Copertina
Autore Kjell Ola Dahl
Titolo Un piccolo anello d'oro
EdizioneMarsilio, Venezia, 2006, Farfalle , pag. 364, cop.fle., dim. 135x205x27 mm , Isbn 978-88-317-8876-2
OriginaleEn liten gyllen ring [2000]
TraduttoreGiovanna Paterniti
LettoreAngela Razzini, 2006
Classe narrativa norvegese , gialli
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Pagina 9

Il cliente



Quello era un cliente particolare, lo aveva capito subito, anche se lui non aveva fatto niente per farsi notare – vale a dire: Elise si era accorta che era entrato qualcuno, ma dal momento che questo qualcuno era rimasto in piedi davanti allo scaffale dei cataloghi per le vacanze anziché andare direttamente al banco, lei aveva continuato con quello che stava facendo senza alzare lo sguardo. Sedeva con gli occhi incollati allo schermo del computer tentando di chiudere un viaggio a Copenaghen per una famiglia di tre persone: la signora con cui era al telefono non riusciva a decidere se prendere un volo andata e ritorno o se fare la traversata via nave stipando l'auto sulla Stena Saga in modo da avere a disposizione la macchina una volta arrivati sul posto.

Elise lanciò una rapida occhiata a Katrine e registrò che anche lei era occupata. La cuffia del telefono munita di microfono teneva composti gli indomabili capelli biondi di Katrine, solo una ciocca chiara le scendeva davanti al bel dorso del naso. Katrine era concentrata sulle immagini dello schermo: aveva quella caratteristica ruga che le compariva sulla fronte ogni volta che si concentrava, il suo sguardo si spostava dalla tastiera allo schermo, le lunghe ciglia brune si alzavano e si abbassavano lentamente, come un bel ventaglio, pensò Elise e rimase seduta a studiare quel volto chino sulla tastiera, il profilo di Katrine, il naso leggermente marcato sopra la bocca dipinta di rosso il cui caratteristico labbro superiore faceva effetto sugli uomini, perché era un po' rigonfio da una parte.

A volte Elise sentiva che avrebbe potuto essere sua madre. Katrine le ricordava la maggiore delle sue figlie, anche se era più spontanea e rideva più facilmente e più spesso. E comunque a volte Elise si sentiva come se quella seduta lì fosse sua figlia; probabilmente Katrine se n'era accorta, ed era anche un po' irritata da tutte queste premure non necessarie.

Quando il cliente poco dopo si avvicinò al banco, Elise riagganciò il telefono, alzò gli occhi e si preparò a servirlo. Ma dal momento che l'uomo la ignorò e si avvicinò invece a Katrine, Elise si chinò di nuovo su quel che stava facendo. Registrò appena il fatto che Katrine avesse sollevato gentilmente lo sguardo verso il cliente pronunciando automaticamente un «come posso aiutarla» molto prima di aver distolto l'attenzione dallo schermo del computer. Elise fece in tempo a pensare che avrebbe dovuto discutere con lei proprio di quella cattiva abitudine. Formulò il rimprovero nella sua testa: Non dire «come posso aiutarla» prima di avere un contatto visivo con il cliente. Il cliente si sente sempre molto importante. Il cliente si considera il centro dell'universo. Se l'attenzione non è focalizzata su di lui, il cliente si irrita. È una reazione assolutamente naturale.

Con la coda dell'occhio Elise percepì che Katrine si toglieva la cuffia del telefono e diceva qualcosa che lei non riuscì a capire. Ma quello che accadde dopo le rimase davvero impresso nella mente. Il cliente, un uomo piuttosto alto, era ben dotato di quelli che Elise amava definire volgari segnali totemici. Indossava un gilet di pelle nero sopra il torso nudo e abbronzato. I jeans erano sdruciti e con dei buchi sulle ginocchia. Anche se dimostrava più di quarant'anni, teneva i lunghi capelli brizzolati raccolti in una coda di cattivo gusto; a un orecchio portava un orecchino d'oro a forma di anello di dimensioni eccessive e, quando afferrò Katrine, Elise si accorse di un'enorme cicatrice sull'avambraccio. In poche parole, quest'uomo era un bullo vero e proprio.

