Copertina
Autore Peter Chapman
Titolo Bananas
SottotitoloL'impero della United Fruit alle radici del capitalismo moderno
EdizioneNuovi Mondi, Modena, 2009, , pag. 240, cop.fle., dim. 14x21x2,2 cm , Isbn 978-88-89091-68-5
OriginaleBananas! How the United Fruit Company shaped the world [2007]
TraduttoreStefania Manzana
LettoreDavide Allodi, 2010
Classe storia: America , paesi: USA , storia criminale , globalizzazione
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


     Personaggi e interpreti                     xi

1    Bandita dalla memoria                        1

2    Lamento per un frutto morente               13

3    Le radici dell'impero                       27

4    Monopolio                                   47

5    L'uomo delle banane                         65

6    Domare le enclave                           83

7    Le repubbliche delle banane                105

8    Dall'interno                               125

9    Colpo di stato                             141

10   "Tradimento"                               159

11   Declino e caduta                           177

12   Antiche forze oscure                       193

     Epilogo: il mondo United Fruit             213

     Bibliografia                               235


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina xi

Personaggi e interpreti



In ordine di apparizione:


Eli Black: Ultimo capo della United Fruit. Il suo suicidio, nel 1975, suscitò una reazione furiosa contro la compagnia.


United Fruit Company: Colosso multinazionale, conosciuto come "El Pulpo" (la piovra). Scomparve misteriosamente dopo la morte di Eli Black.


Fidel Castro: Guerrigliero cubano. I suoi studi furono pagati dalla United Fruit, che affittava al padre le terre su cui coltivare la canna da zucchero. Preso il potere nel 1959, definì la compagnia bananiera "un grave problema sociale".


Gabriel García Márquez: Premio Nobel per la letteratura, nato in Colombia nella zona bananiera di proprietà della compagnia circa un anno e mezzo prima del massacro di Santa Marta del 1928.


Anastasio Somoza: Dittatore del Nicaragua, deposto nel 1979. Per decenni la sua famiglia ha avuto una stretta confluenza di interessi con la compagnia.


Carmen Miranda: Cantante e attrice brasiliana. Godette di enorme popolarità negli Stati Uniti negli anni '30 e '40, durante il periodo del "buon vicinato". Con il suo copricapo "tutti-frutti" creò una moda.


Dottor José Maria Castro: Presidente del Costa Rica nel diciannovesimo secolo. La moglie, Pacifica, disegnò la bandiera nazionale e la figlia Cristina sposò il fondatore della United Fruit, Minor Keith.


Generale Tomás Guardia: Costruì la prima rete ferroviaria in Costa Rica negli anni '70 del diciannovesimo secolo aprendo inconsapevolmente la strada alla United Fruit.


Minor Keith: Responsabile della filiaìe della compagnia in Costa Rica, continuò a dirigerla all'inizio del ventesimo secolo facendosi conoscere come "il re senza corona dell'America centrale".


Andrew Preston: Si associò con Minor Keith nel 1899 e gestì la United Fruit dal quartier generale di Boston nel Massachusetts.


Generale Manuel Estrada Cabrera: Dittatore del Guatemala, prese il potere nel 1898 e sei anni dopo ne cedette una buona parte alla United Fruit.


Samuel Zemurray: Altrimenti detto "Banana Man". Organizzò l'invasione dell'Honduras del 1911 ed ebbe un ruolo cruciale negli affari della compagnia per oltre quarant'anni.


Theodore Roosevelt: Presidente degli Stati Uniti. All'inizio del ventesimo secolo condivise le mire espansionistiche della United Fruit. Entrò in conflitto con la compagnia durante la costruzione del canale di Panama.


0. Henry: Scrittore. Nel 1904 coniò l'espressione "repubblica delle banane" e descrisse gli statunitensi presenti in America centrale come "simpatiche canaglie".


Generale Manuel Bonilla: Dittatore honduregno deposto nel 1907. Fu restaurato alla presidenza del paese da Zemurray dopo l'invasione del 1911.


Lee Christmas: Guidò l'invasione dell'Honduras del 1911 insieme al collega Guy "Machinegun" Molony.


Woodrow Wilson: Presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921. Si oppose alla United Fruit e ai suoi alleati a Boston.


John Foster Dulles: A partire dalla Prima guerra mondiale si interessò agli affari centroamericani della United Fruit, di cui divenne consulente legale. Fu segretario di stato USA negli anni '50, mentre il fratello Allen Dulles dirigeva la Central Intelligence Agency (CIA). Nel 1954 i Dulles ebbero un ruolo cruciale nel rovesciamento del governo guatemalteco, democraticamente eletto, che osteggiava la United Fruit.


Generale Jorge Ubico: Dittatore bonapartista del Guatemala. Negli anni '30 concesse alla United Fruit di estendersi nell'istmo centroamericano e raggiungere il Pacifico.


Franklin D. Roosvelt: Presidente degli Stati Uniti dal 1933 al 1945. Voleva incrementare gli scambi commerciali tra Stati Uniti e America Latina per mitigare gli effetti della Depressione economica degli anni '30. Si infuriò perché la United Fruit faceva affari con la Germania nazista.


Generale Smedley Butler: Un marine. Negli anni '30 smascherò un complotto delle grandi imprese contro il presidente Franklin D. Roosevelt. Si dichiarò responsabile dello "stupro" delle repubbliche del Centro America.


Edward Bernays: Autoproclamatosi guru della propaganda, fu il "padre delle pubbliche relazioni". Negli anni '50 indusse l'opinione pubblica statunitense ad approvare il rovesciamento del governo democraticamente eletto del Guatemala.


Senatore Joseph McCarthy: Fustigatore del "pericolo rosso" nell'America degli anni '50. Condivise la visione del mondo della compagnia.


Jacobo Arbenz: Presidente democraticamente eletto del Guatemala e avversario della compagnia, fu deposto con il colpo di stato del 1954. Fu accusato di essere succube del radicalismo della moglie Maria.


E. Howard Hunt: Ubiquo uomo della CIA, la cui carriera negli anni '50 e '60 si svolse parallelamente al percorso della United Fruit. Venne incarcerato negli anni '70 per il suo ruolo nello scandalo Watergate.


José "Pepe" Figueres: Presidente democratico del Costa Rica che riuscì a indurre la United Fruit a finanziare il welfare del suo paese.


Jack Peurifoy: Arrogante ambasciatore statunitense che sostenne il colpo di stato del 1954 in Guatemala consegnando a Castillo Armas (nuovo caudillo imposto dalla CIA) una lista di oppositori da eliminare.


Richard Nixon: Vicepresidente degli Stati Uniti negli anni '50. Fu eletto presidente e costretto alle dimissioni nel 1974 in conseguenza dello scandalo del Watergate.


Ernesto "Che" Guevara: Prima di unirsi alla guerriglia di Fidel Castro che avrebbe portato alla rivoluzione cubana, cercò di organizzare la resistenza armata contro la compagnia in Guatemala.


John F. Kennedy: Presidente degli Stati Uniti eletto nel 1961. Poco dopo il suo insediamento, negò il sostegno alla United Fruit e ad altri nell'operazione nota come invasione della Baia dei Porci, a Cuba. Venne assassinato nel 1963.


Jimmy Carter: Presidente statunitense dal 1977 al 1981. Invocava un maggiore rispetto dei diritti umani in Centro America, ma era considerato in patria un leader "debole".


