Copertina
Autore Carlo Cornaglia
CoautoreFilippo D'Ambrogi, Walter Peruzzi, Maria Turchetto
Titolo Oca pro nobis
Sottotitolocontrosillabo giocoso e irriverente
EdizioneOdradek, Roma, 2013 , pag. 144, ill., cop.fle., dim. 22x22x1 cm , Isbn 978-88-96487-30-3
PrefazioneCarlo Augusto Viano
LettoreGiangiacomo Pisa, 2014
Classe satira , religione , storia sociale
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Indice


Prefazione                                           5

Questo libro                                        11

 0 Partenza                                         12
 1 Paradiso express                                 16
 2 "Schiavi, obbedite ai vostri padroni"            18
 3 Il Papa infallibile non è                        20
 4 Lasciate che i pargoli vengano a me              22
 5 Adesso e nell'ora della nostra morte             24
 6 Il Limbo                                         26
 7 L'ingiustizia originaria                         28
 8 La riforma dell'aldilà                           30
 9 Libertà di coscienza: diritto o delirio?         32
10 Adotta un embrione                               34
11 Il Concordato                                    36
12 Scrocifissione day                               38
13 Chi dice donna dice danno                        40
14 Colonizzare per evangelizzare                    42
15 Il caimano e Sacrolino                           44
16 Un talebano in Vaticano                          46
17 Come la mettiamo con i santi?                    48
18 Il gatto e la volpe                              50
19 Un bel po' di simonia                            52
20 Meglio non toccare donna                         54
21 Preservativo day                                 56
22 I due marpioni                                   58
23 Il peccato originale                             60
24 Che la scuola olezzi di cristiana pietà          62
25 Castità                                          64
26 Il clero è più altolocato del re                 66
27 Corri, corri da San Pio                          68
28 Deus caritas est                                 70
29 La guerra: Dio la vuole?                         72
30 La Chiesa e le donne                             74
31 La favola di Gesù                                76
32 L'ora di religione                               78
33 Lo tsunami divino                                80
34 Sant'Agata                                       82
35 Nooradireligione day                             84
36 Non c'è piacere senza peccato                    86
37 Ciao Darwin                                      88
38 Ma le streghe esistono?                          90
39 C'è puzza di bruciato                            92
40 La favola di Maria                               94
41 Non si muor quando si muore                      96
42 La comparsa e la scomparsa del Limbo             98
43 Va' a troie, ma sfila con la Cei                100
44 "Crescete e moltiplicatevi"                     102
45 Pena di morte?                                  104
46 Oro, incenso e birra                            106
47 Obietta e da' dolore                            108
48 La "passione infame"                            110
49 Coppiedifatto day                               112
50 Scuola in croce                                 114
51 "Abortirai con dolore"                          116
52 La strana coppia                                118
53 Infallibili? Ma no!                             120
54 Io sono mio                                     122
55 Ne parlano anche i muri                         124
56 Il mortale flagello dei libri                   126
57 La Fede, la Speranza e l'Omertà                 128
58 Al supermarket del beato                        130
59 Non far questo, non far quello                  132
60 La Chiesa odia gli ebrei. Anzi, no              134
61 Calcio, tango e vanità                          136
62 Datuttoaipoveri day                             138
63 In paradiso                                     140


 

 

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Pagina 5

Prefazione
di
Carlo Augusto Viano



Nella cultura contemporanea manca una critica significativa della religione in generale e delle singole religioni. Si tratta di un aspetto importante della nostra storia intellettuale, presente nella cultura antica, a opera di letterati e filosofi, perfino dei filosofi che poi pretendevano di formulare una loro religione o proponevano pratiche religiose elaborate autonomamente. Il pluralismo religioso del mondo greco-romano favoriva un confronto tra le religioni, in cui era possibile criticare, anche aspramente, credenze e pratiche di questa o quella religione. Poeti e sofisti avevano messo in luce l'arbitrarietà delle immagini antropomorfiche delle divinità o interpretato in modo non edificante le vicende nelle quali, secondo la mitologia tradizionale, essi erano implicati. Anche filosofi come Platone, che aspiravano a fondare una religione, davano un'immagine dissacrante di profeti e predicatori, che pretendevano di indicare la via verso paradisi pieni di delizie. Uno storico patriottico come Tito Livio ci ha dato un'idea dei modi nei quali gli indovini ufficiali sapevano adattare i loro responsi alle opportunità politiche o erano costretti a farlo, mentre uno scrittore come Luciano di Samosata ha svelato i trucchi di indovini e santoni. Anche l'ossessione ebraica dell'idolatria, ancorché connessa ai problemi posti dai rapporti del popolo ebraico con quelli con i quali doveva convivere, alimentava la critica di credenze e pratiche religiose.