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Pagina 51

Kalfatrus



L'ispettore capo Gunnarstranda osservava i contorni del proprio volto nella boccia di vetro. L'immagine riflessa fluttuava dandogli una forma a pera. La bocca dai posticci, bianchi denti di porcellana sembrava un largo e strano baccello pieno di fagioli bianchi. Le narici erano ingrossate come due grandi tunnel e tutt'intorno sul volto si intravedeva l'ombra grigia della mancata rasatura domenicale. Cercava le parole per dire qualcosa al pesce rosso. Era in piedi davanti al piccolo acquario nella libreria e osservava il pesce e se stesso nel vetro. Nel riflesso, dietro al suo volto a pera, la boccia del pesce catturava tutti gli oggetti presenti nell'appartamento, gli scaffali per i libri e il tavolo con la pila di giornali sopra. «Sei solo?» chiese al pesce rosso. Era una domanda stupida. Riformulò la domanda più correttamente: «Ti senti solo?» E, come sempre, mise in bocca la risposta al pesce dalla leggiadra coda rosso-arancione che si muoveva placido nell'acquario. «Ma certo che ti senti solo, anche io sono solo.» Quelle parole diedero al poliziotto una leggera fitta di rimorso. In effetti avrebbe dovuto comprare altri pesci, dare dei compagni al grasso pesce rosso-arancione, in modo che nell'acquario potesse esserci una vera e propria comunità di pesci. Temeva però che in quel modo avrebbe perduto il contatto con questo pesce. Tra i due c'era qualcosa di speciale, ora per esempio se ne stava quasi fermo nell'acqua e lo fissava con il suo sguardo strano agitando la bella coda come in un film al rallentatore. «Eh già, siamo soli, tutti e due» concluse lui, si raddrizzò e, lentamente, se ne andò in cucina per farsi un po' di caffè con la caffettiera all'americana. Quattro cucchiai di Evergood, cinque cucchiai se il caffè era di un altra marca. Funziona così, con alcune marche di caffè bisogna metterne di più nel filtro. Niente da discutere. E una questione di gusto. Si mise le bretelle sopra le spalle della canottiera. «Sai qual è la cosa peggiore?» disse al pesce. «E che non si può più stare da soli con la propria solitudine, adesso essere soli è di moda, adesso ci sono programmi radio sulla solitudine e tutti parlano di solitudine, e fanno dei programmi apposta per chi è solo.»

Accese la caffettiera e si appoggiò allo stipite della porta. Sopra la boccia dell'acquario era appeso il ritratto di Edel.

Che espressione comunicavano oggi i suoi occhi e la sua bocca? Una sorta di disprezzo, concluse. Ma perché? Perché lui passava il tempo a fare conversazione con un pesce? Che sia gelosa, pensò, gelosa perché non parlo con lei? Ma lui con lei ci parlava, dentro di sé. Il pesce era un'altra cosa, il pesce era come un cane. Sì, sentì Edel ammonirlo nella sua testa. Ma i cani hanno un nome, gli disse.

Esatto, pensò Gunnarstranda e tornò a passo lento all'acquario. Prese il barattolo giallo di mangime per pesci, lo aprì e con l'indice ne fece cautamente uscire un po'. Piccole scaglie di mangime rimasero a galleggiare sull'acqua. Ebbro di felicità il pesce cambiò direzione, nuotò fino alla superficie e iniziò a sbocconcellare il mangime a fior d'acqua. «Vuoi avere un nome?» chiese al pesce e pensò ai tre saggi della Bibbia. Per quel pesce sarebbe stato adatto il nome di un saggio. Se gli indù avevano formulato supposizioni corrette, era possibile che quel pesce lo fosse stato davvero una volta, fosse stato un saggio con un karma decisamente negativo. Ma Gunnarstranda non ricordava i nomi dei saggi, anzi uno lo ricordava: Melchior. Che nome stupido per un pesce. Un altro si chiamava Baltazar. Suonava meglio, ma era poco originale. Continuò a riflettere. «Ti chiamerai... ti chiamerai...» Questo non era proprio il suo forte. All'improvviso gli venne in mente: «Kalfatrus» disse ad alta voce e si raddrizzò soddisfatto. Bel nome. Kalfatrus.

Non appena quel nome fu pronunciato, squillò il telefono.

Gunnarstranda diede un'occhiata all'orologio e fissò Kalfatrus negli occhi. «Credo che ci incontreremo meno spesso da adesso in poi» disse al pesce rosso e si girò verso il telefono. Lo raggiunse senza fretta. «È domenica mattina» proseguì «Non mi sono fatto la barba e a dire il vero avevo una serie di programmi per oggi. Quando il telefono suona in simili circostanze puo voler dire una sola cosa.»