Generale Omar Torrijos: Leader panamense e avversario della United Fruit. Trattò per costringere gli USA a cedere il controllo del canale. Morì nel 1981 in un incidente aereo.


Ronald Reagan: Presidente statunitense in carica negli anni '80. Combatté l'ultima battaglia della Guerra Fredda sul territorio centroamericano della United Fruit.


John Negroponte: Ambasciatore statunitense in Honduras negli anni '80. Negò di voler trasformare il paese in un "campo armato". Ormai in pensione dopo una carriera diplomatica di successo, fu richiamato per guidare l'invasione dell'Iraq del 2003 e gestirne le conseguenze.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 1

1
Bandita dalla memoria



Un poliziotto chiamato sul posto parlò dell'egoismo dei "jumpers" (i "saltatori") che, pensando solo a se stessi, non si curano di chi sta "là sotto". Il jumper di cui parliamo si suicidò a Manhattan nell'ora di punta, rischiando di portare con sé molte altre persone. I vetri precipitarono in mezzo alla folla, il suo corpo andò a schiantarsi accanto a una rampa utilizzata dai veicoli di un ufficio postale. Furono i postini ad aiutare gli operatori del primo soccorso a liberare la strada.

All'alba di lunedì 3 febbraio 1975 l'uomo che si gettò dal 44esimo piano del Pan-American Building di New York fu subito identificato come Eli Black, cinquantatre anni e capo della United Brands, un grande gruppo dell'industria alimentare. Poco più di cinque anni prima, a seguito di una delle più grandi acquisizioni societarie del mercato azionario americano, Black aveva assunto il controllo della United Fruit Company. Aveva assorbito nel gruppo United Brands una delle più famose, per non dire famigerate, società del mondo.

La United Fruit si occupava di banane. Sulle banane aveva costruito un impero. I piccoli stati dell'America centrale, a sud degli Stati Uniti, avevano finito per essere identificati come "repubbliche delle banane": Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama. La United Fruit si estendeva fino al Belize, l'ex Honduras Britannico, e alle isole caraibiche come Giamaica e Cuba. In Sud America, Colombia ed Ecuador erano sotto la sua influenza. Era una compagnia più potente di molte nazioni, aveva le proprie leggi, ed era abituata a considerare le repubbliche come feudi privati.

Perché dunque Black si suicidò? Gli affari non prosperavano. Una nuova malattia delle banane aveva colpito le piantagioni della United Fruit all'inizio degli anni '70. La guerra del Kippur, nell'ottobre del 1973, era costata cara alla compagnia: l'OPEC, il cartello delle nazioni produttrici di petrolio, aveva più volte moltiplicato il prezzo del petrolio, con conseguenze in tutto il mondo, ma in particolare per la United Fruit. Le nazioni produttrici di banane dell'America Latina avevano costituito un proprio cartello: l'UPEB, Unione dei Paesi Esportatori di Banane. L'UPEB aveva immediatamente dichiarato una "guerra delle banane" contro la United Fruit, per ottenere pagamenti migliori. Nonostante gli alti profitti, la United Fruit aveva sempre pagato ai produttori il minimo possibile. Nel 1974 ci si era messa anche la natura. L'uragano Fifi aveva devastato le piantagioni della compagnia in Honduras. Gli uragani rappresentano un rischio d'impresa nella coltivazione delle banane, ma Fifi diede prova di una forza senza precedenti, scatenando un vento quasi di proporzioni bibliche. Tutti questi fattori erano responsabili del cattivo stato di salute della United Fruit.

Stranamente, però, il mondo degli affari ipotizzò una spiegazione diversa per il suicidio di Black. Nelle espressioni di cordoglio al funerale, sulla stampa, negli ambienti finanziari newyorkesi e persino a Wall Street, ci si chiedeva se non fosse stata l'etica stessa di Black a ucciderlo. Era un uomo di eccezionale moralità, si diceva. Ebreo devoto, discendeva da dieci generazioni di rabbini. Trent'anni prima, era stato ordinato a sua volta e aveva prestato servizio in una comunità di Long Island. In seguito si era avventurato nel mondo degli affari: era un brillante venditore e aveva realizzato accordi spettacolari - ma aveva portato con sé i suoi principi.

Nel Natale del 1972 un terremoto aveva distrutto il centro della capitale del Nicaragua, Managua. Per ordine di Black, la United Fruit aveva rapidamente inviato aiuti. In quegli anni in America si faceva un gran parlare della causa dei lavoratori agricoli latino-americani, che lavoravano negli Stati Uniti in condizioni miserabili e dietro compensi bassissimi. Black aprì le trattative con i loro sindacati. Molti dei suoi soci in affari considerarono una follia questo suo apparente gesto di generosità. Poco dopo la sua morte, un articolo del Wall Street Journal ipotizzò che non ci fosse spazio per una persona di alti valori morali in un mondo finanziario senza scrupoli.

Nel 1975 ero studente all'Università del Sussex. Mi spiace ammettere che la morte di Black mi parve curiosamente comica. L'idea che chiunque controllasse la United Fruit potesse vantare una qualche nobiltà di spirito mi sembrava assurda. La lunga storia della compagnia la qualificava come il "male societario" assoluto. Cambiava i governi ogni volta che non le piacevano, come nel 1954 in Guatemala, quando il governo aveva cercato di distribuire ai contadini senza terra gli appezzamenti non sfruttati della United Fruit. Nel 1961 le sue navi salparono verso la Baia dei Porci nel tentativo di rovesciare Fidel Castro. Tornando indietro nel tempo, nel 1928 fu implicata nel massacro di centinaia di scioperanti in Colombia. Anche Gabriel García Márquez scrisse di quello sciopero in Cent'anni di solitudine. Nato poco prima di quel massacro, lo scrittore trasse il nome dell'immaginario villaggio di Macondo da quello di una piantagione della United Fruit vicina alla natia Aracataca.

Negli anni '70 le notizie dall'America Latina erano ancora sorprendentemente scarse. All'epoca vidi un servizio televisivo sul terremoto in Nicaragua: prima di allora credo di non aver mai sentito nominare il paese. C'era un uomo che si arrampicava tra le macerie, era sovrappeso e procedeva a fatica, ma non smetteva di consolare i poveretti che avevano perso tutto. Era Anastasio Somoza, il presidente. C'erano stati altri Somoza prima di lui, e un altro Anastasio, il figlio, aspettava di succedergli. Il presidente controllava molte imprese nicaraguensi e c'era da meravigliarsi che gli rimanesse tempo anche per governare. Era già stato messo in conto che avrebbe tratto notevole guadagno dal previsto flusso di fondi di solidarietà per la ricostruzione.

Poco tempo dopo, mi imbattei in un altro programma televisivo, un raro documentario della BBC sull'America centrale, sull'Honduras per la precisione. Quella fu la prima volta, a quanto ricordo, che sentii nominare la United Fruit. La compagnia, si diceva, aveva costruito diverse centinaia di chilometri di ferrovia nelle sue piantagioni nel remoto nord-est del paese, sulla costa atlantica. La capitale honduregna, Tegucigalpa, si trova invece sull'altopiano centrale. Per molti anni alla città era stata promessa una ferrovia, in cambio della quale la compagnia aveva ricevuto moltissime terre su cui coltivare banane, ma la linea non era mai stata realizzata. Tegucigalpa, dunque, era una delle poche capitali al mondo, forse l'unica, a non avere una propria stazione ferroviaria. Anche questo mi sembrò quantomeno curioso.

