Copertina
Autore J. M. Coetzee
Titolo Tempo d'estate
SottotitoloScene di vita di provincia
EdizioneEinaudi, Torino, 2010, Supercoralli , pag. 256, cop.ril.sov., dim. 14,5x22x2 cm , Isbn 978-88-06-20086-2
OriginaleSummertime. Scenes from Provincial Life [2009]
TraduttoreMaria Baiocchi
LettoreDavide Allodi, 2011
Classe narrativa sudafricana
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  3  Taccuini 1972-75

 17  Julia

 81  Margot

145  Adriana

191  Martin

207  Sophie

231  Taccuini: frammenti senza data


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 5

22 agosto 1972

Sul «Sunday Times» di ieri una cronaca da Francistown, in Botswana. La settimana scorsa, nel cuore della notte, un'auto bianca, di fabbricazione americana, si è fermata davanti a una casa in una zona residenziale. Ne sono saltati fuori degli uomini con i passamontagna che hanno buttato giú la porta e si sono messi a sparare. Poi hanno dato fuoco alla casa e se ne sono andati. Dalle ceneri i vicini hanno estratto sette corpi carbonizzati: due uomini, due donne e tre bambini.

Sembra che gli assassini fossero neri, ma uno dei vicini li ha sentiti parlare tra loro in afrikaans ed è convinto che fossero bianchi con le facce tinte di nero. I morti erano rifugiati sudafricani che abitavano in quella casa solo da qualche settimana.

Il ministro degli Esteri sudafricano, interpellato in proposito, attraverso il suo portavoce definisce l'articolo «privo di fondamento». Saranno avviate delle indagini, dichiara, per verificare se i morti erano davvero cittadini sudafricani. Quanto ai militari, una fonte imprecisata nega che le Forze armate sudafricane abbiano qualcosa a che fare con il caso. Si è trattato probabilmente di una questione interna all'Anc (African National Congress), sostiene il ministro, che riflette le «tensioni in atto» tra le varie fazioni.

Cosí, ogni settimana se n'escono con queste storie dalle terre di confine, assassinii seguiti da fredde smentite.

Quando legge quegli articoli, lui si sente insozzato. Allora è a questo che è tornato! E d'altra parte dove ci si può nascondere nel mondo per non sentirsi insozzati? Si sentirebbe piú pulito tra le nevi della Svezia, a leggere da lontano dei suoi connazionali e delle loro ultime prodezze?

Non è la prima volta che si chiede come sfuggire alla sozzura. Un assillo che non ti molla, che lascia la sua brutta ferita purulenta. Agenbite of inwit.

- A quanto vedo le Forze armate hanno ricominciato con i loro vecchi trucchi, - commenta con suo padre. - Questa volta in Botswana -. Ma lui è troppo diffidente per cadere in trappola. Quando prende in mano il giornale, va direttamente alle pagine sportive, saltando la politica - la politica e gli omicidi.

Disprezza il continente a nord del loro. Buffoni è la parola che usa per definire i capi degli stati africani: piccoli tiranni che sanno a malapena scrivere il loro nome, scarrozzati da un banchetto all'altro nelle loro Rolls Royce con addosso uniformi della Ruritania decorate da medaglie che si sono conferiti da soli. L'Africa: un paese dove le masse muoiono di fame tiranneggiate da buffoni assassini.

- Sono entrati in una casa di Francistown e hanno ammazzato tutti, - continua lui, imperterrito. - Li hanno giustiziati. Anche i bambini. Guarda. Leggi l'articolo. È in prima pagina.

Suo padre alza le spalle. Non trova parole capaci di esprimere il suo disgusto per i criminali che trucidano donne indifese e bambini o per i terroristi che sferrano attacchi dai loro rifugi oltreconfine. Risolve il problema immergendosi nei punteggi del cricket. Come risposta a un dilemma morale è debole, ma le sue crisi di rabbia e di disperazione sono forse una risposta migliore?

