Autore György Dalos
Titolo Il declino dell'economista
EdizioneKeller, Rovereto, 2014, Passi 30 , pag. 224, cop.fle., dim. 14,5x21x1,5 cm , Isbn 978-88-89767-61-0
OriginaleDer Fall des Ökonomen
EdizioneRotbuch, Berlin, 2012
TraduttoreFranco Filice
LettoreCristina Lupo, 2015
Classe narrativa ungherese









 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

PARTE PRIMA
2001





Suo padre morì i primi di ottobre, era un mercoledì. Il giorno precedente aveva avuto un malore dopo il pranzo consumato insieme al figlio, aveva accusato forti dolori alla spalla sinistra e faceva molta fatica a respirare. Gábor Kolozs provò ripetutamente a telefonare allo studio del medico di base della circoscrizione, ma la linea era occupata. Intanto suo padre si era un po' ripreso, Kolozs decise quindi di aiutarlo a vestirsi e di chiamare un taxi. Chiesero di essere portati nello studio medico. Si erano appena accomodati sulla panca bianca quando il giovane dottore, apparso nel vano della porta, li fece entrare senza dover fare la fila. Auscultò suo padre con lo stetoscopio, gli misurò la pressione arteriosa e domandò se l'anziano signore avesse mai avuto problemi cardiaci. «Sì,» rispose il padre, «ho avuto un infarto nel 1960». «Temo» disse il medico volgendo lo sguardo a Kolozs, «che sia in atto qualcosa di simile. Un rischio che non dobbiamo sottovalutare». Prese all'istante il telefono e compose il numero del pronto soccorso – anche quella linea era occupata. «In questo Paese non funziona più niente» osservò il medico innervosito, e dopo una breve esitazione aggiunse: «Sa cosa facciamo? Prescrivo il ricovero per suo padre, lei chiama un taxi e si fa portare direttamente in ospedale con lui». Anche il numero del taxi era occupato e ogni minuto che trascorreva era un tormento per Kolozs. Riuscì a prendere la linea solo al quarto tentativo. Si sedé sul sedile posteriore accanto al padre. «Ti prego, non lasciarmi solo» lo supplicò il vecchio come un bambino. «Certo che no, papà» rispose Kolozs rassicurandolo e prendendogli la mano gelida. «Ti faranno degli accertamenti, poi chiamiamo un taxi e torniamo a casa».

Ma le cose presero un'altra piega. L'ECG evidenziò un infarto posteriore e suo padre fu trasferito subito in terapia intensiva. «Dove potrò pregare qui?» chiese turbato con lo sguardo che vagava inquieto nella corsia. Kolozs andò a casa per prelevare le poche cose di cui aveva bisogno il vecchio, tra cui il tallit e i tefillin per la preghiera del mattino.

Ma il malato non ebbe più modo di farne uso. All'alba l'infermiera di turno trovò il dr Dániel Kolozs morto nel suo letto. La stessa mattina alle otto fu consegnato a Kolozs il certificato di avvenuto decesso, oltre al documento d'identità del padre e ai pochi oggetti personali che aveva portato in clinica la sera prima.

Trascorse il resto della giornata sbrigando le questioni più urgenti. Come prima cosa prelevò dal bancomat dell'agenzia della Cassa di risparmio OTP in via Kiraly cinquantamila fiorini per far fronte alle spese necessarie. Alle nove chiamò da casa la Chevra Kadisha per dar corso in tempo utile ai preparativi per il funerale nel rispetto delle norme religiose. Nella città natale di Košice, in Slovacchia, suo padre aveva già provveduto ad acquistare una tomba, di fianco a quella della moglie, tumulata nel cimitero ebraico nel 1988. E in quell'occasione aveva anche saldato il conto per il trasporto del proprio feretro e la sepoltura, quando fosse giunto il momento. A quel punto a Kolozs non restava altro da fare che richiedere all'anagrafe della VII circoscrizione il certificato di morte. Esibiti l'attestato di avvenuto decesso e la carta d'identità, gli fu rilasciato immediatamente, in duplice copia, ciascuna munita di un bollo statale del valore di quindici fiorini. Dopo aver saputo che l'ultima dimora del defunto sarebbe stata Košice, l'addetta dell'ufficio consigliò a Kolozs di portare con sé, per ogni evenienza, la carta d'identità del padre. «La potrà consegnare in un secondo tempo» precisò. Forse commossa dalla circostanza luttuosa aggiunse: «Non si preoccupi, c'è tempo. Per il suo povero padre ormai è indifferente e lei adesso ha ben altro a cui pensare. Il nostro ufficio provvederà a informare l'istituto previdenziale».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 59

