Copertina
Autore Ugo Cornia
Titolo Sulle tristezze e i ragionamenti
EdizioneQuodlibet, Macerata, 2008, Compagnia Extra 2 , pag. 130, cop.fle., dim. 12x19x1 cm , Isbn 978-88-7462-188-0
LettoreSara Allodi, 2010
Classe narrativa italiana
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Indice


  9    1.
 15    2.
 23    3.  Sulle tristezze
 31    4.
 33    5.  I baci con lo schiocco
 39    6.
 45    7.  Un dente devitalizzato si scorda di continuo
 55    8.  Sull'illogicità della riproduzione sessuata
 57    9.  E con una mano mi aggrappavo al muro
 65   10.  Balsamic Bond Cocktail
 71   11.  La storia del cinghiale
 93   12.  Non si capiva
 95   13.  Stellata
 99   14.
103   15.
109   16.  E poi mi son stufato
119   17.  Anonimo paradiso
125   18.  La bellezza delle vite singolari


 

 

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Pagina 9

1.


Riguardo alle esibizioni di tenerezza in pubblico i miei sono sempre stati delle persone molto riservate, in special modo mio padre che pur essendo meno riservato di mia madre era comunque uno molto vergognoso e se l'avessimo visto per una volta dare una carezza a mia madre si sarebbe vergognato per degli anni, oppure avremmo tutti pensato che era di un umore strano perché gli avevano comunicato che aveva una malattia mortale. Infatti poi così è successo veramente perché mi ricordo, quando già sapevamo che stava male, e, due o tre giorni dopo che aveva fatto un esame, nostra madre ci ha detto che lui le aveva detto di dirci che se tornando a casa verso l'una trovavamo il suo cadavare spiattellato in cortile non ci stupissimo, perché non sapeva se aveva voglia di affrontare un decadimento orrendo, quindi probabilmente si buttava giù dalla finestra, e invece, dopo questo messaggio che lui ci aveva fatto arrivare da nostra madre, a un certo punto si è messo a lottare quotidianamente contro la malattia (per esempio mi ricordo una sera, saranno già state le sei di pomeriggio, forse in dicembre, ma comunque c'era già un gran buio di quelli spaventosi fuori dalla finestra e mio padre era in bagno che aveva acceso la luce dello specchio sul lavandino e si stava guardando la faccia, e visto che sono passato di lì mi ha detto «ci ho la faccia che sembra un teschio» e si tirava la pelle sugli zigomi guardando come reagiva e cambiava dentro lo specchio l'immagine della sua faccia, che io gli ho detto «ma cosa dici, è la tua faccia» e lui invece mi ha detto «cosa dici tu, questo è un teschio, coun sovra un poc ed pela marzida, a'm sambra ch'a m'sia gnuu la faza ed to zio Peppe quand l'è mort, ch' l'è mort a nuvant'an, me a g'ho zinquantasee an e a g'ho la stessa faza ed to zio»), e comunque mio padre, mentre lottava quotidianamente con la malattia, deve essersi scordato di questo suo proposito di buttarsi giù dalla finestra, perché lottando con la malattia tutti i minuti, come si dice oggi in tempo reale, delle volte io ho pensato che uno perda la dimensione anche soltanto del domani e del domani l'altro, anche perché devi sempre concentrarti moltissimo per tenere a bada il tuo corpo e le cose che ci stanno succedendo dentro, anche se mentre dico questo mi ricordo poi di due o tre belle serate passate guardando una cartina dell'Italia, che guardare le carte geografiche, quando succede che uno, ordinando, a un certo punto gli capita in mano una carta geografica, allora la apri e ti metti a guardarla, e è sempre una cosa incredibile l'effetto che ti fa una carta geografica, allora per due o tre giorni ci eravamo guardati 'sta carta geografica dell'Italia ideando delle cose e mio padre diceva che se portava a casa la pelle, o anche soltanto se era ancora vivo per un anno o due, questa estate ci portava tutti a fare un giro in Sicilia perché aveva una gran voglia dopo tanto tempo di tornare in Sicilia e di andarci in macchina, in modo da vedere tutta l'Italia. E comunque, allora, ritornando a quello che volevo dire, poco dopo, forse quindici giorni dopo che la mamma ci aveva detto che il papà era malato, io una sera, sarà stato giugno, ero entrato in casa essendo piuttosto veloce e silenzioso a aprire la porta e ho detto ciao, affacciandomi in sala, e i miei erano seduti in poltrona, su due poltrone di fianco, e ho visto il gesto veloce di mio padre che tirava via la mano dalla mano di mia madre, allora in quell'attimo ho pensato che mio padre doveva essere veramente malato per essersi comportato in quel modo, e capivo che doveva sentirsi debole dentro, visto il suo carattere, per tenere la mano nella mano di mia madre e stare a chiacchierare con lei a bassa voce. Perché io, tolto quella volta, non li ho mai visti darsi la mano, anche se mi è capitato spesso che mentre mi addormentavo sentivo che erano nella loro camera da letto e si arrabbiavano tra di loro a bassa voce oppure ridevano tra di loro, sempre a bassa voce.

