Copertina
Autore Leonard Cohen
Titolo Il gioco preferito
EdizioneFazi, Roma, 2002, Le strade 60 , pag. 288, dim. 140x213x20 mm , Isbn 978-88-8112-358-2
OriginaleThe Favourite Game [1963]
PrefazioneSimone Barillari
TraduttoreChiara Vatteroni
LettoreElisabetta Cavalli, 2003
Classe narrativa canadese
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Pagina 13 [ inizio libro ]

1.
Breavman conosce una ragazza di nome Shell che si è fatta fare i buchi alle orecchie per mettersi lunghi orecchini di filigrana. I fori si sono infettati e adesso lei ha ha una piccola cicatrice su ciascun lobo. Lui le ha scoperte sotto i capelli di lei.

Una pallottola penetrò nel braccio del padre mentre saltava fuori da una trincea. Avere una ferita ricevuta in battaglia è un conforto per un uomo che soffre di trombosi alle coronarie.

Sulla tempia destra Breavman ha una cicatrice di cui Krantz gli ha fatto dono con una pala. Un diverbio per un pupazzo di neve. Krantz voleva usare dei pezzetti di lava per gli occhi. Breavman era ed è tuttora contrario a usare materiali estranei per decorare i pupazzi di neve. Niente sciarpe di lana, cappelli, occhiali. Allo stesso modo non ritiene giusto infilare carote in bocca alle zucche intagliate, né applicare orecchie di cetriolo.

Sua madre considerava l'intero suo corpo una cicatrice cresciuta su una perfezione anteriore che lei cercava negli specchi e nelle finestre e nei cerchioni delle ruote delle macchine.

I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne.

È facile esibire una ferita, le orgogliose cicatrici di battaglia. È difficile mostrare un foruncolo.


2.

La giovane madre di Breavman dava la caccia alle rughe con due mani e uno specchio che ingrandiva.

Quando ne trovava una consultava una fortezza di oli e creme schierati su un vassoio di vetro e sospirava. La ruga veniva unta senza fede.

«Questa non è la mia faccia, non la vera faccia».

«Mamma, dov'è la tua vera faccia?».

«Guardami. È così che sembro?».

«Dov'è? Dov'è la tua vera faccia?».

«Non lo so, in Russia, quando ero una ragazza».

Lui tirò giù dallo scaffale l'atlante enorme e cadde insieme al volume. Setacciò le pagine come un cercatore d'oro, finché non la trovò, tutta la Russia, pallida e vasta. S'inginocchiò su quelle distanze finché i suoi occhi si confusero e i laghi, i fiumi e i nomi diventarono una faccia incredibile, vaga, bellissima e facile da perdere.

La cameriera dovette trascinarlo a cena. Un viso di donna galleggiava sopra l'argenteria e il cibo.


3.

Suo padre viveva per lo più a letto o sotto una tenda a ossigeno all'ospedale. Quando era in piedi e camminava, diceva bugie.

Prese il bastone senza la fascetta d'argento e condusse il figlio sul Mount Royal. Lì c'era l'antico cratere. Due cannoni in ferro e pietra giacevano nel dolce avvallamento erboso che un tempo era un pozzo di lava bollente. Breavman voleva rimanere sulla violenza.

«Torneremo qui quando starò meglio».

Una bugia.

Breavrnan imparò ad accarezzare i musi dei cavalli legati accanto allo Chalet e come offrire loro zollette di zucchero sul palmo aperto.

«Un giorno andremo a cavallo».

«Ma se riesci appena a respirare».

Quella sera suo padre crollò sulla carta geografica con le bandierine dove pianificava la guerra, cercando a tastoni le fiale da rompere e inalare.


4.

Ecco un film fatto tutto dei corpi della sua famiglia.

Il padre punta la cinepresa sugli zii, alti e seri, boutonnières nei loro baveri scuri, che si avvicinano troppo ed entrano in una macchia fuori fuoco.

Le loro mogli sembrano formali e tristi. Sua madre indietreggia ed esorta le zie a entrare nell'inquadratura. In fondo allo schermo il suo sorriso e le sue spalle diventano fiacchi. Pensa di essere fuori campo.

Breavman ferma il film per studiarla e la faccia della madre viene divorata da una macchia dai bordi arancioni, che si allarga mentre la pellicola si dissolve.

Sua nonna siede all'ombra del balcone di pietra e le zie le presentano i bambini. Un servizio da tè d'argento brilla vivido nel primo Technicolor.

