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| << | < | > | >> |IndiceGolfo de Penas 5 Stretto dell'Abisso 9 Legna secca 19 Un mare di traversie 29 Cacciatori di foche 43 Le scie del Caleuche 55 Notte sull'isola Lunga 63 Natale selvaggio 67 L'amico Pat 75 Galoppo di scheletri 81 La tavola inchiodata 87 Don Oscar e il fantasma 93 Processo al Trauco 97 So-tutto-io 113 Pedro Soldato 121 Teresa Tekenika 127 Sulla famosa regione antartica 135 I balenieri di Quintay 149 |
| << | < | > | >> |Pagina 5Tra un'onda e l'altra, la nostra nave si inclinava come un animale ferito in cerca di una via di salvezza, attraverso quell'orizzonte sbarrato da creste agitate e scure. «Tieniti forte, vecchia mia!» disse un marinaio, stringendo i denti e contraendo i muscoli del volto, come se avvertisse una fitta dolorosa alle viscere. La nave, quasi lo avesse sentito, scricchiolò compiendo una virata di quarantacinque gradi e risalì la cresta di un'altra onda, praticamente adagiata su un fianco, ma ormai in salvo dal salto mortale che avrebbe rischiato di farla colare a picco. Lo sbarramento d'acqua era totale. Sopra, anche il cielo sembrava un'onda sospesa sulle nostre teste, dal cui ventre cadeva violenta una pioggia fitta e sfibrante. A un tratto, emergendo dalla tormenta, apparve sulla cresta dell'onda un'ombra più densa; un'altra onda la nascose alla vista, e una terza la riportò in alto mostrandoci un'immagine insolita per quei mari aperti: una barca con cinque uomini. Strano incontro, perché in quel golfo si avventuravano solo navi di grosso tonnellaggio. La nostra, con le sue dieci miglia di andatura, stava lottando da oltre ventiquattro ore per attraversarlo da sud a nord, e un guscio di noce come quella minuscola barca non poteva sperare di farlo in meno di una settimana fino al Faro San Pedro, i primi picchi rocciosi di terraferma che si incontrano a sud del temuto golfo. Nel fragore della tempesta, la campana della sala macchine risuonò come un cuore che rimbombava sulle pareti di metallo, e la nave diminuì l'andatura. Era una barca in legno di cipresso, dallo scafo largo, e il fasciame di grosso spessore mostrava la polpa rossiccia, tanto era stato flagellato dal mare e dalla pioggia. I quattro vogatori remavano vigorosamente da ritti, un piede piantato sul banco e l'altro sul pagliolo del fondo, e tenevano lo sguardo fisso sul mare, soprattutto sull'onda in caduta, quando la massa d'acqua scivolava vertiginosamente verso l'abisso. Anche l'uomo che governava la barca, aggrappato alla barra del timone, stava in piedi, e mentre con una mano aiutava il rematore di poppa, con la spinta del corpo sembrava imprimere forza a tutti, che come un sol uomo seguivano il ritmo del suo impulso. Di tanto in tanto una cresta sfrangiata nascondeva la barca, e allora sembrava stessero vogando sospesi sul mare per una sorta di prodigio. Quando ci furono di fianco, venne lanciata una cima legata a uno scandaglio, che il rematore di prua assicurò con un nodo scorsoio a un anello fissato sul banco. La vicinanza diventava sempre più pericolosa. Le onde innalzavano e abbassavano scompostamente la nave e la barca in modo tale che, in qualsiasi momento, lo scafo poteva cozzare contro la fiancata di ferro della nave finendo in pezzi. Una scaletta di corda fu calata dal bordo e, quando la cresta di un'onda alzò la barca fino ai traversi del ponte, il timoniere spiccò un salto e si afferrò alla scaletta, arrampicandosi con l'agilità di un gatto. Mise piede in coperta e come un fulmine salì le scale fino al ponte di comando. Lassù, lui e il capitano si chiusero