Quanto alle banane, nutrivo già un interesse per l'argomento perché avevo trascorso due mesi in un kibbutz bananiero in Israele. Si trovava al confine con la Siria, alle pendici meridionali delle alture del Golan occupate da Israele, e la Giordania. La piantagione era a pochi minuti di trattore dalle strutture residenziali del kibbutz e formava una specie di enclave separata. Era molto più vicina al confinante villaggio giordano e distava solo poche centinaia di metri dal filo spinato della frontiera. I banani crescevano fino a circa cinque metri di altezza, le fronde si inarcavano su di noi lasciando filtrare una piacevole luce soffusa. Ma la piantagione era prima di tutto un mondo chiuso e molto duro. Dietro ogni foglia si annidavano scorpioni e tarantole, anche se non si facevano mai vedere, né provavano a mordere. Eravamo stati avvisati dei rischi che avremmo corso assaggiando i frutti caduti, specie quelli con la buccia spaccata. Questi ultimi, in particolare, potevano essere stati oggetto delle attenzioni dei ratti che, mi dissero, di notte orinavano ovunque nella piantagione.

Il lavoro consisteva nel portare i caschi di banane, ognuno del peso di una quarantina di chili, dalla pianta al trattore, per sei ore al giorno. Era un compito abbastanza facile da non risultare gravoso e rappresentò la mia prima esperienza della "dignità del lavoro". La paga ammontava a pochi penny al giorno, ma mi piaceva essere tagliato fuori dal mondo del denaro. Non tutti i presenti erano d'accordo: "fottuti comunisti", fu il commento di Irwin, un mio compagno originario di Brooklyn.

Questa esperienza mi ha accompagnato all'università. Con le tasse pagate e una borsa di studio del governo, sono andato all'Università del Sussex, un'altra enclave separata, con il campus strappato alla foresta della costa meridionale inglese, e dedita agli studi teoretici. Ho seguito un corso di Relazioni Internazionali. Quando alla fine è giunto il momento di redigere la tesi, ho scelto il caso della United Fruit e delle repubbliche delle banane.

"Repubbliche delle banane" era un'espressione piuttosto familiare. Sembrava scherzosa e inoffensiva, al peggio un modo sintetico per alludere a una pessima gestione politica ed economica, probabilmente aggravata dalla corruzione, nonché all'asservimento della nazione a qualche grande forza straniera. Scoprii, invece, che si trattava di un'espressione più paternalistica e sprezzante di quanto avessi immaginato, almeno dal punto di vista delle nazioni e delle persone a cui si applicava. Veniva usata come se descrivesse la loro originaria natura piuttosto che il ruolo giocato dalla suddetta grande forza straniera nel creare o nell'esacerbare tale stato. Con le sue azioni, era stata la United Fruit a concepire e realizzare l'idea delle repubbliche delle banane.

Nel corso delle mie ricerche ho imparato che queste repubbliche non dovevano necessariamente produrre banane per meritare un titolo del genere. In Nicaragua, per esempio, non si coltivavano banane in grandi quantità esportabili. Il paese era una "repubblica delle banane" per la felice convergenza di vedute tra la famiglia governante dei Somoza, la United Fruit e gli USA. I Somoza erano stati i primi a offrire il proprio aiuto sia in occasione del colpo di stato in Guatemala nel 1954, sia durante l'invasione della Baia dei Porci nel 1961. Washington considerava l'esercito dei Somoza (ben equipaggiato con armi statunitensi) e la United Fruit come forze in grado di garantire stabilità in un'America centrale asservita.

A metà degli anni '70, mentre scrivevo la mia tesi, le grandi multinazionali divennero un tema all'ordine del giorno. In Cile, il governo di sinistra di Salvador Allende era stato rovesciato dalle forze armate guidate dal generale Augusto Pinochet. Si supponeva che dietro il colpo di stato vi fosse la International Telephone & Telegraph Corporation (ITT), una società statunitense con grandi interessi in Cile. Allo stesso tempo, l'aumento del prezzo del petrolio voluto dall'OPEC aveva causato una crisi mondiale, senza che le compagnie petrolifere smettessero di trarne enormi profitti. La britannica Barclays Bank in quel periodo guadagnava cospicui capitali dal regime di apartheid vigente in Sud Africa.

Di tutte queste pratiche, la United Fruit aveva già fatto esperienza. Per controllare i prezzi, non si era presa il disturbo di costituire un cartello, ma aveva lavorato da sola, attraverso una gestione monopolistica del mercato. Intratteneva ottimi rapporti con i regimi repressivi e i colpi di stato erano tra le sue specialità. Probabilmente la United Fruit provocò più "rovesciamenti di regime" utili al mercato delle banane di quanti ne siano mai avvenuti in nome del petrolio.

La United Fruit ha messo a punto un modello di capitalismo ben prima delle moderne multinazionali. C'erano state certamente altre grandi società, anche più vecchie, come la britannica Compagnia delle Indie Orientali, che aveva raggiungo il suo apice nel diciottesimo secolo. A metà del 1800, però, la Compagnia delle Indie agiva su mandato della Corona e alle dipendenze dell'Impero Britannico. La United Fruit, invece, si muoveva diversamente, andando oltre l'imperialismo formale. Poteva spesso contare sul sostegno del governo americano e della CIA, ma anche vantarsi di "non aver mai fatto appello ai marine".

In epoca moderna altre compagnie avevano agito con simile spregiudicatezza, ma senza avere mire espansionistiche. I "baroni ladri" americani del diciannovesimo secolo, per esempio, traevano profitto da petrolio, ferrovie, acciaio e finanza, senza però oltrepassare i confini nazionali. E per questo pagarono un prezzo, quando alla fine vennero promulgate leggi per regolamentare le loro pratiche e, fino a un certo punto, furono costretti a "comportarsi bene". La United Fruit, al contrario, sfuggì a lungo a questo destino proprio operando su un fronte più ampio. Aveva creato una propria enclave in America centrale, una rete di immense piantagioni e città industriali che fungeva da laboratorio sperimentale del capitalismo, senza regole, senza controllo e diretto a tutta velocità verso l'ignoto.

La United Fruit aveva cominciato con pochi banani coltivati accanto a una linea ferroviaria ed era diventata una potenza mondiale. Aveva assunto forme e nomi diversi: La Frutera, la compagnia della frutta, El Yunay, da Yunay-ted Fruit, o semplicemente La Compa˝ía. Era famosa come El Pulpo, "la piovra", con tentacoli ovunque. Era avida e controllava milioni di acri di terra di cui utilizzava solo una porzione relativamente piccola. In paesi con miriadi di piccoli contadini senza terra, deteneva il resto dei terreni per tutelarsi contro la concorrenza e per i "tempi difficili". All'interno delle piantagioni e nelle aree circostanti disponeva di quasi duemilacinquecento chilometri di ferrovie, in gran parte costruite e pagate dalle nazioni ospitanti.

La Grande Flotta Bianca composta di navi frigorifero, i "reefer", della United Fruit costituiva la più grande flotta privata del mondo. Dipinte di bianco per contrastare il caldo, le navi veleggiavano verso luoghi che la gente comune poteva solo permettersi di sognare: L'Avana con i casinò, i bordelli e i molti luoghi di divertimento, il Belize con la sua barriera corallina, e il canale di Panama. Un motto ad uso interno, però, sottolineava il suo status di linea mercantile: "every banana a guest, every passenger a pest" (ogni banana è un'ospite, ogni passeggero un parassita).