Un tempo pensava che gli uomini che avevano escogitato la versione sudafricana dell'ordine pubblico e creato quel vasto sistema di riserve di manodopera, passaporti interni e township satellite, avessero basato la loro visione su un tragico errore di lettura della storia. L'avevano interpretata erroneamente perché, nati nelle fattorie o in remote cittadine dell'interno, isolati in una lingua che non si parlava in nessun'altra parte del mondo, non avevano idea della dimensione delle forze che, a partire dal 1945, stavano spazzando via il vecchio mondo coloniale. Sostenere che avevano letto male la storia era tuttavia fuorviante. Perché non l'avevano letta affatto. Al contrario, le avevano voltato le spalle, liquidandola come una montagna di menzogne infamanti inventate da stranieri che disprezzavano gli afrikaner e avrebbero chiuso un occhio se i neri li avessero massacrati tutti, fino all'ultima donna e all'ultimo bambino. Soli e senza amici nella punta estrema di un continente ostile, avevano eretto il loro stato-fortezza e si erano ritirati dietro le sue mura: lí avrebbero tenuto accesa la fiamma della civiltà cristiana occidentale finché il mondo non fosse tornato in sé.

Era piú o meno cosí che parlavano gli uomini alla guida del National Party e dello stato di polizia, e lui aveva creduto a lungo che fossero sinceri. Ma adesso non piú. Adesso le loro pretese di salvare la civiltà gli sembrano soltanto un bluff. Dietro la cortina fumogena del patriottismo, stanno calcolando quanto possono tirare avanti prima di chiudere bottega (le miniere, le fabbriche) prima di essere costretti a fare armi e bagagli, distruggere i documenti incriminanti e volare a Zurigo, a Monaco o a San Diego, dove sotto la copertura di holding come Algro Trading o Handfast Securities, si sono comprati da tempo ville, appartamenti e assicurazioni per il giorno del giudizio (dies irae, dies illa).

Secondo il suo nuovo modo, riveduto, di vedere le cose, i mandanti degli assassini di Francistown non hanno una visione erronea della storia, né tanto meno tragica. È molto probabile che ridano segretamente di gente cosí stupida da avere una visione di qualsiasi tipo. Quanto alla sorte della civiltà cristiana in Africa, se ne infischiano bellamente. E sono questi - questi! gli uomini sotto il cui sporco potere lui vive!

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 14

2 giugno 1975

Nella casa di fronte sono arrivati i nuovi proprietari, una coppia piú o meno della sua età con i figli piccoli e la Bmw. Lui non ci fa caso fino a quando un giorno sente bussare alla porta. - Buongiorno, sono il nuovo vicino, David Truscott. Mi sono chiuso fuori di casa. Potrei usare il suo telefono? - e poi, come ripensandoci: - Ma non ci conosciamo?

Illuminazione. In effetti si conoscono. Nel 1952 lui e David Truscott erano nella stessa classe, in prima media, al Saint Joseph's College, e avrebbero potuto continuare insieme per tutto il corso scolastico se quell'anno David non fosse stato bocciato e non fosse rimasto indietro. Non era difficile capire il perché della sua bocciatura: in prima media si cominciava con l'algebra e David non coglieva la cosa fondamentale dell'algebra, ovvero che x, y, e z erano arrivate a liberarti dal tedio dell'aritmetica. Anche del latino David non aveva mai colto le basi: il congiuntivo, per esempio. Malgrado fosse ancora piccolo, gli era parso chiaro che David sarebbe stato meglio fuori della scuola, lontano dal latino e dall'algebra, nel mondo reale, a contare banconote in una banca o a vendere scarpe.

