Copertina
Autore David Elliot Cohen
Titolo Quello che conta
EdizioneNuovi Mondi, Modena, 2009 , pag. 336, ill., cop.ril.sov., dim. 19,5x24,5x2,7 cm , Isbn 978-88-89091-62-3
OriginaleWhat Matters
EdizioneSterling, New York, 2008
TraduttoreFederico Ferrone, Silvia Magi
LettoreFlo Bertelli, 2009
Classe fotografia , media , storia contemporanea , storia criminale , politica
PrimaPagina


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Indice


  6 INTRODUZIONE
    Fotografie che possono cambiare il inondo
    di David Elliot Cohen


    UOMO CONTRO TERRA

 14 PUNTO DI FUSIONE
    Viaggio nel surriscaldamento globale
    di Bill McKibben
    Fotografie di Gary Braasch

 32 MIRACOLO ECONOMICO, DISASTRO AMBIENTALE
    Il degrado del bacino del fiume Huai
    di Elizabeth C. Economy
    Fotografie di Stephen Voss

 48 UN MONDO ASSETATO
    La disperata ricerca quotidiana di acqua pulita
    di Peter H. Gleick
    Fotografie di Brent Stirton

 66 FALLOUT
    L'infinita tragedia di Chernobyl
    di David R. Marples
    Fotografie di Gerd Ludwing


    UOMO CONTRO UOMO

 82 IMMAGINI DA UN GENOCIDIO
    Come dovremmo reagire?
    di Omer Bartov
    Fotografie di Magnum

 98 LA TERRA BRUCIATA DEL DARFUR
    Il primo genocidio del XXI secolo
    di Samantha Power e John Prendergast
    Fotografie di Marcus Bleasdale

114 JIHAD GLOBALE
    Prima e dopo l'11 settembre
    di Fawaz A. Gerges
    Fotografie di The Associated Press

140 FRUTTO AMARO
    Dietro le quinte, gli Stati Uniti seppelliscono
    i caduti in Iraq
    dí Gary Kamiya
    Fotografie di Paul Fusto


    LA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

154 L'ULTIMO MILIARDO
    Come possiamo porre fine alla povertà globale
    di Jeffrey D. Sachs
    Fotografie di James Nachtwey

174 COMPRA CHE TI PASSA
    La cultura del consumo nella nuova età dell'oro
    di Juliet B. Schor
    Fotografie di Lauren Greenfield

192 I FIGLI DELLA POLVERE NERA
    Il lavoro infantile in Bangladesh
    Fotografie e testo di Shehzad Noorani

208 RAGAZZE PERDUTE
    Le spose bambine in Afghanistan, Nepal ed Etiopia
    di Judith Bruce
    Fotografie di Stephanie Sinclaír

222 IL PREZZO DELLA PETRODIPENDENZA
    Scene dal delta del fiume Niger
    di Michael Watts
    Fotografie di Ed Kashí

242 LA PIÙ GRANDE MIGRAZIONE
    Il Terzo Mondo va in città
    di Paul Knox
    Fotografie di Sebastião Salgado

258 LA BARRIERA
    Decostruire l'"emergenza migratoria" americana
    di Douglas S. Massey
    Fotografie di Anthony Suau


    UOMO CONTRO MALATTIA

274 INFETTI O AFFETTI
    Curare l'AIDS nell'Africa subsahariana
    di Helen Epstein
    Fotografie di Tom Stoddart

292 LA FINE DELLA MALARIA?
    Ricacciare indietro il Killer
    di Awa Marie Coll-Seck
    Fotografie di Maggie Hallahan

308 CIÒ CHE UNA SOLA PERSONA PUÒ FARE
    L'incredibile vita di Abdul Saltar Edhi
    di Richard Covington
    Fotografie di Shahidul Alam

324 QUELLO CHE PUOI FARE
    192 modi per saperne di più e impegnarsi attivamente

331 INDICE


 

 

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Pagina 6

QUELLO CHE CONTA

Fotografie che possono cambiare il mondo

di DAVID ELLIOT COHEN


QUALUNQUE TIPO DI MEDIA POSSIEDE UNA PROPRIA MAGIA, e fin da quando fu inventata, all'inizio del XIX secolo, la fotografia è stata capace di congelare un istante nel tempo e di offrirlo allo sguardo come spunto di discussione. Uno dei pionieri del fotoreportage, Henri Cartier-Bresson (1908-2004), disse che i grandi fotografi catturano "il momento decisivo". Se usata al servizio di cause sociali e politiche, una raccolta di tali momenti decisivi — un reportage fotografico — può promuovere cambiamenti reali.

La fotografia è più antica dei media audiovisivi o interattivi, ma riesce a cogliere i momenti cruciali della storia molto meglio degli altri mezzi. Nella seconda metà del XIX secolo, i fotoreporter hanno realizzato reportage che hanno denunciato verità scomode, stimolato il dibattito pubblico e perorato importanti cause sociali.

Per i veri fotoreporter, questo uso della fotografia è un istinto naturale, nonché un principio base del proprio codice di comportamento. Negli anni '60 dell'Ottocento, Mathew Brady trascinò la sua macchina di legno con treppiede attraverso i campi di battaglia della Guerra di secessione americana, realizzando stampe che screditavano la magnificenza della guerra.

Tre decenni più tardi, l'immigrato olandese Jacob Riis usò macchina e flash alla polvere di magnesio per denunciare le misere condizioni di vita nei sobborghi più poveri di New York, e dal 1908 al 1912 Lewis Hine attraversò l'America per conto del National Child Labor Committee ritraendo bambini sfruttati nel lavoro di fabbrica.

Questi "muckraker" (il termine fu coniato da Teddy Roosevelt), fotoreporter che pescavano nel torbido, ottennero risultati concreti: i ritratti dei bassifondi di Riis, inizialmente pubblicati sullo Scribner's Magazine, convinsero l'allora questore di New York Roosevelt a chiudere i terribili ospizi per poveri, e le foto di Hine portarono a una diffusione nazionale delle leggi contro il lavoro minorile. Tempo dopo, lo scatto di Joe Rosenthal del 1945, con i marine che alzano la bandiera su Iwo Jima, diede a un'America ormai stanca di guerra la forza di continuare a combattere, mentre la famosa foto di Eddie Adams del 1968 in cui si vede un ufficiale di polizia vietnamita che fredda un vietcong – un momento veramente decisivo – sortì l'effetto contrario, contribuendo a rendere ancor più impopolare una guerra già controversa.

