Autore Pierluigi Ciocca
Titolo Ricchi e poveri
SottotitoloStoria della diseguaglianza
EdizioneEinaudi, Torino, 2021, Stile Libero , pag. 172, ill., cop.fle., dim. 12,5x19,8x1,3 cm , Isbn 978-88-06-24997-7
LettoreCristina Lupo, 2022
Classe economia politica , storia economica , storia sociale












 

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Indice


     5   Premessa

     7   Povertà

    21   Ricchezza

    38   La diade

    59   L'Europa pre-industriale

    74   Lavoro, senza crescita

    87   Dal potere al profitto

   108   Il mercato e le istituzioni

   122   Le ragioni dell'equità

   138   Si può agire

   156   La prospettiva


   167   Indice dei nomi


 

 

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Pagina 5

Premessa


Seguendo il filo della storia, il libro ricostruisce in sintesi come redditi e patrimoni si ripartiscono e come i termini della diade ricchezza/povertà interagiscono. La questione infatti è antica, in un rapporto potere-economia-istituzioni che muta nei secoli. Nelle società del passato, dai Sumeri all'Europa dell'Età moderna, la ricchezza di pochi nasceva dal potere, consolidandolo a propria volta. Nell'Età contemporanea la ricchezza di alcuni nasce dai rapporti economici, corroborata dal potere che in diverse forme essa assicura. Le istituzioni hanno in vario modo favorito o contrastato gli scompensi fra ricchi e poveri.

Il problema è quello dei dislivelli distributivi, profondi fra le nazioni quanto tra i cittadini di ciascuna di esse. Ma è ancor piú quello della povertà estrema, tuttora diffusa persino nelle economie avanzate. Insieme, divari e miseria hanno costituito una piaga perenne: morale, sociale, politica oltre che economica.

Negli ultimi due secoli l'economia di mercato capitalistica ha unito al formidabile sviluppo della produzione iniquità, instabilità e inquinamento. Questi tre connotati negativi - queste tre i - minano gli equilibri di fondo del sistema, le stesse basi democratiche. La crescita produttiva può attenuarli. Ma la pandemia esplosa nel 2020 e il blocco delle attività economiche hanno drammaticamente scavato la distanza fra chi aveva e chi non aveva, fra chi era e chi non era in grado di curarsi. Hanno acuito gli squilibri, le rivendicazioni, le tensioni sociali e alimentato la sfiducia nella democrazia.

urgente abbattere l'indigenza da cui sono ancora afflitti centinaia di milioni di esseri umani. altresì possibile almeno contenere le differenze nei redditi e nei patrimoni, che negli ultimi decenni sono tornate ad ampliarsi nelle stesse economie avanzate. La via maestra è quella del riavvio della crescita, sostenuta e di lungo periodo, dopo la pandemia; di interventi che incidano sia sui processi distributivi sia sui loro effetti; di un welfare state ispirato alla perequazione di risorse e opportunità. Seguire questa via deve costituire un primario impegno per chi governa e per tutta la società. Una volta superata la recessione da pandemia, i mezzi necessari, scarsi in passato, sono oggi producibili.

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Pagina 87

Dal potere al profitto


Tutto cambiò con il passaggio dal XVIII al XIX secolo, simbolicamente con il «1800».

Nei decenni a cavallo di quell'anno, attraverso la Rivoluzione industriale d'Inghilterra, l'«economia di mercato capitalistica» - l'attuale modo di produzione - avvicendava l'«economia commerciale» (Hicks), ovvero la «produzione mercantile pre-capitalistica» (Sweezy). Tra Medioevo ed Età moderna questa aveva coinciso con l'ascesa del mercato ed era consistita nell'innesto molto graduale sull'attività agricola tradizionale di elementi, appunto, mercantili: artigianato e manufatti, servizi, commercio interno e anche internazionale. Nel corso dell'Ottocento, il nuovo sistema, radicalmente diverso, si è evoluto con rapidità, estendendosi all'America del Nord e al resto d'Europa per poi affermarsi nel Novecento su scala planetaria.