Gli ospedali delle piantagioni, costruiti soprattutto per ospitare manager e sovrintendenti provenienti dagli Stati Uniti, formavano il più grande sistema sanitario privato del mondo. In Guatemala, a Quiriguà, la compagnia salvò le rovine dei Maya dalla giungla. Nella capitale del Costa Rica, San José, installò la linea tranviaria e l'illuminazione elettrica. United Fruit era sinonimo di potere.

Per redigere la mia tesi ho letto tutto il materiale disponibile sulla compagnia. Ce n'era molto, per quanto ne sapevo, molto più che su ogni altra compagnia dell'era moderna. Per anni la United Fruit ha attirato moltissima attenzione. Ha ispirato miriadi di articoli, dissertazioni accademiche e polemiche politiche tra destra e sinistra, sconfinando persino nella letteratura, anche se non in quella che avrebbe scelto. Pablo Neruda era cileno, ben lontano dalla sfera di influenza della United Fruit, ma negli anni '50 sentì di dover includere una critica alla compagnia nel suo poema epico sulle Americhe, Canto General. Tutta questa attenzione permise alla United Fruit di entrare nel folklore latinoamericano. Di questo García Márquez parlò diffusamente negli anni '60. Il guatemalteco Miguel └ngel Asturias scrisse il romanzo Il Papa verde sulle "imprese" della compagnia nel suo paese, vincendo il Nobel per la letteratura nel 1967.

A metà degli anni '70 il dibattito e l'ostilità che la United Fruit avevano a lungo suscitato iniziarono a scemare. La compagnia si era trasformata in un argomento di riflessione colta, più che nell'oggetto di veementi invettive. Forse, osai presumere, El Pulpo non possedeva più il potere tentacolare di un tempo. Poi accadde qualcosa, quasi un caso di realismo magico. Dopo un improvviso, quasi violento, picco di attenzione all'epoca del suicidio di Black, la compagnia scomparve.

Il defunto, compianto e notoriamente onesto capo della United Fruit non era quello che sembrava. Aveva corrotto membri del governo militare dell'Honduras calcolando che, dopo i devastanti effetti dell'uragano Fifi, un piccolo "incentivo" (un milione e duecentocinquantamila dollari) sarebbe stato sufficiente per spingerli ad abbandonare il cartello delle banane che aveva mosso guerra alla compagnia.

Storicamente, era in tutto e per tutto una mossa in perfetto stile United Fruit. A lungo andare la frase "La compagnia della frutta corrompe i militari dell'America centrale" era diventata più una constatazione dell'ovvio che una notizia tale da far gridare allo scandalo. Eppure il comportamento di Black suscitò un uragano di biasimo e indignazione. Stranamente, non tra gli abituali nemici della United Fruit ľ studenti di sinistra, commentatori accademici e scrittori latinoamericani esponenti del realismo magico ľ ma tra i suoi stessi simili.

Wall Street era indignata. Le azioni della compagnia crollarono. Le autorità finanziarie sequestrarono i libri contabili con la forza, per evitare "ulteriori violazioni della legge". Negli stessi ambienti così disposti a chiudere gli occhi in passato si diffuse la voce che la United Fruit stesse per tornare ai suoi vecchi metodi. Di conseguenza la compagnia fu cacciata dal tempio. Fu come se uno dei suoi stessi squadroni della morte fosse giunto dai possedimenti centro-americani per "farla sparire". Le tendenze antidemocratiche della United Fruit avevano contribuito in misura notevole alle attività degli squadroni della morte. Ora gli eventi seguivano un percorso ben noto. In breve tutti smisero di parlare della vittima, se non a bassa voce, fino a non nominarla più. Era mai esistita?

Per quanto riguarda Eli Black, emersero altri dettagli sulla sua morte. Aveva rotto la finestra dell'ufficio scagliandovi contro la sua valigetta, piena di carte e di libri voluminosi. Precipitando nel vuoto, le carte si erano sparse per isolati ed erano state raccolte dagli impiegati dell'ufficio postale e dai soccorritori. Tra queste era stato recuperato un appunto che somigliava a un biglietto d'addio. Black aveva scritto "Prepensionamento, 55", il che faceva pensare che avesse intenzione di lasciare la compagnia, o che altri avessero previsto questa sorte per lui.

Evidentemente Black aveva perso la fiducia dei suoi senior manager, che erano intenzionati ad allontanarlo dalla compagnia e mandarlo in pensione. Per salvare la faccia avevano persino interpellato il Dipartimento di Stato, nel suo ruolo di custode degli affari diplomatici ed esteri degli Stati Uniti, chiedendo se vi fosse un posto di ambasciatore in procinto di liberarsi. Avevano ottenuto in risposta i nomi di alcune nazioni, tra i quali l'opzione più probabile sembrava essere il Costa Rica. Non c'è modo di sapere se Black avrebbe accettato, o se il Costa Rica avrebbe acconsentito all'insediamento di qualcuno della United Fruit. Di certo si trattava della nazione in cui era iniziata la storia della compagnia, un secolo prima. Nella circolarità del suo capolavoro, sembra che García Márquez avesse previsto il destino della United Fruit. In Cent'anni di solitudine, l'autore descrisse l'immaginaria Macondo come una "città degli specchi (o degli specchietti)". Il mantenimento del potere da parte della United Fruit fu un gioco di prestigio a base di fumo e specchi, una truffa praticata da avventurieri e ciarlatani, filantropi e fachiri. Eppure è straordinario come la United Fruit Company sia riuscita a dominare incontrastata per un secolo su un territorio enorme. Alla fine, come Macondo, è stata colpita da un uragano di dimensioni bibliche. Con il disastro alle porte, il suo ultimo personaggio si impegnò in una folle ricerca di significato, sapendo che non ne sarebbe uscito vivo. Al suo apice, una delle più formidabili compagnie del mondo fu "spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini".

Ma gli esiliati possono fare ritorno.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 141

9
Colpo di stato



Il generale Eisenhower, soprannominato "Ike", vinse le elezioni del gennaio 1953 sostenendo che il presidente Truman e i democratici uscenti erano stati troppo "morbidi" con il comunismo. Era un esordio molto incoraggiante per la United Fruit, ma Eisenhower dava comunque qualche preoccupazione alla compagnia. Rimaneva in dubbio l'impegno del presidente in America centrale. Come Truman prima di lui, sembrava maggiormente interessato a zone più remote.

Pareva ossessionato dalla "Persia", dove la Gran Bretagna si era cacciata in un bel guaio e aveva chiesto aiuto agli Stati Uniti. Winston Churchill era di nuovo in carica a Londra e Eisenhower aveva intenzione di dare una mano al vecchio compagno di guerra. Gli inglesi si erano fatti soffiare le enormi operazioni della compagnia petrolifera anglo-iraniana del Golfo Persico dal nuovo governo nazionalista, e ora sostenevano che dietro gli eventi ci fossero i comunisti. Il giovane scià di Persia era fuggito dalla capitale Teheran e aveva riparato in Europa.