Il cristianesimo ha ereditato l'ossessione antidolatrica ebraica, ma l'ha inserita in un programma che mirava non a salvaguardare la purezza della religione tradizionale, bensì alla sottomissione dei seguaci delle altre religioni, ovunque si trovassero. I cristiani attingevano alla demonologia ebraica per interpretare le pratiche delle altre religioni, riconducendole all'opera del diavolo e dando in un certo senso credito alle loro pretese di effettuare operazioni soprannaturali: ne risultava un'immagine del mondo come teatro della lotta tra potenze soprannaturali. Veniva così a mancare qualsiasi presupposto per formulare una critica radicale delle pratiche religiose, smascherando gli inganni sui quali si costruiscono. Da Erodoto a Luciano gli antichi avevano smontato i trucchi con i quali i profeti simulavano eventi portentosi, per corroborare le strabilianti credenze che proponevano e indurre i seguaci a credere nei loro poteri straordinari. La cultura cristiana reprimeva qualsiasi critica di questo tipo, perché dubitare del potere soprannaturale di qualcuno rischiava di gettare l'ombra del dubbio anche su Gesù e i suoi eredi.

Soltanto gli eredi dell'aristotelismo, come Pietro Pomponazzi, sono riusciti a tener viva la tendenza a svelare le imposture religiose, partendo dall'idea che l'ordine naturale rende impossibili i miracoli. Gli impostori, cercando di far credere a fatti mai accaduti o simulati con inganni, carpiscono la fiducia delle persone per interessi privati o per fini pubblici, cioè per indurre comportamenti collettivi. Machiavelli e i suoi eredi hanno messo in luce l'utilizzazione delle imposture religiose come strumento di governo, aprendo la possibilità di considerare le tre figure fondamentali delle religioni di ceppo ebraico, Mosè, Gesù e Maometto, come impostori. Era la ripresa della critica religiosa ben praticata nell'antichità, con la quale la cultura antica aveva smascherato profeti come Pitagora o Apollonio di Tiana, ma che era servita ai dotti pagani anche per smascherare le imposture cristiane, a cominciare da quelle attribuite a Gesù. La critica dei miracoli e delle imposture che ne derivano avrebbe costituito un aspetto fondamentale dell'illuminismo e dei deismo moderni, segnando profondamente la cultura europea seicentesca e settecentesca. Illuministi e deisti si illusero di creare una religione razionale, che non avesse bisogno di miracoli né di imposture, trasformando la divinità in una specie di sorvegliante lontano sull'ordine naturale delle cose o in un disinteressato legislatore morale. Le cose sono andate poi in tutt'altro modo e, alla fine, sembrò che soltanto l'ateismo potesse mettere al sicuro dalle imposture religiose.

L'ateismo moderno ha conosciuto due varietà. La prima è cresciuta sull'idea che l'ordine dell'universo, collegato nelle religioni razionali all'idea di un dio immaginato come un orologiaio, capace di costruire un meccanismo in grado di funzionare da solo, non ha mai bisogno, né per instaurarsi né per conservarsi, di una divinità onnipotente. La seconda varietà, che si avvaleva soprattutto dei suggerimenti della biologia e in particolare della teoria dell'evoluzione, partiva dall'idea che il mondo vivente, stimolo principale delle istanze religiose, fosse retto essenzialmente dal caso e perciò non potesse far posto a un'entità cui si attribuiva il potere di dominare la casualità e di indirizzarla verso una fine. Entrambe queste forme di ateismo hanno svolto un'utile critica delle credenze religiose e delle falsità in esse contenute, ma si sono spesso espresse in forme concettuali rigorose e asettiche, efficaci nel mostrare l'arbitrarietà delle dottrine incorporate nelle fedi religiose, ma meno interessate a svelare le imposture delle quali quelle fedi si servono.

Nella cultura ottocentesca, accanto all'ateismo "maggiore", si è sviluppata una critica religiosa in un certo senso "minore", spesso etichettata come anticlericalismo. In realtà anche la critica all'organizzazione ecclesiastica delle religioni ha avuto due varietà, delle quali una non assimilabile alle forme "minori" di anticlericalismo e connessa piuttosto alle dottrine ateistiche. In questa varietà i preti erano visti soprattutto come agenti del potere politico o di quello sociale delle classi dominanti: era la posizione sociale del clero, più che le sue pratiche, ciò che la critica intendeva colpire. Questo tipo di anticlericalismo "ideologico" ha contribuito a screditare l'anticlericalismo minore, e ingiustamente. L'anticlericalismo ha avuto un'illustre tradizione anche in quella che è considerata la storia intellettuale del mondo occidentale ed è vissuto perfino all'interno del cristianesimo. C'è un anticlericalismo medievale, che è stato spesso represso e per questo non ha potuto lasciare tracce vistose, ma esso è emerso nell'umanesimo rinascimentale, raggiungendo espressioni ragguardevoli negli umanisti italiani, in Erasmo, in Machiavelli e in Guicciardini. E una componente anticlericale era presente nella cultura religiosa da cui è nata la riforma protestante.

Proprio il clima di forte repressione religiosa esercitata in Europa dalla Riforma e dalla Controriforma ha relegato in secondo piano l'anticlericalismo, costringendolo a esprimersi in forme clandestine o a dissimularsi. Ciò ha contribuito a nascondere parzialmente i contenuti anticlericali dell'illuminismo e a dare una veste dottrinale all'ateismo o ad accompagnare la critica al clero con l'invenzione di una religione civile o razionale. Dopo le delusione nei confronti delle religioni artificiali, nella cultura liberale e socialista dell'Ottocento, l'anticlericalismo, relativamente libero da ideologie globali, ha potuto esprimersi con indipendenza e creatività. così emersa la vena anticlericale che aveva percorso la cultura moderna e che ha dato vita ai movimenti ottocenteschi per la secolarizzazione della vita civile. Nell'anticlericalismo ottocentesco ha potuto avere pieno riconoscimento la vena umoristica e satirica, che ha smascherato e messo in ridicolo gli atteggiamenti del clero e gli strumenti usati dai preti per far valere le loro imposizioni religiose.