Suo nonno passa in rivista una fila di bambini, ma viene bloccato a metà di un cenno d'approvazione e distrutto da una fiammata arancione.

Nel suo lavoro di ricostruzione storica, Breavman sta mutilando la pellicola.

Breavman e i suoi cugini combattono piccole battaglie tra gentiluomini. Le ragazze fanno la riverenza. Tutti i bambini vengono invitati a balzare uno per volta oltre il vialetto lastricato.

Un giardiniere, timido e riconoscente, viene accompagnato alla luce del sole per essere immortalato insieme ai suoi superiori.

Un battaglione di mogli si accalca fianco a fianco, viene decimato dal bordo dello schermo. Sua madre è una delle prime a sparire.

Di colpo l'immagine è solo scarpe ed erba mentre il padre vacilla sotto un altro attacco.

«Aiuto!».

Spire di celluloide stanno bruciando intorno ai suoi piedi. Lui danza finché non viene salvato dalla bambinaia e dalla cameriera e punito da sua madre.

Il film va avanti notte e giorno. Sta' attento, sangue, sta' attento.


5.

I Breavman hanno fondato e diretto la maggior parte delle istituzioni che oggi rendono la comunità ebraica di Montreal una delle più potenti del mondo.

La battuta che circola in città è: «Gli ebrei sono la coscienza del mondo e i Breavman sono la coscienza degli ebrei». «E io sono la coscienza dei Breavman», aggiunge Lawrence Breavman. «E dawero, siamo gli unici ebrei rimasti; cioè, dei supercristiani, primi cittadini dalle zanne mozze».

L'impressione oggi, se qualcuno si desse il disturbo di esprimerla, è che i Breavman siano in declino. «State attenti», Lawrence Breavman ammonisce i cugini funzionari, «altrimenti i vostri figli parleranno con un brutto accento».

Dieci anni fa Breavman compilò il codice dei Breavman:

Siamo gentiluomini vittoriani di fede ebraica.

Non ne siamo assolutamente certi, ma è quasi sicuro che qualsiasi altro ebreo che abbia i soldi li ha fatti con il mercato nero.

Non intendiamo iscriverci a club cristiani, né indebolire il nostro sangue con matrimoni misti. Desideriamo essere considerati come pari, uniti per classe, educazione, potere, distinti per rituali domestici.

Ci rifiutiamo di oltrepassare la linea della circoncisione.

Siamo stati civilizzati per primi e beviamo meno di voi, pidocchiosi ubriaconi assetati di sangue.

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Pagina 51

«Come pensi che sia annegare, Krantz?».

«Dicono che perdi i sensi dopo aver ingerito una piccola quantità d'acqua».

«Quanta, Krantz?».

«Dicono sia possibile annegare in una vasca da bagno».

«In un bicchier d'acqua, Krantz».

«Dentro uno straccio bagnato, Breavman».

«In un kleenex umido. Ehi, Krantz, questo sarebbe un modo fantastico per ammazzare uno con l'acqua. Pigli il tipo e usi un contagocce, uno schizzo alla volta. Lo trovano annegato nel suo studio. Grande mistero».

«Non funzionerebbe, Breavman. Come si fa per tenerlo fermo? Gli resterebbero dei lividi oppure i segni di una corda».

«Ma metti che funzioni. Trovano il tipo accasciato sulla scrivania e nessuno sa com'è morto. Inchiesta del coroner: morte per annegamento. Ed erano dieci anni che non andava al mare».

«I tedeschi usavano un sacco d'acqua per le loro torture. Ti ficcavano un tubo di gomma su per il culo per farti parlare».

«Fantastico, Krantz. I giapponesi usavano un metodo dello stesso genere. Ti facevano mangiare una gran quantità di riso crudo e poi ti facevano bere un gallone d'acqua. Il riso si gonfiava e...».

«Sì, questa l'ho sentita».

«Krantz, vuoi sapere la peggiore di tutte? E sono stati gli americani a farlo. Ascolta, catturavano un giapponese sul campo di battaglia e gli facevano ingoiare cinque o sei cartucce di fucile. Poi lo facevano correre e saltare. Le cartucce gli dilaniavano lo stomaco e quello moriva di emorragia interna. I soldati americani».

«E quelli che buttavano i bambini per aria per esercitarsi con la baionetta?».

«Chi lo ha fatto?».

«Tutt'e due le parti».

«Questo è niente, Krantz, lo facevano nella Bibbia. "Felice chi scaglierà i suoi piccoli contro la roccia"».

