Copertina
Autore Michael Collins
Titolo emerald underground
Edizionemanifestolibri, Roma, 2002, munizioni 6 , pag. 248, dim. 142x210x18 mm , Isbn 978-88-7285-295-8
OriginaleEmerald Underground
EdizioneOrion Books, Dublin, 1998
TraduttoreGaja Cenciarelli
LettoreRenato di Stefano, 2003
Classe narrativa irlandese
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Indice

Purgatorio                7
Metamorfosi              17
Angel e Sandy            27
Prigionieri di guerra    33
Mattatoio                41
Fuga                     53
Sull'autostrada          67
Il campeggio             81
La moglie di Bill Hayes 101
Allenamento             115
Cancro                  131
Salvezza                153
Sorveglianza            175
Vigilia di distruzione  199
Discorso d'incitamento  215
Ritorno                 229

 

 

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Pagina 7

PURGATORIO



Passai due mesi da immigrato clandestino abbandonato a se stesso allo Stelle e Strisce, un motel di Paramus nel New Jersey - solo raffinerie chimiche e autostrade che s'intersecano all'infinito, una vera merda. Durante la mia prima settimana in America subii una metamorfosi tipo quella di Gregor Sampa: pelle che cadeva a brandelli, carne che si gonfiava di vesciche come se fosse sul punto di esplodere. La combustione di sostanze chimiche irritava gli occhi e seccava la gola. Un po' per i pidocchi nel letto un po' per i rifiuti chimici o anche per il caldo afoso, Cristo, vivevo in completo isolamento, una specie di uomo-serpente mutante di quei film che si vedono il sabato pomeriggio.

Di tornare a casa naturalmente non se ne parlava. Quando fai la cazzata che ho fatto io, e non finisci gli studi, agguanti il foglio di via e vai a farti fottere fuori dall'Irlanda. Il nome del gioco era immigrazione. Inghilterra, Australia, Canada. Sgattaiolare in America. Tutto tranne che restare a casa.

Questo motel era un bordello di totale degrado morale, porte e divisori di scadenti tendine nascondevano di tutto: corpi esausti drogati e rattrappiti; paranoici che sfuggivano la luce del giorno. Uomini d'affari passavano lì qualche ora a scoparsi puttane specializzate in sadomaso o feticismo, oppure quelle che non erano donne affatto ma travestiti o punk pelle e ossa: accannati che gironzolavano e sembravano scheletri, piegati a infilarsi i loro roditori su per il culo a vicenda.

Le pareti erano sottili. Potevi dare un calcio a qualcuno e farlo entrare direttamente nella stanza accanto cosa che era accaduta più di una volta da quando stavo lì, specialmente con i messicani che si sbronzavano ogni notte e tiravano bottiglie dalla terrazza. Mi chiamavano «Amigo» e «Hombre». Erano tutti lavapiatti e aiuto camerieri.

Durante quella prima settimana in America l'infezione alla pelle mi paralizzò completamente. Ogni volta che ci ripenso mi domando perché non mi tagliai le vene. Ero ridotto a un fenomeno da baraccone abbandonato nella propria stanza. Arrancavo per il corridoio, un'umida tela di garza intorno al viso come la Mummia, verso il distributore di Coca. Spacciatori ammucchiati l'uno sull'altro sotto le coperte come una setta primitiva, creature ai margini della grande metropoli. Osservavo il profondo pulsante movimento delle luci per la strada, il paradiso alieno dei non-clandestini. Le porte rimanevano aperte sul commercio notturno di carni affamate e desideri dove pellegrini tremanti arrivavano a implorare salvezza, schiaffeggiandosi vene morte (infierendo sulle vene sfinite). Io restavo nel bagliore rossastro del distributore di Coca, bevevo attraverso il piccolo strappo nella garza che mi copriva il viso, e ascoltavo. Nel buio di quelle stanzette nutrivano le vene, offrendosi al proprio dio con una puntura di sangue sacrificale. Ne percepivo le sagome scure all'interno, ascoltavo il debole brusio dei loro gemiti, vedevo le ombre proiettate dalla fiamma blu dei fornelletti a metano. In quel buco infestato di sperma e di desideri effimeri pensai per un attimo di essere stato vittima di una qualche epidemia. Mi sentivo uno schifo, dilaniato tra la paura della malattia e i luoghi comuni della disperazione americana. La cosa buffa era che non stavo in America neanche da una settimana e già simboleggiavo la solitudine e l'abbandono.