Le foto di Eugene Smith dei primi anni '70 in cui si mostravano gli effetti dell'inquinamento da mercurio a Minamata, in Giappone, non solo furono di sostegno alla causa delle vittime, ma destarono una consapevolezza ambientale in tutto il mondo. Infine, nel 2004, si sono diffuse tramite Internet una serie di foto amatoriali dei carcerieri USA mentre umiliavano i prigionieri iracheni, portando alla chiusura del carcere di Abu Ghraib e a un generale riesame dell'impiego della tortura.

Nell'ultimo secolo e mezzo, i fotoreportage hanno dimostrato la capacità non solo di documentare, ma anche di cambiare il corso degli eventi. Diventa quindi importante chiedersi: "Quali sono i reportage fondamentali del nostro tempo, le immagini in grado di incendiare l'opinione pubblica e di ispirare riforme come accadde con i lavori di Riis, Hine, Adams e Smith?".

Quello che conta tenta di rispondere a questa domanda con 18 importanti reportage dei fotoreporter più in vista di oggi. Le immagini non rappresentano le migliori fotografie mai realizzate, ma tutte affrontano le grandi questioni attuali: il riscaldamento globale, l'ambiente, l'AIDS, la jihad mondiale, il genocidio in Darfur, l'iniqua distribuzione della ricchezza e altri temi altrettanto urgenti.

Nell'intraprendere questo compito ambizioso, è importante capire ciò che questo mezzo è o non è in grado di fare perché, in alcuni casi, il fotogiornalismo non è il modo migliore per raccontare la storia. Malgrado tutti i nostri sforzi e gli ottimi consigli di una dozzina dei maggiori fotoeditor delle principali pubblicazioni, non siamo riusciti a trovare un reportage adatto a raccontare la corruzione del sistema di finanziamento elettorale americano. È una meta-questione cruciale che ha effetti su molte altre, ma non si presta all'esposizione per immagini. Ci sono poi molte altre storie – come il cosiddetto digital divide, che separa chi ha e chi non ha accesso alle tecnologie informatiche – per cui eravamo sicuri di poter trovare splendide immagini. Tuttavia, non siamo riusciti a individuare 10-12 foto adatte. Siamo convinti che le questioni trattate da questo libro siano essenziali, ma siamo consapevoli del fatto che ve ne sono altre che possono essere meglio comunicate con altri mezzi.

Fondamentalmente, il fotogiornalismo risulta più efficace quando ritrae individui o è mirato, ma resta in grado di trasmettere un messaggio universale. L'illustre fotografo di guerra, nonché collaboratore di Quello che conta, James Nachtwey afferma: "Non voglio mostrare la guerra in generale, né la storia con la S maiuscola, ma piuttosto la tragedia delle singole persone". Non stupisce che Nachtwey dimostri una profonda comprensione della natura del giornalismo fotografico. Il fotogiornalismo migliore è sempre personale e mirato. Ecco perché Gene Smith non fotografò l'inquinamento nel mondo, ma gli effetti devastanti di un tipo particolare di inquinamento – da metil-mercurio – su un villaggio di pescatori giapponese. Nondimeno, chi vide il servizio di Smith sulla rivista Life e nel suo libro, Minamata, ne comprese prontamente la lezione universale. Allo stesso modo, Quello che conta presenta immagini della devastazione ecologica, culturale ed economica del delta del Niger, nell'Africa occidentale, per focalizzare l'attenzione sugli effetti nefasti della massiccia produzione e del consumo globale di petrolio.

In Quello che conta, inoltre, i reportage sono contestualizzati con approfondimenti e commenti di alcuni dei migliori autori, pensatori ed esperti nei rispettivi ambiti, in modo da garantire una migliore comprensione degli argomenti trattati. Tuttavia, a differenza di molti giornali, riviste e libri, qui sono le immagini a guidare la storia, mentre le parole ne illustrano il significato più ampio.

Ecco un'altra sfida: Brady, Riis e Hines realizzarono i loro incredibili reportage circa 100-150 anni fa, quando la fotografia era alla portata di pochi. A far funzionare le macchine erano solo i tecnici esperti, e le foto erano ancora considerate meraviglie tecnologiche.

Tuttavia, nel corso degli ultimi 150 anni, fare foto è diventato sempre più facile. Con la recente proliferazione di strumenti digitali e cellulari, una significativa quantità di giovani dei paesi più ricchi porta sempre con sé un qualche tipo di fotocamera, il cui uso è alla portata di tutti. Aggiungete a questo il grande potere di distribuzione che ha Internet, e otterrete un mondo letteralmente inondato di immagini – per lo più futili. Oggi la cultura dell'immagine permea le nostre vite: è una sorta di sfondo continuo. E nel nostro mondo saturo, a volte è difficile aprirsi un varco nella sovrabbondanza visiva e scuotere le coscienze. Nell'introduzione a Minamata, Smith lamentava che "la fotografia è una piccola voce, nella migliore delle ipotesi. Ogni giorno siamo sommersi dalla fotografia nel suo aspetto peggiore – finché la sua patina di superficialità non minaccia di paralizzare la nostra sensibilità all'immagine". Dal 1972, anno di pubblicazione del libro, il problema è aumentato esponenzialmente.

Tuttavia, alcune fotografie risultano ancora cruciali. Come afferma l'esperto ambientale Bill McKibben nel suo saggio in questo volume: "'Teorico' è la parola che gli uomini al potere usano per respingere qualsiasi cosa di cui non esistono immagini. È il motivo per cui non vediamo foto di bare di ritorno dall'Iraq; è il motivo per cui l'unico abuso carcerario di cui sappiamo qualcosa è quello di Abu Ghraib. Senza immagini, non c'è reazione in un'epoca visiva".