Ma anche se veniva regolarmente frustato perché non capiva - frustate che accettava con filosofia, benché di tanto in tanto le lacrime gli appannassero le lenti - David Truscott era andato avanti negli studi, senza dubbio spronato dai genitori, e in un modo o nell'altro aveva superato la prima media e poi la seconda, e cosí via fino al diploma delle superiori; e ora eccolo qui, vent'anni dopo, lindo e pinto e con l'aria danarosa e, a quanto pare, cosí preoccupato dagli affari che la mattina, uscendo per andare in ufficio, ha dimenticato le chiavi e ora non può rientrare in casa perché la moglie ha portato i bambini a una festa.

- E qual è il tuo campo? - gli chiede, curioso.

- Marketing. Lavoro per il gruppo Woolworths. E tu?

- Mah... è un momento di transizione. Insegnavo in un'università statunitense, ma ho smesso. Sono in cerca di un lavoro qui.

- Be', ci dobbiamo assolutamente vedere. Devi venire a bere qualcosa, scambiare due chiacchiere. Hai figli?

- Sono io il figlio. Voglio dire, vivo con mio padre. Mio padre sta andando avanti con gli anni. Bisogna accudirlo. Ma vieni dentro. Il telefono è lí sopra.

Cosí David Truscott, che non capiva la x e la y, è un florido venditore o un esperto di marketing. Mentre lui, che non aveva problemi a capire la x e la y e un sacco di altre cose, è un intellettuale disoccupato. Che cosa suggerisce questo in merito al funzionamento del mondo? Quello che sembra suggerire nel modo piú evidente è che la strada che passa per il latino e per l'algebra non è quella che porta al successo materiale. Ma potrebbe suggerire molto di piú: che capire le cose è una perdita di tempo; che se vuoi avere successo nel mondo, una famiglia felice, una bella casa e una Bmw non devi nemmeno provare a capire le cose ma limitarti a fare le somme o a premere i tasti, o comunque a fare quello che fanno i venditori e per cui sono cosí riccamente remunerati.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 50

Come credo di averle detto, John era solo il mio terzo uomo. Tre uomini, e li ho lasciati tutti per via del sesso. Una triste storia. Dopo quei tre ho perso interesse per i sudafricani bianchi, per i maschi sudafricani bianchi. Avevano in comune qualcosa che mi riusciva difficile identificare chiaramente ma che in qualche modo collegavo con il lampo sfuggente negli occhi dei colleghi di Mark quando parlavano del futuro del paese - come se ci fosse una cospirazione di cui tutti facevano parte per creare un futuro falso, trompe-l'œil, laddove prima nessun futuro sembrava possibile. Come se l'otturatore di una macchina fotografica si aprisse per un istante per rivelare la falsità che avevano dentro.

Certo, ero sudafricana anch'io, e bianca che piú bianca non si può. Ero nata tra i bianchi, ero cresciuta tra loro, vivevo tra loro. Ma avevo una seconda identità su cui contare: Julia Kiš, o meglio ancora Kiš Julia, di Szombathely. Finché non abbandonavo Julia Kiš, finché Julia Kiš non abbandonava me, potevo vedere cose che gli altri bianchi non vedevano.

Per esempio, in quegli anni ai sudafricani bianchi piaceva essere considerati gli ebrei dell'Africa, o almeno gli israeliani d'Africa: furbi, privi di scrupoli, tenaci, con i piedi per terra, odiati e invidiati dalle tribú che dominavano. Tutto falso. Tutte idiozie. Devi essere ebreo per capire un ebreo. Devi essere una donna per capire un uomo. Quella gente non era dura, e nemmeno furba, o almeno non abbastanza. E di certo non erano ebrei. Erano bambini nel bosco. È cosí che li vedo ora: una tribú di bambini servita dagli schiavi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 57

Non mi era nemmeno passato per la testa.

Ricordo di aver chiesto a John, dopo Terre al crepuscolo, a quale nuovo progetto stesse lavorando. Ma la sua risposta fu vaga. - Lavoro sempre a qualcosa, - mi disse. - Se cedessi alla tentazione di non lavorare, che cosa mi resterebbe da fare? Per che cosa vivrei? Mi dovrei sparare.

