Copertina
Autore Spiro Dalla Porta-Xydias
Titolo La divina montagna
EdizioneVivalda, Torino, 2012, I Licheni 109 , pag. 132, cop.fle., dim. 12,5x20x1 cm , Isbn 978-88-7480-182-4
PrefazioneLuciano Santin
LettoreGiorgio Crepe, 2013
Classe montagna
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Indice


PREFAZIONE                                5

CAPITOLO I
            Paulus                        7

            La vetta                     13
            Le guglie                    23

CAPITOLO II
            Alois                        24

            Corda doppia                 24
            Il passaggio                 31
            Il pendolo                   38
            La caduta                    43

CAPITOLO III
            La trascendenza              51

CAPITOLO IV
            Il filo d'oro                54

            Il viaggio                   54
            Selva oscura                 60
            Fuga                         67
            Accidia                      77
            Ira                          81
            Superbia                     84
            Gola                         92
            Invidia                      97
            Avarizia                    103
            Lussuria                    105
            Trascendenza                110

POSTFAZIONE
            L'essenza dell'alpinismo    117



 

 

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Pagina 7

CAPITOLO I



PAULUS



L'iconografia e la letteratura medievali ci hanno tramandato l'immagine di uno scheletro, col teschio ghignante e una falce in mano.

L'arte greca invece l'aveva raffigurata come una bellissima fanciulla dagli occhi chiari e dal dolce sorriso.

E l'aveva denominata Thanatos, la morte.


La sinistra stringe spasmodicamente l'appiglio: a essa è affidato il peso del corpo la vita perché gli appoggi per i piedi sono sfuggenti e non trova nulla per la destra... Ci sarebbe una bella presa su, ma è troppo alta, non riesce a raggiungerla: dovrebbe sollevare di peso la mano stanca, puntare in qualche modo le scarpette e afferrare la protuberanza sopra la salvezza.

L'ultimo passaggio difficile della salita. Perché dopo non ci sono più problemi: lungo il camino, si scorgono numerosi appoggi sui due lati. Nessun dubbio, quindi, per quegli ultimi metri che lo porterebbero al cengione, questo è proprio l'ultimo passaggio difficile.

Difficile?

Tutta la salita è quasi agevole, un III con passaggi di IV, l'ha sempre effettuata senza preoccupazioni, da "signore". Ma le altre volte si trovava in cordata e soprattutto era più giovane... Da molto tempo non ha più fatto quella via e ora ha settantasei anni. Un'età in cui gli scalatori sono ormai da tempo in pensione. Lui invece non ha smesso, ha continuato con pena, sforzi, sacrifici mantenendosi ancora su buoni livelli. Solo i muscoli sono appesantiti e non ha più certo la forza di una volta, specie nelle braccia che si stancano, dopo i primi passaggi duri.

Così anche ora: basterebbe tirarsi su un attimo con la sinistra, e sarebbe oltre. Invece, all'inizio del camino dopo la traversata e specie dopo il passaggio chiave della fessura , ha scoperto di avere le braccia spossate. Ma ha proseguito ugualmente, certo di farcela. «Ancora questa ventina di metri, poi sono in Ballatoio e lì mi potrò riposare comodamente quanto voglio, magari distendermi...». In fondo si tratta di un camino, neppure troppo difficile, che richiede tecnica, non forza.

Inoltre il posto non è certo molto attraente per una sosta prolungata: in piedi, alla base della fenditura, con tutto quel vuoto della parete ovest che ti si apre sotto a strapiombo. E la prospettiva di quell'ultimo ostacolo da affrontare, che lo avrebbe certo tormentato... No, meglio compiere ancora uno sforzo, e riposare poi serenamente in cengia.