Così, seguendo il discorso di McKibben, Quello che conta contiene immagini in grado di scatenare un polverone. E molte delle foto raccolte in questo libro sono davvero provocatorie. Alcune vi faranno piangere, altre star male, e molte arrabbiare... ed è proprio questo il nostro scopo. Crediamo che gli eroici fotoreporter di oggi, come Sebastião Salgado, Jim Nachtwey, Ed Kashi, Tom Stoddart e Stephanie Sinclair, realizzino reportage che possono davvero destare l'attenzione del mondo; che le loro fotografie siano così straordinarie, così incredibili, che se ve le mostriamo, reagirete con sdegno... e scatenerete un putiferio. E se volete fare qualcosa di concreto, Quello che conta fornisce una serie di risorse e link a pagine Web, e propone azioni che potete intraprendere. Se, d'altra parte, leggendo e guardando queste storie, penserete: "A che serve? Il mondo è irrimediabilmente in rovina", vale la pena ricordarvi che abbiamo abolito la schiavitù e il lavoro minorile negli USA; abbiamo eliminato l'apartheid in Sudafrica; abbiamo sconfitto i nazisti; ci siamo ritirati dal Vietnam; e la baia di Minamata alla fine è stata ripulita. Come si dice: "Tutti i grandi cambiamenti sociali sembrano impossibili, finché non sono inevitabili". Perciò, vi preghiamo di guardare queste immagini. E poi, se vi sentite coinvolti nell'animo, fate qualcosa... anche qualcosa di piccolo... per contribuire a riparare il mondo.

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Pagina 49

UN MONDO ASSETATO

La disperata ricerca quotidiana di acqua pulita

di PETER H. GLEICK

fotografie di BRENT STIRTON


L'ACQUA È LA CHIAVE DELLA VITA. È fondamentale per tutte le attività umane. Fa crescere ciò di cui ci nutriamo, genera l'energia che sostiene le nostre economie e presiede al sistema ecologico da cui noi dipendiamo. Eppure miliardi di persone in tutto il mondo non hanno accesso al più elementare diritto umano, cioè all'acqua sicura e pulita.

Come si può facilmente immaginare, la stragrande maggioranza di queste persone è rappresentata dai più poveri del mondo, che vivono nell'Africa subsahariana e in Asia meridionale. Le immagini di Brent Stirton raccontano molte storie: dalle tragedie provocate dalla mancanza o dall'eccesso di acqua, fino alla gioia e al miglioramento della vita che un adeguato sistema idrico può offrire.

La società moderna cominciò a prosperare quando gli uomini trovarono il modo di rifornire adeguatamente d'acqua concentrazioni di persone sempre maggiori e di rimuovere l'accumulo di rifiuti prodotti dalle città, riducendo così le epidemie. Quei servizi che molti di noi danno per scontati sono ancora un sogno per intere popolazioni nelle aree più povere del pianeta.

Questa incapacità di soddisfare il basilare bisogno umano di acqua ha conseguenze dirette, tangibili e inaccettabili: bevendo acqua sporca, ci si ammala. Pensate al padre il cui figlio è stato colpito da un parassita acquatico, la filaria di Medina. O alla piccola consumata dal colera. Ricordate le conseguenze dell'avvelenamento da arsenico sugli abitanti dei villaggi del Bangladesh. E sappiate che queste malattie potrebbero tutte essere evitate.

Più della metà della popolazione del nostro mondo moderno e "civilizzato" usufruisce ancora di risorse idriche inferiori a quelle degli antichi greci e romani. Di conseguenza, le malattie veicolate dall'acqua infetta continuano a essere un problema serio in molte parti del mondo. Le malattie legate all'acqua rientrano in numerose tipologie o categorie, ma i tre tipi che sono più strettamente legati alla mancanza di acqua pulita e strutture igieniche adeguate sono le cosiddette "waterborne", "water-washed" e "water-based diseases".

Le "waterborne diseases" comprendono quelle malattie che si contraggono bevendo acqua contaminata, specie da batteri derivati da escrementi umani. Includono gran parte dei disturbi intestinali e diarroici. In questa tipologia rientrano anche il tifo e più di 30 parassiti che infettano l'intestino umano. Alcune prove suggeriscono che tali malattie influiscano su altri disturbi secondari che non sono individuati o esplicitamente riconosciuti come epidemie.

Le "water-washed diseases" si verificano quando vi è carenza di acqua per l'igiene personale o quando le persone si lavano con acqua contaminata. Includono casi di cecità causata dal tracoma o disturbi diarroici trasmessi da persona a persona.

Le "water-based diseases" provengono da parassiti che vivono in acqua o richiedono la presenza di acqua per parte del ciclo vitale. Si trasmettono agli umani per ingerimento o contatto. Le tipologie più diffuse sono la dracunculosi, causata dalla filaria di Medina, un verme lungo fino a un metro che fuoriesce dolorosamente dalla pelle della vittima, e la schistosomiasi, un'infezione ematica derivante da un platelminta che provoca una debilitazione cronica e a danni a fegato e intestino. Quest'ultima, che oggi colpisce 200 milioni di persone in 70 paesi, è così diffusa in certe comunità che il decorso della malattia è considerato un rito di passaggio.

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Pagina 67

FALLOUT

L'infinita tragedia di Chernobyl

di DAVID R. MARPLES

fotografie di GERD LUDWIG


IL LUOGO IN CUI SAREBBE SORTA LA CENTRALE DI CHERNOBYL FU SCELTO NEL 1970: nel nord dell'Ucraina, sulla sponda del fiume Pripyat, che attraverso il bacino di Kiev si unisce al Dnepr, principale riserva idrica ucraina. Il primo reattore della centrale entrò in funzione nell'ottobre 1977. A questo ne furono aggiunti altri tre nel 1978, nel 1981 e nel 1983.

Questi reattori a grafite, noti come RBMK (l'acronimo russo per "reattore a canale di potenza elevata"), accusarono diversi problemi fin dall'inizio. Tra il 1981 e il 1985 ci furono più di 381 chiusure d'emergenza a reattori RBMK in Unione Sovietica, di cui oltre 100 nello stabilimento di Chernobyl. Tali problemi furono in gran parte attribuiti alle apparecchiature scadenti, ma esisteva un altro vizio fondamentale, ben conosciuto: tutti i reattori RBMK possedevano almeno 30 difetti di costruzione noti. E soprattutto — cosa ancora più grave — diventavano instabili se attivati a bassa potenza.