Mi sorprese - il suo bisogno di scrivere, intendo. Non sapevo niente o quasi delle sue abitudini, di come passava il tempo, ma non mi era mai sembrato un lavoratore ossessivo.

- Dici sul serio? - chiesi.

- Quando non scrivo cado in depressione, - rispose.

- E allora perché tutte quelle riparazioni della casa? - dissi. - Potresti pagare qualcun altro per farle e dedicare il tempo che risparmi a scrivere.

- Non capisci, - mi spiegò. - Anche se avessi i soldi per ingaggiare un muratore, cosa che non ho, sentirei ancora il bisogno di trascorrere qualche ora scavando in giardino, trasportando sassi o mescolando cemento -. E si lanciò in una delle sue conferenze sul bisogno di liberarsi dal tabú del lavoro manuale.

Mi chiesi se nell'aria non aleggiasse una qualche critica nei miei confronti: per esempio che avere domestici neri mi permetteva di intrattenere oziose relazioni con sconosciuti. Ma lasciai correre. - Bene, - dissi, - vedo che non capisci niente dei principî dell'economia. Il primo principio dell'economia dice che se tutti insistessimo a filare la nostra lana e a mungere le nostre capre anziché assumere altri per farlo, saremmo ancora fermi all'Età della Pietra. È per questo che abbiamo inventato l'economia di scambio, che a sua volta ha reso possibile la nostra lunga storia di progresso materiale. Paghi qualcuno per posare il cemento e cosí puoi scrivere il libro che giustificherà il tuo tempo libero e darà un senso alla tua vita. Anzi potrà perfino dare un significato alla vita dell'operaio che posa il cemento per te. E in questo modo tutti prosperano.

- Davvero lo credi? - disse. - Credi che i libri diano un significato alle nostre vite?

- Sí, - dissi. - Un libro dovrebbe essere un'accetta per rompere il ghiaccio del mare gelato dentro di noi. Che altro sennò?

- Un rifiuto lanciato contro il tempo. Una richiesta d'immortalità.

- Nessuno è immortale. I libri non sono immortali. L'intero globo su cui camminiamo verrà risucchiato dal sole e ridotto in cenere, dopo di che tutto l'universo imploderà e scomparirà in un buco nero. Niente sopravvivrà, né io, né te, né di certo libri di nicchia su coloni immaginari nel Sudafrica del XVIII secolo.

- Non volevo dire immortale nel senso di esistere fuori del tempo. Volevo dire che sopravvive alla morte fisica.

- Vuoi che la gente ti legga dopo la tua morte?

- Mi consola un po' aggrapparmi a quell'idea.

- Anche se non ci sarai a vederlo?

- Anche se non ci sarò a vederlo.

- Ma perché gli uomini del futuro dovrebbero darsi la pena di leggere il tuo libro, se non parla a loro, se non li aiuta a trovare un senso nella loro vita?

- Forse apprezzeranno ancora i libri scritti bene.

- Che scemenza. È come dire che se costruisco un radiogrammofono abbastanza buono la gente continuerà a usarlo nel XXV secolo. Ma questo non succederà perché i radiogrammofoni, per quanto buoni, allora saranno obsoleti. Non parleranno agli uomini del XXV secolo.

- Forse nel XXV secolo ci sarà ancora una minoranza curiosa di sapere come suonava un radiogrammofono della fine del XX secolo.

- Collezionisti. Hobbisti. È cosí che vuoi passare la vita? Seduto alla scrivania a confezionare un oggetto che potrebbe essere, o non essere, conservato come una curiosità?

Alzò le spalle. - Hai un'idea migliore?