Capitalismo e progresso.

L'economia di mercato capitalistica, in soli duecento anni, ha dato all'umanità uno sviluppo produttivo senza eguali nella storia.

Sul piano mondiale le stime statistiche piú aggiornate di varia fonte registrano dagli inizi dell'Ottocento al 2020 l'esplosione della popolazione, moltiplicatasi di quasi otto volte; della produzione, moltiplicatasi di oltre cento volte; del reddito medio pro-capite, moltiplicatosi di circa quattordici volte. L'Europa occidentale a propria volta ha conosciuto aumenti della popolazione di quattro volte, della produzione di sessantacinque volte, del reddito medio pro-capite di diciassette volte.

Si è trattato di una svolta epocale, considerato che dall'anno 1 d.C. al 1820 - in quasi due millenni - la popolazione mondiale era aumentata meno di cinque volte, la produzione meno di sette volte e il reddito medio pro-capite solo del 40%.

Angus Maddison ha quantificato questa esplosione fra il 1820 e il 2003 con coerenza contabile rispetto agli andamenti del passato da lui approssimativamente stimati (tab. 5).

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Tabella 5. Popolazione, Pil, Pil pro-capite (1820-2003).


                                Variazioni percentuali annue
                            _____________________________________

                            Popolazione     Pil    Pil pro-capite

Europa occidentale              0,6         2,1         1,5

Europa orientale ed ex Urss     0,8         2,1         1,2

Usa e altre propaggini
d'Occidente                     1,9         3,6         1,7

America Latina                  1,7         2,8         1,1

Giappone                        0,8         2,7         1,9

Resto dell'Asia                 0,9         1,9         1,0

Africa                          1,3         2,0         0,7

Mondo                           1,0         2,2         1,2
_________________________________________________________________

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Pagina 91

Un progresso ineguale

Dal 1800 lo sviluppo economico non solo decolla rispetto alla millenaria stagnazione malthusiana, ma non trae piú alimento solo da quanta terra, quante braccia, quanto commercio una nazione mette incampo. La moderna contabilità della crescita riconduce l'incremento del prodotto negli ultimi due secoli per circa il 40% all'accumulazione di capitale e per circa il 60% all'innovazione e al progresso tecnico.

[...]

Anche la massa corporea standardizzata ( Body Mass Index, Bmi, ovvero il peso diviso per il quadrato dell'altezza) migliorava, fra oscillazioni, con lo sviluppo economico. Nel mondo, tra il 1975 e il 2014, l' Index è passato da 21,7 a 24,2 kg/m per i maschi e da 22,1 a 24,4 per le femmine. Nello stesso periodo, corretta per l'età, l'obesità è aumentata dal 3,2 al 10,6% per maschi e dal 6,4 al 14,9% per le femmine. Pure, «nonostante la grande enfasi posta negli anni recenti sulla riduzione del peso corporeo, il mondo ancora soffre più di malnutrizione che di sovrappeso. Persino in Paesi ricchi come gli Stati Uniti la malnutrizione rimane un problema rilevante, in specie fra le donne incinte, i bambini e gli anziani che versino in condizione di povertà».

La sintesi è che «gli uomini non solo vivono piú a lungo e diventano piú ricchi; i loro corpi diventano piú alti e piú forti [...]. Ma al pari della mortalità e del danaro la distribuzione dei benefici è stata diseguale [...]. Se molti ce l'hanno fatta, un numero di milioni maggiore è stato lasciato indietro, in un mondo in cui la diseguaglianza si legge persino nel corpo delle persone».

