Copertina
Autore Bruce Chatwin
Titolo Che ci faccio qui?
EdizioneAdelphi, Milano, 2005 [1990], gli Adelphi 250 , pag. 444, cop.fle., dim. 128x196x26 mm , Isbn 88-459-1895-5
OriginaleWhat Am I Doing Here? [1989]
TraduttoreDario Mazzone
LettoreLuca Vita, 2005
Classe narrativa inglese , viaggi , critica letteraria
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Indice


Introduzione                                 13


 1. PAGINE PER GLI AMICI E LA FAMIGLIA       15

    Assunta (racconto)                       17
    Assunta 2 (racconto)                     20
    Gli occhi di tuo padre sono di nuovo
        azzurri                              25

 2. STRANI INCONTRI                          29

    Un colpo di Stato (racconto)             31
    La Famiglia Lyman (racconto)             55
    Finché il mio sangue non sia puro
        (racconto)                           62
    Il geomante cinese                       70

 3. AMICI                                    79

    George Ortiz                             81
    Kevin Volans                             86
    Howard Hodgkin                           94
    A cena con Diana Vreeland               104

 4. INCONTRI                                105

    Nadezda Mandel'stam: una visita         107
    Madeleine Vionnet                       110
    Maria Reiche: l'enigma della Pampa      119
    Konstantin Mel'nikov: architetto        133
    André Malraux                           144
    Werner Herzog nel Ghana                 171

 5. RUSSIA                                  187

    George Costakis: la storia di un
        collezionista d'arte
        nell'Unione Sovietica               189
    Il Volga                                210

 6. CINA                                    237

    Cavalli Celesti                         239
    Il mondo di Rock                        252
    Invasioni nomadi                        264

 7. PERSONE                                 281

    Shamdev: il ragazzo-lupo                283
    La tristissima storia di Salah Bougrine 292
    Donald Evans                            319

 8. VIAGGI                                  327

    Sulle orme dello yeti                   329
    Lamento per l'Afghanistan               347

 9. ALTRE DUE PERSONE                       357

    Ernst Jünger: un esteta in guerra       359
    In viaggio con Mrs G.                   381

10. CODA                                    409

    L'albatro                               411
    Chiloé                                  415

11. STORIE DEL MONDO DELL'ARTE              423

    Il duca di M****                        425
    Il Bey                                  429
    La mosca                                434
    Il mio Modi                             437

Nota bibliografica                          441


 

 

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Pagina 31

UN COLPO DI STATO



Racconto
Il colpo di Stato cominciò la domenica mattina alle sette. Era un'alba grigia e senza vento, e le onde grigie dell'Atlantico si frangevano sulla spiaggia in lunghe strisce regolari. Sopra la linea di marea le palme palpitavano in una corrente d'aria più fresca che veniva dal largo. In mare – oltre l'onda lunga – c'erano diverse canoe da pesca, tutte nere. Avvoltoi volavano in cerchio sopra il mercato e di tanto in tanto si gettavano in picchiata per ghermire brandelli di frattaglie. I macellai erano al lavoro, anche di domenica.

Quando cominciò il colpo di Stato, noi eravamo su un taxi, in viaggio verso un altro Paese. Avevamo superato l'Hôtel de la Plage, superato la Sùreté Nationale, e poi passammo sotto una bandiera che sventolava stancamente e sulla quale era scritto, in lettere rosse, che il marxismo-leninismo era l'unica e sola guida. Di fronte al Palazzo presidenziale c'era un posto di blocco. Un soldato ci fece segno di fermare e poi ci fece segna di proseguire.

«Pourriture!» disse il mio amico Domingo, e fece una smorfia.

Domingo era un giovane mulatto dalla pelle color miele, con una faccia piatta e cordiale, un paio di baffetti ricci e una fila di denti abbaglianti. Era un discendente diretto di Francisco Felix de Souza, un mercante di schiavi brasiliano sul quale stavo scrivendo un libro.

Domingo aveva due mogli. La prima moglie era vecchia e la pelle le cadeva in tante pieghe giù per la schiena. La seconda moglie era poco più che una bambina. Eravamo diretti nel Togo, per andare a vedere una partita di calcio e far visita al suo prozio, che conosceva una quantità di antiche storie sul negriero.

Il furgone che faceva da taxi era stipato di tifosi di calcio. Alla mia destra era seduto un vecchio nerissimo, avvolto in una veste di cotone verde e arancio. Aveva i denti dello stesso color arancione, a forza di masticare noci di cola, e ogni tanto sputava.