Penserà che voglia mettermi in mostra. Lo vedo. Crede che stia inventando questo dialogo per dimostrarle quanto sono brava. Ma proprio cosí andavano a volte le conversazioni tra me e John. Erano buffe. Io mi divertivo; dopo, quando ho smesso di vederlo, mi sono mancate. Credo anzi che le nostre conversazioni siano state proprio quello che mi è mancato di piú. Era l'unico uomo che ho conosciuto che si lasciasse battere in una discussione onesta, l'unico che non facesse lo sbruffone, non confondesse le acque o non si offendesse quando capiva che stava perdendo. E io lo battevo sempre, o quasi.

La ragione era semplice. Non che lui non sapesse discutere; ma viveva la sua vita secondo dei principî, mentre io ero una pragmatista. Il pragmatismo vince sempre sui principî; è cosí che vanno le cose, l'universo si muove, la terra cambia sotto i nostri piedi; e i principî sono sempre un passo indietro. I principî sono la materia della commedia. Quando si scontrano con la realtà, generano la commedia. So che aveva fama di essere severo ma in verità John Coetzee era molto buffo. Un personaggio da commedia. Di una commedia cupa. Cosa di cui, in un certo modo, lui era consapevole, anzi che addirittura accettava. E per questo - se vuole saperlo - che penso ancora a lui con affetto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 91

Sono arrivati alla diga. Un tempo veniva riempita da una pompa eolica, ma durante gli anni del boom Michiel ne ha installata una a diesel lasciando arrugginire quella vecchia, perché cosí facevano tutti. Ora che il prezzo del petrolio è salito alle stelle Michiel ci deve ripensare. Forse, dopotutto, dovrà tornare al vento del Signore.

- Ti ricordi, - dice lei, - quando venivamo qui da bambini...

- Prendevamo i girini con il retino, - prosegue lui, - e li riportavamo a casa in un secchiello d'acqua, ma la mattina dopo erano tutti morti e non riuscivamo a capire perché.

- E le cavallette. Prendevamo anche le cavallette.

Vorrebbe non averle menzionate perché le torna subito in mente il loro destino, o per lo meno quello di una di loro. John aveva tirato fuori l'insetto dalla boccetta in cui l'avevano chiuso e, mentre lei guardava, aveva tirato una lunga zampa posteriore finché non si era staccata dal corpo, asciutta, senza sangue o qualunque altra cosa scorra nel corpo delle cavallette. Poi l'aveva liberata ed erano rimasti a guardare. Ogni volta che provava a spiccare il volo, l'insetto si ribaltava da un lato, con le ali che raspavano nella polvere e la zampa posteriore residua che sussultava invano. Ammazzala! gli aveva gridato lei, ma John non l'aveva fatto e se n'era andato via con aria disgustata.

- Ti ricordi, - dice lei, - quella volta che hai strappato la zampa alla cavalletta e poi hai lasciato me a ucciderla? Mi avevi fatto davvero arrabbiare!

- Lo ricordo ogni giorno della mia vita, - risponde lui. - Ogni giorno chiedo perdono a quella poverina. Ero solo un bambino, le dico, solo un bambino ignorante e irresponsabile. Kaggen, perdonami.

- Kaggen?

- Kaggen. Il nome della mantide, del dio Mantis. Ma la cavalletta capirà. Nell'oltretomba non ci sono problemi di lingua. E come era nell'Eden.

Il dio Mantis. Non lo segue.

Il vento notturno geme tra le pale della pompa eolica dismessa. Lei rabbrividisce. - Dobbiamo rientrare, - dice.

- Ancora un minuto. Hai letto il libro di Eugène Marais sull'anno che ha trascorso a osservare un branco di babbuini? Scrive che la sera, quando il branco smetteva di cercare cibo e contemplava il tramonto, vedeva negli occhi dei babbuini piú vecchi un velo di malinconia, come un primo presagio della loro mortalità.

- E a questo che ti fa pensare il tramonto, alla mortalità?

