Copertina
Autore J. M. Coetzee
Titolo Foe
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Supercoralli , pag. 148, cop.ril.sov., dim. 140x222x17 mm , Isbn 978-88-06-17213-8
OriginaleFoe [1986]
TraduttoreFranca Cavagnoli
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa sudafricana
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Pagina 5

«Alla fine non riuscii piú a remare. Avevo le mani piene di vesciche, la schiena scottata, il corpo dolorante. Con un sospiro, sollevando appena qualche spruzzo, scivolai nell'acqua. A lente bracciate, con i lunghi capelli che mi fluttuavano intorno, come un fiore di mare, come un anemone, come una medusa di quelle che si vedono nelle acque del Brasile, nuotai verso l'isola sconosciuta; per un poco nuotai come avevo remato, controcorrente, poi, d'un tratto, libera, mi lasciai trasportare dalle onde fin dentro la baia e sulla spiaggia.

«Mi abbandonai sulla sabbia cocente, la testa colma del fulgore arancio del sole, mentre la camiciola (l'unica cosa con cui ero fuggita) mi si asciugava addosso, incrostandosi; ero stanca, grata, come lo sono coloro che si sono salvati.

«Un'ombra nera calò su di me, non di una nuvola ma di un uomo cinto da un alone accecante. "Naufragio, - dissi con la lingua impastata. - Ho fatto naufragio. Sono sola". E tesi le mani piagate.

«L'uomo mi si accovacciò accanto. Era nero: un negro con un'irsuta testa lanosa, nudo, non fosse stato per un paio di brache grezze. Mi tirai su e osservai la faccia piatta, i piccoli occhi spenti, il naso largo, le labbra carnose, la pelle non nera ma di un grigio scuro, secca, come cosparsa di polvere. "Agua", provai a dire in portoghese, e feci il gesto di bere. Non reagí, ma mi guardò come avrebbe fatto con una foca o una focena gettate a riva dalle onde, prossime a morire e a venire possibilmente squartate e mangiate. Accanto a lui c'era una fiocina. Sono giunta sull'isola sbagliata, pensai, e lasciai ricadere la testa: sono giunta su un'isola di cannibali.

«Allungò una mano e con il dorso mi sfiorò il braccio. Sta tastando la carne, pensai. Ma, a poco a poco, cominciai a respirare piú adagio e mi calmai. Puzzava di pesce, e di lana di pecora in una giornata torrida.

«Poi, giacché non potevamo restare cosí per sempre, mi misi a sedere e di nuovo feci il gesto di bere. Avevo remato tutta la mattina, non bevevo dalla sera prima; pur di avere dell'acqua, non m'importava se dopo mi avrebbe ucciso.

«Il negro si alzò e mi fece segno di seguirlo. Mi condusse, irrigidita e dolorante, attraverso dune sabbiose e lungo un sentiero che s'inerpicava nell'entroterra collinare dell'isola. Ma avevamo appena cominciato a salire che sentii una fitta, e dal calcagno tirai fuori una lunga spina dalla punta nera. Sebbene l'avessi massaggiato, di lí a poco il calcagno si gonfiò finché, dal male, non riuscii nemmeno a zoppicare. Il negro mi offri la schiena, facendomi capire che mi avrebbe portato lui. Esitai, perché era esile, piú basso di me. Ma non potei farne a meno. Cosí, un po' saltellando su una gamba, un po' in groppa a lui, con la camiciola rimboccata e il mento che gli sfiorava i capelli crespi, salii il pendio, mentre la paura si attenuava in quello strano abbraccio a rovescio. Non badava a dove metteva i piedi, notai, ma addirittura schiacciava sotto le piante interi viluppi delle stesse spine che mi avevano trafitto la pelle.