Davanti al Palazzo presidenziale era appeso un enorme manifesto con la faccia del Capo dello Stato, e altri due, molto più piccoli, raffiguravano Lenin e Kim Il-Sung. Dopo il posto di blocco svoltammo a destra e attraversammo il vecchio quartiere europeo, dove c'erano case di legno a un piano e riquadri di buganvillee accanto agli ingressi. Sui lati della striscia di asfalto le donne andavano al mercato camminando in fila indiana e tenendo in equilibrio sulla testa ceste e catini.

«Che cosa succede?» domandai. C'era una certa agitazione davanti a noi, dalla parte dell'aeroporto.

«Un incidente!» disse Domingo stringendosi nelle spalle.

Le donne strillavano, lasciavano cadere qua e là i loro yam e ananas, e correvano a cercare riparo nei giardini. Una Peugeot bianca sfrecciò in mezzo alla strada sterzando a destra e a sinistra per non investire le donne, e poi sentimmo il crepitare delle armi da fuoco.

«C'est la guerre!» urlò il nostro autista, e il taxi fece un testa-coda.

«Lo sapevo». Domingo mi agguantò un braccio. «Lo sapevo».

Il sole era ormai alto quando arrivammo nel centro di Cotonou. Al parcheggio dei taxi la folla si era fatta prendere dal panico e aveva rovesciato un braciere. Una catasta di casse aveva preso fuoco. Un poliziotto soffiava nel fischietto e chiedeva acqua a gran voce. Sopra i tetti si vedeva salire una colonna di fumo nero.

Stanno dando fuoco al Palazzo» disse Domingo. «Presto! Di corsa!».

Corremmo, urtammo altre sagome che correvano, e continuammo a correre. Un uomo gridò: «Mercenario!» e si avventò per colpirmi alla spalla. Lo schivai e deviammo per una traversa. Un ragazzo in camicia rossa mi fece cenno di entrare in un bar. Dentro era buio. La gente era raccolta intorno a una radio. Poi il barista sbraitò (selvaggiamente, in africano) al mio indirizzo. E all'improvviso mi trovai di nuovo sulla strada rossa di polvere, a ripararmi la testa con le braccia, mentre quattro omaccioni che puzzavano di sudore mi prendevano a pugni e mi spingevano contro il muro ruvido dell'edificio. Rimasi lì finché i gendarmi vennero a prendermi e mi portarono via su una jeep.

«È per la sua incolumità personale» mi disse l'ufficiale che li comandava, mentre le manette mi scattavano intorno ai polsi.

Vidi Domingo un'ultima volta, in mezzo alla strada, in lacrime, mentre la jeep si allontanava; poi scomparve in un turbinare di sgargianti abiti di cotone.

[...]

Fuori di sé per la calura e l'eccitazione, la folla che si era radunata per assistere alla scena invocava a gran voce: «Mort aux mercenaires!... Mort aux mercenaires!...», e il pensiero mi tornò in un baleno agli orrori del vecchio Dahomey, prima che arrivassero i francesi. Pensai alle guerre degli schiavi, ai sacrifici umani, alle pile di teschi spaccati. Pensai a quell'altro zio di Domingo, «il Brasiliano», che ci aveva ricevuti sulla sua sedia a dondolo, con un paio di pantaloni bianchi e un casco coloniale. «Sì,» aveva detto con un sospiro «i dahomeyani sono un popolo affascinante e intelligente. Il loro unico difetto è una certa nostalgia per le teste tagliate».

No. Non era questa la mia Africa. Non questa Africa fatta di pioggia e frutta marcia. Non questa Africa di sangue e massacri. L'Africa che amavo era la regione delle savane, a nord, lunga e ondulata, la terra a macchie di leopardo», dove le acacie dalla cima piatta si stendevano a perdita d'occhio, e c'erano buceri bianchi e neri, e grandi termitai rossi. Infatti, ogni volta che tornavo in quell'Africa e vedevo una carovana di cammelli, una fila di tende bianche o un solo turbante blu in lontananza nella caligine infocata, sapevo che il paradiso, checché ne dicessero i Persiani, non è mai stato un giardino, ma una distesa di biancospini.

«Sto sognando» disse a un tratto Jacques «una perdrix aux choux».

«Io ordinerei una dozzina di belons e una bottiglia di Krug».

«Non parla!». Il caporale agitò il fucile, e mi preparai al peggio. Ormai c'era da aspettarsi che il calcio mi piombasse sul cranio.

E allora? Che importanza poteva avere se già mi sembrava che mi avessero spaccato il cranio in due? Che fosse stato un colpo di sole? C'era da stupirsi se, mentre cercavo di concentrarmi sul muro, ogni frammento di pula mi riportava alla mente qualche ricordo chiaro e specifico di cose da mangiare o da bere?