La notte del 25 aprile 1986, l'équipe di controllo di Chernobyl avviò un esperimento sul quarto reattore per verificare quanto a lungo una turbina avrebbe continuato a generare potenza dopo un'interruzione, prima che le turbine di emergenza entrassero in funzione. Il test fu compiuto da due operatori inesperti, assistiti da 15 turnisti. Né il direttore né l'ingegnere capo erano presenti, e i circuiti d'emergenza furono disattivati per l'esperimento. Quando un operatore aumentò la potenza, provocò un'esplosione che fece saltare la copertura del quarto reattore. Le scorie radioattive raggiunsero l'altezza di un chilometro, e si stima che il 50–60% dello iodio 131 e il 20–50% del cesio 137 presenti nel nocciolo – i radionuclidi più pericolosi per la popolazione – si dispersero nell'atmosfera prima che il buco venisse tamponato 15 giorni dopo, triplicando la radioattività a livello mondiale. L'esplosione iniziale in realtà rilasciò solo poche centinaia di chilogrammi di particelle. Il resto fu disseminato da un incendio della grafite, una vampata a 700°C che ossidò la copertura del reattore numero 4. Il vento trasportò la nube radioattiva a nord-ovest, riversando la maggior parte della pioggia radioattiva sulla Bielorussia, a soli 10 chilometri dalla centrale. L'incendio di grafite si propagò al tetto dell'unità del terzo reattore. Inizialmente l'Unione Sovietica, con il suo segretario Michail Gorbacév, tentò di tenere nascosto il fatto all'opinione pubblica. Un comunicato di Radio Mosca del 28 aprile, in cui si ammetteva l'incidente e si riferiva la notizia di due decessi, fu rilasciato solo dopo che alcuni lavoratori di un impianto nucleare in Svezia trovarono tracce di radiazioni sulle scarpe prima di entrare nella centrale di Forsmark, deducendo che doveva essersi verificato un incidente in URSS. Rapporti più dettagliati apparvero sui giornali del 29 aprile, tre giorni dopo il disastro, in cui si riportava la notizia dei due morti, ma non venivano forniti ulteriori particolari.

In tutta risposta, il Politburo allestì un gruppo operativo agli ordini del Segretario dell'ideologia del PCUS Egor Ligacëv e del Primo ministro Nikolaj Ryzkov. Intanto, l'incendio continuava a divampare, richiedendo l'intervento di squadre di vigili del fuoco da Pripyat e Kiev, 130 chilometri a sud. Gli elicotteri fecero cadere piombo, boro e sabbia sul reattore per spegnere le fiamme. Pare che in 29, tra pompieri e addetti al pronto intervento, siano morti sul posto nei primissimi giorni.

Inizialmente, le autorità delimitarono l'area di evacuazione a un raggio di 10 chilometri attorno al reattore. Questa comprendeva Pripyat, la città costruita per gli operai della centrale, dove vivevano 45.000 persone, e Chernobyl, (10.000 abitanti). Tuttavia, per molti giorni la vita a Pripyat proseguì normalmente, e non vennero diramati avvisi sanitari agli abitanti. Gli uomini andavano a pescare, e si celebrarono almeno due matrimoni all'aperto. Poi, una commissione governativa assunse il controllo dell'area e iniziò a evacuare i residenti. Il 2 maggio, una settimana dopo l'incidente, Ligacëv e Ryzkov volarono a Chernobyl ed estesero da 10 a 30 chilometri il raggio della zona di evacuazione. Circa 60.000 persone furono evacuate tra il 2 e il 4 maggio, a una settimana dal disastro. I feriti più gravi furono trasportati nella clinica specializzata n. 6 di Mosca, gli altri furono condotti negli ospedali di Kiev. Il 4 maggio erano state ricoverate 1.882 persone, di cui 204 con gravi sintomi da esposizione alle radiazioni. A quel punto, un cambiamento nella direzione del vento portò a un forte aumento del fondo di radioattività naturale a Kiev (in cui vivevano 2,5 milioni di persone). L'8 maggio, i livelli di radioattività nel luogo in cui sorgeva il reattore erano 77.000 volte superiori alla norma.

A fine maggio, un mese dopo il fatto, la priorità divenne la costruzione di un tetto temporaneo per coprire il reattore distrutto dell'unità 4. Un'altra fonte di preoccupazione erano le tonnellate di materiali ritardanti che erano stati scaricati sull'incendio: si temeva che potessero spingere il reattore verso il basso, fino al livello della falda freatica, minacciando una cosiddetta "sindrome cinese", cioè il pericolo che il nocciolo del reattore, liquefacendosi, potesse farsi strada nel sottosuolo e scorrere verso il basso senza impedimenti — teoricamente, fino al centro della Terra. Vennero quindi impiegati minatori per costruire uno strato di cemento sotto il reattore. Altre attività furono la raccolta e il sotterramento dei depositi radioattivi — a partire dal tetto delle unità 3 e 4 — e la rimozione della "foresta rossa", un vicino bosco gravemente compromesso dalle radiazioni.


[...]


Circa 5.000 bambini nelle aree colpite hanno contratto questa forma di cancro. Anche se ancora compresi nei limiti europei, i livelli di leucemia sono creciuti sensibilmente in tutta la zona contaminata. I medici locali spesso attribuiscono alle radiazioni l'aumentata incidenza di malattie in precedenza rare. Alcuni scienziati citano anche un legame apparente tra le radiazioni e l'aumento di neonati con sindrome di Down o altre anomalie. Questa situazione è emersa in modo evidente solo dopo l'incidente del 1986, ed è diffusa soprattutto nelle egioni colpite dal fallout di Chernobyl.