Così aveva riattaccato, sforzando inconsciamente le braccia per fare presto e all'improvviso si era accorto di averle pesanti: le dita della sinistra si erano irrigidite in un inizio di crampo... Un attimo solo, ma sufficiente a fargli provare un'ondata di panico: la paura l'aveva afferrato alla gola, e allora era salito come un invasato, senza curare l'impostazione. Presto, presto, tirarsi su in qualche modo, prima che le mani cedano le sente sempre più legnose, inerti, a ogni appiglio che afferra; e quel dolore dovuto alla fatica, lungo l'avambraccio... Presto, presto, la cengia, la salvezza...

Così s'era buttato alla cieca su quest'ultimo passaggio, affidandosi tutto alla sinistra, senza curarsi dei piedi; e quando aveva voluto tirarsi su, s'era accorto con terrore che il braccio non reggeva, che non aveva la forza di sollevarsi di peso su quei trenta centimetri necessari per poter afferrare con l'altra mano la splendida presa e portarsi così su buoni appoggi.

Adesso si trova praticamente sorretto dalla sinistra, coi piedi che incominciano a sussultare sulla roccia, le dita che si apriranno da un momento all'altro... Allora sarà la caduta, il tuffo nel vuoto pauroso, immane, che si spalanca sotto. Ormai è solo questione di secondi... «Cado!... Cado».

In quel momento disperato o meglio, un attimo prima ecco ripresentarsi alla mente quella che era sempre stata la sua linea d'azione la sua filosofia messa in atto le rarissime volte in cui, da giovane, impegnato su un tratto estremo, aveva sentito di non farcela, aveva pensato di cadere: «Perso per perso, prima di volare, tento il passaggio!».

Automaticamente richiama ogni energia nelle dita spossate, le stringe spasmodicamente sull'appiglio, si tira su, sente che non riesce, la mano sta per mollare... Ma in quella frazione di secondo l'altra è scattata in alto, ha afferrato la presa una vera maniglia e il piede, d'istinto, si alza su di un buon appoggio. fatta! Si tira su ancora un istante, si abbandona, schiena e gambe saldamente appoggiate sui lati opposti del camino. Può riabbassare le braccia, fare riaffluire il sangue... Un velo nero gli copre gli occhi, sente il sudore freddo che gli imperla la fronte, scende per le gote... Un dolore violento in tutta la parte sinistra del corpo petto, spalla, braccio, dita che hanno eseguito lo sforzo terribile e decisivo.

Sta forse per perdere i sensi? Non può permetterselo, in camino... Farsi violenza, salire ancora quei pochi metri facilissimi, raggiungere il cengione dove potrà distendersi, riposarsi, calmarsi. E poi calarsi subito in doppia lungo gli Strapiombi: col discensore non ci sono problemi. Rinuncerà alla vetta, ormai tanto vicina, a portata di mano: non è certo in condizioni di arrampicare ancora.

Deve fare uno sforzo per staccarsi dalla sua posizione, raddrizzarsi, afferrare gli appigli in alto, sollevare i piedi. Ha la vista annebbiata, non sente più addirittura le mani, specie la sinistra. Un peso morto, quel braccio, quando lo alza... E le gambe? Sa che tengono, perché gli appigli sono grandi, ben delineati.

Si impone di non divagare, di non pensare a se stesso, autocommiserandosi: concentrarsi unicamente sul problema della salita. Procede a scatti lenti, penosi: ogni innalzamento, pena, tormento. Ma avanza. Ancora tre metri, la fenditura s'è adagiata... Un metro... sul Ballatoio.

Si dirige barcollando verso il fondo. Si lascia cadere si abbatte sui sassi minuti, quasi contro il corpo del monte.

Si abbandona, gli occhi chiusi.

Gli pare di avere riconquistato la vita.

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Pagina 24

CAPITOLO II



ALOIS



Corda doppia

Quando Ezio glielo aveva proposto, quel tentativo folle per un'impresa folle, Alois aveva provato solo un'ondata pazza di gioia. Incredulo quasi della scelta fatta dal compagno: come mai lui, proprio lui, un novellino ancora, mentre nel gruppo vi erano altri scalatori più esperti e probabilmente più bravi?

Ma Ezio, il più forte di tutti, aveva scelto proprio lui per tentare in quel febbraio del 1944 la prima invernale agli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia.