La CIA aveva avuto scarsa libertà di manovra sotto l'amministrazione Truman e i rapporti tra l'agenzia e il Dipartimento di Stato a quell'epoca erano molto tesi. Con il nuovo governo, invece, per coordinare l'azione dei due enti bastava un'amichevole telefonata tra fratelli, il segretario di stato John Foster Dulles e il capo della CIA Allen.

Allen Dulles scelse Kermit "Kim" Roosevelt per l'operazione in Persia. Imparentato con gli ex presidenti Teddy Roosevelt (il nonno) e Franklin D. (lo zio), era considerato uno dei migliori agenti segreti della CIA. Tuttavia la segretezza dell'operazione sembrava contraddetta dalle notizie provenienti da Teheran nel periodo in cui i nazionalisti persiani vennero privati del potere. Alcune fonti riferiscono che Roosevelt era entrato nella capitale su un carro armato. Lo scià aveva abbandonato in fretta la vita da playboy in Europa e il paese aveva a poco a poco rinunciato al vecchio nome per diventare l'Iran. Per sdebitarsi, la Gran Bretagna cedette agli Stati Uniti una quota sostanziale delle risorse petrolifere iraniane.

Tutto questo era incoraggiante per la United Fruit. Forse l'attenzione per tali eventi poteva tornare a vantaggio della compagnia in Guatemala, dove era impegnata a contrastare quello che considerava il regime rinnegato del presidente Jacobo Arbenz e della pericolosa moglie Maria. Se gli Stati Uniti, o per meglio dire i fratelli Dulles, avevano aiutato gli inglesi nel Golfo Persico, di certo non potevano rifiutare un sostegno al loro vecchio cliente che doveva far fronte a un sacco di problemi nel Golfo del Messico.

I fratelli Dulles erano due personaggi agli antipodi. John Foster mancava di sottigliezza e si sentiva a disagio in pubblico. Churchill lo aveva paragonato a un toro che si portava in giro il suo personale negozio di cristalli. Gli piacevano i problemi, tanto crearli quanto risolverli. Non si poteva negare che i suoi metodi gli fossero valsi il successo, ad esempio come avvocato. Persino durante la Depressione degli anni '30, i suoi introiti si aggiravano intorno a una media di 370.000 dollari all'anno. Tra i due fratelli, Allen era quello garbato. Doveva buona parte del suo successo, come avvocato e altro, ai suoi modi cortesi. Era molto ricercato come compagno di tennis e spiccava in ogni occasione sociale. La moglie Clover aveva l'abitudine di acquistare costosi gioielli, pagati dal marito come risarcimento per i continui tradimenti.

Per dimostrare la fondatezza del suo punto di vista sul Guatemala, la United Fruit assunse John Clements, un ex marine proprietario di un'agenzia di pubbliche relazioni. Edward Bernays, decano della professione, stava già lavorando per conto della compagnia sui suoi influenti contatti, che però sembravano avere idee liberal paragonati a quelli di Clements. Clements condivideva le opinioni del senatore Joseph McCarthy, che portava avanti la sua campagna pubblica per sradicare ogni forma di comunismo. La lista di Clements annoverava ottocento pensatori chiave della destra. Venne rapidamente stilata e inviata a tutti una relazione che dapprima era intitolata "Rapporto sul Guatemala", e poi "Rapporto sull'America centrale".

Nel documento si affermava che il comunismo aveva già guadagnato una base di appoggio in Guatemala. Si rendeva dunque imperativa un'azione rapida, perché il nemico si avvicinava. Il successivo obiettivo di Arbenz e del suo regime era la presa del canale di Panama, vitale per la sovranità territoriale statunitense. Dalla Persia al Guatemala: la lotta contro il comunismo si spostò dal deserto alla soglia di casa. La CIA si assunse la responsabilità di una più ampia diffusione del rapporto e le tesi in esso espresse divennero opinione comune all'interno del governo.

I fratelli Dulles e il presidente Eisenhower erano d'accordo sul fatto che un intervento in Guatemala avrebbe permesso di far fronte alla minaccia posta dal senatore McCarthy. Questi aveva offeso Ike insultando il fratello d'armi del presidente, il generale George Marshall, autore del "Piano Marshall", il programma di aiuti concepito per la ricostruzione delle nazioni europee dopo la Seconda guerra mondiale. McCarthy accusava Marshall, tra l'altro, di aver accettato la divisione post-bellica dell'Europa tra occidente capitalista e oriente comunista. McCarthy era sempre più vittima dell'alcool e ogni giorno scambiava aneddoti al bar con una cricca di giornalisti amici. Niente lasciava pensare che avrebbe smesso di lanciare accuse ora che i repubblicani avevano ripreso il potere. Continuava ad attaccare la CIA di Allen Dulles e non si sapeva fin dove si sarebbe spinto. Il fratello del presidente Eisenhower, Milton, era un rispettato esperto di affari latinoamericani e aveva affermato che gli USA avrebbero dovuto farsi campioni delle riforme e competere con il comunismo nel mostrarsi solidali verso i più poveri. Il presidente stesso sembrava influenzato dalle opinioni del fratello. Ike aveva dichiarato che gli Stati Uniti non sarebbero riusciti a "sconfiggere il comunismo" in zone come l'America centrale, senza "mettere qualcosa nelle mani della gente che muore di fame". Simili pensieri non potevano impressionare favorevolmente McCarthy, tanto meno la United Fruit.

Un'operazione in Guatemala avrebbe offerto all'amministrazione l'occasione di mostrarsi forte nei confronti del comunismo, sia agli occhi dei paesi nemici di quell'ideologia sia a quelli del senatore McCarthy e dei suoi. Ma non era affatto chiaro in che misura il comunismo avesse realmente attecchito in Guatemala. Un amico del presidente aveva visitato il paese e gli aveva scritto che, sì, in Guatemala c'era una piccola minoranza di comunisti, ma non erano "tanti quanti a San Francisco". Nonostante tutto, con la Guerra Fredda in fase di stallo e apparentemente destinata a non evolvere in alcuna direzione, l'amministrazione USA ritenne necessario inviare un segnale di fermezza al comunismo. Se non altro, questo avrebbe risollevato il morale in patria.

Il Guatemala aveva alzato la testa e aveva messo i bastoni fra le ruote alla United Fruit nel momento sbagliato. John Foster Dulles chiamò il fratello Allen, che a sua volta chiamò Kim Roosevelt. Quest'ultimo fu convocato nell'ufficio del segretario di stato e gli venne offerto l'incarico di rovesciare il governo del Guatemala, come già aveva fatto in Persia. Roosevelt declinò l'offerta. Per mettere a segno un nuovo colpo di stato, spiegò a Dulles, è necessario che l'esercito e il popolo del posto "vogliano le stesse cose che vogliamo noi".

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 207

Parti dell'Honduras vennero trasformate in campi di battaglia, soprattutto le aree lungo la lontana Mosquito Coast, che erano sempre state i luoghi prediletti dagli avventurieri statunitensi sin dai tempi di Minor Keith e Sam Zemurray, e di altri più antichi pirati. Qui erano stati armati e addestrati i Contras, le forze controrivoluzionarie che dovevano attaccare il governo ribelle del Nicaragua. Il mondo venne poi a sapere delle imprese del colonnello Oliver North, l'intraprendente ufficiale statunitense incaricato di organizzare il bizzarro piano "Iran-Contras". L'amministrazione Reagan accettò in segreto di vendere armi al regime apparentemente nemico dell'Iran, che in cambio destinava i pagamenti ai Contras. Mettendo in campo simili mezzi, si strinse il cerchio e il Nicaragua e la sua rivoluzione vennero messi in ginocchio.