Appoggiò la mano sulla cornetta che continuava a squillare insistentemente. I due si guardarono da una parte all'altra della stanza per due brevi secondi. Un poliziotto e un pesce rosso che si scambiavano un'occhiata. L'ispettore capo Gunnarstranda si schiarì la voce, sollevò il ricevitore e sbraitò: «Per favore si esprima in modo succinto.»

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Pagina 118

Il quaderno verde



L'appartamento di Katrine Bratterud era piccolo, ma molto accogliente. Le pareti erano rivestite di tappezzeria di colore chiaro. I pezzi più importanti dell'arredamento del soggiorno erano un divano letto, un televisore e una scrivania. Davanti alla finestra c'era una fioriera a tre livelli — una sorta di piedistallo dove erano state disposte delle piante ornamentali in modo davvero raffinato. C'erano una sassifraga, un'aloe vera piuttosto grande e un fiore di porcellana piuttosto facile da coltivare attorcigliato sulla struttura in legno a formare un intrico impenetrabile. Gunnarstranda infilò un dito nella terra del vaso. Era asciutta ma non secca.

Andò alla scrivania. Sul piano c'era un astuccio. Accanto all'astuccio c'era una scatoletta di legno. Ne sollevò il coperchio. Dentro c'erano monete, dei distintivi, delle forcine, un assorbente interno ancora confezionato, un paio di accendini, bottoni e altre minuzie. Riabbassò il coperchio.

Gunnarstranda aprì la porta della camera da letto. Un ampio letto matrimoniale occupava la maggior parte della superficie della stanza. Il letto non era stato rifatto. Due piumini giacevano aggrovigliati. Le lenzuola erano stropicciate. Un asciugamano giallo di spugna era gettato sul letto.

Aprì l'armadio. I vestiti erano appesi ordinatamente. Chiuse l'armadio e si girò verso il comò sotto la finestra. Sul comò c'era una bomboletta di lacca per capelli. Era posata su una tovaglietta bianca lavorata all'uncinetto, dove il suo nome, Katrine, era ricamato in rosso a punto croce.

Fece un bel respiro, poi aprì il cassetto più in alto. Era traboccante di indumenti intimi da donna in pizzo, reggiseni, mutandine. Così pure il secondo cassetto. Sulla sinistra del letto c'era un bel comodino di legno. Il piano del comodino era impolverato. C'era appoggiato sopra un romanzo. Era un'edizione del Club del libro. Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy. Sotto il romanzo c'era una rivista. «Tique».

Gunnarstranda aprì il cassetto del comodino. Una penna rotolò sul fondo. Era una penna a sfera color argento di marca Parker. Sotto la penna c'era un quaderno. Gunnarstranda lo tirò fuori. Era un quaderno per appunti di colore verde in formato A4. Lo aprì. Era scritto in un elegante corsivo, con inchiostro blu, per pagine e pagine. Lesse:


Guidavo lungo una strada dritta con alberi verdi su entrambi i lati. Di tanto in tanto superavo enormi campi di girasoli gialli che chinavano la testa salutando il sole. La strada si apriva dritta e senza fine davanti a me. Ma l'automobile andava sempre più lentamente. Era senza benzina. Non avrei voluto che si fermasse. Avrei voluto proseguire, essere in movimento. Alla fine, però, la macchina si fermò lo stesso. Mi sentii oppressa, come sempre accade quando le cose vanno male. Mi guardai intorno. L'auto si era fermata a un incrocio davanti a un capanno in legno. Somigliava a una specie di garage, era totalmente abbandonato, aveva i vetri delle finestre rotti e il tetto sfondato, qualcuno aveva cercato di ripararlo con della lamiera ondulata di diversi colori e dei pezzi di plastica verde sbiadita. Accanto al capanno c'era una macchina abbandonata. Era un'elegante auto sportiva rossa, una Porsche. Il contrasto tra la macchina rossa d'epoca e il capanno fatiscente era bello, quasi un godimento per la vista. Molte volte lasciai vagare lo sguardo dal capanno all'automobile e viceversa. Era come se dovessi convincere me stessa che era il contrasto che volevo vedere, non la macchina e basta. Su entrambi i lati della strada si estendevano campi biondo-grano sfumati dal grano non ancora maturo. Abeti di color verde scuro delimitavano come una soglia il bosco all'esterno e, in lontananza, il campo all'interno. Dietro il bosco i monti si stagliavano contro il cielo. Sulla strada di destra una nube di polvere era rimasta sospesa a mezz'aria dal passaggio di una macchina che si stava avvicinando. L'automobile creò del movimento in un'immagine di cielo blu, nuvole, imponenti montagne e delicati colori della terra. Alzai il volume della radio e mi accesi una sigaretta, non perché ne avessi voglia, ma perché l'idea di me come donna che fuma nell'automobile, con la musica che rimbomba attraverso le casse, mi rendeva parte di quell'immagine, confermava la mia esistenza.