Una follia. Specie per le circostanze.

La guerra sempre più orribile e cruenta, la città direttamente incorporata nel Reich nazista, così per il solo fatto di viaggiare in treno con zaini ricolmi di viveri e di qualche indumento di riserva, con sci, piccozze, si correva il rischio di essere scambiati per partigiani e di finire quindi in carcere. O al muro.

Poi, assoluta carenza di materiale ed equipaggiamento: vestiario estivo, calzature inadatte, pedule da basket e scarponi militari chiodati di ferro, Ezio; scarpe basse da passeggio con suola "carro armato", Alois. Inoltre, per superare il tratto-chiave degli Strapiombi Nord, quello di sesto grado, erano indispensabili due corde da 40 metri, ed essi ne avevano una da 30 e un cordino pure da 30. Neanche parlare poi di sacco bivacco (Carneade, chi è mai costui?).

Scesi a Calalzo nel pomeriggio del secondo giorno di un viaggio lento, ma relativamente calmo, avevamo raggiunto carichi come muli prima Domegge poi, dopo lunga salita, il Rifugio Padova.

L'indomani, alle prime luci dell'alba era incominciata la grande avventura. Che doveva dimostrarsi assai più "grande" di quanto previsto. Ezio infatti aveva preventivato di poter sbrigare il tentativo, bene o male, in una sola giornata: un'ora per arrivare sotto la Forcella Montanaia, due ore per risalirla, mezz'ora per portarsi alla base del Campanile, sull'altro versante. E dato che il tratto-chiave degli Strapiombi si trova all'inizio della via, avrebbero subito saputo se l'impresa era fattibile, o no.

Non avevano però preso in considerazione la possibilità di un innevamento così sfavorevole. O piuttosto, come supporlo tanto negativo?

Già il sentiero in lieve ascesa che porta alla forcella aveva riservato una brutta sorpresa: uno strato di ghiaccio sul quale le pelli di foca fissate sotto gli sci non erano servite a niente, obbligandoli a procedere a forza di braccia. La forcella poi aveva inferto il colpo di grazia: neve abbondante, troppo abbondante, soffice, inconsistente, in cui gli sci affondavano con tutte le gambe. Erano stati costretti ad abbandonarli procedendo a piedi, sprofondando fino all'inguine, scavando una vera e propria trincea a mano a mano che avanzavano. Fatica continua e bestiale. Poi d'un tratto, quasi con soluzione di continuità, la superficie si induriva diventando crosta di ghiaccio, lastra di ghiaccio, pendio di ghiaccio, costringendoli a intagliare tacche con la piccozza. Sforzi incredibili, nauseanti, mentre il tempo scorreva inesorabile. Altro che "salita in giornata!".

Alla fine avevano impiegato cinque ore e mezza invece delle due preventivate per arrivare in cima. Ritardo pazzesco. Ma lo spettacolo indicibile che si era offerto dall'altro lato della forcella aveva compensato tempo perduto, sforzi, fatica e la certezza d'un bivacco cui non erano attrezzati.

Un colpo. Visione incredibile. Incantata. Di una violenza meravigliosa, incancellabile, tanto da poterla ritrovare sempre viva e reale nella mente o nel cuore con la freschezza e la genuinità di allora.

Pianura ogivale, coperta di neve, circondata da alte pareti verticali. E al centro, alto, sottile, disperatamente erto verso il cielo, meravigliosamente solo, isolato, il Campanile di Val Montanaia svetta con impeto irresistibile contro l'azzurro quasi cobalto dell'etere.

Sfida alla grevità della terra.

Negazione al concatenamento forzato di cime e versanti.

Razzo acuto, pietrificato nel suo slancio sublime verso l'empireo.

Via e simbolo che bisogna seguire per accostarsi all'eterno.

Ideale ingenuo del bimbo che disegnando il monte ad angolo acuto esprime il suo puro anelito verso il cielo.