La cultura del Novecento ha subito un forte regresso da questo punto di vista, perché ha visto il ritorno di atteggiamenti di sottomissione alle culture religiose. I movimenti ottocenteschi collegati alla costruzione delle nazioni erano stati spesso accompagnati dalla promozione di forme di vita secolarizzate, perché la nazione si era configurata come l'entità capace di proteggere i suoi membri da imposizioni, che non fossero quelle fondate sull'identità nazionale. Ma i nazionalismi novecenteschi hanno attenuato il legame con la tradizione liberale, veicolo delle istanze laiche e anticlericali: è sembrato che anche le nazioni dovessero avere una sanzione religiosa e spesso è parso che la cosa più agevole fosse attingere alle religioni correnti. significativo che lo stesso Benedetto Croce designasse il proprio liberalismo come una "religione della libertà". E quando i nazionalismi novecenteschi presero la via dei totalitarismi, le chiese furono generose nel sostenerli, ricevendo in cambio protezioni, privilegi e persecuzioni dei dissidenti. Ma anche quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i regimi totalitari sono scomparsi dal mondo occidentale e il laicismo liberale ha riconquistato prestigio, l'anticlericalismo e la critica delle religioni non ha più ripreso vigore. L'anticomunismo, che ha segnato i regimi democratici occidentali durante la guerra fredda, ha generato alleanze tra la cultura clericale e i partiti più o meno liberali e democratici, facendo dimenticare l'appoggio offerto dalle chiese ai regimi fascisti e nazisti e la vocazione autoritaria dei movimenti religiosi. La cultura di sinistra, che dovrebbe essere la sede naturale della critica alle religioni e ai loro atteggiamenti clericali, ha invece spesso assunto un atteggiamento morbido nei confronti dei partiti di ispirazione religiosa e delle pretese ecclesiastiche. A orientarli in questo senso sono valse non soltanto ragioni di opportunità politica, alla base di alleanze di governo, o la preoccupazione di respingere l'ateismo di stato di tipo sovietico, ma anche ragioni ideologiche interne: sembrava che le religioni trasmettessero una cultura improntata alla solidarietà e capace di costituire un'alternativa all'ideologia borghese, ispirata ai principi del capitalismo e del liberalismo individualistico.

Ancora oggi, dopo che i temi liberali sembrano tornati di moda e le vecchie divisioni imposte dalla guerra fredda paiono scomparse, le debolezze intellettuali nei confronti delle religioni si sono conservate. Il liberalismo populistico dei movimenti messi in piedi da Berlusconi è sfacciatamente clericale, perfino più della vecchia Democrazia cristiana, mentre le formazioni più o meno democratiche o di sinistra sono, nella migliore delle ipotesi, timide, sia perché hanno fatto propria l'eredità dei movimenti clericali, sia perché amano, per ragioni intrinseche, la cultura cattolica. Questi lasciti pesanti ci hanno privati della capacità di formulare critiche efficaci e mordenti delle credenze religiose e degli atteggiamenti del clero. La cultura laicista ha sempre giustamente sostenuto la necessità di professare il massimo rispetto per la libertà di tutti e per le persone, ma ha interpretato questi impegni come vere e proprie autocensure, come se essi impedissero di esercitare la critica più radicale delle credenze professate dalle persone, delle pratiche da esse proposte e delle loro pretese.

Non bisogna dimenticare che i cattolici non hanno mai accettato le regole fondamentali degli ordinamenti liberali, secondo le quali le condotte religiose possono essere liberamente propagandate e seguite, ma mai imposte. Da parte loro i liberali hanno dimenticato che uno dei compiti della cultura liberale consiste nello smascheramento delle forme attraverso le quali le imposizioni religiose cercano di dissimularsi come proposte laiche, condivisibili e giustificabili con ragioni indipendenti dalle credenze religiose. I cattolici hanno sempre gradito e utilizzato la libertà garantita loro dagli ordinamenti liberali così come l'atteggiamento di rispetto nutrito nei loro confronti, ma non hanno mai ricambiato questi riconoscimenti con qualcosa di analogo. La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto la propria superiorità su ogni altra professione religiosa e ha sempre preteso di disporre del monopolio della verità; e, anche quando è sembrata aprirsi al riconoscimento della libertà religiosa, ha sempre visto nella religione la destinataria privilegiata della libertà. I laici sono sempre stati considerati dei peccatori, nei confronti dei quali forme di rispetto potrebbero essere pericolose concessioni a forme di vita viziose.