- No. Ma non posso fare a meno di ricordare la nostra prima conversazione. La nostra prima conversazione importante. Dovevamo avere sei anni. Non ricordo le parole esatte, ma so di averti aperto il cuore, di averti detto tutto, tutte le mie speranze, tutti i miei desideri struggenti. E intanto pensavo Ecco che cosa significa essere innamorati! Perché, lascia che te lo confessi, ero innamorato di te, e da allora per me amare una donna ha sempre significato sentirmi libero di dire tutto quello che avevo nel cuore.

- Tutto quello che avevi nel cuore... Che cosa c'entra con Eugène Marais?

- Voglio semplicemente dire che capisco lo stato d'animo del vecchio babbuino mentre calava il sole, il capobranco, quello a cui Marais si sentiva piú vicino. Mai piú, pensava: Una vita sola e poi mai piú . Mai, mai, mai. È questo che mi fa il Karoo, mi riempie di malinconia. Mi rovina per sempre.

Lei continua a non capire che cosa c'entrino i babbuini con il Karoo o con la loro infanzia, ma non vuole darlo a vedere.

- Questo posto mi sconvolge, - dice lui. - Mi ha straziato il cuore da bambino e da allora non sono mai guarito.

Il suo cuore è straziato. Lei non ne aveva idea. Un tempo, pensa tra sé, capiva quello che succedeva nel cuore della gente senza bisogno che glielo dicessero. Meegevoel, com-patire, era la sua specialità. Ma non è piú cosí, non piú! Ora è cresciuta; e crescendo si è irrigidita, come una donna che nessuno invita mai a ballare, una che passa il sabato sera aspettando invano su un banco della chiesa e che quando un uomo si ricorda delle buone maniere e le porge la mano, ha perso ogni gusto e vuole solo tornare a casa. Che shock! Che rivelazione! Questo suo cugino si porta dentro il ricordo di come l'ha amata! L'ha portato dentro di sé per tutti questi anni!

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 217

Vuole che le dica che cosa c'era dietro la politica di Coetzee? Forse potrebbe capirlo meglio dai suoi libri. Comunque, ci proverò.

Secondo Coetzee noi esseri umani non abbandoneremo mai la politica perché la politica è troppo conveniente, troppo attraente, come un teatro in cui mettere in scena le nostre emozioni piú basse. Per emozioni piú basse intendo odio e rancore e disprezzo e gelosia e sete di sangue e cosí via. In altre parole, la politica è un sintomo della nostra caduta ed esprime questa condizione di perdita della grazia.

Anche la politica della liberazione?

Se si riferisce alla politica della lotta di liberazione sudafricana, la risposta è sí. Nella misura in cui liberazione significava liberazione nazionale, la liberazione della nazione nera del Sudafrica, a John non interessava.

Dunque era ostile alla lotta di liberazione?

Se era ostile? No, non era ostile. Ostile, sostenitore... Un biografo dovrebbe stare attento a non incasellare la gente, a non appiccicarle delle etichette.

Non mi pare di farlo con Coetzee.

Be', è l'impressione che ha fatto a me. No, non era ostile alla lotta di liberazione. Se si è fatalisti, come tendeva a essere lui, non ha senso essere ostili al corso della storia, per quanto uno se ne possa rammaricare. Per il fatalista la storia è il fato.

Molto bene, allora si rammaricava della lotta di liberazione? Si rammaricava della forma assunta dalla lotta di liberazione?

Trovava che la lotta di liberazione fosse giusta. La lotta era giusta, ma il nuovo Sudafrica per cui si batteva non era sufficientemente utopico per lui.

Che cosa sarebbe stato abbastanza utopico per lui?

Chiudere le miniere. Distruggere i vigneti. Smantellare le forze armate. Abolire le automobili. Vegetarianismo universale. Poesia nelle strade. Questo genere di cose.

In altre parole, la poesia e il ritorno ai carri tirati dai cavalli e il vegetarianismo sono cose per cui vale la pena combattere, ma la liberazione dall'apartheid no?