Benvenuti in purgatorio. La mia stanza puzzava di diesel e di insetticida. Il grasso colava da tutte le parti. I tappeti erano incrostati di vomito. Le pareti erano bruciacchiate e marroni a causa di un vecchio incendio. Puzzava come dopo un'inondazione, umidità di fogna e di degrado, gli scarafaggi in attesa in quel marrone rovente. Sudavo a catinelle. Non c'era da meravigliarsi che avessi quel problema alla pelle. Ero una creatura del Nord Atlantico, un essere a sangue freddo proveniente da un'isola piovosa. Fu una sfida formidabile per il mio codice genetico: adattarsi o soccombere. In quei primi giorni di catalessi mi assalì una sorta di nichilismo. Rivissi il passato, piangevo sommessamente ricordando fin nei dettagli cosa mi era successo a casa. Sentii l'immensità dell'America aprirsi come una ferita. Fuori i camion si muovevano ai margini della coscienza attraverso l'inebriante oscurità delle autostrade. Dentro mi perdevo negli incubi, gironzolando intorno a un passato improvvisamente oscurato dal volo transoceanico. Le immagini della partenza guizzavano come la grigia bobina di un film mentre mi rannicchiavo solo.

Non che sia stato io a scegliere questo buco di merda per la mia nuova vita. La storia della mia fine è una saga lunga. e devastante. Sono stato abbindolato dal piano dell'amico-di-un-amico, sapete, con la storia della stanza e dell'emigrazione in generale. Tutto venne fuori nella vecchia casa di Limerick, una faccenda da tè e biscotti su tovaglietta bianca. Eddy McDonald, un agente dell'immigrazione di Limerick, aveva dei legami negli Stati Uniti con quella che lui chiamava l'Emerald Underground. Mi si presentò con questo piano - maledetto piano - che però finì nelle mani dei miei genitori; e mi si incollarono addosso per un mese. Eddy, un 'amico di famiglia', uso il termine con ironia, mi aveva fatto assumere in una ditta di carni in scatola di New York. Disse che la paga era fantastica, meglio che grattarsi la pancia nel Bronx dietro le sbarre. Apprezzavano gli irlandesi in quella ditta di carni. Siamo gran lavoratori, ciò che conta in America è questo.

Tutta quell'ipocrita ostentazione, il tè nel bricco, il fritto che sfrigolava in padella, fette deliziose di pane bianco e nero all'uvetta.

«In teoria suona bene» fu tutto quello che disse Pa' grattandosi il mento come se avesse fiutato qualcosa. Capii che voleva sapere quanto gli sarebbe costato liberarsi di me. Ero il maggiore. Sarei stato un esempio.

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Pagina 36

Il camionista guardò Sandy, che si guardava intorno con ansia mentre si frugava nella tasca. Il camionista disse, «Tutto quello che so io è che questo è il miglior paese che sia mai esistito!». Il camionista comprò una bandiera dei Prigionieri di Guerra.

«Non mi fraintendere, amico. Ho rischiato la vita per questa nazione. Ma vi chiedo allora, signori miei, che cosa cazzo sta succedendo, visto che c'è gente a Detroit che ha dato la vita ad una società ed ora sta per essere licenziata come se valesse meno della merda?»

Il camionista risalì sul suo camion e appese la bandiera dei Prigionieri di Guerra all'entrata, dove dormiva. «Sindacati! Ecco che cosa ci ha fregato quando eravamo a combattere da quei maledetti musi gialli. Ci siamo ritrovati una nazione gonfia del grasso dei sindacati. Merda, chi cazzo sei per prendere diciotto dollari l'ora e solo per avvitare un maledetto bullone nel finestrino di un auto?»