Riguardo ai redditi, nel 1820, sul piano mondiale (fig. I) l'indice di Gini era intorno a 0,5, livello analogo a quello di un Paese molto diseguale oggi. Verso il 1980 era salito a 0,66, piú alto di qualunque livello di diseguaglianza nazionale odierno. Il divario fra il reddito medio del 10% piú abbiente della popolazione del globo e quello del 10% meno abbiente era balzato da 20 a quasi 60 volte. Dal 1990 Si è registrata una netta inversione di tendenza in entrambi gli indicatori, che tuttavia restano attestati su valori elevati.

Un'economia di mercato capitalistica, per sua natura, tende alla diseguaglianza perché accentua i divari di remunerazione di fronte a un lungo elenco di differenze, vecchie e nuove, fra i soggetti: capacità d'iniziativa, lavoro, propensione al rischio, qualità intellettuali e fisiche, istruzione e addestramento, esperienza, origine famigliare ed eredità, attività piú o meno usuranti, fortuna ma anche discriminazione.

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Pagina 114

La rivincita del mercato


Negli ultimi quarant'anni il Mercato è invece tornato a prevalere sulle Istituzioni.

Le forze del mercato sono state rese libere di esprimersi come da decenni non avveniva, e l'hanno fatto. Il piú generale contesto è stato segnato da globalizzazione e da nuovi paradigmi tecnologici. Con la crescita dell'economia mondiale rallentata la disoccupazione tornava a salire, fino a eccedere nella media dell'Ocse l'8% fra il 2009 e il 2012, con punte a due cifre in alcuni Paesi, fra cui l'Italia. La quota dei profitti sul reddito nazionale aumentava sebbene in diverse economie, compresa quella degli Stati Uniti, la produttività del capitale diminuisse e si attenuasse il ritmo delle innovazioni e del progresso tecnico. I sindacati si indebolivano, per il calo delle adesioni e ancor piú per la ridotta coesione tra lavoratori qualificati e non. La divaricazione dei salari contribuiva all'accresciuta diseguaglianza in diversi Stati dell'Ocse. Ha anche influito una tecnologia informatica - ICT, big data, robotica, smart working - che, pur non accrescendo la produttività totale dei fattori nemmeno nei Paesi dove quella tecnologia maggiormente si diffondeva, premiava sia il lavoro specializzato, domandato in misura eccedente l'offerta, sia l'investimento nel capitale umano che lo esprime.

Nelle economie avanzate incideva anche la concorrenza esercitata sul lavoro meno qualificato dalla manodopera a basso costo di nazioni che, come l'India e la Cina, penetravano negli scambi mondiali con i loro prezzi aggressivamente scontati. A differenza di quanto era avvenuto con i flussi migratori della prima globalizzazione - 1870-1913 - piú che le migrazioni era il dumping sociale cinese a livellare i salari su scala internazionale. Nella zona alta della distribuzione invece, il reddito da lavoro piú qualificato acquistava peso rispetto agli stessi redditi da capitale. La quota di reddito dello 0,1% delle persone munificamente remunerate - amministratori di grandi imprese e banche, stelle dello spettacolo e dello sport - si è spesso moltiplicata.

Gli interventi correttivi della mano pubblica non sono stati in grado di contrastare le forze del mercato. Si sono addirittura ridimensionati attraverso la deregolamentazione estesa ai rapporti di lavoro, l'avversione per il sindacato, le privatizzazioni, i tagli alla spesa sociale, la tassazione meno progressiva e le critiche al welfare state. Negli anni Ottanta Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito si sono imposti come i capi di governo vessilliferi di una tale linea: «Nei decenni immediatamente successivi alla guerra, il welfare state era in testa nella gara per cercare di compensare la crescente disuguaglianza dei redditi di mercato, ma a partire dagli anni Ottanta non vi è piú riuscito, spesso in conseguenza di esplicite decisioni politiche, con tagli ai benefici e riduzione della copertura».


La sperequazione, oggi.

