non ci avrebbe creduto nessuno. «Mi vesto da vecchio», pensò. Poi però realizzò che era nudo e che sembrava quasi anziano a causa dell'espressione del viso, malconcia e opaca. Scoprì i denti in un ampio sorriso e di colpo si sentì un ragazzo. Non poteva andare in giro con quella faccia da beota. Faceva prima a mangiar pasta e ad accrescere i muscoli con la spalliera e i pesi di ferro. Per oltre due mesi non pensò ad altro: corse, salti, cavalcate, nuotate e montagne di bignè alla crema. Si trasferì addirittura nella villa di famiglia in un paesino vicino a Roma. Prima di addormentarsi si coccolava sognando imprese sportive mirabolanti. Vagheggiava di fare addirittura la lotta grecoromana.

Ma una sera, proprio quando cominciava a sentirsi un altro, tornando in villa da una lunga passeggiata con una lanterna in mano, si imbatté in un branco di rospi così grossi da sembrare padelle. Chissà perché il barone, che non aveva mai avuto paura degli animali (nemmeno dei topi, dei ragni e dei serpenti), quella notte rimase impietrito, con il panico che gli cresceva dentro come la febbre malarica. I rospi, bestiole inoffensive e bonaccione, per qualche misterioso motivo lo atterrirono. Il nobiluomo si bloccò nella speranza che quei mostri non si accorgessero di lui e si allontanassero senza aggredirlo. Quasi non respirava. Se ne stette così, come la statua di Diogene, fino all'alba. Con la prima luce, infatti, i rospi, muovendosi tra foglie umide e zolle, voltarono le spalle a Francesco Battista e tornarono nella loro tana.

Quella visione nottturna aveva sconvolto nel profondo il barone, il quale fu presoda orticaria e da mancamenti per bassa pressione: dovette starsene a letto per una buona settimana. Venne a fargli compagnia una mezza dozzina di zie e zii, nipoti, cugini. Insomma, intorno a quel malato si formò una specie di villeggiatura parentale. La qualcosa umiliò Francesco Battista, che si sentiva uno stupido. Pensò: «Ma che m'è successo, possibile che la visione dei rospi mi abbia ridotto in questo stato?» Reagì, decise di prenderla a ridere. Si rialzò, si sentì molto meglio. Anzi volle sfidarsi, e in una bella giornata di sole prese un bastone, deciso a salire la collina fino alla vetta passando attraverso il bosco e le spianate assolate. Ma fece pochi passi: giunto nei pressi del cancello, vide sul muricciolo di cinta, a prendere beatamente il sole, una grassa lucertola con un occhio aperto e l'altro chiuso.

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Pagina 133

Marisa, ai suoi occhi, col passare del tempo andava somigliando ad Antonella Lualdi, la più bella attrice del mondo. Siccome non voleva rischiare di perderla, fu punto dalla voglia di comportarsi come tutti gli altri italiani: cercarsi un lavoro normale, dignitoso, andare ad abitare in un appartamento dell'Ina-casa, sposarsi e fare figli. Se poi fosse arrivata anche una piccola onorificenza come un cavalierato o una commenda, sarebbe stato l'uomo più felice dell'universo.

Nelle sue deambulazioni di finto gobbo vedeva sorgere nuovi palazzi, uno attaccato all'altro, alti come grattacieli. I rumori e gli odori erano diversi e gemmava qualche fabbrica. Una volta incontrò un giovane contadino del paese che s'era trasferito anche lui a Napoli. Aveva l'unghia del mignolo lunga lunga, e se la puliva continuamente con un fiammifero. Aveva un vestito completo e le scarpe lucide. Peppino gli chiese perché s'era fatto crescere quell'unghiona, e il giovane, che intanto aveva trovato lavoro come magazziniere in un ospedale, gli confessò, parlandogli all'orecchio, che nessuno lo avrebbe mai scambiato per un contadino: i contadini non possono tenere le unghie lunghe, la zappa e gli altri arnesi gliele spezzerebbero.