Visione che è realtà, realtà che pare visione.

La terra che non è più terra, ma Bellezza infinita.

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Pagina 54

CAPITOLO IV



IL FILO D'ORO



    Nel mezzo del cammin di nostra vita
    Mi ritrovai per una selva oscura
    Che la diritta via era smarrita...



Il viaggio

L'amico lo aveva avvertito: «Sarà dura, la giungla è una brutta bestia. Affidati alla scorta: quelli uomini sanno come affrontare ogni evenienza. Sono i migliori, i più fidati in assoluto».

Alois gli aveva confessato i suoi dubbi: «Ma quanto mi verranno a costare? Ho speso quasi tutti i miei soldi per il viaggio e per acquistare l'attrezzatura necessaria per la salita....».

Giulio aveva sorriso: «Nessuna preoccupazione, ho pensato a tutto io, è il mio grazie per avermi salvato la vita dieci anni fa. E poi, che me ne faccio di tutti i soldi che ho accumulato in questi anni di esilio?».

E siccome Alois stava per protestare, aveva aggiunto: «Inoltre così sarà un poco come se la avessi salita anche io, questa grande guglia misteriosa, intravista dall'aereo».

L'inizio del viaggio non era stato certo impegnativo: si era trattato infatti di scendere lungo il largo fiume maestoso che, attraversata la città, si tuffava direttamente nella foresta.

I portatori si erano procurati una piroga. E dopo la fatica per il trasporto e il caricamento dei pesanti sacchi, la navigazione era stata come un viaggio di piacere.

Sereno, onirico quasi.

La canoa procede quasi al centro dell'ampio corso d'acqua, trasportata con dolcezza dalla corrente: pare scivolare lieve mentre sulle rive gli alberi sembrano sul punto di tuffarsi nell'acqua. Più che singoli fusti appaiono massa compatta, un mondo denso, impenetrabile che si è aperto solo per concedere il transito al largo nastro liquido. Ogni tanto la barriera di smeraldo si adagia in piccole spiagge e brevi schiarite nel bosco lasciano intravedere capanne di tronchi.

Proprio a uno di questi sospiri della foresta approdano di sera, e gli uomini della scorta acquistano pesce, frutta, focacce piatte di mais per la cena. Gli indigeni gentili, silenziosi, liberano una capanna per Alois e i suoi tre accompagnatori, Diego, Tom e Hans; anche questi di razza locale, o piuttosto di sangue misto. Che dal coniuge occidentale hanno ereditato i nomi, chiari indici della loro provenienza spagnola, anglo-americana, germanica. Strani personaggi: lui ha tentato invano di fare amicizia, ottenendo soltanto risposte scontrose, tali da troncare qualsiasi iniziativa.

La navigazione dura tre giorni; la terza sera scaricano i sacchi su una spiaggetta più ampia e attraccano saldamente la loro imbarcazione accanto ad altre due canoe degli abitanti locali.

La bella vita è finita: l'indomani inizieranno il trasporto a spalle attraverso la giungla.


Dopo pochi metri, si trovano già in un altro mondo. Prigionieri di un altro mondo. Un incredibile rigoglio della vegetazione: potenza, lotta, forza invincibile della natura. Quando nel suo viaggio aereo aveva sorvolato la foresta dall'alto, Alois aveva scorto alberi stretti ad alberi come un immenso tappeto di verde, senza soluzione di continuità. Mai avrebbe supposto la forza devastante del sottobosco, insieme nodi e intreccio inestricabile: rampicanti, cactacee, cespugli, spine, alberi nani, piante erbacee, tutti insieme, stretti aggrovigliati nella spasmodica competizione, per assicurarsi il terreno indispensabile alla vita. E intorno, sopra, sotto, il brulicare di ramarri, serpi, lucertole, insetti giganti anch'essi in lotta disperata di sopravvivenza, agguati ripetuti e continui per sorprendere il nemico o non farsi sorprendere da esso. A mezz'aria farfalle dalle ali multicolori, sfavillanti, libellule sfreccianti come saette, calabroni, vespe, ogni genere di insetti conosciuti e sconosciuti.