Con l'intervento in America centrale, Washington non solo sventò la minaccia posta da un piccolo paese agricolo che cercava di rendersi indipendente, ma fece sapere ai nemici più potenti che gli Stati Uniti erano tornati a ricoprire un ruolo di primo piano.

Dopo la fine della Guerra Fredda, il Mucchio Selvaggio dei produttori di banane fece fortuna. Mentre i berlinesi dell'Est sfilavano inneggiando a Banana Land, si aprirono i mercati dell'Europa orientale e, per la prima volta in molti anni, le principali compagnie bananiere del mondo investirono in nuove piantagioni. Al contempo, però, vennero avviate contro di loro pratiche legali. Lavoratori coperti di polvere e di residui dell'uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi avevano contratto varie malattie, dalla perdita di fertilità al cancro.

Le compagnie tirarono dritto e intentarono a loro volta una causa su una questione di importanza fondamentale. Non c'erano più limiti ora che il capitalismo aveva vinto e poteva diffondersi in tutto il globo. Il corso della "globalizzazione", una parola nuova di zecca, era apparentemente segnato. Persino paesi come la Cina comunista e l'India burocratica si accodarono, spinti dalle loro diaspore di natura spiccatamente imprenditoriale. Altrove era solo questione di rimuovere poche barriere e a questo scopo il Mucchio Selvaggio si mise alla testa della crociata.

Alla fine degli anni '70 si era già chiuso, senza tanto scalpore, il processo intentato contro la proprietaria della United Fruit, la United Brands, riguardo ai misfatti di Eli Black. Il fatto che fosse stata comminata solo una multa di quindicimila dollari lasciava supporre che il reato fosse meno grave di come era stato dipinto. La sentenza era un riconoscimento degli importanti servigi che la compagnia aveva reso al sistema. Una volta saldato il debito con la società, una United Brands castigata e alleggerita finì con il lasciare la città e cambiare nome. Dalla culla di New York si trasferì nel Midwest, a Cincinnati, in Ohio. Cincinnati era una città tranquilla e lavoratrice. I suoi padri fondatori di origine tedesca avevano rifiutato la ferrovia perché, dicevano, c'erano già i canali. Era stata Chicago ad aggiudicarsi la rete ferroviaria, lasciando che Cincinnati rimanesse una piccola Tegucigalpa. Con rinnovata fiducia e forte dei guadagni accumulati alla fine della Guerra Fredda, la United Brands venne ribattezzata Chiquita, un nome che risvegliava piacevoli ricordi.

A metà degli anni '90, Chiquita e il Mucchio Selvaggio tornarono a esercitare nuove pressioni su Washington. I maneggi politici erano ormai nei geni della compagnia. Quanto ai geni della banana, non se la passavano troppo bene, anche se i loro problemi rimanevano nascosti e la domanda cresceva esponenzialmente in tutto il mondo. Il Mucchio, come il sistema di cui faceva parte, doveva continuare a espandersi e aveva bisogno di ulteriori sbocchi. C'era qualcosa che si metteva di traverso e il governo statunitense accettò di portare il caso delle compagnie bananiere alla corte suprema della globalizzazione, il neonato WTO (World Trade Organisation).

Il problema era l'Europa. Non l'Europa orientale, l'ex nemico, ma l'Europa occidentale e i falsi amici del capitalismo nelle socialdemocrazie. Erano stati più o meno alleati sin dal 1917, l'anno che segnò l'ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione Bolscevica. Ancora oggi, però, sostenevano che non erano costretti a scegliere tra comunismo e capitalismo e potevano continuare a vivere nel loro illusorio paradiso a metà strada tra i due mondi. Era imperativo piegare la loro testardaggine e costringerli ad arrendersi.

Il Mucchio Selvaggio era furioso perché l'Europa occidentale aveva creato un mercato che escludeva la concorrenza e stava anche fissando i prezzi: crimini che andavano al di là di ogni possibilità di redenzione. Il mercato protetto era basato sulle ex colonie europee, alcune delle quali erano isole caraibiche. Gli europei pagavano ai produttori prezzi più alti di quelli vigenti in un contesto di libero mercato, allo scopo, dicevano, di sostenere lo sviluppo delle ex colonie. Tra i prodotti era inclusa la banana "Fair Trade", ossia del "commercio equo e solidale".

L'idea era fondamentalmente sbagliata, dal punto di vista del Mucchio Selvaggio. I suoi membri agivano nel solco di un'illustre tradizione di libero mercato, rafforzata e preservata negli anni dalla United nelle sue enclave. Così, mentre le nubi si addensavano ed entrambi i fronti del commercio delle banane erano in stato di allerta, le grandi compagnie americane battezzarono i loro frutti "Free Trade". I fautori del libero mercato si consideravano inattaccabili, perché i prezzi che proponevano ai consumatori e i compensi che pagavano ai lavoratori venivano decisi in piena libertà. Certo, ultimamente le paghe dei loro dipendenti si erano drasticamente ridotte. Negli anni '90 il salario nelle piantagioni in Costa Rica era sceso da circa tre dollari al giorno a due dollari e mezzo, e cinquanta centesimi in meno erano tutt'altro che irrilevanti per un lavoratore costaricano. Ma occorreva tenere a mente due cose importanti: prima di tutto, il lavoratore in questione era contento di lavorare (altrimenti avrebbe esercitato la propria libertà di non presentarsi ai cancelli della piantagione) e, secondariamente, era così che funzionava il mercato. A prendere le decisioni era la mano invisibile, senza alcun intervento umano. Circolava una frase che riassumeva bene il concetto: "Niente di personale, sono solo affari".

Dal punto di vista dei suoi oppositori, c'erano altre cose che non andavano nella posizione del Fair Trade. I "fair trader" professavano benevolenza ma, in realtà, erano solo crudeli. Non permettevano ai loro antichi sudditi di crescere. Era una giungla là fuori, non si poteva negarlo, e la situazione non avrebbe fatto che peggiorare. I popoli un tempo assoggettati non avrebbero mai imparato a difendersi da soli se non si fossero sbarazzati del giogo imperialista. Fino ad allora non lo avevano fatto solo per via di un'anomalia storica. La Dottrina Monroe del 1823 aveva ordinato agli stranieri di tenersi fuori dalle Americhe e di lasciare che i loro popoli si sviluppassero in autonomia. Poche vestigia dell'imperialismo erano state tollerate nella regione, ma era ormai giunto il momento di liberarsene. Dovevano capire che non erano più benvenute, questa era l'enclave del Mucchio Selvaggio.

Curiosamente, l'invasione di Grenada messa in atto circa una dozzina di anni prima, nel 1983, aveva mirato ad affermare un punto di vista simile. Mentre le truppe statunitensi si paracadutavano per il loro "inserimento tattico preventivo" e assoggettavano rapidamente l'isola, Margaret Thatcher si era lamentata con l'amico Ronald Reagan puntualizzando che Grenada rientrava nella sfera di influenza britannica. Ma il presidente aveva proseguito per la sua strada, ignorando le sue proteste. Grenada era una parte del mondo che la Gran Bretagna si era limitata a condividere con la United Fruit.