Nel 2000, il governo ucraino ha chiuso definitivamente la centrale di Chernobyl. Ma avrebbero potuto verificarsi altri disastri di questo tipo? E abbiamo davvero imparato la lezione di questa tragedia? Evidentemente no. A distanza di soli due decenni dal melt-down di Chernobyl, i paesi colpiti si sono tutti impegnati nuovamente a favore del nucleare. La Russia, ricca di petrolio, ha avviato un programma di rapida espansione nucleare; l'Ucraina si affida all'atomo per il 40% del suo fabbisogno energetico; e la Bielorussia, che non dispone di petrolio né di gas, ha annunciato la costruzione di una nuova centrale nucleare nella regione di Mahileu, un'area già contaminata dall'esplosione di Chernobyl. I livelli di sicurezza post-sovietici restano minimi. Nonostante la presenza di aree radioattive abbandonate nel nord dell'Ucraina, nel sud della Bielorussia e in vaste porzioni di territorio russo, e malgrado la rapida diffusione di tumori e immunodeficienze, e la crisi sanitaria tra i bambini di queste ex repubbliche sovietiche, sotto molti punti di vista si stanno riproponendo oggi le condizioni che portarono al disastro di Chernobyl negli anni '80.

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Pagina 83

IMMAGINI DA UN GENOCIDIO

Come dovremmo reagire?

di OMER BARTOV

fotografie di MAGNUM PHOTOS


CHE COSA SENTIAMO? CHE COSA PENSIAMO E RICORDIAMO? Come reagiamo quando guardiamo queste immagini inquietanti provenienti da Ruanda, Cambogia, Bosnia e Kurdistan? Questi terrificanti ritratti della sofferenza e della brutalità umana, queste crude rappresentazioni di lutto inconsolabile e distruzione, questi momenti sconcertanti, quasi belli, mozzafiato, strani eppure stranamente familiari, bloccati in quella che sappiamo essere un'eternità di perdita e dolore, di rabbia silenziosa e odio stridente?

Le fotografie di atrocità possono mobilitare l'azione politica e sociale, soprattutto quando evocano altri contesti, già familiari, che ci ricordano le conseguenze dell'inazione e l'orrore che si annida dietro quelle immagini immobili nel tempo. Durante la guerra in Bosnia, un unico scatto che ritraeva uomini emaciati dietro il filo spinato di un campo improvvisato evocò in tutto il mondo il ricordo dei campi di concentramento nazisti e fece esplodere lo sdegno mondiale. Non ne scaturì immediatamente l'azione, ma l'opinione pubblica iniziò a elaborarla, facendo pressione sui governi.

Eppure le fotografie possono avere anche l'effetto contrario. Spesso le centinaia, anzi, migliaia di immagini provenienti dai campi di sterminio di tutto il mondo hanno solo un effetto paralizzante sul pubblico. Con il passare del tempo, i direttori dei giornali le spingono gradualmente verso le ultime pagine, poi smettono di pubblicarle. La familiarità alimenta l'indifferenza. I reportage sulla pulizia etnica nella ex Jugoslavia furono talmente tanti da creare un senso di sovraesposizione e stanchezza nell'opinione pubblica. Quanto orrore possiamo sopportare, mentre leggiamo i giornali e guardiamo la televisione nelle nostre calde, accoglienti case?

Potremmo chiederci, per esempio, cosa sarebbe successo se la CNN avesse trasmesso da Auschwitz nel luglio 1944, quando gran parte della comunità ebraica ungherese fu sterminata a una velocità senza precedenti, con i più sofisticati strumenti dell'epoca. Servizi di questo genere avrebbero fatto la differenza? La passività dimostrata di fronte al genocidio è una questione di segretezza, mancanza di informazioni, incapacità di comprendere e credere, come è spesso stato detto per l'Olocausto? O, come indicano gli stermini di massa dell'Africa contemporanea e di altri luoghi, non si tratta di una questione di segretezza, ma di una mancanza di volontà politica e di interesse pubblico? Sommergendo di immagini i media si ottiene un effetto simile all'assenza di qualsiasi copertura?

Sappiamo che la guerra in Vietnam divenne impopolare perché fu trasmessa nei salotti americani e perché (forse il motivo cruciale) rese necessaria una leva che minacciava di spedire ogni giovane a finire i suoi giorni in una giungla del Sudest asiatico. Assommate l'una all'altra, queste ragioni erano sufficienti per protestare.

Ma si protestò soprattutto per il fatto che fossero gli americani ad andare a morire, in Vietnam. Il monumento di Washington è dedicato agli americani vittime di una guerra in cui un numero di gran lunga maggiore di vietnamiti fu ucciso da armi americane in mani americane. Le foto di persone sconosciute che commettono atrocità contro un altro gruppo altrettanto sconosciuto in qualche parte lontana del mondo, usando lingue complicate e una retorica politica difficile da capire, sono una cosa completamente diversa.

Queste immagini raccontano verità che preferiremmo non conoscere. Hanno il potere di condurci in luoghi che non visiteremo mai, di mostrarci scenari che speriamo di non vedere mai. Eppure diventano anche parte del nostro vocabolario visivo, collegando epoche e geografie diverse, creando connessioni tra eventi altrimenti separati, indirizzandoci ad associare determinati tipi di persone alle atrocità, portandoci più vicini al luogo in questione e allo stesso tempo facendoci prendere le distanze da esso. Africani, popoli dei Balcani, ebrei: nelle nostre menti sono tutti in qualche modo collegati a rappresentazioni di violenza passata e presente.

Tuttavia, nello stesso tempo, le fotografie ci dicono molto poco. Comprendiamo chiaramente il dolore e la sofferenza che stanno dietro alle immagini dal Ruanda. Ma sapremmo dire se le vittime erano hutu o tutsi senza leggere le didascalie? In realtà, gran parte delle circa 800.000 vittime sfregiate, mutilate e assassinate in Ruanda nel genocidio del 1994 erano di etnia tutsi, ma i corpi e le ossa che vediamo qui potrebbero provenire con altrettanta facilità dal conflitto che ha ora luogo in Congo... o in Costa d'Avorio.