Insomma tutto cambiava intorno a Peppino, anche i contadini. I palazzi si riempivano prima che finissero i lavori, molti si compravano la macchina a rate e tutti, la domenica, acquistavano le pastarelle.

Quando Peppino era scappato dal paese era un giovanottello, la guerra era finita da poco e ciò che nel passato si chiamava miseria divenne fame. A Napoli, prima di scoprire che con la penna - grazie agli analfabeti e ai devoti della dea bendata - si poteva cucire il pranzo con la cena, viveva vendendo lupini e piccoli passatempi, ma non aveva mai i contanti per acquistare la merce. Decise di provare il mestiere di manovale, ma era troppo magro e lentissimo nei movimenti. Allora si dedicò al trovarobato, raccattava il fior fiore dei rifiuti, che vendeva a qualche fabbrica: cocci di vetro, pezzi di metallo, alluminio, stoffe e perfino ossa di animali. Quando gli andava bene rimediava cinquecento lire al giorno. Arrivava alle tremila solo la notte di San Silvestro, quando i napoletani gettavano dalla finestra ogni ben di Dio. Di capodanni purtroppo ce n'erano troppo pochi e la fame non poteva aspettare. Per qualche mese tentò di disegnare santi, angeli e madonne sui marciapiedi. Siccome i ritratti gli venivano male, fu preso dal sospetto che in Cielo potessero accusarlo di essere un bestemmiatore, si mise paura e lasciò perdere. Preferì munirsi di un fischietto e chiamare i taxi nei pressi degli alberghi e dei palazzi nobiliari. Cinque lire a fischiata, una cacatina. Fu allora che gli venne in mente di fare il finto gobbo e lo scribacchino.

Dapprima piazzò un tavolinetto fuori dalle Poste e dagli uffici comunali per aiutare la povera gente a riempire moduli, carte bollate e certificati di quiescenza per i pensionati. Con la sua pesante stilografica in mano, in bella calligrafia, scriveva: «Il sottoscritto Tizio Caio, nato a, eccetera...» E ancora: «Pertanto con la presente allega i seguenti documenti...» Con questo lavoro a volte incassava anche mille lire al giorno.

La decisione di specializzarsi nelle missive private arrivò subito dopo, quando vide che molti cittadini tornavano da lui per farsi scrivere lettere personali. Un lavoro che gli piaceva di più perché ci metteva del suo, infervorandosi in passi toccanti. Fissare con penna e inchiostro le gioie e i dolori degli altri gli insegnò tante cose della vita. L'incontro con Marisa, poi, gli mosse qualcosa di grosso dentro l'anima, anche in virtù della pietà accumulata entrando nei problemi della povera gente. Dette il meglio di sé non quando le cose andavano bene, ma quando cominciarono ad andar male. E cominciarono ad andar male perché comparve nella vita della lattaia che somigliava ad Antonella Lualdi un ragioniere non proprio giovane, impiegato all'Italcable. Marisa volle invaghirsi a tutti i costi di quel signore, convinta che le avrebbe d'un colpo cambiato il tenore di vita e perché le aveva promesso un abito da sposa con strascico. In più, ogni tanto le regalava calze e indumenti intimi della Helanca, il filato unico al mondo, sempre aderente anche dopo l'uso e il lavaggio.

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Pagina 161

LA SINDROME DI TOURETTE



Fabio Cacace non stava bene per niente. Faceva sogni strani, anzi megalomani. E ogni tanto durante qualche conversazione, nei posti più diversi, sparso qua e là, gli scappava un sorriso incongruo, ingiustificato, come il sale sulle fragole. All'improvviso, magari mentre gli altri parlavano di stragi a Est e di terremoti a Ovest, lui, così, dal detto al fatto, scoppiava a ridere e diceva parolacce alla rinfusa. Anche quando sua moglie si lamentava di non vederlo abbastanza, Fabio se la rideva. E se suo figlio di nove anni tornava a casa con un voto deprimente, si girava dall'altra parte e scaricava una risatella veloce veloce.