Negli anni '90 scoppiò la vera guerra, la cosiddetta "guerra delle banane" al WTO. Gli Stati Uniti impugnarono il caso e quella che all'inizio era solo una piccola scaramuccia a proposito delle banane divenne una vera e propria guerra commerciale. Stati Uniti ed Europa imposero dazi e tariffe su centinaia di prodotti oggetto di scambi di commerciali, dalle banane al caffè allo sperma di toro. All'alba del nuovo millennio gli europei cedettero a quelle che venivano loro presentate come le nuove realtà globali. Si ritirarono e accettarono di abbandonare gradualmente il trattamento preferenziale riservato alle ex colonie.

Le compagnie che avevano indossato la divisa della United Fruit avevano vinto muovendo guerra come la vecchia compagnia aveva sempre dichiarato di fare: nel nome della libertà dei popoli. Alle nazioni produttrici del Centro America restavano ben poche alternative: la gente del posto aveva bisogno di lavorare e così dovettero sostenere Chiquita e le altre compagnie.

Gli europei si ritirarono non senza rancore. Il governo statunitense, affermarono, si era lasciato manipolare da meschini interessi mascherati da nobile causa. Non era la prima volta che qualcuno in Europa parlava di "antiche forze oscure".

Probabilmente si erano accorti che dietro le quinte la vecchia compagnia scuoteva il sipario e rideva.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 213

Epilogo: il mondo United Fruit



La United Fruit non ci ha mai lasciati. ╚ entrata in una specie di limbo, esiliata "tra color che son sospesi" senza provare gioia né dolore. ╚ stata confinata per non arrecare ulteriore imbarazzo al sistema e attende la sua chiamata in paradiso. Più che una compagnia, la United Fruit era un'idea, e in momenti diversi ha rappresentato cose diverse. Ha ricoperto vari ruoli, da forza combattente su una lontana frontiera a strumento di controllo dell'anarchia del libero mercato. Ultimamente lo spirito della United Fruit è risorto come strumento di espansione del capitalismo.

In forma purificata, il capitalismo liberale è tornato quando ci è piovuta addosso la globalizzazione. Le ultime fasi del capitalismo del diciannovesimo secolo avevano suscitato l'ostilità dell'opinione pubblica, ragion per cui erano state introdotte nuove leggi per regolamentarne i comportamenti e nuove tasse per finanziare lo stato sociale. A quell'epoca, il capitalismo puro sopravviveva solo in enclave isolate, come quelle della United Fruit in Centro America, dove la compagnia contava sostenitori fedelissimi ai suoi precetti.

Ora che viviamo in un mondo senza frontiere, si sta facendo strada un forte movimento di opinione convinto che il veicolo di diffusione della globalizzazione sia logicamente costituito dalle grandi multinazionali. Essendo limitati dai propri confini territoriali, gli stati nazionali possono dare un contributo irrilevante al processo. Secondo questa tesi, solo le multinazionali possiedono una cultura globale, solo loro "parlano la lingua".

La United Fruit è stata pioniera dello spirito globale, ma è discutibile che quanti l'hanno seguita "parlino la lingua" più di quanto Minor Keith masticasse lo spagnolo. Il fardello della comunicazione ricade sulle spalle degli altri, che devono capire e accettare le condizioni delle grandi compagnie per non farle andare via. Come ha dimostrato la United Fruit ormai un secolo fa trattando la realizzazione della rete ferroviaria in Guatemala, alla fine una multinazionale può sempre decidere di andarsene.

Il mondo delle multinazionali di oggi non è molto diverso da quello della United Fruit. Gli odierni fautori della globalizzazione sostengono che, per poter prosperare, una grande compagnia deve essere snella e dinamica. Deve farsi ridurre le tasse e far abrogare le leggi che rallentano la sua attività. Altrimenti, come potrà competere con le nuove forze emergenti, Cina e India? La United Fruit sarebbe stata entusiasta di un mondo del genere, con poche leggi e tasse ridotte al minimo. ╚ quello per cui si era sempre battuta.

I fautori del nuovo mondo citano John Locke, il filosofo inglese, che nel Trattato sul governo del 1690 si chiedeva come fosse apparsa l'America agli occhi di Colombo. Immaginava un paradiso primitivo, una giungla senza re impiccioni e dinastie con il loro carico di leggi e tasse, un mondo intatto, pronto per essere modellato. La visione di Locke rimanda a quella di Minor Keith che, alla fine del diciannovesimo secolo, aveva visto il futuro dispiegarsi davanti ai suoi occhi mentre ammirava le valli dell'entroterra costaricano. Gli idealisti di oggi si chiedono se per caso non ci troviamo di fronte a una nuova grande scoperta, come Colombo, mentre cercano il modo di realizzare appieno la visione di Keith. Il mondo globalizzato è un'enclave della United Fruit in grande.

Sostengono che si possa andare ancora oltre. Lo spirito imprenditoriale delle multinazionali è in grado di traghettare l'umanità in un nuovo universo di possibilità. Sarà possibile, ad esempio, imbrigliare le forze della scienza molecolare, le persone potranno acquistare centimetri di altezza anche passata l'età della crescita, oppure potranno avere una nuova splendida voce per cantare o qualsiasi altra cosa desiderino. L'uomo potrà andare oltre il proprio patrimonio genetico. Tuttavia, vale la pena ricordare cosa successe dopo quel giorno in cui Keith ammirò le verdi e incontaminate valli del Costa Rica. Realizzò immense piantagioni di banane, che in breve furono devastate dalle malattie. Uno dei problemi era rappresentato dalla loro incapacità di procreare. Quali che siano le grandiose prospettive dell'umanità, la banana non è mai stata in grado di andare oltre il proprio patrimonio genetico.

La United Fruit terrorizzò un sacco di persone e alla fine venne costretta a uscire di scena. Finché il problema non si esaurì, nessuno ne parlò per paura di trasmettere un'idea sbagliata del potenziale delle grandi compagnie.

[...]


La United Fruit aveva immaginato che sarebbe stata ricordata in America centrale per interventi quali la costruzione della ferrovia in Costa Rica, la bonifica delle paludi del Limón e l'introduzione dell'illuminazione stradale nella capitale, San José. Con le sue romantiche distese di banani aveva costruito città, portato lavoro, magazzini e corrente elettrica per i balli del sabato sera.

Molto spesso però aveva lasciato dietro di sé anche una lunga scia di devastazione: le tracce del passaggio di un'enorme forza indifferente. Gli uragani erano un rischio d'impresa, ma la United Fruit era un uragano a sé stante. Passava da piantagione morta a piantagione destinata a morire presto, abbandonando ferrovie, ponti e, come disse qualcuno, "montagne di erbacce". Le vecchie città della compagnia, come Tela in Honduras, sono sopravvissute ma conservano l'atmosfera della vita a Macondo. Gli ex uffici di legno della compagnia sono spesso disastrati e avrebbero bisogno almeno di un'altra mano di giallo malaria.

Persino la ferrovia costaricana che inaugurò l'epopea della United Fruit è stata chiusa. La linea che scendeva dalla Mesa, l'altopiano centrale, verso la costa atlantica e il Limón era troppo costosa da mantenere e le vecchie locomotive azzurre arrugginiscono abbandonate su binari morti. Le ferrovie sono straordinariamente difficili da gestire in mancanza di investimenti da parte dello stato. Altre porzioni della rete ferroviaria di Minor Keith, ad esempio in Guatemala, sono in rovina. L'America centrale segue generalmente la politica dei trasporti in vigore negli Stati Uniti: i più abbienti viaggiano in aereo e i più poveri in autobus, se non a piedi.