La concentrazione dei redditi e dei patrimoni, quindi, è quasi ovunque tornata ad aumentare, seppure in diverso grado e per cause anche specifiche nei diversi Paesi. Dal 1980 al 2015, la quota del centile superiore dei redditi è risalita al 20% nel caso estremo degli Stati Uniti (superando il livello del 1900-910) e in minor misura, al 10-15%, in Europa (dove tuttavia si è rimasti al di sotto dei livelli di inizio Novecento). La quota del centile superiore dei patrimoni - pur restando notevolmente inferiore ai livelli ottocenteschi - ha presentato l'aumento maggiore ancora una volta negli Stati Uniti (al 35%), mentre in Europa l'ascesa è stata piú contenuta (sino al 25%). La diseguaglianza ha teso a crescere in diversi casi anche in Asia (Cina, India, Indonesia, Bangladesh) e in Africa (Ghana, Nigeria, Costa d'Avorio, Kenya), mentre è rimasta elevatissima in America Latina.

Se nei redditi e nei patrimoni si dilatava la quota dei «ricchissimi», sul fronte della riduzione della povertà si sono compiuti, soprattutto nelle economie avanzate, progressi solo rari e modesti.

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Pagina 122

Le ragioni dell'equità


L'evidenza statistica - la precedente raffica di dati, incerti soprattutto per il passato piú lontano ma ancor oggi spesso disomogenei nelle serie storiche e nelle comparazioni fra Paesi - impone quindi di dedicare concreta attenzione analitica e di governo alla sperequazione nella distribuzione di redditi e patrimoni. Dopo essere stata al centro della storia umana sin dalle origini è di urgente attualità.


Le giustificazioni della diseguaglianza.

Secondo alcuni, tuttavia, la questione non costituirebbe un reale problema etico, economico e politico. Anzi, la diseguaglianza sarebbe tuttora giustificabile, dopo esserlo stata in vario modo nel passato. La giustificazione più generale della ricchezza rispetto alla povertà è quella meritocratica, consistente nel proporre il ruolo ricoperto dai ricchi nella società come fonte, fisiologica o «di natura», delle loro rendite.

[...]

Specialmente deboli, davvero lontani dalla realtà, sono gli assunti di concorrenza nei mercati e di razionalità dei soggetti economici. Quindi non sorprende che la teoria marginalistica stenti a dare ragione, da sola, delle differenze osservate nella distribuzione personale dei redditi. Come risulta dalle pagine precedenti, queste differenze si registrano persino in economie molto simili quanto ad assetti di mercato, tecnologia, reddito pro-capite e, appunto, produttività. Si pensi agli indici di Gini, alti negli Stati Uniti e sui minimi mondiali in alcuni Paesi europei.

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Pagina 125

Le giustificazioni dell'equità.

Come si è cercato di mostrare, le disparità distributive e la loro diversa configurazione dipendono dalle caratteristiche strutturali delle economie. Dipendono dalla misura in cui i mercati si discostano dal paradigma concorrenziale assumendo invece connotati monopolistici, oligopolistici e di concorrenza imperfetta. Ma dipendono ancor più da fattori istituzionali e politici e, tuttora, dai rapporti di potere fra i gruppi sociali.

Inoltre, alle giustificazioni della diseguaglianza, al di là della loro discutibile efficacia, possono opporsi le ragioni dell'equità: politiche, etiche, economiche.

[...]

Eguaglianza, diseguaglianza, crescita.

Legame cruciale è quello fra eguaglianza e sviluppo economico. I quesiti di fondo sono se la diseguaglianza frena la crescita e se la crescita ammette l'eguaglianza ed è da questa favorita.

[...]

Al di là delle «leggi», il punto essenziale è che la crescita è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per superare la povertà come pure per rendere meno squilibrata la ripartizione delle risorse, «fra» i Paesi e «nei» Paesi.


La centralità della crescita.

L'economia di mercato capitalistica si è affermata come ineguagliata macchina da crescita. Ma è affetta da limiti intrinseci, radicati, da negatività di grande momento: è iniqua, instabile, inquinante. Queste tre negatività sono generate dal modus operandi del sistema, connesse da legami reciproci con la sua dinamica.