Diecimila conversazioni. Breavman ne ricorda all'incirca ottomila. Stranezze, orrori, prodigi. Le fanno ancora, le loro conversazioni. Man mano loro crescono, gli orrori diventano mentali, le stranezze sessuali, i prodigi religiosi.

E, mentre chiacchieravano, la macchina filava per le strade sconnesse della campagna e il disc-jockey della notte metteva canzoni nostalgiche e, a una a una, le coppie in macchina sparivano da Edgewater, dal Maple Leaf, da El Paso. Le correnti pericolose del Lac St Louis si avvolgevano sui marinai dilettanti dei circoli della vela annegati nel fine settimana, i pendolari pionieri di Montreal respiravano la fresca aria pura di cui avevano comprato una quota e l'idea dei genitori in attesa rendeva più dolci i minuti della conversazione. Paradossi, perplessità, problemi si dissolvevano nella dialettica affascinante.

Accidenti, non c'era niente che non potesse essere fatto.

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Pagina 88

Tamara aveva gambe lunghe, Dio solo sa quanto. A volte alle riunioni occupava tre sedie. I capelli erano arruffati e neri. Breavman cercò di scegliere un ricciolo e seguirlo per vedere dove ricadeva e serpeggiava. Gli faceva sentire gli occhi come se fosse entrato in uno sgabuzzino di ragnatele senza polvere.

Breavman e Krantz si vestivano in modo speciale per dare la caccia alle donne comuniste. Completi scuri, panciotti abbottonati alti sulle camicie, guanti e ombrelli.

Partecipavano a tutte le riunioni del Communist Club. Sedevano con atteggiamento maestoso in mezzo ai partecipanti che tenevano i colletti slacciati e masticavano i loro pranzi fatti di panini tirati fuori da sacchetti di carta.

Durante un noioso discorso sulla guerra batteriologica americana, Krantz sussurrò: «Breavman, perché i sacchetti di carta con dentro il pane bianco sono così brutti?».

«Sono contento che tu me l'abbia chiesto, Krantz. Reclamizzano la fragilità del corpo. Se un drogato portasse l'ago ipodermico appuntato al bavero, proveresti esattamente lo stesso disgusto. Un sacchetto rigonfio di cibo è una specie di intestino denudato. Sta' pur sicuro che i bolscevichi tengono in mano il loro sistema digerente!».

«Basta così, Breavman. Immaginavo che lo sapessi».

«Guardala, Krantz!».

Tamara si era impossessata di un'altra sedia per le sue membra misteriose. Nello stesso momento il presidente interruppe l'oratore e agitò il martelletto verso Krantz e Breavman.

«Se voi due buffoni non state zitti, ve ne andate immediatamente».

Si alzarono per chiedere formalmente scusa.

«Giù, giù, limitatevi a stare zitti».

La Corea brulicava di insetti yankee. Avevano delle bombe piene di zanzare contagiose.

«Adesso ho delle domande da farti, Krantz. Cosa succede sotto quelle camicette da contadina e quelle gonne che porta sempre? Fino a dove arrivano le sue gambe? Cosa succede dopo che infila i polsi nelle maniche? Dove cominciano i seni?».

«È per questo che sei qui, Breavman».

Tamara aveva frequentato la sua stessa scuola superiore, ma a quell'epoca non l'aveva notata perché era grassa. Facevano la stessa strada per andare a scuola, ma lui non l'aveva mai notata. La lussuria gli allenava lo sguardo a escludere tutto quello che non poteva baciare.

Ma adesso era alta e sottile. Il labbro inferiore carnoso si ripiegava sulla propria piccola ombra. Però si muoveva in modo sgraziato, come se le membra fossero ancora appesantite dalla massa di carne che lei ricordava con amarezza.

«Sai uno dei motivi principali per cui la desidero?».

«Conosco la ragione principale».

«Sbagli, Krantz. È perché abita a un isolato di distanza da me. Mi appartiene per la stessa ragione per cui mi appartiene il parco».

«Sei molto malato».

Un minuto dopo Krantz disse: «Questa gente non ha tutti i torti sul tuo conto, Breavman. Sei un imperialista delle emozioni».

«Ci hai pensato molto prima di dirlo, vero?».

«Un po'».

«È buona, come battuta».

Si strinsero la mano con solennità. Si scambiarono gli ombrelli. Si strinsero reciprocamente il nodo della cravatta. Breavman baciò Krantz su ciascuna guancia come un generale francese che distribuisce medaglie.

Il presidente picchiò il martelletto per proteggere la riunione.