Negli ultimi mesi gli era preso il vizio delle spallucce. Un tic. Non appena qualcuno, in ufficio o a casa di amici, gli dava una brutta notizia, Fabio Cacace faceva spallucce. Ma quel che è più grave, da qualche giorno si era messo a farle anche quando gli davano belle notizie. «Ma come», gli dicevano, «non te ne importa niente?»

E lui, incredulo: «Ma certo che mi interessa!»

«Allora perché fai spallucce?»

«Le faccio senza accorgermene», concludeva Fabio, triste.

I sogni erano megalomani, sì, ma solo perché vi apparivano i capi di Stato di mezzo mondo, i grandi sarti italiani e francesi, i premi Nobel per l'economia: immobili in un bel mezzobusto. Fabio Cacace non sapeva che farci con tutte quelle personalità, tanto note quanto fisse nella loro posa fotografica. Dopo essere stato a lungo indeciso se si trattava di un incubo o di immagini insignificanti, finiva per fare spallucce anche nel sogno. Guardava quelle facce sceme e le contava. Doveva arrivare a cento per forza. Se si sbagliava ricominciava da uno.

Quando sognò una mezza dozzina di napoleoni, decise di consultare un medico. «Temo che a questo punto dovrò sentire il parere di uno psicoanalista. Quei napoleoni mi preoccupano», si disse Fabio Cacace con la sgradevolissima sensazione di essere protagonista di una barzelletta tanto sciocca quanto vera.

Lo psicoanalista gli concesse l'appuntamento per il lunedì. Fabio se ne dimenticò, e quando il dottore, quella sera, gli telefonò a casa infuriato, lui, sentendosi un verme, ascoltò gli insulti. Fece spallucce, rise e alla fine snocciolò una dozzina di imprecazioni tutte d'un fiato, come fossero una sola lunghissima parola.

Ci andò il lunedì successivo grazie al nodo fatto al fazzoletto per ricordarsene. Il dottore sembrava proprio un dottore e il suo studio somigliava allo studio di uno psicoanalista, proprio come nelle vignette della «Settimana enigmistica». Fabio Cacace, dopo aver dettato le generalità, precisò subito che non era lì per sé stesso, ma per un suo amico carissimo, un uomo molto timido ma anche spaventato all'idea di dover consultare un medico della psiche, della pazzia insomma. Lui, Fabio Cacace, avrebbe riferito in ogni dettaglio i sintomi dell'amico per sapere se si trattava di un caso grave oppure di una sciocchezza.

«Questo mio amico mi sta aspettando qua sotto. Si vergogna a venire da lei. Magari non è niente! Vorrebbe sapere se è opportuno... insomma... se deve sottoporsi all'analisi o no!»

«Ma di che cosa soffre?» gli chiese lo psicoanalista.

Fabio gli raccontò per filo e per segno l'imbarazzante questione delle risate, delle spallucce, dei sogni pieni di vip, dei napoleoni. Gli parlò dell'indifferenza che l'amico mostrava verso le pene altrui, davanti ai cattivi voti del figlioletto e per le malinconie della moglie. «Indifferenza solo esteriore, perché lui, dentro di sé, soffre come un cane bastonato!»

«E lei come fa a saperlo?» gli chiese il medico.

«Lo so eccome! Me l'ha detto lui. E poi io che lo conosco bene, lo vedo quanto soffre!»

«Allora lei lo conosce meglio di sua moglie?»

«Perché mi fa questa domanda, dottore?»

«Mi chiedo come mai la signora coglie nel marito solo indifferenza, mentre lei sa con certezza che soffre come un cane. Se questa signora non si accorge che il marito sta male si vede che non gli vuole bene per niente. Si direbbe che l'indifferente è proprio lei!»

Fabio Cacace rimase di stucco. Per un momento gli venne proprio il dubbio che sua moglie non l'amasse. E quando finì di pensare gli scappò una spalluccia. «E quei napoleoni?», chiese Fabio. «Non sono il segno classico della follia? In tutte le storie di pazzi c'è Napoleone!»

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