Non c'è niente per cui valga la pena combattere. Lei mi costringe a difendere la sua posizione, una posizione che si dà il caso io non condivida. Non c'è niente per cui valga la pena combattere perché combattere non fa che prolungare il ciclo di aggressione e ritorsione. Mi limito a ripetere quello che Coetzee dice forte e chiaro nei suoi scritti, che lei sostiene di avere letto.

Era a suo agio con i suoi studenti neri - con i neri in generale?

Era mai a suo agio con qualcuno? Non era una persona a suo agio (si può dire cosí, in inglese?) Non si rilassava mai. L'ho visto con i miei occhi. Mi ha chiesto se era a suo agio con i neri? No. Non era a suo agio con le persone che si sentivano a loro agio. L'agio altrui lo metteva a disagio. E questo, secondo me, lo faceva andare nella direzione sbagliata.

Che cosa intende?

Vedeva l'Africa attraverso un alone romantico. Pensava agli africani come a esseri umani incarnati in un modo che in Europa si è perduto da tempo. Che cosa intendo? Cercherò di spiegarglielo. In Africa, diceva sempre, anima e corpo erano inscindibili, il corpo era l'anima. Aveva tutta una filosofia sul corpo, sulla musica e la danza, che non sono in grado di ripeterle ma che mi sembrava, anche allora - come dire? - di scarsa utilità. Politicamente inutile.

La prego, continui.

La sua filosofia assegnava agli africani il ruolo di guardiani dell'essenza piú vera, piú profonda, piú primitiva dell'umanità. Abbiamo litigato strenuamente su questo. La sua posizione, dicevo io, in fondo si riduceva a un primitivismo romantico vecchio stile. Nel contesto degli anni Settanta, dell'apartheid e della lotta di liberazione, non serviva a niente guardare agli africani in quel modo. E comunque era un ruolo che non erano piú disposti a interpretare.

È questo il motivo per cui gli studenti neri evitavano il suo corso, il vostro corso congiunto di letteratura africana?

Era un punto di vista che lui non propugnava apertamente. Era sempre molto attento in questo, molto corretto. Ma se lo si ascoltava con attenzione, traspariva chiaramente.

C'è un'altra circostanza, un altro suo pregiudizio ideologico, che devo menzionare. Come molti bianchi considerava il Capo, la provincia occidentale del Capo e forse anche quella settentrionale, come separato dal resto del Sudafrica. Il Capo era un paese a sé, con la sua geografia, la sua storia, le sue lingue e le sue culture. In questo mitico Capo affondavano le loro radici i meticci e, in misura minore, anche gli afrikaner, ma gli africani erano alieni, erano arrivati dopo, come gli inglesi.

Perché gliene parlo? Perché ci fa capire come giustificasse il suo atteggiamento piuttosto astratto, sostanzialmente antropologico, nei confronti del Sudafrica nero. Non provava simpatia per i sudafricani neri. Fu questa la mia conclusione. Potevano essere suoi concittadini ma non erano suoi compatrioti. La storia - o il fato, che per lui erano la stessa cosa - poteva averli investiti del ruolo di eredi della terra, ma nel fondo della sua mente continuavano a essere loro in quanto contrapposti a noi.

Se gli africani erano «loro», chi erano i «noi»? Gli afrikaner?

No. Noi erano soprattutto i meticci. Un termine che uso con riluttanza, come scorciatoia. Lui, Coetzee, lo evitava il piú possibile. Ho menzionato il suo utopismo. E questo era un altro aspetto del suo utopismo. Sognava il giorno in cui in Sudafrica la gente non si sarebbe chiamata in alcun modo, né africani né europei né bianchi né neri né nient'altro, il giorno in cui le storie familiari si sarebbero talmente intrecciate e mescolate da diventare etnicamente indistinguibili, e cioè - pronuncerò ancora una volta la parola contaminata - meticce. Lo chiamava il futuro brasiliano. Lui approvava il Brasile e i brasiliani. Naturalmente, non era mai stato in Brasile.

| << |  <  |