E sopra, sotto, le grida rauche delle scimmie, il canto limpido e acuto degli uccelli policromi, lo squittio dei roditori, il sibilo delle serpi, il verso gracidante di batraci, tutto un accordo disarmonico, un'accozzaglia di suoni contrapposti, trasposizione sonora dell'intrico caotico dei vegetali di ogni taglia attraverso i quali devono aprirsi il passo.

Ma come si avvicinano a ogni fonte di suono, tutto tace, il frastuono svanisce in un silenzio greve di trepida attesa. Per alzarsi più assordante di prima quando sono passati.

« così che ti accorgi della presenza di un pericolo», spiega Tom, in una della poche frasi pronunciate dal trio. «Quando la foresta tace, significa che c'è un agguato: fiera o selvaggio».

«Che è molto peggio di qualsiasi belva», conclude Diego.

Infatti la mattina, prima di inoltrarsi nel bosco, i tre si erano infilati pistole e rivoltelle nella cintura, invitando Alois a fare altrettanto. Lui era tranquillo: Giulio, fanatico di armi, gli aveva regalato una Brixis, praticamente una mitragliatrice tascabile in grado di sparare di fila ottanta colpi al minuto, ultimo ritrovato dell'FBI.

Si era anche lui caricato di uno zaino, certo non meno pesante dei sacchi. Non voleva essere da meno dei suoi accompagnatori, ma aveva dovuto rinunciare ad aprire il varco: ci voleva un machete di cui i portatori si erano muniti, e che lui non poteva certo sostituire con il coltello tascabile multilama in dotazione all'esercito svizzero.

Ma anche così procedere nell'intrico mostruoso del sottobosco costituiva una fatica bestiale. Rivoli di sudore incollavano la camicia alla pelle e l'odore acre attirava ulteriormente sciami di zanzare assetate di sangue.

Per la notte gli uomini ripuliscono con i machete una zona pianeggiante sotto un gigante vegetale. Hanno acceso un grande fuoco per allontanare le belve i leopardi specialmente, signori delle tenebre e fissano i turni di veglia. Nella giungla l'oscurità è mistero, il pericolo incombe dovunque. Quando è la sua volta, Alois sente una sottile, invincibile angoscia. Grandi farfalle con disegni vivi e rotondi al centro delle ali a simulare occhi di predatori volteggiano attirate irresistibilmente dal chiarore delle fiamme insieme a miriadi di altri insetti: vittime predestinate del fuoco divoratore.

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Pagina 81

Ira

Si sente invaso da un senso soffocante di rabbia impotente: è tutta una congiura contro di lui. Il cosiddetto "amico" che non lo lascia in pace e alla fine riesce a convincerlo a imbarcarsi in quest'avventura allucinante. Gli uomini della scorta che lui aveva trattato non come portatori, ma come amici. Ricorda bene come la sera stessa, prima della notte in cui dovevano depredarlo e abbandonarlo, avesse diviso con loro l'ultimo sorso di vino. E quei maledetti selvaggi poi, cui non aveva fatto niente di male, che l'avevano torturato, che volevano ammazzarlo... Maledetti, stramaledetti!

«Non serve imprecare contro di loro, Alois. Qui non possiamo fermarci: dobbiamo proseguire».

La fanciulla... Come diavolo ha detto che si chiama? Eyal... No, Eyael, certo, Eyael. Ma come fa a sapere delle maledizioni ai portatori, se lo ha fatto mentalmente?

E cosa sa lei di arrampicata? Non si rende conto che affrontare senza mezzi artificiali questa orrenda parete rossa, liscia, repulsiva equivarrebbe a un sicuro suicidio? Così quello che i selvaggi non erano riusciti a fare direttamente, ammazzandolo come un animale sacrificale, lo avrebbero fatto indirettamente, obbligandolo a tentare in libera questo tratto pazzesco di roccia.