Per queste circostanze è venuta meno la letteratura satirica nei confronti delle religioni e dei loro cleri. Perciò è particolarmente apprezzabile la proposta costituita da Oca pro nobis, che rappresenta una novità e rompe un tabù. Essa mette in scena con disegni, prose, versi e musica idee e atteggiamenti correnti della chiesa, prendendo di mira soprattutto tre cose: le credenze arbitrarie della dottrina cattolica, la pretesa degli organi ecclesiastici di sottrarsi alla solidarietà nazionale per conservare privilegi economici e le regole sessuali, che i preti pretendono di imporre a tutti attraverso leggi dello stato. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni Paolo II la chiesa è sembrata disposta a rivedere alcune delle proprie posizioni, a riconoscere errori commessi e addirittura a chiedere perdono alle vittime. Nessuno intende sottovalutare l'importanza culturale di questi fenomeni, ma gli autori di Oca pro nobis hanno appuntato l'attenzione su un altro aspetto, spesso trascurato. Quasi sempre le correzioni apportate dagli organi ecclesiastici hanno riguardato il passato e hanno presentato gli errori commessi come applicazioni scorrette di principi rimasti inalterati. Non soltanto temi fondamentali del cristianesimo non hanno subito revisioni, ma correzioni e richieste di perdono si sono limitate al passato e non sono mai state accompagnate da impegni a non ripetere più le nefandezze commesse. Anzi, quando chiese perdono per ciò che secondo lui cardinali sprovveduti avevano indotto a fare a Galileo, Giovanni Paolo II si affrettò a dire che i biologi avrebbero dovuto sottomettersi al giudizio dei papi, che di meccanica magari no, ma di vita se ne intendono e sono lì a evitare che qualcuno cerchi di cacciare l'anima dal novero delle cose esistenti.

Oca pro nobis è un buon sillabo, per usare un termine caro alla cultura ecclesiastica, delle imposture della dottrina cattolica, cioè delle cose non vere in essa contenute e imposte per indurre le persone a riconoscere i poteri speciali del suo clero e a seguirne i precetti. Si tratta anche di un esercizio di mancanza di rispetto per chi non ne ha per il buon senso e la libertà di scelta delle persone, ed è un sillabo in versi, musica e figure, gli strumenti classici con i quali per secoli si è cercato di incantare le menti umane.

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Pagina 11

Questo libro


Quest'operetta semiseria, che mescola satira, critica e sberleffo presenta alternate in modo del tutto casuale, come le caselle sul tabellone del gioco dell'oca, 63 fra poesie satiriche, schede di critica della dottrina cattolica, canzoni dissacranti, tavole in cui un'oca giuliva sogna una chiesa che non c'è. E oche, tantissime oche, irreverenti, ironiche, tenere, graffianti a corredo di ogni testo.

Alla fine di ognuno, una quartina rimanda a un altro testo, facendo da filo conduttore per chi non voglia leggere il libro di seguito ma procedere a balzi, salti, andirivieni come appunto in un gioco. Alle canzoni sono associati un qr code e un link, che ne permettono l'ascolto sul sito collegato a questo libro: www.ocapronobis.altervista.org , in base alle istruzioni riportate a fondo pagina di ogni canzone.

L'intento serio, e lo scopo degli autori, è dare un piccolo contributo a decattolicizzare questo paese cosa indispensabile per arrivare a uno straccio di stato laico mostrando quanto sia sprovvista di fondamento, anzi risibile, la pretesa della Chiesa cattolica di candidarsi a religione civile e guida morale della nazione attraverso l'imposizione dei suoi precetti a tutti i cittadini, credenti e no.

La Chiesa non ha titolo per farlo data la sua storia per nulla edificante, costantemente segnata da intolleranza e da violenze; dati i suoi comportamenti, che rinnegano quotidianamente gli stessi valori predicati a parole; e data soprattutto la sua dottrina, dalle inverosimili "verità di fede" all'insensata morale sessuale.

Si tratta di una dottrina in buona sostanza falsa, contraddittoria, irrazionale, lesiva di fondamentali diritti umani o, nel migliore dei casi, di un insieme di correzioni raffazzonate per adeguarsi al mondo moderno, ma senza ammettere di aver in precedenza sbagliato, perché altrimenti cade la favola dell'infallibilità.

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Pagina 12

0 Partenza

Caro amico, stai vivendo
in un mondo proprio orrendo,
luogo pieno di ingiustizie
e terribili nequizie
poiché il diavolo è nascosto,
si può dire, in ogni posto.
Nel tuo bell'appartamento
dove hai visto, con sgomento,
che tua moglie ti ha tradito
con un giovane fallito.
Per non dire dell'ufficio:
paga bassa e sacrificio,
mentre chi da mane a sera
non fa nulla fa carriera.
Per tacer del Parlamento:
un enorme giacimento
di gaglioffi e di affaristi,
di baldracche e piduisti,
di corrotti e corruttori
usi ad esser migratori.
Negli affari non va meglio:
grazie a un consulente sveglio
hai comprato molte azioni,
ma le loro quotazioni
per la crisi son crollate.
Sol ti restano le rate
tutti i mesi da pagare
per il minialloggio al mare.
Ti rilassi verso sera?
In tivù trovi una schiera
di politici vocianti,
di veline sculettanti,
di fasulli giornalisti,
di consigli per gli acquisti,
di noiosi polpettoni,
di rotture di coglioni.
Non ti resta che la Chiesa,
ma anche lì non hai difesa:
lo stimato confessore
gioca al gioco del dottore
con i bimbi all'oratorio,
mentre il parroco, è notorio,
gioca a far "mela e serpente"
con la bella penitente.
Quanto al Papa, il maledetto
te lo trovi sempre a letto
a guardar quello che fai.
Il tuo mondo è pien di guai
e ogni giorno e ovunque trovi
grattacapi sempre nuovi.
Preda del relativismo
hai scordato il catechismo
e il messaggio di Gesù.
Quella che vivi quaggiù
non è la tua vita vera,
ma una specie di galera
con dolori, sofferenze,
dispiaceri e penitenze.
La salvezza è il paradiso
dove Dio ti vuole assiso.
Per trovar la strada gioca
col tuo bel Gioco dell'oca
che ti porterà alla meta
della gioia più completa.
Coglierai sulla tua via
incantesimo e armonia
grazie all'Oca canterina,
di canzoni una fucina.
Scoprirai l'Oca poetante
che col verso accattivante,
da sirena incantatrice,
ti farà triste o felice
risvegliando la memoria
o narrandoti una storia.
Poi c'è l'Oca inquisitore
che fa inchieste a tutte l'ore:
col suo aiuto scoprirai
frodi, error, delitti, guai
che la Chiesa ognor combina
sempre in punta di dottrina,
[...]

