Copertina
Autore Michele Colloca
Titolo Dall'Etiopia a Roma
SottotitoloLettere alla madre di una migrante in fuga
EdizioneTerre di mezzo, Milano, 2009 , pag. 98, cop.fle., dim. 11,4x16,5x0,8 cm , Isbn 978-88-6189-082-4
CuratoreMichele Colloca, Mussie Zerai Yosief
LettoreGiangiacomo Pisa, 2010
Classe biografie , paesi: Italia: 2000 , paesi: Etiopia
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Una storia unica, come tante                     5
Prima di tutto persone                          10

Mappa                                           13
Se la tranquillità è un vento effimero          15
Etiopia ed Eritrea: fratelli, nemici            18
In Sudan                                        21
Verso la Libia                                  24

Lettere alla madre                              27

Oggi. Nota dei curatori                         95


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

Se la tranquillità è un vento effimero


Simret oggi è una giovane donna di 19 anni, cresciuta in un piccolo villaggio alla periferia meridionale di Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia. Quando nasce, i suoi genitori, di origine eritrea, sono giovanissimi. Non sono sposati e per questo, in una società dove la convivenza dà scandalo, sono considerati dei "diversi" e motivo di pettegolezzo. Ma loro di questo non si curano: sono felici, benché molto poveri.

Purtroppo la tranquillità a volte è un vento effimero: alla nascita di Simret, il padre diventa inquieto, triste. Spaventato, forse, dalle nuove responsabilità. Abbandona la famiglia. Nella sua terra natale, l'Eritrea, non si sarebbe certo potuto permettere un simile comportamento: al contrario, avrebbe dovuto sposare la compagna incinta. In Etiopia, invece, lontano dalle proprie tradizioni, si sente al sicuro, libero. Anche di sparire per sempre. Simret non lo conoscerà mai.

La madre è profondamente amareggiata, ma altrettanto decisa a ricominciare daccapo. Anche se non ha alcun titolo di studio, si mette alla ricerca di un lavoro. Trova un posto come domestica poco distante dal suo villaggio. Per questo, è disposta a rinunciare anche alla nethella, il velo tradizionale eritreo che indica che la donna si sta prendendo cura dei propri cari, allevando i figli con grande dignità. Lavorare per un'altra famiglia significa perdere automaticamente questa dignità, costretta com'è a prendersi cura di bambini altrui. Il salario non è un granché, ma con l'aiuto della parrocchia locale e di alcune organizzazioni non governative internazionali le due donne riescono ad andare avanti.

In quel periodo Simret trascorre tutta la giornata a casa dei vicini, brave persone che però non hanno tempo per badare a lei, troppo prese dalla cura dei loro cinque figli. Per questo la ragazza aspetta con ansia la sera e le mani di sua madre, che la massaggiano e la lavano in un catino di acqua riscaldata sul fuoco, nella loro capanna di legno e fango pressato misto a sterco di vacca.

Simret ha un ricordo indelebile di quando sua madre torna a casa, la riempie di baci e piange, ma non può capire la solitudine in cui è immersa la donna, la paura di non riuscire a portare a casa il pane necessario e, soprattutto, ignora lo stato di schiavitù cui è costretta presso la famiglia dove lavora. In questa situazione di povertà estrema Simret riesce comunque a frequentare la scuola dell'obbligo, anche se non a completare il ciclo di studi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 29

20 gennaio 2006

Deserto della Libia


Cara mamma,

perdonami, sono stata costretta a lasciarti sotto la sabbia rovente. Avrei voluto portarti con me, ma i compagni di viaggio mi hanno staccato con la forza dal tuo corpo sempre più freddo. Però non preoccuparti: ti hanno vestita bene, sai? Sei avvolta in un lenzuolo bianco. Hanno scavato una buca vicino a una mangrovia e ti hanno adagiato all'interno. Sul tronco ho scritto il tuo nome e la data della tua partenza. Non ho fiori per la tua lapide, e non c'è un prete che possa celebrare una messa.

Mi hai abbandonato sul serio?

Lo sai che soffro tantissimo?