Si è detto che la sovraesposizione dell'opinione pubblica alle immagini degli ebrei sacrificati nell'Olocausto abbia creato un'associazione mentale tra ebrei e vittime; per alcuni, potrebbe aver persino fornito l'autorizzazione a scatenare altre violenze contro gli ebrei, o addirittura a opera di ebrei. Similmente, la sovraesposizione a immagini di sofferenza, mutilazione, brutalità e genocidio in Africa può creare un'associazione tra africani e depravazione, ferocia e disumanità, evocando stereotipi che hanno radici insidiose e di vecchia data nel pensiero occidentale. E le foto delle atrocità nei Balcani potrebbero aver recuperato una certa memoria collettiva europea di quel selvaggio angolo sudorientale, che restò a lungo sotto il dominio ottomano — un luogo di passioni estreme e di "odio eterno", una sorta di inferno esotico e familiare, inesplicabile ed esplosivo, con problemi che non potranno mai essere risolti.

Nel 1999, la Germania fu arroventata da feroci polemiche sollevate da un'esposizione itinerante che presentava più di 1.000 fotografie di atrocità perpetrate dall'esercito tedesco sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti tedeschi rimasero indignati quando scoprirono che, contrariamente a quanto era stato detto loro da genitori e nonni, i crimini nazisti non erano stati compiuti solo "alle spalle" dei soldati al fronte, ma dai loro stessi parenti che indossavano l'uniforme della Wehrmacht. Quando alcuni critici fecero notare che varie fotografie avevano didascalie scorrette, molti tirarono un sospiro di sollievo: forse l'intera esposizione era basata su false premesse. Le fotografie, infatti, non parlano: devono essere contestualizzate. Dobbiamo sapere chi c'è nella foto, come si è prodotta quella situazione e che cosa è accaduto in seguito. È anche utile sapere chi ha scattato la foto, a quale pubblico era rivolta e, se c'è una didascalia, chi l'ha scritta. Nel caso tedesco, emerse in seguito che alcune delle foto di quella esposizione mostravano sia vittime della NKVD, la polizia segreta sovietica, sia vittime dei tedeschi e dei loro collaboratori, che sterminarono gli ebrei locali per punirli per il loro presunto appoggio ai sovietici.

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Pagina 155

L'ULTIMO MILIARDO

Come possiamo porre fine alla povertà globale

di JEFFREY D. SACHS

fotografie dí JAMES NACHTWEY


È METÀ MATTINA IN MALAWI quando arriviamo in un piccolo villaggio, Nthandire, a circa un'ora dalla capitale. Abbiamo superato strade di terra battuta, donne e bambini che camminavano scalzi portando brocche d'acqua, legna da ardere e altri fagotti. La temperatura è soffocante. In questa regione in cui si coltiva granturco per sopravvivere, in un paese povero e senza sbocco sul mare nel sud dell'Africa, le famiglie si aggrappano alla vita in una terra implacabile. L'anno è stato più difficile del solito per la scarsità di piogge, e si vedono i raccolti inaridire nei campi.

Se nel villaggio vi fossero uomini abili in grado di costruire impianti per la raccolta dell'acqua piovana, la situazione non sarebbe così disperata. Ma, arrivando al villaggio, non vediamo nessun uomo robusto. Ci accolgono donne anziane e decine di bambini, ma non vi sono uomini o donne giovani in vista. "Dove sono i braccianti?", chiediamo. "Nei campi?" La persona che ci accompagna scuote la testa e dice di no. Sono quasi tutti morti: l'AIDS ha devastato il villaggio.

A Nthandire, la presenza della morte è opprimente. Sono le nonne a occuparsi dei nipoti rimasti orfani. Il margine di sopravvivenza è estremamente ridotto, a volte inesistente. Una donna ha 15 nipoti orfani. Il suo appezzamento di terra, meno di mezzo ettaro, è troppo piccolo per sfamare la famiglia, persino quando c'è abbondanza di piogge. In questa parte del Malawi, il suolo si è talmente impoverito che le rese dei raccolti sono un terzo del normale. Per via della siccità, quella donna non ricaverà quasi niente dalla terra. Fruga nel suo grembiule e ne estrae una manciata di semi di miglio, quasi marci e infestati dagli insetti, per l'impasto di farina che preparerà per cena – l'unico pasto che i bambini consumeranno quel giorno.

Le chiedo della salute dei piccoli. Indica una bambina di circa quattro anni e dice che ha contratto la malaria la settimana precedente. La donna l'ha portata in spalla per quasi dieci chilometri, fino all'ospedale più vicino. Quando sono arrivate, non c'erano farmaci disponibili. Le hanno detto di tornare il giorno dopo. Quando sono tornate dopo altri 20 chilometri a piedi, miracolosamente il chinino era arrivato. Quella bambina è sopravvissuta, ma da uno a tre milioni di bambini africani muoiono di malaria ogni anno.

Mentre ci inoltriamo nel villaggio, mi chino verso una ragazzina per chiederle il nome e l'età. Dimostra sette-otto anni, ma in realtà ne ha 12: anni di malnutrizione ne hanno bloccato la crescita. Quando le chiedo quali sono i suoi sogni, dice che vorrebbe essere un'insegnante e che si impegnerà per poterci riuscire. Io so che le sue possibilità di frequentare una scuola superiore o l'università sono scarse.

La condizione del Malawi nel 2004 è stata descritta da Carol Bellamy, ex capo dell'UNICEF, come la summa perfetta delle privazioni umane: catastrofe climatica, povertà, AIDS, malaria, schistosomiasi e altre malattie. Di fronte a questo orribile vortice, la comunità internazionale ha dimostrato di sapersi strappare i capelli per la disperazione, ma in concreto ha fatto ben poco. Non serve a nulla redarguire i moribondi dicendo loro che avrebbero dovuto fare di meglio. È compito nostro aiutarli a salire la scala dello sviluppo, o perlomeno dar loro un punto d'appoggio per raggiungere il piolo più basso.

In queste pagine si parla di porre fine alla povertà. Non è un pronostico. Non sto dicendo ciò che accadrà, ma solo spiegando che può succedere. Attualmente, più di 8 milioni di persone in tutto il mondo muoiono ogni anno perché sono troppo povere per restare in vita. I nostri giornali potrebbero tranquillamente riferire ogni mattina: "Oltre 20.000 persone sono decedute ieri per estrema povertà". Come? I poveri muoiono in corsie d'ospedale prive di medicinali, in villaggi privi di zanzariere antimalariche, in case prive di acqua potabile. Muoiono nell'anonimato, senza alcun commento pubblico.