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Pagina 18

2 "Schiavi, obbedite ai vostri padroni"


                        «Schiavi, obbedite ai vostri padroni ... con timore e tremore...
                        come a Cristo» (Paolo, Lettera agli Efesini, 6,5).

                        «Ecco, non ha preso i servi e ne ha fatto dei liberi, ma ha preso
                        dei servi cattivi e ne ha fatto dei buoni. Quale debito non hanno
                        i ricchi verso Cristo per il modo come ha loro sistemato la casa!»
                        (Agostino, Esposizione sui salmi, 124, 402-412).

                        «Non ... si sarà mai abbastanza grati alla Chiesa cattolica, che
                        ... abolì la schiavitù, introdusse tra gli uomini la vera libertà,
                        la fratellanza, l'uguaglianza, e perciò si rese benemerita della
                        prosperità dei popoli» (Leone XIII, In plurimis, 1888).

Si è soliti dire che il cristianesimo ha abolito la schiavitù. Viceversa già Paolo, pur affermando che sul piano spirituale «non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Lettera ai Galati, 3,28), esortava gli schiavi a rimanere tali obbedendo ai loro padroni come a Cristo (Lettera agli Efesini, cit.).

Anche Agostino e Tommaso d'Aquino giustificavano la schiavitù, come castigo del peccato. Nel Medioevo papi, chiese, monasteri possedevano schiavi e i figli nati dal concubinato dei preti dovevano «appartenere per sempre come schiavi alla Chiesa» (Concilio di Toledo, VII sec.); nello stato pontificio la compravendita di schiavi continuò fino al XIX secolo.

I papi ordinarono spesso di fare schiavi gli infedeli, anche se talvolta vietarono di trarre in schiavitù una categoria specifica (i catecumeni, gli indi). Niccolò V, ad esempio, dichiarava: «abbiamo concesso... piena e completa facoltà al re Alfonso [del Portogallo] di invadere, ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo ... e di gettarli in schiavitù perpetua» (Romanus pontifex, 1454).

Nel 1839 la schiavitù, ormai bandita dai maggiori paesi europei, fu condannata anche da Gregorio XVI (In supremo). Ma ancora nel 1866 un'Istruzione del Santo Ufficio approvata da Pio IX decretava: «La schiavitù in quanto tale ... non è del tutto contraria alla legge naturale e divina... Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato».


Un errore lungo quasi duemila anni

La schiavitù fu definitivamente condannata da Leone XIII e poi dal Vaticano II (Gaudium et Spes, 1965), tacendo però che, in materia, la Chiesa aveva sbagliato (nella pratica e nella dottrina) per quasi duemila anni.

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4 Lasciate che i pargoli vengano a me


                        «Sono peccati gravemente contrari alla castità ...
                        l'adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la
                        pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti
                        omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio
                        della lussuria.
                        Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora
                        più grave contro la loro integrità fisica e morale»
                        (Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Il sesto
                        comandamento,  492, 2005).


                        «[Fra] i delitti più gravi ... riservati alla
                        Congregazione per la dottrina della fede, [vi è] il
                        delitto contro il sesto comandamento del Decalogo
                        commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18
                        anni di età .... Le cause di questo genere sono soggette
                        al segreto pontificio»
                        (J. Ratzinger, Lettera della Congregazione per la
                        dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa, 18
                        maggio 2001).

Per la Chiesa l'abuso sui minori (pedofilia) e lo stupro sono peccati di «lussuria», che offendono la morale, cioè «il sesto comandamento», come la masturbazione o la fornicazione, e non violenze contro la persona, da classificare fra i peccati che offendono il quinto comandamento.

In altre parole, l'avversione ossessiva verso il piacere sessuale, ritenuto quasi il peggiore dei mali, porta la Chiesa a giudicare secondario il fatto che il piacere peccaminoso si raggiunga violentando un minore, anziché attraverso un rapporto libero fra adulti consenzienti.


La Chiesa fra sessuofobia e omertà

Questo può spiegare perché la pedofilia del clero sia stata per molto tempo considerata dalla Chiesa un problema solo da confessionale, come qualsiasi "atto impuro", e non anche da tribunale. L'altro motivo è che di fronte alla pedofilia del clero scatta l'omertà a difesa della casta sacerdotale.