E a casa mia comunque non usavano tutti questi baci pubblici e carezze pubbliche e dichiarazioni d'affetto pubbliche, come dire a un altro ti voglio bene quando c'è almeno un'altra persona che è presente, e che vede e che sente cosa che a me ha sempre dato un tale fastidio che non ci riuscivo neanche a diciassette anni, quando uno ci ha la morosa e ha quella smania dovuta un po' al fatto della cosa nuova, e anche al fatto che tra l'altro a quella età devi trovarti una anche per dimostrare a mezzo mondo che non sei omosessuale, e così via. Comunque devo proprio dirlo, tutte queste dichiarazioni di affetti e di amori, a me fa impressione anche tra due persone sole.

E alla domenica, quando ero ancora un bambino, a mezzogiorno, quando andavamo a mangiare dalle zie, tutte le volte succedeva che appena prima di iniziare a mangiare, appena ci eravamo tutti seduti a tavola, una mia parente stretta e suo marito si davano un bacio, ma proprio con la lingua, e erano lì in mezzo a tutti, e allora, proprio in quell'istante, si vedeva negli occhi di mia zia (che era nata nel 1894) una certa disperazione, molto contenuta ma anche velata di disgusto, che chiaramente per lei significava che aveva davanti agli occhi due persone che stavano facendo una cosa indecente, difatti mio padre appena tornavamo a casa nostra iniziava a dire che non era possibile che due persone che avevano già compiuto più di vent'anni, e ne avevano già venticinque, si baciassero in quel modo in mezzo a dei parenti a tavola, tra l'altro sempre per circa almeno quarantacinque secondi, che mia madre gli aveva chiesto come fai a sapere che sono quarantacinque secondi, e mio padre ha detto che li contava mentalmente, e comunque secondo lui se due persone si baciavano in quel modo, davanti a cinque o sei altre persone, sono due persone a cui interessa più che altro qualcosa da far vedere e non qualcosa da fare, cioè secondo mio padre in quelle azioni non erano due che si baciavano perché si amavano, anche se certamente si saranno amati, ma piuttosto due persone che si baciavano perché dovevano fare vedere che si amavano; e questa secondo mio padre era una distinzione non da poco, perché secondo mio padre le unioni che producevano baci simili erano unioni con poco futuro, destinate a durare poco.

E infatti, quando dopo alcuni anni di matrimonio ha iniziato a circolare la notizia che quella mia parente stretta e suo marito divorziavano, pur essendo tutti noi precipitati nello sconforto, in quanto tutti affezionatissimi sia al marito di quella mia parente stretta che a lei stessa, mi ricordo che una volta, di là nell'appartamento delle zie, c'era mio padre e mia zia Maria in poltrona che stavano parlando, anche un po' a bassa voce, e dicevano che quel modo di baciarsi così ostentato era un segno inequivocabile che una separazione prima o poi sarebbe arrivata. E infatti, dicevano, dopo qualche anno era proprio arrivata effettivamente. E mia madre allora aveva detto ma che cosa dite e loro avevano detto che dicevano la pura e semplice verità. Infatti era successa. E dopo, quando eravamo tornati nel nostro appartamento, visto che mia madre ha detto a mio padre perché doveva dire delle simili stupidaggini mio padre le ha detto che se erano stupidaggini perché lei domenica mattina non andava a farsi chiavare in Piazza Grande.