«Ai lettori cresciuti con i racconti di viaggio, le parole isola deserta potrebbero evocare un luogo di sabbie soffici e alberi ombrosi, dove scorrono ruscelli che placano la sete del naufrago e gli cadono in mano frutti maturi, dove gli si richiede solo di trascorrere le giornate sonnecchiando in attesa della nave che lo riporterà a casa. Ma l'isola sulla quale avevo fatto naufragio io era un luogo del tutto diverso: una grande collina rocciosa dalla cima piatta, a picco sul mare tranne che su un lato, punteggiata di cespugli stenti che non fiorivano mai e non perdevano mai le foglie. Al largo dell'isola c'erano banchi di alghe brune che, portate a riva dalle onde, sprigionavano un fetore disgustoso e nutrivano sciami di grandi pulci chiare. Le formiche brulicavano ovunque, simili a quelle che avevamo a Bahia, e tra le dune viveva anche un altro insetto nocivo: un essere minuscolo che si annidava tra le dita dei piedi e, rosicchiando, si apriva un varco nella carne. Persino la pelle dura di Venerdí non era loro di ostacolo: nei suoi piedi c'erano crepe sanguinanti, sebbene non ci facesse caso. Non vidi serpenti, ma nelle ore piú calde della giornata lucertole uscivano a scaldarsi al sole, alcune piccole e agili, altre grandi e sgraziate, con collari azzurri intorno agli opercoli, che allargavano di colpo quando si spaventavano, sibilando con sguardo truce. Ne catturai una e cercai di addomesticarla, nutrendola di mosche; ma non mangiava carne morta, sicché alla fine la lasciai libera. C'erano anche scimmie (di cui parlerò piú avanti) e uccelli, uccelli dappertutto: non solo nugoli di "passeri" (o cosí almeno li chiamavo) che svolazzavano tutto il giorno cinguettando di cespuglio in cespuglio, ma, sulle scogliere a picco sul mare, grandi colonie di gabbiani e gavine e sule e cormorani, cosí che le rocce erano bianche dei loro escrementi. E, nel mare, focene e foche e pesci di ogni specie. Cosí, se la compagnia di creature brute mi fosse bastata, sulla mia isola avrei potuto vivere felice. Ma chi, abituato alla pienezza della parola umana, riesce ad accontentarsi di gracchi e cinguettii e strida, e del latrato delle foche, e del gemito del vento?

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Pagina 45

«Nella stanza ci sono pochi mobili. La verità è che non è una stanza, ma una parte della soffitta in cui vi ritirate in cerca di silenzio. Il tavolo e la sedia si trovano su una pedana di legno davanti alla finestra. Dalla porta alla pedana c'è una passerella di assi. Se no, ci sono solo le assi del solaio, su cui si può camminare a proprio rischio e pericolo e le travi, e sopra la testa, le grigie tegole del tetto. Per terra c'è una spessa coltre di polvere; quando il vento si insinua a raffiche da sotto le gronde, si sollevano mulinelli di polvere e dagli angoli si leva un clamore di gemiti. Ci sono anche topi. Prima di scendere, siete costretto a riporre i fogli perché non li danneggino. Al mattino, dovete spazzar via gli escrementi dal tavolo.

«Nel vetro della finestra c'è un'incrinatura. Muovendo la testa, potete spostarla sulle mucche al pascolo, sulla terra arata che si stende dietro, sul filare di pioppi e in alto, nel cielo.

«Penso a voi come a un nocchiere che governa la gran mole della casa attraverso le notti e i giorni, scrutando davanti a sé in cerca dei presagi di tempesta.

«I fogli sono conservati in un baule accanto al tavolo. La storia dell'isola di Cruso finirà lí dentro, pagina dopo pagina, via via che la scrivete, assieme a un mucchio di altri fogli: il censimento dei mendicanti di Londra, documenti sulla mortalità ai tempi della grande peste, resoconti di viaggi nel paese limitrofo, rapporti su strane e stupefacenti apparizioni, dati sul commercio della lana, un memoriale sulla vita e le opinioni di Dickory Cronke (chi è?); e poi libri di traversate nel Nuovo Mondo, memorie sulla cattività tra i Mori, cronache delle guerre nei Paesi Bassi, confessioni di famigerati trasgressori della legge, e una moltitudine di racconti di naufraghi, quasi tutti, immagino, crivellati di menzogne.