«Queste non sono altro che cazzate reganiane. Gesù, demolire l'America nascondendosi dietro alla sua fottuta bandiera. Di cosa pensi che possa vivere la gente?»

«Io mi faccio il culo per me stesso. Non è su questo che si basa il nostro paese? L'indipendenza? Sindacato è sinonimo di Comunismo». il camionista indicò se stesso, poi lasciò che il suo dito si muovesse descrivendo un cerchio attorno a lui per indicare il suo mondo, il camion, e poi si batté sul cuore.

«Badare a se stessi, è questo che la gente deve imparare a fare». Il camion sibilò e cominciò ad emettere il lungo ronzio del cambio delle marce mentre usciva dal parcheggio, dirigendosi verso l'autostrada.

Sergente John sembrava disorientato. «Hai mai desiderato di essere morto?»

Comprai anche io una bandiera dei Prigionieri di Guerra e me ne tornai nella mia stanza. Anche se ero arrivato da poco tempo in America, stavo imparando alla svelta. Avvertii quel senso di solitudine, lo strano individualismo di cui gli Americani parlavano sempre. Tutti quei giorni da solo, passati a guardare la televisione, ti facevano sentire insignificante. Aveva il potere di massacrarti, ma non dicendoti che eri uno stronzo, perché almeno in quel caso potevi incazzarti con la televisione e gridare quanto ce l'avevi duro. No, non ti dava l'opportunità di mettere insieme una frase di protesta. Quello che la televisione faceva alla gente era celebrare il successo degli altri, offrendole la possibilità di imparare il segreto del loro successo. In altre parole, eri tu il problema, se continuavi a startene seduto sul tuo culo, non il sistema. Stavo appendendo la bandiera dei Prigionieri di Guerra e fissavo la televisione, che era tutto quello che facevo dalla mattina alla sera, con la porta aperta, quando sentii Angel di fuori. Mi alzai e la seguii con lo sguardo.

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Pagina 63

Angel guardò il cuoco e poi me. «Marvin fa i frullati migliori del mondo, e ci mette una ciliegina sopra». Lì per lì, il suo sorriso sistemò tutto. Lasciammo la porta chiusa. Guardai di fuori e la pioggia ancora si rovesciava giù da un cielo oscurato. Qualcosa di terribile mi stava dando i brividi. Era uno di quei giorni che dura una vita, uno di quei giorni che ti fa invecchiare, che ti fa sentire che la vita è una vera e propria merda, e che tu non ci puoi fare niente. Niente di tanto drammatico come pugnalare un cuoco, certo, ma la sensazione era la stessa. Addio gioventù, addio bellezza, addio sogni di rispettabilità. Buongiorno quarantamila bambini, buongiorno case popolari, buongiorno pub. Ora sapevo perché mio padre aveva conciato per le feste mia madre fino a ridurla una piaga vivente. La pugnalava ogni notte nei suoi incubi, sfogando così la sua frustrazione. Ma perlomeno tutte quelle cazzate potevano sprofondare dolcemente nell'oblio, non come me in questo posto, completamente solo. Capivo cosa provava mio padre, capivo la disperazione e l'odio morboso che provava per aver avuto un coglione come me. Avevo quasi messo le mani su una borsa di studio, non c'era nulla che potesse impedirmi di dargli la soddisfazione di aprire il giornale e leggere di suo figlio, e che potesse impedirgli di vantarsi giù al pub con la sua pinta di birra e quel bastardo di Setanta. Era questo che voleva, e io invece lo avevo privato di qualsiasi dignità. 'Fanculo! Ero IO ad aver perso la dignità.

Il cuoco andò dietro il bancone, e subito il sibilo della carne che cuoceva riempì la notte, sostituendosi alla monotonia della pioggia che continuava a cadere. Tagliò una cipolla e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Ero distrutto dalla fame. Qualsiasi altra sensazione mi abbandonò, per lasciare il posto alla fame e al mal di testa. La fame ritornò ad occupare il posto che le spettava nella gerarchia dell'autoconservazione e invocò la sua razione di cibo.