in cabina. Restammo in attesa. I rematori si tenevano a una prudente distanza con il loro guscio di noce; la nave affondava la prua tra le onde e la rialzava come una testa stremata, scrollandosi la spuma di dosso. Il nostromo e i marinai erano pronti a effettuare la manovra di issaggio della barca a bordo, non appena il capitano avesse dato l'ordine. I minuti trascorrevano lenti. Perché ci mettevano tanto a decidere di salvare una barca in mezzo all'oceano? La tensione dell'attesa diminuì quando vedemmo uscire il barcaiolo dalla cabina. Fece uno strano cenno con la mano e ridiscese le scale con balzi da capriolo. Ma l'ordine di issare i naufraghi non venne dato. Il nostro sconcerto, a quel punto, aumentò. Passandomi accanto, mi rivolse uno sguardo freddo ed energico. Volevo dire qualcosa, ma il suo sguardo mi trattenne dal farlo. L'uomo era inzuppato d'acqua; indossava pantaloni di lana grezza e un maglione pesante, la testa scoperta e i piedi nudi; il volto sembrava slavato come il legno della sua barca e tutto in lui emanava un'agilità invidiabile, con la quale pareva difendersi dal flagello implacabile delle intemperie. Riattraversò la nave come un fulmine, scavalcò il bordo, si aggrappò alla scaletta e, approfittando di un rollio, con un balzo si ritrovò nuovamente alla barra del suo timone. «Mollaaa!» gridò, e il marinaio a prua sciolse la cima, lanciandola in aria con un gesto disinvolto e sprezzante. I rematori ripresero a vogare con notevole energia, e la barca scomparve dietro una montagna d'acqua. Un'altra la sollevò sulla cresta, e quindi svanì così com'era apparsa, un'ombra più densa inghiottita dalla tormenta. | << | < | > | >> |Pagina 16«Attenzione allo Stretto dell'Abisso!»Sul volto di Marabolí era spuntato il solito sorriso di chi nasconde i propri dubbi nei momenti più critici. «Passaggio Inglese! Tutti in coperta! Verricelli, argani, ancore, pronti a dar fondo d'emergenza! 'Se una nave viene da nord e l'altra da sud, una delle due non può passare.' Se passano entrambe e si incrociano, una sarà costretta a naufragare.» I bracci dei verricelli sfiorarono quasi gli stralli. Anziché navigare verso sud dopo aver superato il Passaggio, nella notte rischiarata dalla luna, chissà perché, decise di continuare a nord. Furono costretti a rifare il tragitto già percorso. Non era un pilota di cui ci si poteva fidare, Marabolí. Impossibile conoscere del tutto un uomo in mare! Ancora una volta aveva confuso il Canale Wide con il Canale Eyre. Tutta quella regione cordiglierana tra il Cile e l'Argentina è un'unica distesa di ghiacci. I denti di Marabolí scricchiolarono. Spianò la carta geografica e notò in mezzo al ghiacciaio denominato Hielo Sur delle spirali scure, Cerro Murallón, tremila e seicento metri di altezza di fronte al Canale Wide. Si trattava forse di un altro Stretto dell'Abisso sommerso sotto i ghiacci eterni che in altre ere avevano ricoperto l'intera Patagonia occidentale e orientale dopo l'ultima glaciazione? Diavolo! Né Dio né il diavolo si raccapezzano tra quei labirinti di isole, canali e canaletti che passano dal Pacifico all'Atlantico o viceversa. Nel mare, sotto le distese di ghiaccio o sul fondo dei passi tra gli abissi, le loro leggi non coincidono con quelle dell'uomo o della natura sommersa. A volte mettono alla prova i poveri mortali, sulla coperta delle navi, e fanno i propri calcoli, offrono accordi. «Testa fredda e piedi caldi!» gli aveva augurato il capitano Melías chiudendo la porta della cabina, per andarsene a dormire. Il saccente pilota uscito dalla scuola navale si sbagliava. Il capitano