PARTE SECONDA
1962-1967





Era difficile associare al padre la parola passione, ma se c'era qualcosa che lo entusiasmava al punto da poterla arditamente tirare in ballo, questo qualcosa erano gli scacchi. Andava pazzo per quell'antico gioco da tavolo e cercò di trasmettere quell'interesse anche al figlio undicenne, ma il ragazzino non mostrava nessun coinvolgimento. Al ginnasio si iscrisse al circolo degli scacchisti solo per compiacere il prof. Illés che insegnava le materie più temute da Kolozs, matematica e fisica. Ben presto il padre si rese conto che il figlio non aveva nessuna voglia di diventare suo partner di scacchi, e da quel momento in poi decise di omaggiare quello sport giocando da solo. Era strano il modo in cui assecondava la sua passione per il gioco. In una libreria d'antiquariato lungo la circonvallazione Musei si era procurato un libro, pubblicato prima della guerra, dal titolo Le più celebri cento partite a scacchi, e con l'ausilio di una piccola scacchiera le replicò tutte sul tavolo della cucina. Rifece anche il match del 1938, a Rotterdam, tra Michail Botvinnik e José Capablanca, girando dopo ogni mossa la scacchiera. Dato che quella partita l'aveva vinta il "bianco" Botvinnik, suo padre cercò di impostare una strategia in grado di far prevalere il cubano. Tentò di capire in quale fase del match Capablanca avrebbe ancora avuto la possibilità di mettere in difficoltà il suo sfidante sovietico. Presto tuttavia gli fu chiaro che il grande campione cubano era stato subito messo all'angolo dall'apertura a difesa indiana di Nimzowitsch scelta da Botvinnik. Il padre provò ancora a difendere con un alfiere la regina nera da una torre bianca, ma poi ricollocò la figura al suo posto e disse scuotendo la testa: «Scaccomatto inevitabile. Proprio come nella vita». Con un gesto della mano ripose le figure nella scatola di legno, giusto in tempo, perché la madre stava per apparecchiare la tavola per la cena.


Ancora negli anni della maturità Gábor Kolozs si ricordava dei rari momenti nella vita del padre in cui l'uomo sembrava elettrizzato, e continuava a chiedersi quando, dove e con quale mossa sbagliata il suo genitore avesse perso la sua partita. La risposta più semplice era che le cose dovevano andare così come si erano evolute, perché l'uomo non può mai dribblare il destino. Ma la risposta più complessa la deve cercare ognuno per se stesso: Che pasticcio ha combinato? Cosa avrebbe dovuto o non dovuto fare? Poiché Kolozs non sapeva quasi niente di suo padre, cominciò ad analizzare la propria carriera e la prima scelta sbagliata che gli venne in mente, benché non fosse l'unica, fu il momento in cui appose la sua firma su un foglio di carta, suggellando così per cinque anni il proprio programma esistenziale.

Accadde nell'aprile del 1962 durante l'ora di russo. L'insegnante Genrietta Vassiljevna, che quel giorno a lezione propose il grande poeta Puškin, stava spiegando la depressione di Evgenij Onegin citando i famosi versi: "Un disagio, la causa del quale dovrebbe ormai sapersi già, al britannico spleen uguale, insomma: la russa chandrà [ipocondria, N.d.T.], l'aveva invaso a poco a poco". E mentre parlava, fissò Kolozs come fossero dei cospiratori segreti, perché Kolozs, lo sapeva l'intera classe, era letteralmente affascinato dal principe dei poeti russo, e qualora fosse stato ammesso agli studi universitari ne avrebbe approfondito la conoscenza. «Naš buduščij puškinist» il nostro futuro studioso di Puskin – con quelle parole Genrietta Vassiljevna chiamò il suo allievo prediletto alla lavagna facendogli la seguente domanda: «Perché Puškin ha inserito una parola inglese nel suo verso?» Già al momento di alzarsi Kolozs conosceva la risposta, avrebbe detto che il poeta voleva ironizzare sul dandy pietroburghese, e si stava accingendo a sviluppare quel pensiero quando l'altoparlante alla parete gracchiò: «L'alunno Kolozs, della IV A, è pregato di recarsi nell'ufficio di presidenza».