Vorrei tanto stare con te in quella buca, ma gli altri non hanno voluto sentire ragioni. Ho deciso di scriverti questa lettera per raccontarti come procede il nostro viaggio. Piango, non sono coraggiosa come eri tu. Gli altri mi consolano, continuano a ripetere che la vita va avanti, ma come si fa ad andare avanti così? Avevo solo te al mondo, e ora mi ritrovo lungo una pista che non so dove mi porterà. Non so che ne sarà di me. Il viaggio è molto faticoso, il caldo insopportabile. Il vento soffia forte. Non riesco a resistere a lungo alla sete. Però i miei compagni di viaggio sono molto gentili. Si preoccupano per me e mi tengono sempre d'occhio. Anche l'autista ogni tanto si volta e mi chiede come sto, se ho mangiato qualcosa. Ma senza di te è davvero dura. Tengo stretti a me i tuoi vestiti, sento ancora il tuo odore. Spero tanto di incontrarti presto.

Ciao mamma cara, ti porterò sempre nel cuore.

Simret

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 58

19 luglio 2006

Isola di Lampedusa


Ciao mamma,

la tua Simret è in Italia! Mi trovo in un centro di accoglienza sull'isola di Lampedusa. Non dovremmo distare molto dalla Sicilia. Sono partita il 18 luglio 2007, nel pomeriggio. Non ho idea di quante ore sia durato il viaggio, ma sono arrivata sana e salva e questo è quello che conta.

La traversata è stata un incubo perché il mare non era tranquillo, e poi sembrava così immenso rispetto alla nostra barchetta. Avrebbe potuto inghiottirci da un momento all'altro e farci scomparire tra i flutti. Avevo così paura che non ho mai voluto guardare l'acqua, mentre gli altri compagni sembravano divertirsi per quei grossi pesci che inseguivano la scia della nostra barca. Eravamo in centoventi, ammassati gli uni sugli altri. A metà tragitto in molti hanno cominciato ad avere malori di ogni sorta. Alcuni vomitavano direttamente in mare, altri non facevano in tempo nemmeno a sporgersi e insozzavano la barca. Le donne incinte ansimavano per il gran caldo e tenevano strette le mani al grembo. E non riesco a dimenticare le piaghe alle mani che uomini e donne si procuravano per tenersi aggrappati alle panche durante la navigazione.

Un altro grosso problema era l'acqua potabile, che presto è finita per tutti. In quel momento il panico si è impadronito di noi. Nel momento di massima difficoltà, quando pensavamo che l'imbarcazione non avrebbe più retto la forza del mare, è stato lanciato un Sos. Alcune navi mercantili si sono avvicinate, si sono accorte che eravamo in affanno ma non ci hanno soccorso. Hanno virato immediatamente e sono scomparse tra le onde. Il nostro timoniere era un egiziano, e tentava di spiegarci che molto probabilmente quei potenziali soccorritori erano fuggiti per paura di essere accusati di traffico di esseri umani. Era quello che succedeva di solito. Il timoniere sembrava tranquillo. Se sono onesti, ci diceva, avvertiranno la capitaneria di porto. A me sembrava tutto assurdo. Noi rischiavamo di annegare e nessuno veniva a salvarci.

Poco dopo, siamo stati rintracciati dalla guardia costiera italiana e portati a riva. Con l'aiuto di numerosi volontari siamo stati subito identificati e poi trasferiti in un Centro di permanenza temporaneo. Poi, quando si sono accorti che io e un'altra ragazza potevamo avere al massimo sedici anni, siamo state destinate a un centro per minori. Anche qui come in Libia la paura si è impadronita di me. Gli altri "ospiti" erano tutti uomini e nonostante fossimo in camere separate non c'era niente e nessuno che potesse impedirgli di raggiungere le nostre stanze. Quella notte non ho dormito un secondo, a differenza della mia compagna di viaggio. Ho pensato che l'unica soluzione fosse quella di fuggire, anche se non parlavo una sola parola di italiano.

In realtà mi trovo ancora nel centro per minori e mi sono tranquillizzata: i volontari sono molto gentili con noi, invece la polizia fa un po' più fatica a sorriderci, sembra nervosa e infastidita dalla nostra presenza. Urlandomi in faccia parole incomprensibili, gli uomini in divisa mi hanno consegnato un paio di scarpe e dei vestiti. Finalmente mi sono cambiata gli indumenti. stata la prima volta da quando sono arrivata qui. Ci hanno dato da mangiare, e io mi sono catapultata su un bicchiere di latte caldo come facevo da bambina le poche volte che riuscivamo a permettercelo.

Devo cominciare una nuova vita in questo Paese, cara mamma. Speriamo che la fortuna mi sorrida, e prega per me come sempre.

La tua

Simret

| << |  <  |