Tutto questo trova conferma nella Lettera inviata da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici nel 2001 con l'approvazione di Giovanni Paolo II. In essa li informava che la pedofilia è un peccato «contro il sesto comandamento», da non denunciare alle autorità civili in quanto coperto dal «segreto pontificio». Di conseguenza i vertici della chiesa hanno sempre cercato, finché hanno potuto, di mettere tutto a tacere.

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9 Libertà di coscienza: diritto o delirio?


                        «Da questa corrottissima sorgente dell'indifferentismo
                        scaturisce quell'assurda ed erronea sentenza, o
                        piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a
                        ciascuno la libertà di coscienza»
                        (Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos, 1832).

                        «L'uomo ha il diritto di agire in coscienza e
                        libertà.... L'uomo non deve essere costretto "a agire
                        contro la sua coscienza. Ma non si deve neppure
                        impedirgli di operare in conformità ad essa, soprattutto
                        in campo religioso" [Vat.II]»
                        (Catechismo della Chiesa cattolica,  1782, 1992).

Il Dio della Bibbia non riconosce la libertà di coscienza e di culto, ma ordina di mettere a morte chi adora altri dei (Deuteronomio). La Chiesa adottò questa posizione fin dal 380, quando l'imperatore Teodosio proclamò il cattolicesimo religione di stato e minacciò di punire chiunque avesse seguito religioni diverse. Da allora i pagani furono perseguitati e gli eretici messi a morte. Nel 1311-12 il Concilio di Vienne vietò di elevare preghiere, in terre cristiane, al «perfido Maometto». Solo agli ebrei fu permesso di praticare la propria religione, ma nei loro ghetti. Anche nelle Americhe i conquistatori imposero il cattolicesimo con la forza.

In età moderna, dopo Gregorio XVI, anche Pio IX condanna chi ritiene «la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo» (Quanta cura, 1864). Leone XIII giudica contraria alla virtù religiosa «la cosiddetta libertà di culto» (Libertas, 1888). Pio XI giunge poi a definire «peste della età nostra... il laicismo», dal quale «la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste» (Quas primas, 1925). E decreta che «in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica» (Lettera al segretario di stato, 1929).

Solo con il Concilio Vaticano II (1962) la Chiesa riconoscerà la libertà di coscienza, come possiamo leggere nel Catechismo del 1992.

Ma c'è da fidarsi?

La Chiesa tuttavia sorvola sul fatto di aver insegnato per milleseicento anni il contrario, inducendo in errore i fedeli, di cui si dice guida infallibile. Ciò fa dubitare della sincerità di questa "svolta". Tanto più che viene contraddetta ogni giorno dal tentativo della Chiesa stessa di imporre per legge a tutti i cittadini la propria morale, che si pretende coincidente con quella naturale (cioè con quella che il papa, non si sa a quale titolo, definisce tale).

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13 Chi dice donna dice danno



                        Paolo: «L'uomo è immagine e gloria di Dio, la donna
                        invece è gloria dell'uomo» (Prima lettera ai Corinzi,
                        11); «come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche
                        le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto»
                        (Lettera agli Efesini, 5).

                        Pio XII: «O spose e madri cristiane ... non siate paghe
                        di accettare e quasi di subire questa autorità dello
                        sposo, alla quale Iddio negli ordinamenti della natura e
                        della grazia vi ha sottoposte; voi dovete nella vostra
                        sincera sottomissione amarla»
                        (Discorso agli sposi, 1941).

                        Giovanni Paolo II: «mentre nella relazione Cristo-Chiesa
                        la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione
                        marito-moglie la "sottomissione" non è unilaterale,
                        bensì reciproca!» (Mulieris dignitatem, 1988); «L'uomo e
                        la donna sono, con una identica dignità, "a immagine di
                        Dio"» (Lettera alle donne, 1995).

La donna, secondo Paolo, è fatta per rendere gloria all'uomo e obbedirlo, perché «prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione» (Prima lettera a Timoteo, 2). Essa «potrà essere salvata partorendo figli» (ib.), ossia confinandosi nel ruolo di riproduttrice.


Questa fu per quasi venti secoli la posizione di papi e teologi verso la donna. Odo, abate di Cluny, si chiedeva: «Mentre non sopportiamo di toccare uno sputo o un escremento nemmeno con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di escrementi?» (PL 162).

Alberto Magno affermava: «la donna... rispetto all'uomo ha una natura difettosa e imperfetta» ed è anche più immorale perché «la sua sensibilità spinge la donna verso ogni male, mentre la ragione muove l'uomo verso ogni bene» (Quaestiones super de animalibus, XV-XVIII, 1250 ca). La sottomissione della donna all' «autorità dello sposo» fu poi ribadita fin quasi ai giorni nostri da Leone XIII («Il marito è il principe della famiglia e il capo della moglie», Arcanum divinae, 1880); da Pio XI («L'"ordine dell'amore" richiede da una parte la superiorità del marito ... e dall'altra la pronta sottomissione e ubbidienza della moglie» (Casti connubii, 1930) e da Pio XII.