In quell'anno scolastico István Ludasi non era più preside del ginnasio-liceo Benedek Virág, in quanto era stato nominato viceministro dell'Istruzione. Gli era succeduto Kornél Illés, che precedentemente era stato non solo insegnante di matematica e fisica, ma anche direttore del circolo di scacchi e segretario di partito del collegio dei docenti. Per il momento, tuttavia, aveva avuto l'incarico di ricoprire la carica di preside solo a titolo commissariale, come se le autorità non fossero del tutto convinte che un quadro esemplare come Ludasi, con i suoi molteplici meriti, politici e professionali, potesse essere sostituito. In effetti Illés non reggeva il confronto. Era considerato un tipo oltremodo cocciuto e il suo supremo principio guida era che tutto fosse in perfetto ordine, per evitare che le autorità circoscrizionali, ma anche quelle a livello nazionale, avessero da ridire sul suo operato.

L'ultima volta che Kolozs era stato nell'ufficio di presidenza era ai tempi di Ludasi – presumeva che l'avessero chiamato in merito a qualche manifestazione prevista dall'organizzazione giovanile comunista. L'ufficio in fondo, contiguo alla stanza dei docenti che lo divideva dalla segreteria, era considerato sacro, e molto raramente un comune studente era autorizzato ad accedervi. Doveva trattarsi di una questione importante e urgente se l'avevano fatto chiamare con l'altoparlante, udibile in tutte le venti aule del ginnasio. Nella prima o seconda classe Kolozs avrebbe potuto presumere che il preside l'avesse convocato a causa del suo scarso rendimento o per aver violato qualche regolamento, ma ora quel timore era decisamente infondato. Da quando i suoi voti erano migliorati e si era inoltre impegnato come responsabile culturale dell'organizzazione giovanile, ottenendo il primo posto a livello circoscrizionale nella competizione "Chi ne sa di più sull'Unione Sovietica?", persino gli insegnanti più severi gli sorridevano, incrociandolo nel corridoio. Kolozs veniva associato alla leggenda secondo cui Ludasi l'avrebbe plasmato applicando su di lui i metodi pedagogici makarenkiani, trasformando quindi un allievo mediocre in un ottimo studente. Qualche malalingua si era addirittura spinta ad attribuirne la crescita fisica a quella svolta positiva. Nel periodo in cui Kolozs, che era considerato la vergogna del ginnasio, era diventato uno studente modello, in un solo anno scolastico la sua statura era aumentata di ben nove centimetri, e benché con i suoi centosessantasette centimetri non fosse comunque un gigante, la crescita fisica lo inorgogliva. Il suo obiettivo era raggiungere i centosettanta centimetri prima della maturità, corrispondenti alla statura della ragazza più alta che frequentava il ginnasio dopo l'apertura alle classi miste.

Nell'ufficio di presidenza la prima cosa che Kolozs notò era l'assenza della foto di Makarenko, evidentemente rimossa dalla parete. Al suo posto la stanza era decorata con una gigantografia di Gagarin, siglata dal timbro: "Vengerskim tovariščam na dobruju pamjat', Letcik-Kosmonavt Major Jurij Gagarin" – Un caro ricordo per i compagni ungheresi, aviatore cosmonauta Jurij Gagarin. Forse Ludasi aveva portato con sé, al ministero, il ritratto del suo adorato eroe. Di sicuro avrà pensato che non fosse il caso di lasciare quell'uomo occhialuto e in giacca d'uniforme con cinghie trasversali al suo mediocre successore. Mentre gli passavano per la mente queste considerazioni, si chiese cosa potesse volere da lui il nuovo preside.

Illés gli porse dei fogli di carta tenuti insieme da un fermaglio, e mentre si accingeva a sedersi dietro la scrivania, lo invitò a sua volta ad accomodarsi e disse: «Domanda di immatricolazione presso un'università sovietica. Il compagno Ludasi l'ha inviata con un corriere e ti manda a dire che dovresti riflettere su questa opportunità. Pur essendo sempre d'accordo con quanto sostiene il compagno Ludasi, in questo caso ti consiglierei di non pensarci su due volte». Illés guardò Kolozs con aria trionfante, come se avesse detto qualcosa di particolarmente acuto, poi continuò: «Non capita spesso nella vita di ricevere proposte del genere. A ogni modo dovresti parlarne con i tuoi genitori. Mi potrai riferire domani mattina, e le cose seguiranno il loro corso. Naturalmente devi essere anche tu a volerlo». Ciò detto, si alzò, segnalando a Kolozs che l'udienza era terminata.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 69