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Pagina 23

3.

Sulle tristezze


Io comunque, negli ultimi poveri dieci anni della mia vita, tutte le volte che sono stato triste ma volevo stare in pace, non avendo la neanche benché minima voglia che qualcuno mi scorticasse l'anima a forza di chiedermi come andava, cosa facevo e se tutti stavano bene, in quanto quella sola domanda mi avrebbe fatto cadere la faccia e venire degli occhi da vero triste senza speranze, anche senza che ci fossero dei motivi precisi, allora e sempre, tutte le volte che vedevo qualcuno che conoscevo nei locali pubblici, mi sono continuamente messo a parlare di figa o di cose simili, come la formula uno, anticipando chiunque, qualunque cosa volesse dire, proprio con quei discorsi lì, e obbligandolo a parlare di figa e soltanto e sempre di figa, o di cose imparentate.

Perché delle volte, quando il silenzio pesa, a uno gli tocca di arrabattarsi come un disgraziato per riuscire a dare aria ai denti senza dir niente che lo infili in magagne confessorie da cui non ci si stacca più, per non dover dire delle balle, ma non dovere neanche parlare per ore di cose di cui vuoi solo tacere, e in quei momenti ci sono quei discorsi lì, che sono sempre pronti, già fatti, che stanno già nella testa di tutti come il fischiare, soltanto da usare a proprio comodo come una varietà di un qualsiasi rumore, che in realtà è proprio un silenzio che sembra che faccia parlare, ma fa solo riposare la testa.

E anche con le ragazze che cercavano di farmi dei sondaggi sentimentali non richiesti e non voluti, ma anzi spesso fuggiti, con quella tipica aggressività che hanno loro, che sono sempre delle morbose incredibili, devastate da un'educazione idiota che non sanno lasciar andare in malora, per cui devono sempre sapere tutto di che cosa «hai dentro», parlavo proprio di quelle cose lì, o di cose simili.

Perché se intuiscono che c'è una questione che è riservata, ossia che non ne vuoi proprio parlare, cercano di attaccarsi con le unghie e coi denti, come se fossero dei cani inferociti, perché devono sapere tutto di adesso ma anche di quello che uno faceva sei anni fa, o di quello che uno dovrebbe fare fra tre anni, ma se tu gli dici che non sai neanche chi sei, ma non solo che non lo sai, ma che neanche non te ne frega niente di saperlo, perché secondo te solo un deficiente può perder del tempo a andar dietro a certe cose, anche perché in cinque minuti può sempre caderti in testa una tegola dal tetto di una casa, e dopo sei soltanto un morto, loro lo stesso non ti mollano, e ti diranno anche che sanno che tu non sei come cerchi di far credere a tutti che sei, ma che sei fatto diverso, e che loro lo possono vedere dai tuoi sguardi come sei fatto veramente, e che vedono in un modo chiaro che dietro c'è qualcosa. Allora tu potrai anche cercare di fare lo stupido per salvarti, dicendo che dietro di te c'è soltanto la parete, ma loro non ti mollano lo stesso, e ti dicono che vogliono dire sotto la scorza o sotto la corazza, ossia quella cosa che uno si mette sulle sue smorfie e intorno alle sue posture fisiche, pensando di poter fregare in questo modo così banale una che secondo se stessa non è una stupida, ma anzi. E di riuscire a celarle in questo modo tutte le sue tristezze.

Ma è una questione che andrebbe discussa a livello nazionale se uno ha o non ha il diritto di tenere le proprie tristezze per sé.