[...]

L'inquinamento - unito al mutare del clima - nasce dalla pressione montante esercitata sulle risorse naturali limitate e dal ricorso alle fonti fossili dell'energia. L' homo faber ha sempre violentato la natura. La specificità del capitalismo deriva dalla scala della produzione, soprattutto industriale, enormemente piú elevata che in passato e basata sull'uso delle fonti fossili di energia. Ma deriva anche dal fatto che il meccanismo del profitto e la sua contabilità non includono fra i costi aziendali le «esternalità» negative che la produzione infligge ai terzi attraverso l'inquinamento. Manca quindi il correttivo automatico del minor profitto che indurrebbe i privati a contenere le produzioni inquinanti di fronte a quei costi.

E tuttavia, se può contribuire a crearle, la crescita è essenziale per contrastare l'intera triade delle i: l'instabilità, l'inquinamento, l'iniquità.

[...]

La crescita, infine, rappresenta la condizione primaria per contenere l'iniquità. un fatto che - come si è visto - la diseguaglianza nei redditi sia piú bassa nell'insieme delle economie avanzate e notevolmente piú elevata nell'insieme delle economie in ritardo di sviluppo. Da parte dell'analisi economica è piú che giustificato il richiamo ai problemi e ai costi che la crescita incontrollata provoca. Ma il richiamo è troppo spesso degenerato in una visione demonologica della crescita in quanto tale. Ci si è spinti sino a prospettare una «decrescita serena», illudendo movimenti e masse di giovani, «verdi» o antisistema. La scelta di decrescere, serena o meno nelle intenzioni, sarebbe di ardua realizzazione. Colliderebbe con la natura del sistema. L'attuale modo di produzione è una macchina di sviluppo economico, inarrestabile finché sopravvive. Ancor meno appare sostituibile con un sistema radicalmente diverso, controllabile se non programmabile, nell'allocazione delle risorse. Soprattutto, qualora una decrescita avvenisse, spontanea o provocata dalle politiche, mancherebbero i mezzi per disinquinare l'atmosfera e la terra, oltre che per riscattare dalla miseria milioni di esseri umani e stabilizzare un'economia altamente instabile.

L'indicazione fondamentale è che la distribuzione degli averi non dipende né dal caso né da leggi ferree. Oggi e in prospettiva la partita, va ribadito, si svolge nell'interagire fra mercato, potere, crescita e istituzioni. Il mercato e il potere accentuano le diseguaglianze, le istituzioni possono ridurle col favore di una economia in crescita. La diseguaglianza può essere contenuta piú di quanto non fosse possibile nel passato. Prima del «1800» essa scaturiva in primo luogo dal potere, con i detentori del potere per nulla propensi a vederlo ridimensionato. Dopo il «1800» essa è venuta primariamente a dipendere dal modus operandi dell'anonimo sistema imperniato sul profitto e sul mercato, che è invece suscettibile dell'intervento correttivo da parte dello Stato e delle istituzioni.

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Pagina 144

Il pericolo piú grave è la disoccupazione. Ma la risposta alla disoccupazione è stata tracciata da Keynes: un bilancio strutturalmente orientato a investimenti pubblici produttivi e ad alto moltiplicatore, che al di là del breve periodo si autofinanziano senza aumentare il debito pubblico grazie alla loro capacità di generare reddito e gettito fiscale.

L'accesso dei giovani poveri alla migliore istruzione su base meritocratica; un congruo salario minimo; il pieno riconoscimento del dovere del sindacato di tutelare il reddito dei lavoratori; efficaci norme anti-discriminazione: queste e altre regole-quadro sono potenzialmente efficaci nel prevenire la diseguaglianza. Possono inoltre assumere valenza correttiva di squilibri distributivi la regolamentazione e la supervisione che assicurino sana e prudente gestione degli intermediari creditizi; la tutela e la promozione della concorrenza, che comprime gli extra-profitti e le rendite derivanti da intese fra produttori e dagli abusi di posizione dominante; la cura della mobilità, affinché i lavoratori si spostino rapidamente verso i settori e le imprese con produttività e salari alti o crescenti; un diritto societario che non permetta ai manager di remunerare sé stessi con assurde stock-options e simili forme premianti successi meramente di breve periodo dell'impresa.