Sei mesi più tardi Kolozs era disteso su una brandina di uno studentato moscovita e cercava di provare entusiasmo per la sua futura professione: "Il lavoro è un'attività mirata nel corso della quale l'uomo modifica gli oggetti della natura". Aveva trovato quella massima nel libro di testo Economia politica per studenti di università e istituti superiori di pari grado. Nel primo anno di corso non alloggiava ancora nell'edificio centrale, ma nel cosiddetto collegio lungo il Lomonosovskij Prospekt. In quel periodo era solo nella stanza tripla che gli era stata assegnata, in quanto i compagni Slava e Kolja si trovavano con una brigata studentesca in un kolchoz nei pressi di Mosca impegnati nella raccolta di patate. Kolozs sfogliò alla rinfusa quel volume perché voleva capire se sarebbe riuscito a formulare, in russo, delle frasi complete d'argomento economico. Teneva stretto tra le ginocchia il dizionario russo-ungherese di Hadrovics-Gáldi, ma non aveva nessuna voglia di cercare vocaboli. Era con i pensieri altrove, nei campi di patate vicini alla capitale dove i suoi coinquilini erano spariti per un'intera settimana. Kolozs si chiese: Perché mai i kolchoz hanno bisogno di tanta mano d'opera al punto da richiedere l'intervento degli studenti all'inizio dell'anno accademico? Forse dipende dalla raccolta abbondante.

Aveva manifestato questa sua supposizione ai compagni, alla vigilia della loro partenza alla volta del kolchoz. Il biondo Slava, un giovane magro e di bassa statura che aveva già assolto l'obbligo di leva, aveva fatto spallucce dicendo: «Kolchoz e raccolta abbondante – sono termini che si escludono». Kolja aveva reagito infervorandosi: «Dài, non raccontare queste sciocchezze al nostro amico della Repubblica popolare! I raccolti nei nostri kolchoz sono sempre abbondanti e da noi c'è tutto: patate, cereali, uva, perfino melagrane». Slava scoppiò in una risata e fece il verso a Kolja: «Melagrane... hai mai visto una melagrana, per caso?» Kolja scosse la testa e replicò con candore: «Non dimentichiamoci che dobbiamo aiutare i nostri popoli fratelli». – «Ed è per questo motivo che noi viviamo da pezzenti!» chiosò Slava. Kolozs ascoltò e per la prima volta intuì la differenza tra i fatti che la propaganda cercava di spacciare per autentici e la vera realtà dell'Unione Sovietica. Evitò di intromettersi nella disputa e la mattina, quando i due stavano preparando i bagagli, disse loro: «Al ritorno portate in ogni caso un po' di patate». Nei giorni successivi il suo iniziale stupore per la discrepanza tra sogni e realtà si attenuò e i suoi occhi cominciarono a registrare le misere casette in legno adiacenti ai grattacieli, le file davanti ai negozi di alimentari, gli autobus con la gente stipata come sardine, e nei fine settimana intere orde di ubriachi che barcollavano lungo le strade. Non era di certo finito nella terra promessa che aveva immaginato da lontano.

Da quanto gli riferì Slava venne anche a conoscenza degli aspetti meno eroici del passato. L'amico gli aveva apertamente parlato degli orrori della dekulakizzazione, delle carestie e in seguito delle epurazioni staliniste che avevano colpito quasi tutte le famiglie. Lo stesso presente era per Slava tutt'altro che entusiasmante. Da lui era venuto a sapere che poco tempo prima, a Novočerkassk, l'esercito aveva aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano contro l'aumento dei prezzi. Naturalmente non c'era nessuna informazione ufficiale che desse conto di quei fatti, ma stando a quanto si vociferava, in quella strage sarebbero morte centinaia di persone. Una carneficina del genere solo per qualche copeco? Uno Stato dei lavoratori che apre il fuoco sugli operai che manifestano? Kolozs era inorridito, ma non riusciva a prendere del tutto per buona quella versione.