Ma quali tristezze possa avere mai uno, è poi chiaro e decisamente ovvio che al massimo sono le tristezze che hanno tutti, esattamente uguali; con delle differenze minime, che quando uno se le guarda indosso, su di sé e dentro di sé, saranno poi anche delle vere voragini, in quanto a uno gli è morta la zia, mentre a un altro gli è morto il nonno o il cane, ma magari era un cane che per lui era come un fratello. Ma il fatto che tutti hanno delle tristezze è più o meno uguale al fatto che tutti hanno due piedi se non sono zoppi. Però uno che si interessasse sempre dei piedi degli altri, o anche continuamente dei suoi, sembrerebbe un povero idiota. Invece secondo certa gente le tristezze dovrebbero essere più caratterizzanti. Di sicuro secondo i morbosi. Intendendo i morbosi che ognuno dovrebbe avere proprio le sue di tristezze che lo rendono un essere specifico che è stato formato proprio da queste sue tristezze, e grazie a queste sue tristezze non è più un essere puramente generico. Perché uno, secondo i morbosi, diventa precisamente quella povera marmellata d'uomo che è potuta sopravvivere, ma malamente, ai pestaggi della sorte: e è diventato esattamente quella cosa lì e è prezioso proprio per questo. E indubbiamente deve essere anche vera questa cosa, ma forse è mille volte meglio spararsi alla nascita, senza indugi e rimpianti.

Non è però assolutamente evidente e lineare di per sé che avere una tristezza renda uno migliore o peggiore. Di sicuro ci sarà della gente che di una sola e piccola tristezza riesce a farne una rendita che alcuni potrebbero definire formativa, ma secondo me sono casi rari.

Ma la cosa più notevole è che ci sono delle tristezze che possono anche essere delle allegrie, come se fossero dei pensieri che hanno un piede che li tira verso il basso come in un affogamento, mentre l'altro piede salta verso l'alto in un moto ventoso.

E in tutto questo ragionare sulla tristezza io più che altro penso che sarebbe stato importante inventarsi un tipo di misurazione, che ognuno avrebbe potuto inventarsi per sé, assolutamente in un modo proprio, la quale sia tecnicamente in grado di isolare la tristezza buona distinguendola dalla cattiva. Allo scopo di murarsi volontariamente il cervello a volte sì e a volte no. Perché le tristezze che non ti affogano sono tristezze che fanno buon sangue, cioè hanno la dote principale che già nella quantità di tristezza più infinita che si possa afferrare, sia che siano bagliori di tristezze o che siano macigni di tristezze, si sfondano verso l'allegria, come quando si parla dei propri cosiddetti morti, in quello stato glorioso delle cose in cui alla tristezza, in questo caso buona, accade di sfondarsi assolutamente e sicuramente verso l'allegria, incollando le due facce della medaglia, sempre ignobilmente considerate come opposte per una volontaria ignoranza degli umori, ma invece perfettamente incollabili.

Perché la tristezza, lasciata correre dove vuoi correre, non riesce a diventare quella cappa di cemento armato che standoti sulla testa e sugli occhi, in breve tempo, ti fiacca il collo, e invece va a agganciare delle cose, e cioè, semplicemente, aggancia quel che trova per la sua strada, mentre va, e in questo suo agganciare è soggetta a continue mutazioni.

Però se la propria tristezza va tutelata con amore, la tristezza perseguita con volontà oppure murata per paura ha l'aspetto delle schifezze e nessuno riesce a approfittare dello strazio.

incredibile come possa accadere, ogni tanto, che uno si ritrovi a avere la propria testa o la propria vita ridotta come una landa attraversata di continuo da delle bufere, e a aver paura che dopo rimarrà solo della roba secca che va in pezzi. Come quando uno si sente come se ai bordi del suo cervello si stessero alzando dei venti pieni di danno, che non possano essere fermati in alcun modo, e sa che quindi deve soltanto lasciarli passare, aspettando e stando il più fermo possibile tenendosi ben attaccato, nella speranza che non succeda niente.