Le difficoltà di comunicazione sono parte del lascito della compagnia. Le coste atlantica e pacifica del Centro America non sono ancora riuscite a parlarsi. L'inglese è relativamente diffuso tra le comunità atlantiche di Costa Rica, Nicaragua e Guatemala, mentre altrove prevale lo spagnolo.

La United Fruit ha contribuito a esportare i metodi schiavisti dagli Stati Uniti, dove non erano più tollerati, e successivamente ha avuto un ruolo nel creare prassi accettabili, per reimportarle negli Stati Uniti. Nelle piantagioni del Centro America e sui moli, le sirene chiamavano gli operai al lavoro non appena arrivavano le navi, a qualsiasi ora del giorno e della notte. A lavoro finito, i lavoratori restavano a disposizione fino a nuova chiamata. Oggi questi metodi sono tornati in uso nei paesi sviluppati (nei fastfood, per esempio) e vengono normalmente descritti come requisiti del nuovo mercato del lavoro flessibile.

[...]


La United Fruit ha combattuto in varie guerre, dall'invasione dell'Honduras del 1911 fino al colpo di stato del Guatemala nel 1954. In alternativa le ha fatte combattere da altri in sua vece, come in Colombia nel 1929. Negli anni '30, il generale Smedley Butler disse di aver preso parte, insieme ai marine, allo "stupro" delle repubbliche centroamericane. Questa miope difesa degli interessi commerciali della compagnia ha avuto enormi ripercussioni sul piano internazionale. La fallita invasione della Baia dei Porci nel 1961, con cui la compagnia tentava di replicare il successo ottenuto in Guatemala nel 1954, portò alla crisi dei missili cubani del 1962. Dietro l'idea che Fidel Castro sarebbe caduto in conseguenza dello sbarco si celava lo stesso modo di pensare che avrebbe suggerito l'invasione dell'Iraq quarant'anni dopo. Le previste acclamazioni e i festeggiamenti che avrebbero accolto l'ingresso degli americani in Iraq echeggiavano anche il trionfale intervento portato a termine nel 1983 nell'isola di Grenada, il vecchio territorio caraibico della United Fruit.

Non sempre però la United Fruit perseguì le proprie mire espansionistiche ricorrendo all'uso della forza. Dimostrò chiaramente come le nazioni potessero facilmente scivolare nella dipendenza dalle grandi compagnie. Era stata invitata ad aprirsi una via nel tessuto sociale di Costa Rica e Guatemala perché aveva le risorse che a queste nazioni mancavano.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 226

C'erano stati altri momenti difficili da superare. Con l'economia di nuovo in secca, il successore di Reagan, George Bush senior, aveva cercato di riguadagnare il consenso in patria ricorrendo a una tattica ormai nota: l'invasione di un vecchio territorio della United Fruit in Centro America. Il successo del 1988 che aveva portato al rovesciamento del regime ribelle del generale Manuel Noriega a Panama, comunque, non era bastato a fargli vincere le successive elezioni. Alla Casa Bianca era arrivato Bill Clinton, il quale era convinto che "It's the economy, stupid" e che il capitalismo fosse messo sotto esame. Bisognava trovare un modo per far fronte all'imprevedibilità con cui il sistema passava dal boom alla crisi, per esempio una qualche forma di pianificazione. Clinton aveva poi abbandonato questo progetto, comprendendo che c'era bisogno di rimettere rapidamente in moto l'economia e che una pianificazione richiedeva tempi troppo lunghi. Gli Stati Uniti e il mondo, di conseguenza, scelsero l'opzione della totale anarchia capitalista, altrimenti detta globalizzazione.

All'alba del nuovo millennio, il Mucchio Selvaggio dell'industria bananiera ebbe il suo momento di gloria con la vittoria sugli europei che sostenevano il Fair Trade in seno al WTO. Per la gioia dei fautori del libero mercato, le multinazionali furono viste come un faro in grado di illuminare il mondo sulla strada della globalizzazione. In questo modo la multinazionale, come istituzione, ha subito una tale metamorfosi che è difficile credere che un tempo abbia rappresentato un problema. In venticinque anni è passata da paria del capitalismo a salvatrice dell'intero sistema.

Con le multinazionali alla guida, i loro sostenitori immaginano che gli stati nazionali cederanno il passo a nuove forme di organizzazione. Il vecchio welfare scomparirà insieme alle sue misure protezionistiche, alle varie forme di tutela e in generale a ogni tipo di interferenza nei meccanismi del libero mercato. Un potenziale successore che sta conquistando un numero sempre maggiore di sostenitori è lo "stato mercato", un'entità massimamente competitiva all'interno della quale le multinazionali avranno pieni poteri e, si dice, potranno sviluppare il potenziale dell'umanità.

[...]


La verità è che anche le brave compagnie socialmente responsabili si comportano in questo modo. Pur essendo animate dalle migliori intenzioni, si inseriscono comunque nel solco della lunga tradizione inaugurata proprio dalla United Fruit. Dalle rovine maya di Quiriguà alla ricostruzione di Managua, la compagnia non ha lesinato dimostrazioni di filantropia. Ha destinato fondi al miglioramento delle opportunità di carriera delle donne nelle università, alla tutela dei bambini e alla creazione di istituti superiori per la formazione di periti agrari in Centro America. Dopo aver finanziato i soccorsi per le vittime del terremoto del 1972 in Nicaragua, è stato proprio Eli Black a parlare di "responsabilità sociale", coniando così un'espressione oggi così diffusa.

La United Fruit ha sempre scelto con cura le persone di cui avvalersi per i propri scopi, prediligendo personalità di spicco come i membri di alcune delle famiglie più in vista di Boston, ambasciatori alle Nazioni Unite, responsabili dei servizi di intelligence nazionali, alti prelati e segretari di stato. John Foster Dulles, per citarne solo uno, è stato uno dei più stimati uomini di stato del suo tempo e non avrebbe mai stretto rapporti con un'entità immediatamente riconoscibile come "cattivo trust". Ai suoi tempi, al contrario, la United Fruit incarnava la responsabilità sociale d'impresa; anzi, a giudicare dal suo comportamento, poteva tranquillamente attribuirsi il merito di averla inventata. Ma questo non le impediva di perpetuare i suoi abusi.

Il nostro atteggiamento ci porta continuamente delle sorprese. Diamo credito a qualcuno, lo mettiamo su un piedistallo e ammiriamo il fatto che sia amico di presidenti. Poi scopriamo che era tutta una bufala e restiamo scioccati. Ci vergogniamo e alla fine non decidiamo di dimenticare, come abbiamo fatto con la United Fruit.

I fautori della soppressione di ogni vincolo all'azione delle multinazionali, pur non avendone forse l'intenzione, ci porterebbero alla resa incondizionata a enormi forze globali sulle quali non avremmo nessun controllo, salvo compiere le nostre libere scelte da consumatori finali. Dovremmo fidarci di queste forze, sperando che assumano comportamenti in linea con le vaghe nozioni di responsabilità sociale d'impresa che anche la United Fruit ha sempre dichiarato di voler seguire. I fautori del potere delle multinazionali vorrebbero farci vivere tutti in una repubblica delle banane.

| << |  <  |