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Pagina 67

SULL'AUTOSTRADA



Stavo sul sedile anteriore, accasciato addosso alla portiera: Dio onnipotente, che disperazione. Mi pulsava la testa, soffrivo ancora per le conseguenze di quella corsa disastrosa sul mio organismo, e l'orecchio si stava risvegliando in una stilettata di dolore. Grazie a Dio avevamo mangiato. Il cibo si era sistemato nelle cavità più profonde del mio corpo. Riuscivo quasi a sentirne gli effetti benefici. Avrei voluto rimpinzarmi come un maiale e dormire per un anno intero, per quanto ero stanco. Mi sentivo ancora in balìa del letargo. Il delirio di quella notte mi aveva trasportato in quel mondo di clandestini, a insinuarmi furtivamente tra i sogni degli americani, a tritarne le carni, una macabra figura del terziario. Non era strano che a quelli dell'immigrazione non fregasse un cazzo di espellerci. Sapevo di qualche ragazza irlandese che lavorava come cucitrice, abbandonata per giorni a se stessa, costretta a finire i vestiti da sposa per le signore dell'alta società di Park Avenue. E quei poveri vecchi idioti polacchi che avevo conosciuto per via del Fossile, che lavoravano nel quartiere della moda di New York, che si erano fatti il culo per pagarsi la possibilità di cucire monogrammi per i brokers di Wall Street. E non parliamo di chi aveva costruito New York, un invisibile esercito di irlandesi, incatenati in un mondo di lavoro, di alcool e di immobilità, a meno che non si voglia definire mobilità l'arrampicarsi sulle impalcature. Ecco che cosa significava emigrare, un'esistenza di umiliazioni, di falsità, di balle al telefono, a dire ai vecchi giù a casa quanto tutto fosse grandioso, ma la verità trapelava comunque dalle bugie. Non mi facevo illusioni sul significato dell'America. Nessuno di noi se le faceva. La menzogna però sopravviveva, come succede spesso nella Terra della Lingua Biforcuta.

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Pagina 82

Distolsi lo sguardo per fissare un campanile disadorno, esempio del rigore della religiosità amish. Sapevamo tutto delle follie della Riforma, di Lutero e di Calvino, quei due svitati che eliminarono le indulgenze, distrussero tutte le statue e diedero al Papa e alla Madonna il foglio di via. Ero nella Terra Promessa dei perseguitati. Gesù Cristo, quanta strada avevo fatto dal riformatorio. Forse era proprio questo il senso del mio viaggio, e cioè che c'erano altri mondi, altre vite da vivere in altri continenti, città di cui non avevo mai sentito parlare, in Africa, in Australia, in Sud America o chi cazzo sa dove.

Mi sentii insignificante e senza valore. Tutto mi sembrò ingiusto e insensato. Non c'era un passato cui aggrapparsi qui in America, né una lenta transizione verso una nuova vita, solo un brusco cambiamento, e la consapevolezza che la vecchia vita era finita per sempre. Era dura da accettare, nessuno di cui potersi fidare, nessun rifugio, nessuno che ti aiutasse e ti preparasse alla vita come avevo visto fare a casa. Voglio dire, era in quel modo che pensavo si facesse, non certo così. come quando cominci a diventare vecchio. A poco a poco metti su pancia, gli occhi ti si stancano e ti si afflosciano. Eviti lo sport, ti limiti a leggere il giornale, e ci metti una vita a farti un drink. Qua e là compare qualche striatura grigia, ma sempre poco a poco. Improvvisamente te la ritrovi addosso. così che l'evoluzione ha risolto la questione del nostro decadimento fisico, strisciando lenta e gentile, ma con fermezza. E se fossi come Rip Van Winkle e ti addormentassi per renderti conto al tuo risveglio che sei vecchio e che tutti gli altri sono morti e ti ritrovassi a trascorrere il resto dei tuoi giorni ricordando il passato senza riuscire più a comprendere il presente? Almeno con i vecchi immigrati c'era una specie di lotta di classe, c'era senso di identità, e passavano tutti per Ellis Island. Per quanto potesse essere brutto, gli immigrati si portavano dietro le loro abitudini e le loro tradizioni. Andavano ad abitare nei bassifondi e continuavano a vivere la solita vita. Affrontavano insieme quel cambiamento. E 'fanculo! almeno non erano clandestini. Ma che dire di me e di quelli come me, dei fottuti bastardi che dopo essersi lasciati dietro una lunga scia di lacrime arrivavano in America senza neanche il diritto di starci?