«Fuori! Non ci interessa uno spettacolo di varietà. Andate a esibirvi in montagna!».

La "montagna" significava Westmount. Decisero di accettare il consiglio. Fecero un numero di tip-tap al Belvedere, felici della loro assurdità. Breavman non riusciva mai a imparare i passi, però gli piaceva far dondolare 1'ombrello.

«Sai perché mi piacciono le donne comuniste?».

«Sì, Breavman».

«Sbagli di nuovo. È perché non credono nel mondo».

Si sedettero sul muro di pietra, voltando la schiena al fiume e alla città.

«Presto, Krantz, prestissimo sarò in una camera con lei. Saremo in una camera. Ci sarà una camera intorno a noi».

«Ciao, Breavman, devo studiare».

La casa di Krantz non era distante. Diceva sul serio, ci andò davvero. Era la prima volta che Krantz aveva...

«Ehi!», gridò Breavman. «Hai interrotto il dialogo».

Non era più a portata d'orecchio.

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Pagina 170

Sto andando a pezzi, pensò Breavman. Era contento fino alle lacrime per quella conversazione banale. Si sedette a un tavolino, con le mani intrecciate sopra la tazza di tè, godendosi il calore. Fu allora che vide Shell per la prima volta.

Una fortuna incredibile: lei era seduta da sola e invece no, c'era un uomo che si avvicinava al suo tavolo, tenendo una tazza in equilibrio in ciascuna mano. Shell si alzò per prendergliene una. Ha i seni piccoli, mi piacciono i suoi vestiti, spero che non abbia un posto dove andare, pregò Breavman. Spero che resti seduta lì tutta la notte. Si guardò intorno nella tavola calda. La fissavano tutti.

Lui si premette gli angoli degli occhi con il pollice e l'indice, con il gomito sul tavolo, un gesto che aveva sempre considerato fasullo. Il colonnello segnato dalla guerra che sta alla scrivania e firma l'ordine per mandare i ragazzi, i suoi ragazzi, nella missione suicida, e poi lo vediamo irrigidito a causa della lista delle vittime, e tutte le segretarie sono andate a casa, lui è solo con le sue carte irte di spilli, e magari c'è un montaggio delle reclute durante l'addestramento, primi piani di quelle facce giovani.

Adesso ne era sicuro. Da molto tempo non gli accadeva di imparare qualcosa su di sé. Non voleva legioni da comandare. Non voleva stare affacciato a nessun balcone di marmo. Non voleva cavalcare con Alessandro, essere un ragazzo re. Non voleva calare il pugno sulla città, guidare gli ebrei, avere visioni, amare le folle, portare un marchio sulla fronte, guardare in tutti gli specchi, nei laghi, nei coprimozzi delle ruote, cercando un riflesso di quel marchio. Per favore, no. Lui voleva conforto. Voleva essere confortato.

Tirò fuori dal bicchiere il mazzo dei tovagliolini, asciugò su un angolo l'eccesso d'inchiostro della penna a sfera e scarabocchiò nove poesie, sicuro che lei sarebbe rimasta lì finché scriveva. Lacerò i tovagliolini premendoci sopra la penna, e non riusciva a leggere tre quarti di quello che aveva scritto; non che valesse granché, ma questo non c'entrava niente. Ficcò quei resti nella giacca e si alzò. Era armato di amuleti.

«Mi scusi», disse all'uomo che era con lei, senza guardarla.

«Sì?».

«Mi scusi».

«Sì?».

Forse lo dirò altre dieci volte.

«Mi scusi».

«Posso fare qualcosa per lei?». Una punta d'ira. L'accento non era americano.

«Posso... vorrei parlare con la persona che sta con lei». Il cuore gli batteva così forte che gli sembrava di trasmettere quei battiti come il segnale orario prima del notiziario.

L'uomo gli diede il permesso girando verso l'alto il palmo della mano aperta.

«Penso che lei sia bella».

«Grazie».

Lei non pronunciò la parola, la bocca la formulò mentre si guardava le mani delicatamente intrecciate e composte sul bordo del tavolo, come quelle di una scolaretta. Poi lui uscì dal locale, grato che si trattasse di una tavola calda e di avere già pagato il conto. Non sapeva chi fosse la donna né che cosa facesse, ma non aveva nessun dubbio che l'avrebbe rivista e conosciuta. lO. Alla fine del quinto anno di matrimonio Shell si fece un amante. Fu poco dopo aver iniziato il suo nuovo lavoro. Sapeva quello che faceva. 171

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