Björn Skifs cantava «hooked on a feeling». La macchina che arrivò era una scassata Opel color ruggine, un modello vecchio. L'auto non rallentò all'incrocio. Entrò dritta nella fiancata dell'auto sportiva, fece rientrare la portiera del coupé e spinse la leggera Porsche attraverso entrambe le corsie fino al fosso. Alla radio un coro di uomini cantava «oggashakka oggashakka» e sembrava che il conducente della Opel avesse deciso di tagliare la corda. Le ruote posteriori slittarono provocando un'altra nube di ghiaia e polvere prima che la macchina facesse un balzo all'indietro sganciandosi dalla Porsche. Un'altra nube si levò quando l'auto si fermò. La Opel color ruggine partì di scatto e per la seconda volta si scagliò contro la fiancata dell'auto sportiva, come un caprone arrabbiato. Il rumore del vetro in frantumi risuonò, al di là della musica che tuonava dagli altoparlanti, come un tenue frusciare di carta. La Porsche iniziò a vacillare, incassò il colpo come un cervo già ferito. Per alcuni secondi non si sentì altro che la musica, poi il sibilo di un motorino di avviamento squarciò l'aria. La Opel ripartì. La scena si ripeté. Un altro scontro. La Porsche vacillò ancora di più per la botta e scivolò ulteriormente nel fosso. La Opel non ne uscì indenne. Si bloccò anch'essa. Io spensi la radio. Il silenzio era impressionante. Spensi la sigaretta nel posacenere e mi misi a fissare quella strana scultura di due automobili aggrovigliate mentre una nube di polvere trasparente e rilucente di sole si posava a terra rischiarando l'aria. Il capanno fatiscente era sempre lì. Il grano ondeggiava nella brezza leggera e non c'erano segni di vita da nessuna parte. Tutt'a un tratto la Opel vacillò. Il finestrino dal lato del guidatore si abbassò. Qualcosa venne gettato fuori dal finestrino e cadde per terra. Sembrava una coppia di stampelle. Io aprii la portiera, appoggiai un piede per terra e mi lisciai la gonna. Fuori era più freddo di quanto mi aspettassi. Quel vento leggero era penetrante. Il vialetto di ghiaia pungeva i miei piedi nudi. Rimasi ferma, incerta. Un piede sbucò all'improvviso dal finestrino della Opel. Una scarpa nera, una gamba. La gamba con la scarpa atterrò con un tonfo sordo. Un altro piede comparve al finestrino. Un'altra gamba con una scarpa nera cadde per terra. Poi dal finestrino fece capolino una testa, la testa di un uomo quasi calvo. Aveva una corona di capelli ricci sopra le orecchie e un paio di occhiali. Alla testa segui il torso. Alla fine l'uomo capitombolò fuori, di testa. Chiusi gli occhi nel momento in cui la testa atterrò. Chiusi gli occhi perché non volevo vederlo rompersi l'osso del collo e morire. Quando riaprii gli occhi, lui rotolava su se stesso, poi restò lì fermo immobile. Ma non era morto. Poco dopo si tirò su in posizione seduta e si pulì il volto con le mani. L'uomo non aveva né piedi né gambe. Aveva le gambe amputate, le cosce erano due corti moncherini sotto il lembo flaccido dei calzoni. «Posso fare qualcosa per aiutarla?» chiesi e mi sentii una stupida. L'uomo sembrava non avere sentito. Si arrotolò i calzoni e si agganciò le due protesi che erano là per terra. Mi avvicinai. Avevo freddo. «La aiuto ad alzarsi?» chiesi di nuovo e sentii che la mia voce era incrinata.