Anthony Atkinson è stato fra i massimi studiosi della diseguaglianza. Ha recato un decisivo contributo nel porre al centro sia della teoria sia della politica economica la questione della distribuzione personale di redditi, patrimoni e opportunità, in precedenza alquanto negletta. Pensando al caso inglese, ma non solo, ha proposto quindici misure contro la diseguaglianza, dettagliate e motivate, unite a cinque «idee da perseguire», da lui stesso definite audaci. Il pregio principale del suo contributo è di aver reso precisato l'obiettivo, quantificato lo sforzo per raggiungerlo, replicato alle possibili controindicazioni. L'obiettivo che si è dato è una riduzione dell'indice di Gini da 0,32 a 0,29 e del tasso di povertà di tre punti percentuali della popolazione del Regno Unito. L'obiettivo può sembrare poco ambizioso, ma non è così. Lo stesso arresto della tendenza della sperequazione ad aumentare assumerebbe grande rilievo. Fra le linee d'azione indicate da Atkinson rientrano nella piena tutela dell'occupazione relazioni industriali che non pregiudichino i salari, una progressività maggiore (con aliquote non superiori al 65%) su una piú ampia base imponibile e una previdenza sociale rafforzata e integrata dal reddito di partecipazione. I suoi calcoli «permettono di pensare che una versione neutra rispetto alle entrate delle proposte possa produrre una riduzione saliente della disuguaglianza complessiva, della povertà complessiva e della povertà infantile». La produzione, la produttività e quindi la competitività nell'economia globale non ne risentirebbero.

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Pagina 156

La prospettiva


John Maynard Keynes , il massimo economista del Novecento, non amava il capitalismo, ma in mancanza di un sistema migliore cercò di emendarne i difetti e valorizzarne il pregio.

Secondo Keynes il capitalismo è relativamente efficiente, certo piú del socialismo quale è stato realizzato. Ma è affetto da instabilità, la cui peggiore manifestazione è la disoccupazione, e da iniquità distributiva (il problema dell'inquinamento era allora meno urgente!): «I difetti gravissimi della società economica nella quale viviamo sono il fallimento nell'assicurare la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e diseguale della ricchezza e dei redditi». Anche sul piano etico il giudizio di Keynes sul capitalismo fu non meno duro di quello di Marx. Il sistema è moralmente «ingiusto», «incoraggia i peggiori istinti», «santifica il risparmio», «sacrifica il presente al futuro», suscita «disgusto»: «L'amore per il danaro come possesso verrà disvelato per ciò che è, una sorta di orrenda malattia».

Il pregio del capitalismo era ovviamente, per Keynes come per Marx, nel formidabile potenziale di crescita, nell'essere strumentale a tale scopo e solo per questo da accettare. Keynes lo riafferma nel mezzo della crisi recessiva più acuta della storia, quando nello scorcio del 1930 pubblica uno dei suoi saggi smaglianti, Economic Possibilities for Our Grandchildren.