«Quand'ero sull'isola, anelavo solo a essere altrove o, per usare le mie parole di allora, a essere "tratta in salvo". Ma ora sento dentro di me un desiderio ardente che mai avrei pensato di provare. Chiudo gli occhi e la mia anima prende congedo da me, vola sopra le case e le strade, i boschi e i pascoli, per fare ritorno alla nostra casa di un tempo, mia e di Cruso. Voi non potete capire questo mio desiderio, dopo tutto ciò che ho detto sul tedio della nostra vita laggiú. Forse avrei dovuto dire di piú sul piacere di camminare scalza nella sabbia fresca del recinto, di piú sugli uccelli, i piccoli uccelli di molte specie di cui mai ho saputo il nome e che chiamavo "passeri" in mancanza di un nome migliore. Chi, se non Cruso, che non c'è piú, potrebbe narrarvi accuratamente la storia di Cruso? Avrei dovuto raccontare meno di lui e piú di me stessa. Come è accaduto, tanto per cominciare, che mia figlia si è perduta, e come, seguendola, sono giunta a Bahia? Come sono sopravvissuta tra stranieri in quei due lunghi anni? Ho vissuto soltanto in una camera ammobiliata, come ho detto? Bahia era un'isola nell'oceano della foresta brasiliana, e la mia camera un'isola desolata di Bahia? Chi era il capitano il cui destino ha voluto che andasse per sempre alla deriva nei mari estremi del Sud, in una veste di ghiaccio? Dall'isola di Cruso non ho riportato una penna, non un ditale di sabbia. Non ho altro che i sandali. Quando rifletto sulla mia storia, mi pare di esistere solo come colei che è giunta, colei che è stata testimone, colei che anelava ad andarsene: un essere senza consistenza, un fantasma accanto al corpo vero di Cruso. dunque questo il destino di chi narra storie? Eppure sono stata un corpo quanto lo è stato Cruso. Mangiavo e bevevo, mi svegliavo e dormivo, mi struggevo. L'isola era di Cruso (ma in virtú di quale diritto? in virtú della legge dell'isola? esiste una legge simile?), ma ci ho vissuto anch'io, non ero un uccello di passaggio, non una sula o un albatro che, dopo aver compiuto un giro intorno all'isola e immerso un'ala, proseguono il loro volo sull'oceano sconfinato. Rendetemi la consistenza che ho perduto, signor Foe: è questa la mia supplica. Giacché, sebbene la mia storia dica il vero, essa non ha la consistenza del vero (me ne rendo conto, non c'è bisogno di fingere che sia altrimenti). Per dire la verità in tutta la sua consistenza è necessaria la quiete, una sedia comoda lontana da ogni distrazione e una finestra cui indugiare a guardare; e poi il talento di vedere onde quando si hanno davanti agli occhi campi, di sentire il sole dei tropici quando fa freddo; e di avere sulla punta delle dita le parole con cui catturare la visione prima che dilegui. Io non ho niente di tutto ciò, voi invece tutto».

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Pagina 78

«I giorni passano. Nulla cambia. Non abbiamo vostre notizie, e la gente del posto non bada a noi piú di quanto non farebbe con dei fantasmi. Sono stata al mercato di Dalston, dove ho portato una tovaglia e un servizio di cucchiai, che ho venduto per comprare generi di prima necessità. Per il resto, ci sostentiamo grazie ai prodotti dell'orto.

«La fanciulla ha ripreso il suo posto davanti al cancello. Cerco di ignorarla.