La donna fu anche esclusa dal sacerdozio e perfino dalla vicinanza all'altare: «Abbiamo appreso con disagio», scriveva già papa Gelasio, «che si è verificato un tale disprezzo delle verità divine, che le donne .... servono ai santi altari» (Lettera ai vescovi lucani, 494).

Una "svolta" con imbroglio

Una "svolta" si è avuta con Giovanni Paolo II secondo il quale c'è «identica dignità» fra i due sessi e la sottomissione è «reciproca».

Ma papa Wojtyla si è guardato bene dal dire che le sue affermazioni contraddicono il plurisecolare insegnamento della Chiesa e gli stessi testi paolini ispirati da Dio. E d'altra parte ha definito «appartenente al deposito della fede» (Congregazione della dottrina della fede, 1995), cioè verità immutabile e infallibile, il divieto del sacerdozio femminile.

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Pagina 58

22 I due marpioni
Nell'Italia della crisi
anche i preti son decisi
a salvar, fin che si può,
il gradito status quo.
Incassar l'otto per mille
che uno stato un po' imbecille
non reclama sia adeguato
in accordo al Concordato.
Furbi e lieti commerciare
senza mai l'Imu pagare
grazie all'espediente lercio
di far sacro anche il commercio.
Ottener su scuole sante
di quattrin pioggia abbondante
dallo Stato Pantalone,
contro la Costituzione.
Praticare il riciclaggio
dei quattrin da brigantaggio
di devoti malfattor,
trafficando con lo Ior.
Governanti farisei
inondarono di sghei
nel passato Madre Chiesa,
ma una spia rossa si è accesa:
son finiti i tempi lieti,
paghin tutti, pure i preti
o altrimenti al fallimento
arriviamo in un momento.
In Italia c'è al timone
il sodal del dormiglione,
l'uom che fa andare in malora
chi è in pensione e chi lavora,
un tecnocrate banchiere,
quasi santo, fan sapere,
le cui più piccanti voglie
son le messe con la moglie.
Nel momento d'emergenza
Monti al Papa chiede udienza:
meeting fra due professori
dei quattrini estimatori,
da arraffare ai poveretti
dal sistema mal protetti.
Una sobria esposizione
della triste situazione
con l'auspicio che non duri
e alla fin giungon gli auguri
del campione dei conclavi:
"Noi speriam che te la cavi!'
Con il Papa, questo è chiaro,
non si parla di denaro,
ma di fede e religione.
Per i soldi c'è Bertone,
Segretario dello Stato
dal qual, dopo, Monti è andato.
"Dopo avere ben fregati
molti anziani pensionati
e tentato di far fuori
un tot di lavoratori,
non le sembri un sacrilegio,
ma almen qualche privilegio
vorrei togliere alla Chiesa...".
Duro il cuor, stoppa l'impresa
di aiutare il suo paese
l'italian fatto scozzese:
manca man sul destro braccio
fa al tecnocrate il gestaccio
del qual Bossi si fa bello.
E col gesto dell'ombrello
vaticanamente spiega:
"Della crisi ce ne frega!"
Monti ride e strizza l'occhio:
"Studierem qualche papocchio
per abbindolare i fessi
ma, da sempre genuflessi,
promettiam che per la Chiesa
sarà minima la spesa.
Cardinale, creda a me:
fregheremo laici e Ue
e voi non sarete tristi!
Provi a chiedere ai taxisti...".



Nota. Il 14 gennaio 2012 Mario Monti visita il Papa, anche al fine di affrontare il problema del pagamento dell'Ici, poi Imu, sulle attività commerciali della Chiesa. Nessun risultato immediato, ma a fine febbraio Monti annuncia la fine dei privilegi per la Chiesa con tali e tanti distinguo, in particolare su scuole e ostelli, da far capire che finirà come per le liberalizzazioni fasulle.

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Pagina 72

29 La guerra: Dio la vuole?


                        «Abbiamo dunque stabilito di ammonire ... uno ad uno i
                        fedeli in vista di questa piissima e giustissima guerra,
                        dove sono soprattutto in gioco la causa e la gloria di
                        Gesù Cristo ... E affinché tutti si impegnino a
                        mobilitarsi ... con quella potestà che Dio ci ha dato
                        ... emaniamo indulto ed elargiamo pienissima venia,
                        remissione e assoluzione di tutti i peccati.»
                        (Pio V, Indulgentiae et gratiae pro adiuvantibus bellum
                        contra Turcos, 1572)

                        «Dio, Creatore e Padre di tutti, chiederà conto ancor
                        più severamente a chi sparge in suo nome il sangue del
                        fratello.»
                        (Benedetto XVI, Discorso all'Angelus, 26 febbraio 2006)

Nell' Antico Testamento si descrive come voluta e guidata da Dio la guerra degli Israeliti per la conquista della Palestina. Rifacendosi a tale esempio, la Chiesa ha giustificato in passato e ha definito «santa» la guerra contro gli "infedeli", gli eretici e perfino i nemici dello stato pontificio; e ha concesso indulgenze e remissione dei peccati a chi vi partecipava.

