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| << | < | > | >> |Pagina 35Constantine, otto anni, stava lavorando nell'orto di suo padre e pensava al proprio, un quadrato di granito polverizzato che aveva recintato e rastrellato nella parte più alta della proprietà di famiglia. Per prima cosa sarchiò i filari di fagioli del padre, poi strisciò fra i nodi e i ceppi del vigneto, legando di nuovo ai paletti i viticci ribelli con della ruvida corda marrone che secondo lui aveva esattamente il colore e la consistenza di un nobile sforzo destinato a fallire. Quando suo padre parlava di "ammazzarsi di lavoro per mantenersi vivi", Constantine immaginava questa corda, ruvida e forte e grigiastra, elettrizzata dai suoi stessi fili vaganti, che avvolgeva il mondo in un goffo pacchetto riluttante a restare legato, proprio come i viticci che continuavano a liberarsi e guizzar fuori in estatiche inclinazioni verso il cielo. Occuparsi dei viticci era uno dei suoi compiti, ed era arrivato a disprezzarli e a rispettarli per la loro indomabile insistenza. Avevano una loro aggrovigliata vita segreta, una torpida volontà, ma sarebbe stato lui, Constantine, a pagarla se non fosse riuscito a tenerli ordinati e palettati. Suo padre aveva un occhio spietato, capace di scoprire un'unica pagliuzza cattiva in dieci balle di buone intenzioni. Mentre lavorava, pensava al suo orto, nascosto sulla sommità della collina dal bagliore del sole, un metro quadrato, così inutile al futuro fermamente prestabilito da suo padre che lo aveva regalato a lui, il più piccolo, come un giocattolo. La terra del suo orto era poco più di un centimetro di terriccio intrappolato nel declivio roccioso, ma lui l'avrebbe fatta fruttificare con la sua determinazione e il suo lavoro e la sua forza di volontà. Dalla cucina di sua madre aveva trafugato dozzine di semi, di quelli che restavano attaccati al coltello o cadevano sul pavimento nonostante la sua attenzione a non macchiarsi del peccato dello spreco. Il suo orto era su un cocuzzolo di roccia riarsa dove nessuno metteva mai piede; se fosse cresciuto qualcosa, avrebbe potuto occuparsene senza dir niente a nessuno. E avrebbe potuto aspettare la stagione del raccolto e scendere trionfante con una melanzana o un peperone, forse anche un pomodoro. Sarebbe tornato a casa nel crepuscolo autunnale mentre sua madre serviva la cena a suo padre e ai suoi fratelli. Avrebbe avuto la luce alle spalle, vivida e dorata. Che avrebbe squarciato la penombra della cucina appena lui avesse aperto la porta. La madre, il padre e i fratelli si sarebbero voltati verso di lui, il cuccìolo, da cui ci si aspettava così poco. Quando nel vieneto guardava dall'alto il mondo - i ruderi della fattoria di Papandreous, gli uliveti della Kalamata Company, il luccichio lontano della città - pensava che un giorno si sarebbe arrampicato sulle rocce per vedere i verdi germogli spuntati nella sua macchia di terriccio. Il prete sosteneva che i miracoli erano frutto dell diligenza e della fede cieca. Costantine aveva fede Ed era diligente. Ogni giorno prendeva la sua razione d'acqua, ne beveva metà e spruzzava il resto sui suoi semi. Questo era facile, ma aveva anche bisogno di terra migliore. I pantaloni cucitigli dalla madre non avevano tasche, ed era quindi impossibile rubare manciate di terriccio dall'orto di suo padre e arrampicarsi poi oltre la stalla per le capre e sulla parete curva della roccia senza farsi scoprire. Rubava quindi nell'unico modo possibile, chinandosi ogni sera al termine della giornata di lavoro, come per legare l'ultimo viticcio, e riempiendosi la bocca di terra. Aveva un sapore inebriante, fecale; un buio sulla sua lingua, insieme ripugnante e stranamente, pericolosamente squisito. Con la bocca piena saliva allora il ripido pendio verso le rocce. Il rischio non era grande, anche se avesse incontrato suo padre o i suoi fratelli. Erano abituati al suo silenzio. Lo attribuivano al fatto che lo consideravano uno sciocco. In realtà, stava zitto perché aveva paura di sbagliare. Il mondo era fatto di sbagli, un groviglio spinoso, e per quanta corda si usasse, per quanto la si annodasse con cura, non c'èra modo di legarlo bene. Il castigo era ovunque in agguato. Meglio quindi non parlare. Ogni sera camminava in silenzio, come al solito, passando davanti a quelli dei suoi fratelli che erano ancora al lavoro fra le capre, ed evitando di muovere le guance perché nessuno si accorgesse che aveva la bocca piena. Attraversando il cortile e arrampicandosi sulle rocce, si sforzava di non inghiottire, ma era inevitabile che gli accadesse, e un po' di terriccio gli filtrava in gola, infettandolo col suo acre sapore. Era infatti striato di sterco di capra, e gi faceva lacrimare gli occhi. Ma quando finalmente arrivava in cima, gli rimaneva una palla di terra umida di dimensioni discrete da sputare su un palmo. A quel punto, con grande rapidità, temendo che uno dei fratelli potesse averlo seguito per prenderlo in giro, conficcava la manciata di terriccio nel suo orticello. Era impregnata della sua saliva. La massaggiava e pensava a sua madre, che lo trascurava perché nella sua vita c'erano già fin