Copertina
Autore Pierluigi Ciocca
Titolo L'economia mondiale nel Novecento
SottotitoloUna sintesi, un dibattito
Edizioneil Mulino, Bologna, 1998, Prismi , Isbn 88-15-06546-6
LettoreRenato di Stefano, 1998
Classe economia , economia politica , storia contemporanea
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Indice


Premessa                                p.  7

UNA SINTESI

L'economia mondiale nel secolo,
di Pierluigi Ciocca                        11

UN DIBATTITO

I.  Partite passive, potenzialità attive:
    evoluzione della cultura e
    della tecnologia,
    di Paolo Sylos Labini                  57
II. Il migliore, il peggiore,
    di Gianni Toniolo                      65
III.Dimensione dell'economia di mercato,
    di Immanuel Wallerstein                71
IV. Trionfo e nemesi della sovranità
    economica,
    di Marcello De Cecco                   75
V.  Ambiguità della periodizzazione,
    di Alberto Caracciolo                  83
VI. Politiche nazionali e mercati
    transnazionali,
    di Eric J. Hobsbawm                    89
VII.Governare la «macchina», governare
    le aspettative,
    di Giorgio Lunghini                    95
VIII.
    Le grandi cesure economiche e sociali,
    di Paul Bairoch                       101
IX. Le tre fenomenologie del secolo,
    di Geminello Alvi                     113
X.  Rasoio di Occam o causazione multipla?,
    di Charles P. Kindleberger            123
XI. Dall'Europa all'Asia e...
    di nuovo Europa?,
    di Giangiacomo Nardozzi               131
XII.Economia mondiale e politica
    degli stati,
    di Ernst Nolte                        135
XIII.
    Analogie, differenze, prospettive,
    di Giovanni Arrighi                   143

Indice dei nomi                           153

 

 

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Pagina 11

Pierluigi Ciocca
L'economia mondiale nel secolo


Sono anni di fine secolo. Fioriranno, stanno già apparendo, bilanci e previsioni, oltre a cronache del secolo. L'antidoto può essere offerto da una lista - breve - di fatti rilevanti filtrati dall'analisi: non una storia narrata, impossibile in poche righe, né tantomeno un improbabile saldo costi/ricavi, ma dieci questioni in dieci semplici schede di sintesi. Il punto di vista è quello dell'economia, dell'economia di mercato capitalistica incentrata sul profitto privato e sul lavoro-merce salariato. La logica anarchica del mercato ha rappresentato l'elemento forte di dinamismo e di attrazione/ripulsa, il crinale di alta tensione anche nel conflitto ideologico che ha segnato il Novecento.

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Pagina 12

l. E' stato il secolo in cui il progresso economico, nella forma detta della modern economic growth, raggiunge i massimi ritmi. E' tumultuoso, stupefacente, sia nel confronto con l'ottocento delle rivoluzioni industriali sia, a fortiori, nell'epoca d'oro 1950-70. Pur nei limiti concettuali e statistici del prodotto interno lordo quale metro della ricchezza delle nazioni, mai nel mondo è stata tanto sostenuta come nel corso del Novecento la crescita annua delle tre fondamentali variabili socioeconomiche: il prodotto pro capite (1,5 per cento, rispetto a 0,8 nell'Ottocento), la popolazione (1,4 per cento, rispetto a 0,5), la produzione complessiva di beni e servizi (2,9 per cento, rispetto a 1,3).

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Pagina 13

La ripartizione del prodotto fra profitto e salario - la quota dei profitti sul reddito nazionale - e il saggio del profitto sul capitale investito sono stati sufficienti a motivare e alimentare la crescita delle attività produttive e dello stock di capitale investito dalle imprese in quelle attività. La distribuzione del prodotto fra profitto e salario è stata nell'arco del secolo tendenzialmente costante e, soprattutto, stabile. Flessioni della quota del profitto anche acute ma temporanee, poi compensate da recuperi, si registrano nelle fasi di recessione economica degli anni Venti, degli anni Settanta e soprattutto degli anni Trenta. In altre fasi, in cui pure la pressione dei salari fu intensa anche a causa delle spinte sindacali, le condizioni favorevoli della domanda globale hanno consentito alle imprese di salvaguardare i margini di utile traslando sui prezzi di vendita i maggiori costi del lavoro.