«Quando andrete all'assalto dei bellicosi nemici», esclamava Urbano II nel Discorso di Clermont (1095), «sia questo l'unanime grido di tutti i soldati di Dio: "Dio lo vuole! Dio lo vuole!"». E ai soldati in guerra contro gli arabi in Spagna assicurava: «Chi, per amore di Dio e dei suoi fratelli, cade in questa campagna, non dubiti che troverà l'indulgenza per i suoi peccati e godrà la vita eterna.» (Becker, Paps Urban II, vol. VI)

All'aiuto di Dio, della Madonna e dei santi la Chiesa attribuiva, ancora alla fine dell'Ottocento, anche il merito per la vittoria. Prima di Lepanto, Leone XIII scriveva: «San Pio V ... rivolse ogni suo zelo ad ottenere che la potentissima Madre di Dio ... venisse in aiuto del popolo cristiano ... E la Madonna, mossa da quelle preghiere, li assistette. Infatti, avendo la flotta dei cristiani attaccato battaglia ... sbaragliò ed uccise i nemici e riportò una splendida vittoria.» (Supremi apostolatus, 1883)

La Chiesa ha ritenuto legittima anche la guerra tradizionale fra gli stati, purché «giusta». Un concetto che Tommaso d'Aquino chiariva così: «Perché una guerra sia giusta si richiedono tre cose. Primo, l'autorità del principe, per ordine del quale la guerra deve essere proclamata... Secondo, si richiede una causa giusta, e cioè una colpa da parte di coloro contro cui si fa la guerra... Terzo, si richiede che l'intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male.» (Summa theologiae, IIa IIae, q. 40)

Con Giovanni XXIII la Chiesa assume una posizione più critica definendo la guerra, almeno nell'era atomica, «contraria a ragione» (Pacem in terris, 1963). Continua però a sostenere in via di principio la sua liceità se vi sono date condizioni e soprattutto, come al tempo di Tommaso, delega la decisione al principe: «la valutazione rigorosa di tali condizioni ... spetta al giudizio prudente dei governanti.» (Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, 484, 2005)

Ma insomma: Dio la vuole o no?

E' indubbiamente vistosa la contraddizione fra Benedetto XVI (che condanna la guerra «santa», oggi predicata dai fondamentalisti islamici) e quei papi o quei teologi che l'hanno giustificata e che, in alcuni casi, sono stati proclamati santi o beati. In uno dei due casi la Chiesa ha sbagliato. Ma in quale?

E Dio che oggi, secondo Benedetto, punirebbe chi fa violenza in suo nome, perché avrebbe invece premiato chi l'ha fatta alcuni secoli fa con l'indulgenza papale?

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Pagina 126

56 Il mortale flagello dei libri


                        [Ai vescovi] «Si deve lottare accanitamente ... al fine
                        di estirpare la mortifera peste dei libri; non potrà
                        infatti essere eliminata la materia dell'errore fino a
                        quando gli elementi facinorosi di pravità non periscano
                        bruciati; ... dove sia il caso implorate l'avita pietà
                        dei Principi cattolici ... [perché] frenino e
                        distruggano energicamente gli uomini malvagi»
                        (Clemente XIII, Christianae reipublicae, 1766).

                        «l'Indice rimane moralmente impegnativo, in quanto
                        ammonisce la coscienza dei cristiani a guardarsi ... da
                        quegli scritti che possono mettere in pericolo la fede e
                        i costumi; ma... non ha più forza di legge ecclesiastica
                        con le annesse censure»
                        (Congregazione per la dottrina della fede, Notificazione
                        riguardante l'abolizione dell'Indice dei libri, 1966).

La Chiesa stabilì fin dai primi secoli che la libertà di espressione deve essere impedita con la forza se contrasta «con la fede, la Religione, i buoni costumi e non rispecchi l'onestà cristiana» (Christianae reipublicae, cit.). Il concilio di Nicea del 325 ordinò di bruciare tutti i libri di Ario e uccidere chi li nascondeva. Il rogo dei libri proibiti continuò per tutto il medioevo e con l'inquisizione s'accompagnò spesso a quello dei loro autori.

Anche in seguito, finché sono esistiti stati confessionali, i papi hanno invocato l'intervento repressivo dell'autorità per «distruggere quel mortale flagello dei libri» (Pio VII, Diu satis, 1800) e contrastare «quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita "libertà della stampa"» (Gregorio XVI, Mirari vos, 1832).

Nel 1559 fu creato inoltre l' Indice dei libri proibiti: leggerli era ritenuto peccato mortale e possederli, specie per una persona in fama d'eresia, poteva essere «motivo sufficiente per torturarlo allo scopo di conoscere i suoi complici, se crede al contenuto di quei libri e se ha insegnato quelle eresie» (C. Carena, Tractatus de officio Sanctissimae Inquisitionis, 1669).

L'Indice non c'è più. E il resto?

La Chiesa, in quanto «costituita da Dio maestra infallibile e guida sicura dei fedeli» (Merry del Vai, intr. all' Indice, 1929), continua a ritenere ancora oggi suo diritto stabilire quali libri siano leciti e quali no. Nel 1966 tuttavia ha abolito l'Indice.

Ma non ha chiarito se ritiene ancora giusto o se sconfessa quanto ha insegnato (oltre che praticato) per sedici secoli, ossia che «non potrà essere eliminata la materia dell'errore fino a quando gli elementi facinorosi di pravità non periscano bruciati» con l'aiuto «dei prìncipi cattolici», i quali «non senza motivo portano la spada» (Clemente XIII).

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