troppi problemi di cui occuparsi. Pensò a lei che portava da mangiare ai suoi voraci e sguaiati fratelli. Pensò alla faccia che avrebbe fatto vedendolo entrare dalla porta una sera di raccolto. Si sarebbe fermato nell'obliqua luce polverosa davanti ai familiari sbalorditi. Poi si sarebbe avvicinato al tavolo per posarvi quel che aveva portato: un peperone, una melanzana, un pomodoro. | << | < | > | >> |Pagina 32Quando sua madre lo chiamò per la cena, Billy sdraiato sul suo letto, stava guardando un fumetto. Era un vecchio fumetto, regalatogli da sua madre, su una gatta innamorata di un topo che la disprezzava. A oggi mattone che il topo le lanciava in testa, l'amore della gatta cresceva, fin quando la sua testa era tutto un turbine di cuori e di punti esclamativi, segni mischiati della sua devozione e delle sue ferite. Billy aveva talmente adorato quel fumetto da supplicare la madre di permettergli di tenerlo, e quasi ogni giorno guardava la gatta dal gran naso istupidita dall'amore per il collerico topo dalle braccia lunghe e sottili. Sua madre gli aveva letto tante volte le parole da fargliele imparare a memoria. "Ignatsio, cuor mio, io ti amo un milione di volte. Ugh." La successione delle vignette lo eccitava, gli smuoveva qualcosa dentro. Non si stancava mai di guardare gatta e topo che passavano per una serie immutabile di ingiurie e di puro sconfinato affetto.Scese a cena e si sedette al suo solito posto, osservando ogni cosa. Suo padre non parlava. Mangiava con una schizzinosa riluttanza, che non era il suo modo abituale, tagliando con precisione ogni boccone come un sarto. Ogni tanto nel tagliar la carne, emetteva un lieve gemito, come se il coltello avesse toccato la sua carne viva. Billy guardò le mani di suo padre, rosse e venate, e talmente grandi che potevano coprirgli tutta la testa. Si ricordò che gli era proibito fissare. Si concentrò allora sugli altri commensali, meno pericolosi. Zoe giocava con un cucchiaio che scintillava e s'offuscava e scintillava di nuovo alla luce della lampada. Susan sedeva impassibile e compita di fronte a Billy, il quale sapeva che la sua attenzione era tutta concentrata sull'accertarsi che nessun boccone sul suo piatto toccasse qualsiasi altro boccone. La madre di billy mangiava con distaccata precisione. Nutrirsi era per lei un compito da affrontare con metodo e con attenzione. Mangiando, manteneva vivo il flusso della conversazione. Ogni argomento era buono. Era suo compito comprare e cucinare ii cibo ed era suo compito assorbire il mondo ed elargirlo alla famiglia in queste conversazioni. "Oggi sono passata da Widerman," disse, "per comprare qualche cosetta, e pensate un po'. Avevano uno scaffale pieno di radio a transistor con un grande cartello che diceva 'Occasione. Tre e novantanove.' Non potevo crederci. Pensavo che dovessero avere qualcosa che non andava e allora l'ho chiesto a Jewel, quella con il figlio morto a Pearl Harbor. 'Jewel,' le ho detto. 'Cos'hanno che non va quelle radio?' E lei: 'Capisco cosa vuoi dire, ma non hanno niente che non vada. Sono giapponesi. Sembra cne i giapponesi lavorino praticamente gratis, e così il costo di una radio é quasi soltanto quello dei componenti e della spedizione. Ma vi rendete conto? Sono stati loro ad ammazzare l'unico figlio maschio di Jewel, e lei adesso se ne sta lì a vendere le loro radio a prezzi con cui nessuna ditta americana potrebbe mai competere. | << | < | > | >> |Pagina 105La casa era tranquilla. Tubi e condotti emettevano i loro rumori, sommessi ed efficienti. Ronzavano gli elettrodomestici. Mary era di sopra a dormire, a sognare i suoi sogni. Una ladra, una delinquente recidiva; una donna che era rimasta silenziosamente seduta nella luce fluorescente dell'ufficio dello sceriffo, con il trucco che le colava sulla pelle pallida e mortificata. Billy era andato seminudo dai suoi amici. Versandosi un altro drink, Constantine pensò a Susan, coraggiosa e intelligente e comprensiva, che procedeva con agile sicurezza verso un futuro che le riservava novità sempre più belle. Quel che c'era stato fra loro non aveva importanza. Lo aveva fatto solo un paio di volte, da ubriaco: una cosa da poco. Soltanto baci e abbracci. Era stato amore, nient'altro. Pensò di telefonarle, ma sapeva che il suo orgoglio non si sarebbe mai riavuto dal ricordo di quella conversazione da sbronzo durante la quale le aveva chiesto perdono. Un giorno sarebbe diventato un vecchio. Doveva stare attento al passato che si stava costruendo.
La camicia di Billy giaceva in un mucchio colorato sul
pavimento. Constantine si pigò e, con un lieve scricchiolio
delle sue ginocchia irrigidite, si chinò a raccoglierla.
Era leggera come fumo, di un tessuto simile a garza.
Papaveri arancione grandi come pollici e fiori violacei a
forma di trombe sbocciavano in un campo nero. Constantine
se la portò al viso e ne aspirò l'odore. L'odore di suo
figlio - la sua colonia dolciastra e il deodorante e le
caramelline di gaulteria che succhiava per l'alito. Billy
era ossessionato dall'idea di puzzare e Constantine capiva
il suo terrore adolescenziale. Lui stesso aveva masticato
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