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2. E' stato il secolo della più rapida, radicale trasformazione delle fonti e degli usi delle risorse economiche, della produzione di merci a mezzo di merci. L'agricoltura ha perso velocemente peso, prima rispetto all'industria, principalmente produttrice di manufatti, poi rispetto al cosiddetto terziario, produttore di servizi privati e pubblici. L'autoconsumo, tipico della società rurale, è divenuto consumo di massa, di merci prodotte per essere vendute nel mercato e rese familiari, se non imposte, dalla pubblicità. L'investimento in impianti, macchinari, scorte effettuato dalle imprese e la spesa statale sono divenuti quantitativamente più importanti. La scienza, in formidabile progresso, si è trasformata in tecnologia sistematicamente rivolta e applicata alle attività economiche.

Negli stessi paesi avanzati, a seconda del grado di industrializzazione dell'economia, la quota della forza di lavoro complessiva addetta all'agricoltura era ancora del 40 per cento e oltre - ben oltre - nel 1820, del 20-60 per cento nel 1900. Alla fine del Novecento essa in media non supera il 5 per cento in questi paesi, dove in pochi decenni è praticamente sparita la figura, antica di 10.000 anni, del contadino; è inferiore al 50 per cento nel mondo. Nel complesso delle economie progredite la maggior parte della forza di lavoro (65 per cento) è occupata nel terziario, privato e pubblico.

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Pagina 17

Nel 1820 la maggioranza delle persone era analfabeta. Delle tre edizioni dei Principles di Ricardo - alta teoria economica - furono complessivamente tirati 2.750 esemplari: meno dei milioni di copie vendute del moderno Economics - un manuale universitario - di Paul Samuelson. Attualmente nelle stesse nazioni a basso reddito la maggioranza di chi ha più di 15 anni è in grado di scrivere, leggere e comprendere una breve proposizione concernente la vita quotidiana. Nei paesi ad alto reddito gli anni di istruzione delle persone con età compresa fra i 15 e i 64 anni sono saliti da non più di 2 nel 1820 a 5-8 nel 1900, a 12-18 oggigiorno. Anche in Italia - 57 milioni di cittadini ora mediamente ricchi, ma con propensione alla lettura che permane scarsa - il numero dei titoli di libri pubblicati in ciascun anno sfiora attualmente i 50.000, per quasi 300 milioni di copie; non raggiungeva i 10.000 all'inizio del secolo.

Unitamente alla qualità del lavoro (capitale umano) e alla sua organizzazione nell'impresa (dal Taylorismo alla produzione snella, dal Fordismo al Toyotismo), il fattore decisivo sia della crescita sia della trasformazione nel produrre è stato il progresso tecnico.

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Pagina 21

Il XXI secolo vedrà la questione del lavoro di nuovo al centro dell'attenzione, in particolare nell'Europa continentale. La politica per il lavoro deve perseguire due finalità congiunte: più occupazione, ma anche una occupazione migliore. La disoccupazione non è solo spreco collettivo, irrimediabile, di risorse. Lavorare significa partecipare alla vita attiva della collettività, intessere una rete di rapporti. Chi viene escluso dal mondo del lavoro subisce anche una perdita di status sociale, di identità. Se la disoccupazione è concentrata in aree o gruppi, il senso di esclusione può divenire collettivo. Nei paesi industriali il 30 per cento dei disoccupati ha meno di 25 anni: in Europa il numero dei giovani sul totale dei senza lavoro va dal 12 per cento della Germania al 37 per cento dell'Italia, ma il 35 per cento è superato anche negli Stati Uniti, dove la disoccupazione è oggi molto più bassa. Il tasso di disoccupazione della sola forza di lavoro giovanile è più elevato negli Stati Uniti (12 per cento) che in Germania (8 per cento), eccede il 30 per cento in Italia e in Spagna. La prospettiva del non lavoro suscita fra le nuove generazioni un senso di inutilità nei confronti del sistema scolastico, può spegnere la speranza nel futuro. Il mancato progresso professionale, la perdita di contatto con la tecnologia d'avanguardia, la mancata applicazione di ciò che si è appreso a scuola depauperano il cosiddetto capitale umano. Attività a basso salario o a condizioni intollerabili, lavori precari, compiti solo ripetitivi con scarsi motivi di arricchimento delle proprie competenze e della personalità provocano, non meno della disoccupazione, calo del benessere collettivo, disagio, tensioni. La qualità mediocre delle mansioni svolte deprime la capacità dei lavoratori e del sistema di recepire l'innovazione tecnologica; rafforza le resistenze all'introduzione dei miglioramenti produttivi e organizzativi; riduce, nell'intera economia, la flessibilità nei rapporti di lavoro. La carenza di flessibilità è una concausa, ma altresì un effetto, della disoccupazione.