«Voglio volare nel futuro. Quali sono le possibilità economiche per i nostri nipoti?» La recessione sarà superata. L'accumulazione di capitale e il progresso tecnico avanzano a ritmi mai prima conosciuti nella storia. Grazie alla magia dell'interesse composto fra un secolo, «in media, tutti noi staremo economicamente otto volte meglio di oggi». Quindi, «assumendo che non vi siano grandi guerre e un importante aumento della popolazione, il problema economico può essere risolto, quantomeno la soluzione nel volgere dei cento anni sarebbe alle viste. Il problema economico - se si traguarda nel futuro - non è il problema permanente della razza umana: il problema permanente dell'uomo è come usare la liberazione dalla cura per l'economia, come usare dell'ozio che la scienza e l'interesse composto avranno conquistato per lui». «Vi saranno grandi cambiamenti nei codici della morale. L'amore per il danaro si rivelerà una di quelle propensioni semi-patologiche da affidare con un tremito agli specialisti in malattie mentali». Si capirà «che l'avarizia è un vizio, la pretesa usuraia un misfatto, l'amore per il danaro detestabile». «Si tornerà ad apprezzare i fini piú dei mezzi, a preferire il buono all'utile». I nipoti avranno l'opportunità di vivere esprimendo tutta la loro personalità, secondo le proprie inclinazioni, la propria cultura.

Nell'arco dei quasi cento anni seguiti al 1930 ci sono state guerre, fra cui una mondiale spaventosa, e la popolazione, pur essa mondiale, è quadruplicata. Tuttavia Keynes non aveva sbagliato, almeno non di molto: nel 1930-2030 si può stimare (Maddison, prima della pandemia) che l'aumento del Pil pro-capite delle economie avanzate si aggirerà intorno alle otto volte. Eppure, nel 2020 si è ancora amaramente costretti ad apprezzare i mezzi - il modo di produzione in cui viviamo, l'economia di mercato capitalistica - piú dei fini, e a preferire l'utile al buono.

Lo rende inevitabile la persistenza delle fasce di povertà e della diseguaglianza nelle stesse economie ricche, ancor piú in quelle che ricche non sono. Il mondo è ancora stretto nella necessità. Lo sviluppo del produrre resta prioritario, irrinunciabile, in particolare di fronte alla pandemia.

[...]

Le ondate di contagio hanno colpito milioni di persone. Nel 2020 il prodotto è caduto del 3,3% nel mondo (nonostante la tenuta dell'economia cinese), del 4,7% nelle economie avanzate, dell'6,6% nell'Euroarea, dell'8,9% in Italia, del 9,9% nel Regno Unito. La pandemia ha creato nuove povertà, ampliato i divari distributivi anche arricchendo alcuni. Ha approfondito il solco fra chi dispone dei mezzi economici e organizzativi per le terapie e le vaccinazioni e chi ne è privo. Negli stessi Paesi ricchi chi non ha un calcolatore o non lo sa usare viene posposto nelle cure, se non dimenticato. crudele il divario nella possibilità, nella speranza, di sopravvivere al flagello. Ancora nella primavera del 2021 la stragrande maggioranza delle nazioni e degli esseri umani non aveva accesso ai vaccini sviluppati nei Paesi ricchi e in via di somministrazione ai loro cittadini.

Sul piano economico la risposta immediata non aveva potuto evitare di incentrarsi sugli ammortizzatori sociali, a protezione parziale di chi veniva piú colpito dalla recessione e dalla dislocazione delle attività produttive. Ma l'effetto moltiplicativo della domanda attivato dai trasferimenti pubblici e dalla detassazione era inevitabilmente limitato. A parità di spesa arriva a stento a un quarto di quello prodotto dagli investimenti pubblici sulla domanda e sulla produttività.

L'Unione Europea perveniva nel dicembre del 2020, di fronte alla crisi pandemica esplosa da dieci mesi, a proporsi il programma detto Next Generation Eu. L'attuazione di massicci investimenti e vaste riforme è prevista negli anni, affidata ai singoli Stati membri sotto l'occhiuto controllo di Bruxelles.

Un programma si imponeva da gran tempo, ben prima della pandemia, anche perché l'investimento infrastrutturale lordo era stato improvvidamente tagliato negli ultimi vent'anni dalle Pubbliche Amministrazioni di quasi tutti i Paesi. Rispetto al Pil era sceso tra uno e due punti percentuali - persino nella sanità - tanto da risultare spesso negativo al netto dell'ammortamento, incidendo sulle infrastrutture pubbliche esistenti.

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