Perché non è rimasto sul bel terrazzo basale, perché ha dato retta a questa ragazzina incosciente che ha tanto insistito fino a compiere quel gesto folle: attaccare l'ostica parete in libera, scomparendo ai suoi occhi, obbligandolo moralmente a seguirla a sua volta, in quell'arrampicata pazza e assurda. Bel cretino, ad ascoltare l'"istinto cavalleresco", doveva lasciarla cuocere nel suo brodo, e invece, da perfetto imbecille...

«Allora cosa aspetti? Non possiamo restare qui, dobbiamo proseguire».

Quasi trasecola: quella disgraziata cui deve questa situazione disperata, osa ancora prenderlo in giro? Si volta verso di lei, l'aria feroce: la fanciulla lo guarda serena, e non c'è né malizia né ironia nei suoi occhi chiari.

Questo lo fa imbestialire ancora di più perché così non gli dà l'occasione di sfogarsi; risponde quindi in tono sgarbato: «Brava, gran bella scoperta: non possiamo restare qui! Quindi ora attaccherò questa comoda scalinata. Ma se vuoi provarci anche tu, stammi dietro; non desidero, oltre alla mostruosa difficoltà tecnica, correre il rischio di essere colpito dal tuo dolce peso, mentre precipiti!». E si volta con decisione forzata e innaturale all'orribile parete: punta un piede su una lieve sporgenza, cerca invano un appiglio per la mano... Niente, roccia compatta, liscia. Si sposta mezzo metro a destra, dove ha individuato un'altra rugosità in rilievo, ripete la stessa manovra e incredibile i polpastrelli tastano un'invisibile fessura ove inserirsi, fare trazione, per cui può sollevare l'altra gamba in appoggio e anche l'altra mano trova un appiglio. Quasi incredulo si accorge, scrutando con più attenzione, che in realtà la facciata offre piccole prese, fessure minime, rugosità seminascoste dal colore variato della pietra. Tutto infimo, da usare con le punte delle dita e dei piedi. Ma solidissimo, continuo. La salita diventa un gioco incantato di equilibrio, di stile, di inventiva. Né la conformazione della pietra accenna a mutare. La difficoltà si mantiene quindi costante, altissima ma esente da violenza o da sforzo esasperato: gioco magico di armonia e virtuosità. Capisce che questi minimi appigli gli erano stati celati dalla luce ombrata dovuta al velario di nebbie e che ora costituiscono l'ambito premio al "credo" che gli ha fatto attaccare la parete, come per atto di fede nella Grande Guglia, insieme simbolo e concretizzazione dell'ideale interiore. E questo nel gioco dell'arrampicata libera, autentica forma d'arte.... Oh sì, quando aveva attaccato per forza la parete rossa, tutto avrebbe supposto fuorché di ricavarne un simile appagamento, la soddisfazione, la gioia di chi si trova a godere di una prassi ardua e pericolosa; e lo sa fare con tanta abilità, tanta felice abilità da provarne un senso di gioia sublimata, concessa solo a chi supera se stesso e le proprie capacità. Ha del tutto scordato il senso di rabbia con cui aveva iniziato l'arrampicata, quel sentimento di ira impotente, di rivalsa contro il malvolere di un destino ingiusto e avverso. Gli verrebbe voglia di cantare...

«Sono salito, salgo in libera e in solitaria, felice, senza paterni, questa parete così difficile e pericolosa. In libera, in libera!».

Continua a innalzarsi metro dopo metro. Allegro, perché sente che nessun ostacolo lo potrà fermare. E il rosso della pietra non è riflesso di ira, ma caldo, affettuoso abbraccio con la roccia.

Metri, ancora metri di questa danza sopra l'abisso. Finché la parete si apre su una cengia, una vera cengia, questa volta. «Una cengia come quelle che amava Kugy!», un altro dei suoi miti, pensa, mentre vi si rizza trionfante.

Quasi non si accorge che, subito dopo, anche la fanciulla si solleva, diritta accanto a lui.

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