La vista della mia ombra fece sì che l'uomo si fermasse e alzasse gli occhi. Gli usciva sangue dalla bocca e dal naso. «Non sento quello che dice» mormorò lui colpendosi le orecchie. «Merda, credo di essere diventato sordo.»

Io raccolsi le due stampelle e gliele porsi. Lo sguardo che mi lanciò era di stupore. Tentò di alzarsi, ma capitombolò per terra. Non sapendo cos'altro fare, lo afferrai per il braccio. Sostenendosi alle stampelle mentre io lo tiravo su, riuscì ad alzarsi. «Grazie» mormorò e se ne andò zoppicando. Scomparve, sembrava un pagliaccio che dondola e dondola avanti e indietro su un trapezio in una gabbia per topi. Tic tac, tic tac.

Tornai alla macchina e mi sedetti. Quella figura che procedeva a sbalzi si avvicinava al bosco al limitare della scena. Mi sentii fredda e sola. Lo storpio che con le stampelle si allontanava a balzelloni divenne sempre più piccolo. Non una volta si girò indietro a guardare.

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Pagina 166

Fuori forma



Georg Beck lavorava al centro specializzato di Nydalen, una specie di istituto in cui si aveva l'impressione che la maggior parte degli ospiti fossero ritardati mentali. Frølich entrò, ma non riuscì a catturare lo sguardo di nessuno all'accettazione. Il giovane seduto lì si alzò masticando una gomma e se ne andò, senza preoccuparsi del poliziotto che stava arrivando. Frølich avanzò all'interno del basso edificio senza sapere esattamente dove andare. Fermò un uomo sulla quarantina che stava uscendo da una porta. Frank pensò che fosse uno che lavorava lì, dato che aveva un raccoglitore sotto il braccio. Quel tizio aveva una barba bruna, tagliata corta, la bocca storta, un ciuffo storto sulla fronte, e gli sorrise in maniera eloquente non appena sentì nominare Georg Beck. Poi gli mostrò la strada precedendolo attraverso i corridoi fino ad arrivare a una porta rossa su cui era scritto «Stanza per le attività II» a lettere bianche.

Frølich bussò e aprì. All'interno c'erano due persone. Una donna magra, anziana, sedeva su una sedia a rotelle accanto a un tavolo. Georg Beck era chino sopra di lei. I due stavano cercando di incollare insieme due pezzi di cartone. Beck era un uomo di media statura, paffuto, con capelli castani pettinati con la riga in mezzo e riccioli che gli ricadevano sulla fronte. «Così, brava Stella» disse con aria confidenziale e strizzò l'occhio a Frølich. Beck riusciva bene a camuffare la sua pinguedine con vestiti morbidi: un maglione blu con scollo a V, ampi pantaloni bianchi di cotone e sandali. Stava guidando le mani dell'anziana signora verso uno dei pezzi del contenitore in cartone per le uova che erano posati sul tavolino. «Poi lo tieni stretto, Stella» disse con pazienza. «Ne hai avute di cose da tenere fra le dita in tutti questi anni, eh Stella. Stringi adesso, così, brava. E poi prendiamo il tubetto della colla.»

L'anziana donna sulla sedia a rotelle aveva la bocca semiaperta e un'espressione concentrata. Cartone delle uova in una mano e tubetto della colla nell'altra. Una goccia di saliva si raccolse sul suo labbro inferiore, si estese a un lungo e vischioso filo che lentamente arrivò a toccare il suo grembo per poi staccarsi e cadere giù.

«Ma no, Stella!» disse l'uomo con affettazione, la asciugò intorno alle labbra con un fazzolettino di carta e le chiuse delicatamente la bocca. «Così non si fa.» Georg Beck strizzò di nuovo l'occhio a Frølich. «Ci sono degli estranei qui!»

La vecchia signora fece un urletto mettendo in bella vista denti finti in un sorriso grigio-azzurro. Aveva le braccia tanto magre che la pelle sotto le cadeva a penzoloni. Le dita grinzose erano divaricate e i suoi occhi fissavano un punto lontano.

«O-ho» disse Beck cautamente. «Poi schiacciamo il tubo, questo lo sai fare, Stella, schiacciare il tubo! Non così forte, Stella, eh? Non così forte, ne hai già schiacciati di tubi, no? Stella!»