Dopo l'11 settembre, gli USA hanno dichiarato guerra al terrorismo, ma hanno trascurato le cause più profonde dell'instabilità globale. I 500 miliardi di dollari che l'America spende ogni anno per l'esercito non compreranno mai una pace duratura, se si pensa che spendiamo un tredicesimo di quella cifra, circa 16 miliardi, per affrontare i problemi delle società destabilizzate dall'estrema povertà. La percentuale di entrate USA destinata alla questione è da decenni in diminuzione, ed è solo una piccola parte di ciò che l'America ha ripetutamente promesso, e ripetutamente mancato, di elargire.

Eppure, la nostra generazione potrebbe porre fine alla povertà entro il 2025. Per farlo, dobbiamo adottare un nuovo metodo, che chiamo "economia clinica" per sottolineare le affinità tra un buon sistema economico di sviluppo e una buona medicina. Nell'ultimo quarto di secolo, le politiche di sviluppo imposte dai paesi ricchi a quelli poveri sono state simili alle pratiche mediche del XVIII secolo, in cui i dottori usavano le sanguisughe per salassare i pazienti, finendo spesso per ucciderli. Un'economia di sviluppo deve somigliare di più alla medicina moderna: rigorosa, intuitiva e pratica. La povertà ha origini multiple, e tali devono essere le soluzioni. Acqua pulita, terreni produttivi e un sistema sanitario efficiente sono importanti quanto i tassi di cambio. La fine della povertà — un obiettivo che ci riguarda tutti — richiederà la cooperazione globale tra persone che non si sono mai incontrate e che non necessariamente si fidano le une delle altre.

Una parte del problema è relativamente semplice. Gran parte delle persone concorderebbe sul fatto che scuole, ospedali, strade, elettricità, porti, concimi, acqua potabile e strutture igieniche siano necessità fondamentali, non solo per la dignità e la salute, ma anche per far funzionare l'economia. Riterrebbe anche che i poveri possano dare il loro contributo per soddisfare tali necessità. Ma non crederebbe che il mondo possa effettivamente fornire tale aiuto. Se, come molti pensano, i poveri sono poveri perché sono pigri o i loro governi sono corrotti, che aiuto può dare la cooperazione globale?

Fortunatamente, queste sono idee sbagliate: possono spiegare solo in minima parte perché i poveri sono poveri. In tutti gli angoli del mondo, i poveri affrontano ostacoli che impediscono loro di raggiungere anche il gradino più basso dello sviluppo. Gran parte delle società con gli ingredienti giusti — porti, contatti con il mondo ricco, climi favorevoli, fonti energetiche adeguate e assenza di malattie endemiche — è sfuggita alla povertà. La nostra sfida non è tanto vincere pigrizia e corruzione quanto affrontare i problemi risolvibili, legati a isolamento geografico, malattie e rischi naturali, e farlo con nuovi accordi politici che possano far attuare tali misure. Ci servono progetti e meccanismi di responsabilità reciproca e di finanziamento. Ma, prima di mettere in opera questo apparato, dobbiamo capire che cosa significherebbe una tale strategia per le persone che possono essere aiutate.

Quasi la metà dei sei miliardi di abitanti della Terra è povera. Volendone dare una definizione, esistono tre livelli di povertà: asso- luta, moderata e relativa.

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INFETTI O AFFETTI

Curare l'AIDS nell'Africa subsahariana

di HELEN EPSTEIN

fotografie di TOM STODDART


LA PRIMA VOLTA CHE L'HIV FU IDENTIFICATO, NEL 1983, molti ricercatori pensarono che sarebbe stato facile sviluppare un vaccino. Oggi quell'ottimismo sta rapidamente svanendo. Per capire perché l'HIV sia un killer così potente, può essere utile sapere cosa accade quando una persona viene infettata.

L'HIV è un virus di forma sferica la cui superficie è ricoperta di piccole escrescenze. All'estremità di ogni escrescenza c'è una protuberanza che funziona come una chiave e permette all'HIV di entrare in particolari globuli bianchi, detti CD4, che aiutano a proteggere il corpo dalle malattie. Una volta entrato nelle CD4, il virus manomette la macchina che riproduce il DNA e costringe le cellule a produrre milioni di nuovi virus finché i globuli non si disintegrano oppure si raggruppano e muoiono. Nel sangue di un sieropositivo ogni giorno vengono sabotate e distrutte un miliardo di cellule CD4, mentre vengono prodotti 100 milioni di nuovi virus HIV.

Nel giro di poche settimane, il sistema immunitario comincia a produrre anticorpi che distruggono la maggior parte delle particelle del virus. Tuttavia alcuni dei nuovi virus sopravvivono mutando, infettando nuove cellule e continuando a riprodursi. Il corpo deve produrre nuovi anticorpi per combattere i mutanti ma questi, a loro volta, cambiano forma e richiedono una nuova risposta. In breve il virus si inserisce in così tante cellule CD4 che per il sistema immunitario diventa impossibile espellerlo senza autodistruggersi. Man mano che le CD4 muoiono, il corpo perde la sua capacità di rispondere a molte altre infezioni. Alla fine il paziente, lentamente consumato da malattie che sono innocue per le altre persone, muore.

Nel 1996 i ricercatori hanno dimostrato che una combinazione di farmaci anti-retrovirali può alleviare i sintomi e allungare, a volte di decenni, la vita delle persone sieropositive. Tali farmaci, però, non sono una cura, non funzionano per tutti e possono avere pesanti effetti collaterali. Inoltre non arrestano la diffusione del virus poiché le persone più suscettibili di diffondere il virus ad altre persone sono spesso quelle che si trovano nella fase iniziale d'infezione e non ricevono terapie. Curare i malati di AIDS in Africa, dove oggi vivono i due terzi dei sieropositivi, è particolarmente difficile, visto lo stato delle infrastrutture sanitarie; in queste condizioni, risulta difficile somministrare anche le medicine praticamente gratuite. Chi riceve le cure può così sperare di guadagnare, in media, solamente sei o sette anni di vita, perché in seguito il virus sviluppa una resistenza e necessita di farmaci di seconda e terza generazione, quasi introvabili in Africa. È vero, sette anni di vita sono molti per qualsiasi persona, specie se si tratta di una madre che altrimenti renderebbe orfani i propri figli. Ma sarebbe stato molto meglio, prima di tutto, se quella madre non fosse mai stata infettata.