Ma d'estate, ho pensato spesso, la luce, che cade da dovunque, crea delle incrinature bestiali perché comunque s'infiltra nello stesso giro che fa l'umore, obbligandolo a muoversi.

D'estate, ogni venti o trenta secondi, una luce spaventosa dà una segata al tuo cattivo umore; un semplice minuto di malumore, di qualunque forma sia, patisce due o tre interruzioni e quindi non riesce a diventare un malumore standard della tua persona, e quindi ha poca possibilità di attecchire. Perché nonostante tutto siamo ancora un po' fatti come i cani o gli alberi, ancora suscettibili all'abbondanza luminosa; e a tutto questo una persona, le cui possibilità di vita non siano andate completamente in putrefazione, deve farci caso.

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Pagina 65

10.

Balsamic Bond Cocktail


James Bond amava l'aceto balsamico oppure, come sostengono i più, non amava l'aceto balsamico? Oppure ancora, come altri hanno sostenuto più volte, Bond l'aceto balsamico non lo conosceva per niente, non sapeva neanche che l'aceto balsamico esistesse?

E se invece avesse ragione Raimondi che sostiene che James Bond trovava l'aceto balsamico ripugnante e si rifiutava di assaggiarlo per partito preso, come Raimondi aveva potuto constatare, se crediamo alla sua testimonianza, in un ristorante di Rubiera nel quale Bond e Raimondi si erano per caso trovati seduti fianco a fianco in occasione di una cena organizzata dall'Associazione di Spionaggio Britannico in Italia. Tra l'altro Raimondi sostiene che Bond si fosse presentato alla cena con una signorina abbastanza bassa e piuttosto in carne, molto diversa da quelle con cui generalmente compariva sugli schermi. E anche se non si poteva dire che questa signorina fosse brutta, dice ancora Raimondi, era alquanto lontana dagli abituali cliché sulle donne degli agenti segreti. Inoltre sembra che Bond avesse presentato a tutti questa signorina definendola «mia moglie Marisa».