«Scrivere si rivela un processo lento. Dopo il subbuglio della rivolta e la morte del capitano portoghese, dopo aver incontrato Cruso e aver saputo qualcosa della vita che conduce, che c'è da dire? In Cruso e in Venerdí c'era troppo poco desiderio: troppo poco desiderio di fuggire, troppo poco desiderio di una vita nuova. Senza desiderio, com'è possibile scrivere una storia? Era un'isola di accidia, malgrado i terrazzi. Mi domando come abbiano trattato la condizione di naufrago gli storici del passato; se, per la disperazione, non abbiano cominciato a inventare bugie.

«Eppure persevero. Un pittore impegnato a dipingere una scena noiosa - diciamo due uomini che zappano in un campo - ha a disposizione mezzi per rendere affascinante il suo soggetto. Può accostare le sfumature dorate della pelle del primo uomo alle sfumature fuligginose del secondo, creando un gioco di luci e ombre. Raffigurandone magistralmente gli atteggiamenti, può suggerire chi è il padrone e chi lo schiavo. E, per rendere la composizione piú vivace, è libero di inserire quel che magari non c'è nel giorno in cui dipinge ma può benissimo esserci in altri, come un paio di gabbiani che volteggiano in cielo, il becco di uno aperto in un grido, e in un angolo, su una rupe lontana, un gruppo di scimmie.

«Cosí vediamo il pittore selezionare, comporre e riprodurre dei particolari per dar forma compiuta e gradevole alla sua scena. Chi racconta una storia, di contro (perdonatemi, se foste qui in carne e ossa non vi darei mai lezioni su come si racconta una storia!), deve divinare quali episodi della sua vicenda racchiudono promesse di compiutezza, districandone i significati nascosti, intrecciandoli insieme come si intreccia una corda.

«A districare e intrecciare, come in ogni mestiere, si può imparare. Quanto però al determinare quali episodi racchiudano una promessa (come le ostriche le perle), non a torto quest'arte si chiama "divinazione". In questo ambito lo scrittore non può fare nulla da sé: deve attendere la grazia dell'illuminazione. Avessi saputo, sull'isola, che un giorno mi sarebbe successo di raccontare la nostra storia, avrei interrogato Cruso con maggior zelo. "Riandate indietro con i vostri pensieri, Cruso, - gli avrei detto, distesa accanto a lui nell'oscurità. - Ricordate l'istante esatto in cui il fine della nostra vita qui si è tutt'a un tratto illuminato? Mentre risalivate il pendio della collina o vi arrampicavate sulle scogliere in cerca di uova, siete mai stato colpito all'improvviso dalla natura viva, palpitante, di quest'isola, quasi fosse un grande animale che risale a prima del Diluvio e che per secoli ha dormito, insensibile agli insetti che gli zampettavano sul dorso, intenti a rimediare un'esistenza per sé? Siamo forse degli insetti, Cruso, in una visione piú ampia? Non siamo meglio delle formiche?" Oppure, quando era steso agonizzante a bordo della Hobart, avrei potuto dire: "Cruso, ci state lasciando, state andando dove non possiamo seguirvi. Non c'è un'ultima parola che desiderate pronunciare adesso che state morendo? Non c'è qualcosa che desiderate confessare?"»

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Pagina 107

- Nelle lettere che non avete letto, - dissi, - ho espresso una mia convinzione: se la storia pare insipida, è solo perché mantiene ostinata il suo silenzio. Le ombre di cui lamentate la mancanza sono là: stanno nella perdita della lingua di Venerdí.

Foe non ribatté, cosí proseguii. - La storia della lingua di Venerdí è una storia che non si può raccontare, o che io non sono in grado di raccontare. Cioè, si possono narrare molte storie sulla lingua di Venerdí, ma la vera storia è sepolta dentro di lui, che è muto. La vera storia non si potrà ascoltare finché, grazie all'arte, non si troverà il modo di dare voce a Venerdí.

