Copertina
Autore Paolo Crocchiolo
Titolo L'esca amorosa
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2004, Fiabesca 76 , pag. 128, cop.fle., dim. 120x168x10 mm , Isbn 978-88-7226-794-3
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe psicologia , filosofia , scienze cognitive , evoluzione
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Indice

  5 Biologia illuminista...
    di Alberto Oliverio

  7 ... (e) illuminismo biologico
    di Giancarlo Majorino

  9 L'esca amorosa


 11 Un universo inesplorato
 15 6 aprile 1327: il primo amore non si scorda mai
 20 Adam and Steve nella preistoria
 25 Marilina e la coda del pavone
 32 Facciamo finta che sia vero
 48 L'estasi di S.Teresa e la sindrome di Stendhal
 51 I pennacchi di San Marco
 57 Assuefatti al '900
 61 De prospectiva pingendi
 63 Calderon, Von Kleist: etica tribale con variazioni
 66 Un giro a Palazzo Altemps: ars diabetica?
 69 Amazonas
 75 Efesto 2000: alla maniera di Cesare Musatti
 88 Inferiorità degli insetti o "pari dignità"?
 91 Bocadillo
 95 Lalchimia delle emozioni
101 Una chiacchierata fra amici
110 Noam Chomsky
118 Cristoforo Colombo e lo spirito di Ulisse
121 Così è... se vi pare


125 Riferimenti bibliografìci

 

 

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Pagina 11

Un universo inesplorato



Questo saggio vuol essere una proposta, al tempo stesso provocatoria e stimolante: la proposta di una chiave di lettura originale della realtà, comunque estranea agli schemi cui sino ad ora eravamo stati abituati.

Che cos'hanno in comune un quadro di Van Gogh, una passeggiata nel parco, un amore che finisce e la progettazione di un ponte? La risposta è: la nostra mente, la mente di ciascuno di noi, ovvero la mente della specie umana, che percepisce il quadro, effettua la passeggiata, prova lo struggente sentimento dell'addio ed elabora le immagini del ponte da costruire. Quando dico mente umana, presuppongo evidentemente quelle caratteristiche mentali che tutti noi abbiamo in comune in quanto esseri umani. La mente è uno strumento polivalente, che ciascuno di noi riceve in dotazione alla nascita ed è anche l'unico ed esclusivo strumento a nostra disposizione per percepire ogni aspetto di ciò che convenzionalmente chiamiamo realtà.

In questo saggio vorrei descrivere l'universo in una prospettiva del tutto nuova, non come un universo, cioè, che esiste indipendentemente da noi, ma come un universo da noi, per così dire, inglobato e interiorizzato. Soprattutto, vorrei tentare di spiegare perché la realtà ci appare così come la percepiamo, e non diversamente (come ci sarebbe indubbiamente apparsa se ci fossimo evoluti come qualunque altra specie vivente, con altre esigenze, anche mentali, da soddisfare). Dirò subito che, a mio avviso, il quadro, la passeggiata, la nostalgia della persona amata o il ponte, vengono percepiti da tutti noi secondo modalità in massima parte condivise, proprie della nostra specie. Aggiungo che queste modalità sono, ed erano tali da risultare in definitiva, nel passato che ci ha anche mentalmente plasmati, utili alla sopravvivenza e alla riproduzione dei geni di cui noi siamo, per così dire, gli involucri. Ritengo anche che, nella sterminata varietà degli ominidi nostri antenati, tutti quelli che non percepivano l'universo (incluso il proprio stesso corpo) nel modo in cui noi lo percepiamo, si siano poco a poco estinti perché meno adatti a sopravvivere e a riprodursi nell'ambiente in cui vivevano. In effetti, in questo saggio, userò indifferentemente, come sinonimi, selezionato (rispetto a un determinato carattere, o istinto), e avvantaggiato (rispetto a tutti gli individui della stessa specie che sono, o erano, privi di quel carattere, o istinto).