Aveva la stessa sensazione come con tanti altri episodi della vita quotidiana. Si aprì con vorace curiosità al nuovo mondo studiandone seriamente la lingua, e la tensione insita in quell'interesse incessante lo preservò da delusioni che invece affliggevano gli studenti ungheresi più sensibili. Per sua fortuna si muoveva inoltre in un ambiente in cui non fece esperienze troppo negative. Laci Bakos, invece, quasi tutti i giorni aveva qualche notizia nefasta da comunicare: una volta avevano rubato tutti i vestiti a uno studente ungherese della facoltà di Storia, un'altra era capitato a lui stesso di non poter accedere all'edificio centrale per aver dimenticato la tessera da studente in collegio – un inconveniente che Laci riteneva tragico perché aveva preso appuntamento per andare al cinema con una ragazza di nome Svetlana proprio nel giorno in cui era in programmazione qualcosa di molto raro, un film americano. Poi si era lamentato con i compagni per aver dovuto aspettare tre ore per telefonare a Budapest nell'ufficio centrale delle poste e telecomunicazioni, mentre le "ragazze" al banco avevano continuato imperterrite a chiacchierare. Feri Túróczi ascoltava con un atteggiamento di sufficienza quanto riferivano i compagni, come se lui sapesse ormai tutto del sistema sovietico. «Ma cosa ti aspetti da quelli?» chiese con aria di sfida. «Hanno ottocento anni di dominio zarista e cinquant'anni di stalinismo alle spalle!» In merito agli incidenti di Novočerkassk, apostrofò Kolozs con tono derisorio: «Tu dubiti che uno Stato dei lavoratori spari sugli operai? E secondo te cosa è successo nel 1956 in Ungheria?» – «Ma quella era una controrivoluzione!» protestò Kolozs. «Ah sì?» proseguì Feri polemico. «Scusami, allora è tutta un'altra storia! In tal caso si può tranquillamente aprire il fuoco e farli tutti fuori, questi controrivoluzionari!»

[...]


A dispetto dei tanti dubbi Kolozs si godeva la vita con tutti i suoi ostacoli, ed era colpito dal fatto di poter essere partecipe della quotidianità di un Paese che aveva le dimensioni di un continente. Quando viaggiava nella metro stracolma di passeggeri si compiaceva nel vedere che gran parte di loro, in piedi o seduti, erano intenti a leggere, non solo giornali, ma anche voluminose riviste letterarie e libri – chi La saga dei Forsyte, chi lo Švejk. Nonostante le lunghe file in mensa apprezzava che gli studenti potessero consumare gratuitamente tè, crauti, senape e pane nero, mentre dovevano pagare al massimo un copeco per i cubetti di zucchero. Era una vera manna sociale perché gli studenti autoctoni, nella migliore delle ipotesi, ricevevano una borsa di studio di trentacinque rubli, quelli ungheresi, invece, il doppio. I più fortunati potevano contare su qualche rimessa dei genitori, perevodi, per la quale dovevano di nuovo far la fila nell'ufficio postale dell'università.

L'iniziale malumore di Kolozs fu presto mitigato dall'opportunità di potersi immergere nel microcosmo internazionale dell'università. Al suo stesso anno di corso erano iscritti polacchi, vietnamiti, mongoli e tedeschi dell'Est, inoltre si imbatteva in numerosi arabi e africani provenienti da Paesi del Terzo Mondo che avevano scelto una "forma di sviluppo non capitalistica". Kolozs cercò di beneficiare quanto più possibile dei servizi offerti dall'università: imparò a sciare, andava regolarmente in piscina e assisteva alle grandi manifestazioni nell'aula magna, gremita all'inverosimile quando gli ospiti sulle Colline Lenin erano personaggi come il poeta Evgenij Evtusenko, il rivoluzionario Fidel Castro o il cantante italiano Domenico Modugno. Il sabato sera era solito aggregarsi a un manipolo di studenti che si riuniva in una stanzetta del circolo per ascoltare concertini in cui qualcuno cantava romanze dolciamare del XIX secolo o canzoni da campo estivo accompagnandosi con la chitarra. Nel corso di qualche serata ungaro-polacca si era meravigliato di essersi lasciato andare con estrema disinvoltura ai balli, tra i quali anche il rock'n'roll e il twist, tacciati di eresia nella conservatrice società sovietica, alla stregua della pittura astratta sulla quale si erano appena abbattuti gli strali del capo dello Stato Chruščëv durante una mostra presso il Maneggio. Era accaduto nel dicembre del 1962, e Kolozs si ritenne fortunato di aver potuto ammirare quelle moderne opere d'arte pochi giorni prima che venissero pubblicamente messe al bando.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 99