Nella Svezia centrale c'era un lago, e in mezzo al lago un'isola sulla quale nidificavano i falchi pescatori. Il primo giorno della stagione dei gamberi vogammo fino alla capanna del pescatore e tornammo indietro portando a strascico, dentro la rete, circa centocinquanta gamberi. Quella sera i gamberi uscirono dalla cucina ed entrarono nel soggiorno, una montagna scarlatta coperta di aneto. La luce del sole nordico rimbalzava dal lago dentro la stanza di un bianco abbagliante. Bevemmo akvavit in bicchierini piccoli come ditali e concludemmo il pasto con una torta di lamponi. Sentivo ancora il sapore delle sardine alla griglia che avevamo mangiato sul quai di Douarnenez e rivedevo mio padre che dava una dimostrazione di come suo padre mangiava le sardine à la Mordecai: prendeva per la coda una sardina viva e la inghiottiva. Oppure le anguille filiformi che avevamo gustato a Madrid, fritte nell'olio con aglio e mezzo peperoncino rosso. Era un freddo mattino di primavera, e avevamo passato due ore al Prado, a contemplare i Velázquez, abbracciandoci tra noi perché era così bello essere vivi: avevamo disdetto le nostre prenotazioni per un aereo che era precipitato. O le aragoste comprate a Cape Split Harbour, nel Maine. Nella baracca sul molo, in una bacheca per gli avvisi, era affisso un biglietto in cui una vedova ringraziava gli amici del marito per le loro offerte e pregava, pregava il Signore che, quando dovevano alare le nasse, fossero ben legati alla barca.

Fino a quando, o Signore, fino a quando? Fino a quando sarei riuscito a reggermi in piedi, ora che tutto il mondo si era messo a roteare...?


Fino a quando non lo saprò mai, perché ho un buco nella memoria. La prima cosa che ricordo è che barcollavo intontito attraverso la piazza d'armi, con un braccio sulla spalla del caporale e l'altro su quella di Jacques. Poi Jacques mi diede un bicchiere d'acqua e subito dopo mi aiutò a rivestirmi.

«Sei svenuto» disse.

«Grazie» dissi io.

«Non preoccuparti» disse lui. «È davvero tutta una messinscena».

Ormai era pomeriggio inoltrato. Il caporale si era un po' rabbonito e ci permise di sederci davanti al corpo di guardia. Il sole bruciava ancora. La testa continuava a dolermi, ma la folla si era ammansita, e per nostra fortuna quel particolare reparto dell'Esercito Proletario del Benin aveva trovato una nuova fonte di divertimento – sotto forma di tre ornitologi belgi che erano stati catturati, in un acquitrino, con un obiettivo Leica grosso come un mortaio.

Il capo della spedizione era un tipo corpulento, con la barba rossa. Era convinto, evidentemente, che con gli africani si dovesse sempre e soltanto urlare. Jacques gli consigliò di chiudere la bocca: ma quando uno dei graduati cominciò ad armeggiare con la Leica, il belga non ci vide più. Come osavano? Come osavano toccare la sua macchina fotografica? Come osavano pensare che loro fossero dei mercenari? Avevano forse l'aria di mercenari?

«E immagino che anche loro siano mercenari!». Agitò le braccia verso di noi.

«Le ho detto di chiudere la bocca» gli ripeté Jacques.

Il belga non si diede per inteso e continuò a sbraitare che dovevano liberarlo. Subito! Ora! Altrimenti... Aveva capito?

Sì. Il graduato aveva capito, e gli sferrò un pugno in piena faccia. Non ho mai visto nessuno crollare così rapidamente. Il sangue gli colava a fiotti giù per la barba, e stramazzò. Mentre era a terra, il graduato lo prese a calci. Il belga rimase a piagnucolare sul pavimento sporco.

«Idiota!» ringhiò Jacques.

«Povero Belgio» dissi io.

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Pagina 70

IL GEOMANTE CINESE



L'uomo col quale avevo appuntamento era in piedi accanto a uno dei due leoni di bronzo che ringhiano nel cortile esterno della nuova Hongkong and Shanghai Bank. Portava una cravatta di Nina Ricci, di seta azzurra, un orologio d'oro con cinturino di coccodrillo e un immacolato abito grigio di lana pettinata.

Mi porse il suo biglietto, sul quale era scritto in rilievo:

LUNG KING CHUEN
Geomante
Ricerca e individuazione di siti adatti alla

[...]

 


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