Strizzò l'occhio a Frølich un'altra volta, raddrizzò la schiena e restò per qualche secondo a fissare la donna in sedia a rotelle. Le mani con il cartone delle uova e il tubetto della colla le caddero in grembo e lì rimasero, inerti. Lei restò seduta tranquilla, con la bocca semiaperta a fissare davanti a sé.

Beck scosse la testa rassegnato e si voltò verso Frølich. «Allora bello mio, spari pure!» disse con una risatina che rivelò un ampio spazio interdentale fra gli incisivi.

«Riguarda la festa da Annabeth Ås.»

«Oh mio Dio, quella che è finita così drammaticamente!» Beck fece una smorfia di affettazione. «Venga con me, venga con me» esclamò e si allontanò ancheggiando in direzione di un angolo salotto libero sotto la finestra. «Di Stella non si deve preoccupare, tanto non ascolta. Io c'ero, e io che mi vanto di avere il senso del tempismo... me ne sono andato sul più bello; questo lo chiamo essere fuori forma, non essere in grado di fiutare uno scandalo quando la parola è scritta a grandi lettere in neon lampeggiante.»

Beck squadrò il poliziotto da sotto in su senza imbarazzo alcuno, e gli porse una sedia. «Qualunque cosa tu faccia, mio capitano non scuotere manette qui dentro. che sveniamo tutti quanti!»

«Che rapporti ha lei con Gerhardsen e Annabeth Ås?» volle sapere Frølich.

«Oh, ho solo dato lustro alla festa» disse Beck con una risatina. «Ma Annabeth è così deliziosa! È per lei che ci vado, quando lei domanda non è proprio possibile rifiutare. Lavoro solo free-lance... per il Giardino d'inverno, di più non lo sopporterei proprio. Ma insomma, faccio abbastanza da essere invitato alle feste, allora capita che tiri fuori il suo cognac migliore, Bjørn — il cocco bello.»

«Cocco bello?» chiese Frølich.

«Oops» esclamò Beck mettendosi una mano sulla bocca. «Ho già detto troppo? Ecco, vede, io e i ragazzacci robusti non siamo una bella combinazione.»

Frølich lo fissò.

«Voglio dire che Bjørn aveva allungato i suoi tentacoli sulla povera ragazza, o forse messo le mani è un'espressione più precisa» disse eloquente. «Oh Signore, non oso pensare a dove quell'uomo non abbia messo le mani!»

«Vorrebbe dire che lui...»

«Già, le ha fatto piedino sotto il tavolo, eh, che ne dice? Durante la cena. A quella povera ragazza, non che io sia un candido innocentino, e nemmeno lei lo era, a quanto ho capito...» Beck rise forte e strizzò l'occhio. «Senza bisogno di approfondire questo lato della faccenda — non è vero? E comunque, Bjørn se ne stava seduto allo stesso tavolo di Annabeth — in fin dei conti... e fuori in terrazza lui le aveva messo una mano sotto la gonna.»

«A Katrine Bratterud?»

«Sì, era così che si chiamava.»

«Lei lo ha visto?»

«E non solo io. Anche Annabeth. Ha digrignato i denti così forte che pareva stesse masticando sabbia.» Rise di nuovo. «Direi che l'espressione è piuttosto azzeccata.»

«Come ha reagito la ragazza?»

«Oh Dio, non saprei. Io mi sono ritirato — immediatamente, perché Annabeth ha stretto tutte e due le mani a pugno e stava per uscire e andare là, in terrazza. Non ero certo stato invitato alla festa per chiamare un'ambulanza. Mi sono seduto bello beato e ho cominciato a chiacchierare con qualcun altro.»

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Pagina 278

Riordinando



Dopo che il poliziotto se ne fu andato, si fece finalmente coraggio e iniziò a mettere ordine fra le cose di Henning. Toccare i suoi vestiti continuava a darle i brividi. Vedere le sue cose lì, intatte, il fatto che lui non le avrebbe più usate, ogni piccolo particolare che le ricordava lui le ricordava anche che lui era morto. Sopravvivere ai propri figli è un destino crudele, pensò. E la cosa più orribile che possa capitare a un essere umano. Quando finalmente riuscì a varcare la porta della stanza di Henning, restò ferma lì a guardare la camera come se la vedesse per la prima volta.