Insomma, noi tutti - e in particolare la nostra mente su cui vorrei focalizzare la mia attenzione - siamo il risultato di una selezione naturale. Ovvero, l'intero universo è dentro ciascuno di noi (né potrebbe essere diversamente, del resto), ma non è un universo qualunque, né un universo in sé, piuttosto è un universo fatto proprio secondo modalità che si sono man mano selezionate in quanto sono risultate, di fatto e a posteriori, più adatte alla sopravvivenza della nostra specie rispetto ad altre modalità possibili. Lo stesso si può ovviamente ipotizzare per le altre specie, le cui strutture mentali si sarebbero evolute in forme più o meno complesse a seconda delle esigenze di sopravvivenza e riproduzione su cui venivano man mano modellate. Si sarebbero selezionati, cioè, quegli istinti e, in una certa misura, anche quegli archetipi mentali che servivano alla sopravvivenza e alla riproduzione della specie di appartenenza. In tutti i casi il processo di selezione naturale avrebbe gradualmente escluso, nel corso delle generazioni, le strutture mentali risultate meno adatte all'ambiente, sempre in funzione del mantenimento dell'integrità del corpo cui esse stesse appartenevano.

Negli ultimi anni, un nutrito gruppo di studiosi (Antonio Damasio, Victor Johnston, Daniel Dennett e, in Italia, Alberto Oliverio, Sandro Nannini e Gilberto Corbellini, per citarne solo alcuni) si sono occupati di indagare il funzionamento della nostra mente, ovvero di chiarire il come, cioè attraverso quali meccanismi, è ipotizzabile che essa inglobi quella che chiamiamo realtà. Altri (tra cui Edward Wilson, David Barash e Richard Dawkins) si sono chiesti perché certe modalità di percezione ed elaborazione mentale si siano di fatto selezionate invece di altre. Questi studiosi hanno formulato una serie di ipotesi sui possibili vantaggi che certe combinazioni emotivo-razionali istintive o archetipiche avrebbero presentato rispetto ad altre, presumibilmente meno adatte rispetto all'ambiente naturale e sociale prevalenti in passato.

È evidente che tutto ciò schiude un campo di ricerca, o più semplicemente di osservazione, vastissimo e inesplorato. In questo saggio vorrei passare in rassegna una serie di fenomeni, di natura la più svariata - psicologica, letteraria, filosofica, artistica - visti sotto una luce nuova e rivisitati in base a una lettura biologica della nostra mente. Vorrei analizzare, cioè, le modalità di percezione innate che tutti noi condividiamo per averle sviluppate, fissate a livello mentale, consolidate per migliaia di generazioni e finalmente trasmesse durante un lunghissimo percorso di selezione naturale.

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Pagina 32

Facciamo finta che sia vero



"Penso, penso, mi sembra di progredire; poi, di botto, quel dannato Hume mi fa tornare al punto di partenza, mi rimanda alla casella uno del giuoco dell'oca! Mi sembra di vederlo, con quel suo sorriso beffardo, mentre mi dice: 'quello che percepisci con la tua mente non è che un'illusione, un castello di sabbia sulla spiaggia, destinato a disfarsi alla prima ondata'". Kant non si dava pace: gli sembrava che Hume continuasse a distruggere tutto ciò che lui costruiva. La sintesi a priori! È il fantasma di Hume a rifargli il verso: "A priori, ça existe bien sur, ma la sintesi, dov'è? Non esiste, ce la inventiamo noi...". Eppure... eppure non poteva risolversi tutto nella pars destruens... quel geniaccio di David Hume, certo, da buon illuminista 'radicale', aveva avuto il merito di prendersi gioco e far piazza pulita di tutte le fumisterie metafisiche messe su da tutti quei tromboni a cominciare da Aristotele, che dico, da Talete in poi; ma a Kant sembrava impossibile che non dovesse rimanere proprio nulla dopo quel repulisti, peraltro così salutare. Sinché a un certo punto, "Eureka", pensò, "ho trovato: perché non far finta che sia tutto vero, visto che gli stessi... pregiudizi li abbiamo comunque in testa tutti, a quanto pare...". Kant non conosceva (e come avrebbe potuto, del resto?) Darwin e la moderna biologia genetica, né tanto meno la possibilità che gli a priori presenti nella mente umana non fossero "eterni e universali", ma frutto di selezione naturale. Però aveva intuito che, al di là del come e del perché, questi a priori noi tutti, Homines sapientes, ce li abbiamo in comune. E allora, visto che, di fatto, queste 'griglie conoscitive' - lo spazio, il tempo, la causalità ecc. - le condividiamo tutti, noi membri della specie umana, tanto vale, per comunicare fra noi e agire nella 'realtà' circostante, fare finta che sia tutto 'vero', chiamando, magari un po' pomposamente, questo insieme strutturato di 'preconcetti' l' io trascendentale. Insomma, si trattava di leggere la mente umana (il filtro) come se, attraverso di essa, leggessimo ciò che era al di fuori di essa.