Vivevamo in un'epoca terribile dove il numero delle nascite era talmente alto che neanche una calamità naturale sarebbe riuscita a sterminarci. Oh, anni tristi, nemmeno l'ombra di una guerra a mandarci a morire, nemmeno un'epidemia a contagiarci. Non c'erano nazionalismi, né tristi orazioni funebri. Eravamo scomparsi, profughi trascinati negli aeroporti, o giù nei porti, le navi pronte a salpare per l'Inghilterra, buttati fuori a calci uno per uno, ma almeno lì non saremmo stati clandestini. Io invece ero solo una nullità sopravvissuta alle malattie alla carestia e alla guerra, e la mia terra mi osservava confusa vedendomi vagabondare qua e là. Ero un coglione ignorante, una minaccia per l'incolumità altrui laggiù, uno che si metteva a spiare le vecchiette, puntando nel corridoio alla cassetta nera dei soldi del gas, pensando di entrare per fregare le monetine da dieci centesimi. In genere era questa l'idea che avevano tutti dell'Irlanda, quella della solita Sean Bhean Bhocht, La Povera Vecchietta con i suoi quattro campi verdi e cazzate simili. Era la nostra Madrepatria, l'Irlanda, che attraversava l'oceano con lo sguardo per vedere tutti i suoi figli morti e dispersi, la terra pesante coperta dai corpi stremati dalla fame, e tutto per colpa degli inglesi bastardi, perlomeno questa era la linea del partito. Io dico, d'accordo, tanto di cappello al legame che una volta ci univa. Glielo concedo, alla storia, e canterò e piangerò in onore dei nostri morti. Non fraintendetemi, ci hanno ridotti alla fame e ci hanno ucciso. Ma ora è diverso, stiamo parlando del presente.

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Pagina 99

Uscii dalla macchina e andai verso il gabinetto, l'aria era tiepida. Sentivo gli uomini discutere nelle tende, giocare a carte. Un profumo di whiskey fluttuò nell'aria, assieme al profumo di carne arrosto. Al buio sembrava quasi un treno merci in sosta, impigliato nella notte con i suoi sogni di un futuro migliore, e la gente che vi aveva caricato le sue cose, le aveva sistemate e si era portata tutto dietro. Rimasi in silenzio e ascoltai la gioia composta di uomini e donne, il russare di qualcuno che dormiva, e pensai dentro di me che non ero poi l'unico ad aver corso il rischio di andarsene da casa. Tutte quelle tristissime nenie di dolore riposte al sicuro nella mia memoria erano o no canti di emigranti, sogni alla deriva di chi era andato in America e non aveva più visto casa sua, irlandesi volati all'altro mondo sulle ferrovie che attraversavano i campi o irlandesi precipitati dai grattacieli di New York. Mi feci un giro lì intorno e aspettai che la tensione si allentasse. Sentivo che Pa' stava mettendo via l'uniforme da cowboy, e si preparava ad una notte di letargo, lui e il cane, come un cancro fatto di colpa che aspetta al di là della coscienza, pronto ad aggredirmi, per tutto ciò che ancora non era stato detto, e per quello che avevo fatto laggiù.

Tornai alla macchina, mi stesi sotto la cerata e mi avvolsi nella coperta di crine. I grilli frinivano nel buio, e io mi sentivo relativamente al sicuro al pensiero di essere lontano dal New Jersey. Non m'importava quanto fosse brutto il campeggio, era una tregua nel viaggio e per me rappresentava comunque una tregua col passato. Ce la stavo facendo. Avevo trovato il modo per entrare nel cuore dell'America. Chiusi gli occhi, aspettai che il senso di colpa straripasse come al solito in un'emorragia e dissi, «Buonanotte Pa'», ma lui non rispose, e io sprofondai in un sonno senza sogni.

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