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Pagina 21

3. E' stato il secolo della crescita più sostenuta e della trasformazione più profonda, ma anche di una instabilità alta. L'impegno maggiormente consapevole e attivo nel governo dell'economia non è riuscito a prevenirla.

Si è avuta conferma della natura sistemica delle fluttuazioni cicliche nella produzione e nell'occupazione e della possibilità di crisi acute, reali e finanziarie. Le une e le altre sono connesse con la «psicologia incontrollabile e riottosa del mondo degli affari in una economia di capitalismo individualistico»: in una economia siffatta le decisioni di investimento dipendono dalle aspettative sul rendimento dei beni capitali in un futuro anche lontano, aspettative le cui basi sono necessariamente «molto precarie».

(...)

Il secolo ha vissuto due crisi economiche fra le più gravi sperimentate dalle economie di mercato: quella degli anni Trenta e quella degli anni Settanta. Nell'intero «occidente» il prodotto risultò del 17 per cento più basso nel 1932 rispetto al 1929. Negli anni Trenta la disoccupazione dilagò, il commercio mondiale diminuì di un quarto, il protezionismo soppiantò la libertà dei traffici, il mercato finanziario internazionale subì un collasso, il regime aureo venne sospeso. La crisi degli anni Settanta - risoltasi solo gradualmente negli anni Ottanta - è meno evidente nel calo del prodotto e dell'occupazione, ma fu particolarmente insidiosa. Scosse la fiducia, da poco ritrovata, nella stabilità e nella governabilità delle economie; pose fine alla fase di eccezionale sviluppo del 1950-70 (5 per cento l'anno il prodotto mondiale, 7 per cento le esportazioni: davvero l'«epoca d'oro»); unì al ristagno produttivo e all'aumento della disoccupazione l'abbandono forzato del sistema monetario internazionale che era stato definito a Bretton Woods nel 1944 e un'inflazione elevata.

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Pagina 25

4. E' stato il secolo della sfida sovvertitrice, teorizzata, dichiarata, attuata - minaccia preoccupante, ma anche stimolo potente - da parte di un modo di produzione diverso dall'economia di mercato e a questa avverso. La sfida è stata teorica e pratica, esterna e interna, pacifica e armata. Ha trovato alimento in motivazioni ideologiche e morali: «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti». Ha trovato altresì alimento nella instabilità e nella conseguente insicurezza, nell'incompleta utilizzazione delle risorse, nella iniquità distributiva dell'economia di mercato. Ha teso a sottomettere l'economia alla politica, a restituire alla società degli uomini la capacità di autodeterminarsi, di sottrarsi al condizionamento del mercato. Nell'allocazione delle risorse e nella ripartizione del reddito, nelle scelte sul «che cosa, come, per chi» produrre, al Mercato si è sostituito lo Stato in sistemi economici variamente ispirati al principio del collettivismo. Non di rado ciò è avvenuto al di là di quanto la stessa analisi di Marx prospettava contrapponendo «collettivo» a «privato» (non a «individuale»).

La sfida è fallita nella forma del comunismo sovietico. fallita nella concreta pratica economica, più che sul piano ideale e politico. Il socialismo reale europeo è franato nella

[...]

 


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