Oggi la cosa più simile a un vaccino contro l'HIV è la circoncisione maschile che, come è stato dimostrato nel 2006, riduce i rischi di trasmissione del virus del 65% circa. La diffusione della pratica nei paesi a maggioranza musulmana dell'Africa occidentale potrebbe ampiamente spiegare perché in quelle regioni il virus è molto meno diffuso che nelle zone orientali e meridionali del continente. Ogni uomo desideroso di sottoporvisi dovrebbe avere accesso a un servizio di circoncisione sicuro e poco costoso. Ma potrebbero servire anni prima che si sviluppino servizi del genere e nel frattempo altri milioni di persone saranno infettate. Inoltre, anche nelle città dell'Africa occidentale, dove tutti gli uomini sono circoncisi, il tasso d'infezione da HIV è spesso piuttosto alto.

Per adesso, la nostra migliore arma contro il virus rimane il cambiamento delle abitudini. I medici hanno cercato di modificare i comportamenti fin da quando si è diffusa l'epidemia, 27 anni fa, ma le loro parole sono cadute nel vuoto. Che cosa si può fare allora?

Possiamo innanzitutto esaminare cosa è accaduto nei luoghi dove l'epidemia è stata arginata. Ho riflettuto sulla questione per quasi 15 anni e mi sono sempre più convinta che la chiave per combattere l'AIDS risiede in qualcosa per cui la sanità pubblica non ha un programma. La si potrebbe descrivere come un senso di solidarietà, compassione e sostegno reciproco, impossibile da quantificare o misurare. Non può che essere così. Dal momento che la nostra sessualità è forgiata dalla società e che il sesso, in sé, riguarda più di una persona, il cambiamento dei comportamenti non può che essere un'azione collettiva. Ecco perché la mobilizzazione sociale è così importante. Ed ecco perché la prevenzione dell'HIV è così difficile.

Ma a volte funziona. Per adesso, i due esempi più lampanti sono molto diversi: la piccola nazione dell'Uganda tra la fine degli anni '80 e i primi '90 e, pochi anni prima, la comunità gay mondiale. In entrambi i casi c'è stato un diffuso cambiamento dei comportamenti sessuali, con una diminuzione dei partner e un maggiore uso del preservativo. Tutto è accaduto così in fretta che, a posteriori, è sembrata una transizione simile a quelle che avvengono in natura, quando le nuvole si condensano e producono la pioggia.

In entrambi i luoghi, questi cambiamenti furono favoriti da uno straordinario attivismo che ha coinvolto i malati, le loro famiglie e i loro amici. Appena le notizie riguardanti una nuova malattia sono apparse nei giornali statunitensi nel 1981, la comunità gay si è subito attivata, discutendo pubblicamente di saune e preservativi, incatenandosi agli edifici governativi per protestare contro l'immobilismo delle autorità e assistendo gli amici in fin di vita. Se si visitano le sezioni dedicate all'AIDS nelle librerie, si troverà moltissima letteratura risalente a quel periodo: poesie, diari, libri d'arte e così via.

Qualcosa di simile è accaduto in Uganda, rendendo possibile una diminuzione del tasso dell'HIV del 70% circa durante gli anni '90. All'epoca lavoravo in Uganda e ricordo di aver pensato che sebbene l'epidemia fosse diversa da quella che riguardava la comunità gay, la risposta era stata straordinariamente simile. C'erano spettacoli, veglie, marce, tutti parlavano di AIDS e il dibattito sui preservativi e sui rapporti sessuali era molto forte. L'Uganda aveva un movimento femminista e l'AIDS rientrava perfettamente nella sua agenda politica. In tutto il paese, la gente si è offerta di assistere i malati e i loro bambini rimasti soli. Alcuni erano aiutati da donatori e chiese, ma il più delle volte da semplici volontari. Come mi ha spiegato un uomo che ricorda bene il periodo: "Andavamo semplicemente lì, ci occupavamo dei bambini, davamo una spazzata al pavimento, ci sedevamo e parlavamo con i malati. Non potevamo non fare niente".

Altrove in Africa, la malattia è stata avvolta da una coltre di silenzio. Quando ho visitato il KwaZulu-Natal, la provincia del Sudafrica con il più alto tasso d'infezione da HIV, ancora nel 2005, il silenzio che circondava l'epidemia era spettrale.

La chiesa cattolica ha gestito un programma di cure per l'AIDS in un ospedale locale. Ogni giorno vengono formate squadre di solidarietà per curare i malati, incoraggiarli a effettuare il test dell'HIV e, se necessario, sottoporsi al programma di cure. Ho passato una settimana seguendo questi assistenti nelle loro visite. Mentre andavamo da un'abitazione all'altra e ci sedevamo con pazienti in fin di vita e le loro famiglie, nessuno ha mai pronunciato la parola AIDS.

I malati ci hanno detto che soffrivano di ulcera, tubercolosi o polmonite. Gli orfani dell'AIDS dicevano che i loro genitori erano stati "stregati" da vicini gelosi. Molti malati di AIDS sono morti a casa loro, curati con compassione ma in silenzio, mentre il nome del loro male veniva avvolto in un lenzuolo di eufemismi. Di tanto in tanto, mi è stato detto che uomini e donne sieropositivi erano stati cacciati di casa, disprezzati dai loro familiari o silenziosamente licenziati appena era stata rivelata la loro patologia.

"Tutti sanno che si tratta di AIDS", mi ha detto uno dei membri delle squadre di solidarietà. "Ma nessuno lo ammetterà mai. Pensano che se hai l'AIDS, devi essere una prostituta o una persona che fa sesso in modo irresponsabile. Ecco perché lo negano".

Questi comportamenti stanno finalmente cambiando ma vale la pena chiedersi perché ci sia voluto così tanto tempo. Per un po', mi sono chiesta se non avesse qualcosa a che fare col fatto che gli ugandesi, come i gay, erano più informati, il che ha aperto la strada a una risposta più aperta, pragmatica e compassionevole all'epidemia.

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