Questa testimonianza di Raimondi contrasta fortemente coll'opposta testimonianza di Emilio Spanni, secondo il quale James Bond non soltanto amava l'aceto balsamico ma addirittura adorava l'aceto balsamico. A tutti quelli che gli chiedevano che regalo fare a Bond per Natale, Spanni, se vogliamo credere alle sue parole, rispondeva sempre e senza esitazione «se vuoi andare sul sicuro regalagli del balsamico, perché Bond adora l'aceto balsamico». Infatti secondo Spanni era impossibile trovare Bond senza la sua ben nota ampolla d'aceto balsamico nascosta nella tasca interna della giacca, ampolla d'aceto balsamico che Bond sfoderava dalla tasca della giacca con un ampio gesto del braccio dopo aver chiesto e ottenuto un'insalata semplice e categoricamente non condita, con olio e sale a parte. Il come James Bond fosse venuto a conoscenza dell'aceto balsamico, dice Spanni, sempre se vogliamo credere alle sue parole, è un evento la cui aleatorietà è tale che fa pensare direttamente all'intervento di una mano divina. Poco prima che lo sfacelo bellico travolga l'Italia facendo nascere dalle sue ceneri una nuova democrazia, il Bond, giovanissimo e ancora soldato semplice, viene catturato nei deserti libici da una colonna di italiani ormai quasi allo sbando. Mentre traversano il deserto Bond e gli italiani vengono colti da una tempesta di sabbia che dura alcune giornate di seguito. Già dopo i primi due giorni di tempesta i componenti della colonna si perdono e si sparpagliano cogli occhi pieni di sabbia, senza più nulla vedere. Ma il Bond, che un giovane tenente spilambertese di nome Arturo Spaggiari, per evitare suoi eventuali tentativi di fuga, aveva ammanettato a se stesso, si ritrova solo in mezzo al deserto ammanettato allo Spaggiari. Inizia un loro camminare in mezzo al deserto piuttosto ramingo e senza orientamento che li porterà molto lontano. Adesso all'orizzonte non ci sono più né i soldati italiani né i soldati inglesi, neanche le carovane dei Tuareg. C'è soltanto il nulla fatto a duna. I primi morsi della fame iniziano a farsi sentire e dopo due giorni di tentativi James, che nel frattempo è stato disammanettato da Spaggiari, riesce a catturare e ammazzare a sassate in testa una lucertola desertica, un animale di almeno un chilo che riporta al momentaneo campo base dove Spaggiari l'attende a mani vuote. Mentre stanno spellando la lucertola prima di divorarla, quando Bond chiede allo Spaggiari se secondo lui la lucertola è commestibile, strappata in due parti la lucertola cruda lo Spaggiari dice a Bond «non ti preoccupare, che ci penso io» e tira fuori dalla tasca un'ampollina con dentro un liquido scuro, un po' denso, poi ne versa due gocce sulla sua metà lucertola e tre gocce sulla metà lucertola che porge a Bond con grande cortesia, quindi gli dice «adesso puoi mangiarla, James» ma Bond, dopo che ha assaggiato la lucertola, guarda Spaggiari e gli dice «è buonissimo. Questa cosa è buona anche sulle lucertole crude del deserto. Arturo, dimmi che cos'è». E allora Spaggiari gli dice che è l'aceto balsamico fatto da sua nonna che sua madre gli spedisce tutti i mesi per posta. E lì, in mezzo al deserto, in quel momento difficile, estremamente arduo, Bond conosce l'aceto balsamico. Ma il girovagare a piedi di James Bond e di Arturo Spaggiari nel deserto continua per altre cinque settimane. L'aceto balsamico, secondo quanto riferirebbe Emilio Spanni si rivela buonissimo anche sulla polpa di scorpione del deserto cotto, e sul topo del deserto crudo, l'unico problema è che, anche se versato a gocce, finisce presto. Dopo cinque settimane però la fortuna aiuta James e Spaggiari che incontrano una carovana di Tuareg che si offrono di portarli a Casablanca, in mano agli angloamericani, dove James presenta Arturo Spaggiari come il suo cugino muto italoamericano William Bandini, figlio della sorella del padre Eveline Bond e dell'emigrato italiano Maurizio Bandini. Bond dichiara che in mezzo alla tempesta di sabbia William ha perso i documenti. Sviati con questa astuzia tutti i sospetti sull'identità di Spaggiari alias Bandini, Bond prega Spaggiari di scrivere alla madre per dirle che sta bene e per pregarla di inviare a Casablanca del nuovo aceto balsamico, anche in quantità maggiori del solito perché Bond si sente pieno di progetti innovativi a base di aceto balsamico. I due aspettano per giorni e giorni, recandosi quasi quotidianamente alla posta per sentire se non c'è un pacchetto per loro proveniente dall'Italia. Un bel giorno arriva una lettera, nella lettera c'è scritto che una bomba è caduta sull'acetaia della nonna sfasciando le botti e che di aceto di pari qualità se ne riparlerà tra almeno trent'anni. questo il motivo che impedisce a Bond di inventare il Martini Balsamic Bond Cocktail prima del 1974.

Finisce la guerra, ognuno torna a casa sua, James Bond si dedica allo spionaggio e diventa agente segreto, Spaggiari inizia una carriera di dirigente postale e mette su famiglia. La corrispondenza fra i due diventa sempre più rada e finisce prima che l'acetaia sia di nuovo in produzione con una sufficiente qualità. Ma nel '74, giusto trent'anni dopo la distruzione dell'acetaia, un Bond tutto brizzolato e ormai di mezz'età suona alla porta di casa Spaggiari e un anziano Spaggiari corre a aprire e è lì che il 4 agosto del 1974, a Spilamberto, Bond riesce a realizzare il Martini Balsamic Bond Cocktail. Morirà poco dopo, il 27 gennaio del '77, completamente ubriaco di Martini Balsamic Bond Cocktail, a Barberino del Mugello, verso le sette di mattina di una giornata nebbiosa.

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