Il poliziotto aveva chiesto di una lettera. Ma lei aveva paura di mettersi a cercare nei suoi cassetti, toccare le sue cose, incontrare il proprio dolore, la propria nostalgia, i propri sentimenti. Era stanca di pensare a tutto quello che lui non avrebbe mai vissuto, mai ottenuto, mai portato a termine, con cui le avrebbe dato gioia. Non bisognerebbe mai avere dei sogni, pensò. È pericoloso avere dei sogni, perché i sogni ti rendono vulnerabile. I sogni che s'infrangono in terra provocano i dolori più grandi. Lei non avrebbe mai dovuto avere sogni per Henning. Tutti dovrebbero bastare a se stessi. Restò impietrita a guardare maglioni, pantaloni, scarpe che non sarebbero più stati riempiti con il suo corpo, il suo spirito, il suo essere.

Devo pensare a qualcosa di utile, disse a se stessa. Non voleva prendere in mano quei vestiti usati. Erano pieni del suo odore, e sentiva che per lei sarebbe stato davvero troppo. Devo conciliarmi con l'idea che Henning sia morto, pensò, che non tornera - qui, in questa vita. Lo sguardo di lei si posò su un libro rosso lasciato sul letto. L'autore era Carl Gustav Jung, uno dei guru prediletti da Henning. Henning era dell'idea che Jung rappresentasse l'induismo interiorizzato, per usare le sue parole. Jung aveva una teoria secondo cui il tempo era un'illusione, erano queste le parole che Henning aveva usato: L'anima non rinasce, mamma, ma viviamo diverse vite in ogni momento, contemporaneamente a questa tua vita che vivi adesso come mia madre, stai anche vivendo un'altra vita, in un altro tempo, magari come cittadina di Parigi, magari come donna dell'età della pietra, magari come cammello!

«Cammello!» aveva esclamato lei sbigottita, poi aveva dimenticato quelle parole. Adesso sorrideva al ricordo di quell'episodio. Si sedette sul letto. Naturalmente aveva ragione lui, non poteva non esserci qualcosa dopo la morte. Doveva esserci qualcosa che se ne andava da qualche altra parte, lasciando le spoglie corporee, che lo si chiamasse anima o energia o spirito. Ma Henning non si era tolto la vita, di questo era certa. Il solo pensiero di farla finita gli sarebbe stato totalmente estraneo, sarebbe stato un modo di pensare in cui lui non sarebbe riuscito a calarsi. Avrebbe dovuto dirglielo al poliziotto. Proprio con queste parole. Henning il suicidio non lo capiva.

Ma se Henning viveva ancora su qualche altro fluido piano spirituale, allora una speranza c'era. La speranza di una qualche forma di sostanza spirituale, un Dio. Ma Henning come avrebbe fatto a incontrare Dio, lui che aveva ridotto la Bibbia a un mucchio di miti e bei racconti, lui che si definiva un agnostico religioso?

Il suo sguardo si posò sulla scatolina bianca di marmo che si era portato dall'India l'estate scorsa. Si alzò e si domandò se ce l'avrebbe fatta a toccarla. Una piccola scatola di marmo, ornata di onice e madreperla. Fissò la scatolina, lottò contro i propri sentimenti, sconfisse la voglia di girarsi dall'altra parte e la sollevò. Sobbalzò all'improvviso. C'era qualcosa nella scatolina. Un suono secco e basso rivelava che qualcosa là dentro scivolava di qua e di là ogni volta che lei muoveva la mano. C'era qualcosa nella scatolina. E perciò doveva essere qualcosa di segreto. Henning aveva un segreto. Avrebbe dovuto guardarci dentro? Sarebbe stata la cosa giusta da fare? O meglio: se la sentiva di farlo? O ne sarebbe uscito un altro irrealizzabile sogno che ancora una volta l'avrebbe buttata a terra nel dolore a causa dell'ingiustizia del destino?

Lottò con se stessa. Con le lacrime agli occhi sollevò il coperchio della scatolina di marmo. Dentro c'era un anello.

Appoggiò la scatolina sulla scrivania e sollevò l'anello. Un anello pesante, un anello largo con due pietre incastonate. Lo studiò. Pareva che la luce venisse risucchiata dalle pietre e riesplodesse all'esterno. Non era certo bigiotteria. Guardò l'interno dell'anello. C'era inciso qualcosa. Katrine, lesse e iniziò a piangere. C'era un altro sogno vano in quella scatolina, un sogno che avrebbe potuto benissimo restare segreto.

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