In fondo, il tempo e lo spazio come noi li concepiamo e, soprattutto, la causalità (il famoso "post hoc ergo propter hoc" tanto criticato, e giustamente bollato come arbitrario, da Hume), non esistono in sé, ma solo nella nostra mente. Oggi, nel 'dopo-Darwin', continuiamo a chiedercene il perché e, forse, potremmo rispondere, semplificando al massimo, "perché chi era dotato di questi 'preconcetti' era avvantaggiato dal punto di vista biologico". D'altronde, chi poteva immaginare, ai tempi di Kant, che la struttura stessa della mente umana potesse essersi plasmata, in tempi biologici, modellandosi sulla cosiddetta 'realtà esterna', essenzialmente in funzione della sopravvivenza della specie? Oggi, chiosando Kant ("le intuizioni senza concetti sono cieche, i concetti senza intuizioni sono vuoti"), potremmo dire che le 'intuizioni' sono i presupposti biologici innati, ovvero gli archetipi di Wilson, prestampati nella nostra mente, mentre i 'concetti' sono i contenuti del pensiero, i memi di Dawkins, i bit d'informazione senza i quali le intuizioni non potrebbero sostanziarsi, o anche il mondo esterno nelle sue infinite manifestazioni, a contatto col quale le predisposizioni 'preprogrammate' della nostra mente da potenziali si trasformano in attuali. Ad esempio, un contenuto concettuale potrebbe essere lo specifico linguaggio con cui viene a contatto la mente del bambino (o più tardi anche dell'adulto), predisposta ad apprenderne uno dei tanti, in virtù della sua stessa appartenenza alla specie umana.

Mentre illustravo questi concetti a Victor Johnston ("la sintesi è l'esperienza, l'a priori le idee innate"), lui m'interruppe per dirmi: "Allora, quello che per Kant era l'a priori, per noi biologi moderni è in realtà l'a posteriori, ossia il risultato finale del processo selettivo che ha dato luogo agli archetipi entro i quali incaselliamo la realtà". "Esattamente, diavolo d'un Johnston!". Dirò di più: oggigiorno, se rivivesse, Kant probabilmente scriverebbe altri Prolegomeni, questa volta fondati sulla biologia!

Questa chiave di lettura biologica del pensiero filosofico potrebbe riassumersi, succintamente, nell'identificazione delle cosiddette idee innate (archetipi conoscitivi, etici ed estetici) variamente chiamate concetti (Socrate), idee (Platone), categorie (Aristotele), idola (Bacone), sintesi a priori (Kant e, più recentemente, neokantiani come lo stesso Habermas), archetipi (Jung), con quei contenuti mentali sviluppati per evoluzione biologica e consolidati per selezione naturale, di cui abbiamo sino ad ora parlato. In particolare, l' io trascendentale di Kant non sarebbe altro che la 'fascia media' di sviluppo entro cui sarebbe venuta a collocarsi la nostra mente in seguito a un lunghissimo processo di selezione naturale. Tutti questi filosofi, la maggior parte vissuti prima di Darwin, avevano scoperto insomma che i modelli ce li abbiamo già in testa, prima ancora di imbatterci per istrada nelle loro copie, che invece, capovolgendo il punto di vista, chiamiamo la realtà (ricordate l'anima gemella?): però, non conoscendo i meccanismi dell'evoluzione e della selezione, non potevano sospettarne l'origine biologica.


Già a partire dai presocratici, del resto, la speculazione filosofica continuò a imbattersi nelle idee innate, ossia nella struttura stessa della mente umana, strumento biologicamente polivalente, come abbiamo visto, e filtro inaggirabile di qualsiasi rapporto con la cosiddetta 'realtà esterna'. In estrema sintesi, Platone intuisce la presenza delle idee innate, Kant ne fa il presupposto della sua epistemologia e Darwin pone le basi per la spiegazione della loro esistenza.

In fondo, gli antichi metafisici della Scuola Ionica, da Talete in su e via via fino ai nostri tempi, non avevano poi tutti i torti. Leggendo il contenuto della nostra mente, invece di pretendere di attribuire valore assoluto alla realtà fisica, come fanno i moderni positivisti, i metafisici forse, paradossalmente, erano più aderenti ad una realtà accessibile e dunque sicuramente vera, rispetto agli scettici e ai detrattori della metafisica. Insomma, la metafisica è più vicina alla realtà della fisica?

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