- Signor Foe, - proseguii con crescente difficoltà, - quando abitavo nella vostra casa, certe volte rimanevo sveglia, al piano di sopra, ad ascoltare il pulsare del sangue nelle orecchie e il silenzio di Venerdí al piano di sotto, un silenzio che saliva su per le scale come fumo, come una voluta di fumo nero. Ben presto non riuscivo piú a respirare, mi sembrava di soffocare nel mio letto. I polmoni, il cuore, la testa erano pieni di fumo nero. Dovevo balzare in piedi, scostare le tende, mettere fuori il capo, inspirare aria fresca e vedere con i miei occhi che in cielo c'erano ancora le stelle.

Nelle mie lettere vi ho raccontato della danza di Venerdí. Ma non vi ho raccontato la storia per intero.

Dopo aver scoperto le vostre vesti e la parrucca, e averle indossate a guisa di livrea, Venerdí passava giornate intere a ruotare su se stesso, danzando e cantando a modo suo. Ciò che non vi ho detto è che per danzare non indossava altro che le vesti e la parrucca. Quando stava fermo, era coperto fino alle caviglie, ma, quando ruotava, le vesti si scostavano rigide dal corpo, cosí da indurre magari a credere che il fine della sua danza fosse quello di mostrare le nudità disotto.

Ebbene, quando Cruso mi disse che i mercanti di schiavi avevano l'abitudine di mozzare la lingua ai prigionieri per renderli piú docili, confesso di essermi domandata se non stesse ricorrendo a una metafora per usarmi una delicatezza: se la lingua perduta indicasse non solo quel fatto in sé, ma una mutilazione piú atroce; se uno schiavo muto, cioè, non stesse a significare uno schiavo evirato.

Quando lo udii cantilenare a labbra chiuse, quel primo mattino, e avvicinandomi alla porta mi trovai davanti lo spettacolo di Venerdí intento a danzare con le vesti che gli svolazzavano intorno, rimasi cosí confusa che fissai con meraviglia e senza vergogna ciò che fino a quel momento era stato velato. Giacché, sebbene avessi già veduto Venerdí nudo, era stato sempre da lontano: sulla nostra isola avevamo fatto il possibile per osservare il rispetto del decoro, e cosí pure Venerdí.

Vi ho raccontato dell'avversione provata quando Cruso apri la bocca di Venerdí per mostrarmi che non aveva la lingua. Ciò che Cruso voleva che vedessi, e io avrei preferito non vedere, era il tozzo moncone in fondo alla bocca, che da quel momento in poi mi sono sempre figurata torcersi e tendersi ogni volta che Venerdí, in preda alle emozioni, cercava di esprimersi, come un verme tagliato a metà si contorce tutto negli spasimi della morte. Da quella notte, ho sempre temuto di trovarmi davanti agli occhi la prova di una mutilazione ancora piú ripugnante.

Nella danza nulla era fermo e tuttavia ogni cosa lo era. La veste volteggiante era una campana scarlatta che riposava sulle spalle di Venerdí, e lo cingeva; Venerdí ne era il nero sostegno al centro. Ciò che fino a quel momento mi era stato celato si rivelò. Vidi, o, dovrei dire, i miei occhi si aprirono a ciò che si presentava loro.

Vidi, e credetti di aver visto, sebbene in seguito mi ricordai di Tommaso, che pure aveva visto, ma non credette finché non mise il dito nella piaga.

Non so come vadano scritte certe cose in un libro, se non dissimulandole ancora con delle immagini. Quando mi parlarono di voi, mi dissero che eravate un uomo assai discreto, una sorta di uomo di chiesa, che nell'esercizio del suo lavoro ascolta le confessioni piú oscure dai penitenti piú disperati. Non mi inginocchierò davanti a lui come uno dei suoi pendagli da forca, giurai a me stessa, la bocca piena di indicibili confidenze: dirò chiaramente quel che si può dire e lascerò non detto quel che non si può. E invece eccomi qui a riversare su di voi i miei segreti piú oscuri! Voi siete come uno di quei famigerati libertini contro cui le donne devono armarsi, ma contro cui alla fine sono impotenti, giacché la sua stessa nomea è l'arma piú astuta del seduttore.

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