della carboniera non dormiva attraversando lo Stretto dell'Abisso. Sognava, sognava sempre l'incontro con la moglie e il piccolo Carlos, e al ritmo della lenta andatura della sua nave, il sangue si avvelenava d'angoscia ogni volta che solcava le proprie acque interiori. Quattro del mattino, rintocchi di campana per il cambio della guardia di pilota e timoniere. Il capitano Melías, su un mare di ghiaccioli, continuava a schiaffeggiare con le pinne da tricheco una foca bionda che nell'alto del cielo nascondeva il lato oscuro del suo volto superando lo Stretto; ma non vide il primo pilota Marabolí, perché al suo posto c'era il sostituto, che imboccava, nella piena luce dell'alba, l'uscita dello Stretto dell'Abisso. Dietro, molto indietro, si udivano suoni in lontananza di ghiacci che brillavano sul mare, suoni come di campane e melodie di mandolini, che annunciano la primavera negli eterni passi degli abissi della vita e della morte tra cielo, terra e mare. | << | < | > | >> |Pagina 29Prima di salpare con la sua goletta Orfelinda, il capitano Annibale Pescetto tracciò la rotta tra le isole di Calbuco, Ipún e Guamblin, anche se lungo il tragitto avrebbe toccato altri luoghi dove lasciare mercanzia varia e raccogliere qualche pelle di foca e di gatto di mare che gli appartati abitanti dei fiordi cordiglierani e delle isole più sperdute tenevano in serbo per lui. Il capitano Pescetto era un uomo ben disposto verso gli altri, dato che nell'estuario di Compu gli piaceva ascoltare dalle labbra di Rosa Coleman una vecchia canzone marinara sulla «buona pesca», le persone da lui soccorse in più di una tempesta, se avessero potuto emulare gli antichi poeti autoctoni, gli avrebbero intonato «la canzone del brav'uomo di mare». Aveva armato la sua goletta alla maniera degli antichi velieri e le due gabbie di trinchetta tese sulle punte dell'albero maestro e di mezzana le davano un aspetto più svettante rispetto alla sua stazza di cinquanta tonnellate e l'andatura di sette miglia con il motore ausiliario, ma poteva arrivare a dodici con i venti di traversia che soffiano dai quadranti dell'ovest sui golfi di Ancud e Corcovado. A quei tempi, l'isola di Calbuco non era ancora unita al continente dalla scogliera artificiale su cui passa la strada che ha prolungato la nostra valle centrale oltre il punto in cui affonda nel mare. La diga in pietra è stata costruita dove prima c'era il traghetto a chiatta, lasciando nel lago formatosi all'interno lo scafo arrugginito di una baleniera, che sporge ancora la prua dall'acqua come il collo di un cormorano incatenato. L'Orfelinda, invece, entrava e usciva spesso con le vele spiegate, ammainandole, come in un sospiro di sollievo, con l'ultima spinta che la portava al punto di ancoraggio. La parte emersa dello scafo era dipinta di un verde bottiglia, lo stesso che acquista la corrente di Humboldt fino a centocinquanta miglia verso il mare aperto, grazie al prezioso plancton che le sue diramazioni trasportano dai mari interni di Chiloé, Guaitecas e Chonos, mentre la parte sommersa gareggiava in abbagliante biancore con la spuma prodotta dalla prua tagliente. I lunghi tragitti del capitano duravano mesi, e la gente di mare e della costa ci scherzava sopra dicendo che lui tornava a Calbuco solo per mettere incinta la moglie, Orfelinda Vásquez, e subito dopo salpava per poi ritornare a vedere il nuovo rampollo.
Parafrasando Dante, ribatteva ai maliziosi che per lui c'era una Orfelinda
nel mare e una sulla terra, perché il pianeta non è altro che questo: terra e
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