PARTE TERZA
1968





Avevano calcolato i tempi con esattezza: per raggiungere la Stazione Est partendo da via Csaba e prendere l'espresso Chopin delle ore 6:40, dovevano alzarsi alle cinque. Le due valigie erano già pronte in corridoio, chiuse e assicurate con delle cinghie. Mentre Márta era sotto la doccia, Kolozs preparò la macchinetta del caffè, poi prese il posto della moglie in bagno. Dopo essersi lavato, rasato e asciugato trovò il caffè fumante sul tavolo della cucina. Non avevano voglia di fare colazione a quell'ora del mattino. Per il viaggio Márta aveva preparato panini al prosciutto e due bottiglie di succo d'arancia. Non appena si fossero sistemati nello scompartimento, c'era tempo fino a Komárom per far colazione in tutta calma. In quella stazione iniziavano i controlli doganali e dei documenti personali, ma loro non avevano nulla da temere: avevano infatti una ricevuta per ogni zloty cambiato, e i cecoslovacchi di solito ignoravano i viaggiatori in transito. Nel tardo pomeriggio avrebbero raggiunto il confine polacco, potevano quindi assopirsi un po' poiché a causa degli estenuanti preparativi per il viaggio avevano dormito poco. In tarda serata sarebbero giunti nella loro pensione di Cracovia. Dopo aver depositato i bagagli in camera avrebbero potuto fare la prima passeggiata in città – o almeno era quella l'ouverture prevista per il loro viaggio di nozze. Prima di rientrare nella pensione si sarebbero procurati una bottiglia di spumante e una volta soli, in camera, avrebbero festeggiato l'inizio della loro vita coniugale.

Era già trascorso un mese da quando Kolozs, subito dopo aver sposato Márta Tarnai, era andato a vivere in casa dei genitori di lei. Non appena risistemata, avevano messo a disposizione della giovane coppia l'ex cameretta della domestica, dietro la cucina, in cui in passato aveva abitato la nonna di Marta. In cucina si apriva un'uscita che dava sulle scale, mentre dall'altra porta si accedeva a un'anticamera lunga e stretta con tre porticine oltre le quali si trovavano la dispensa, il wc e il bagno. L'anticamera era divisa dal soggiorno da una porta a vetri a due battenti, al di là della quale c'erano un mobile giradischi e un televisore Duna. Sulla destra, una porta dava nell'ampia camera da letto dei coniugi Rezsö e Vilma Tarnai. La stanza, dalla quale si accedeva allo studio dell'architetto Tarnai, aveva un balcone. Dal lato sinistro del soggiorno si entrava inoltre in una stanzetta che era stata quella di Marta da bambina e che ora era stata riorganizzata per la nonna, la vedova di Rezsö Tarnai senior.

Sia a Kolozs che a Marta era sembrata ragionevole l'idea di sistemare lì la nonna. In effetti la stanzetta dietro la cucina era minuscola, la metà dell'ex cameretta di Marta, e lo spazio era decisamente troppo esiguo per due persone. Ritenevano tuttavia vantaggioso potervi accedere direttamente dalla cucina riuscendo in tal modo a staccarsi dal resto della famiglia. Non c'era però posto per l'armadio con gli indumenti di Marta né per i suoi libri, che dovettero mettere nell'anticamera. La loro intimità notturna non disturbava comunque nessuno e di giorno, dopo aver richiuso il letto estraibile, Kolozs se ne poteva stare per ore nella stanzetta ad ascoltare emittenti occidentali con una radio transistor che si era portato da Mosca, mentre Marta, seduta alla sua scrivania, studiava il polacco o leggeva i suoi autori polacchi preferiti. Consideravano provvisoria la loro condizione abitativa e si erano proposti – impresa alquanto ardua – di cercare una stanza più ampia in subaffitto, ma se ne sarebbero occupati non prima di essere rientrati da uno spensierato viaggio di nozze. A settembre Márta avrebbe iniziato a insegnare in un liceo, in una prima fase solo alcune ore di storia e geografia. Da un anno Kolozs collaborava alla cattedra di zio Frici. In quel momento stava per portare a termine la stesura di un saggio in cui analizzava le prospettive di un'autonoma capacità di esportazione delle imprese socialiste. Quella ricerca era finalizzata a indurre il partito a operare delle scelte che avrebbero favorito la liberalizzazione del mercato.


Con le valigie in mano e le borse in spalla presero il tram 6 da piazza Mosca a piazza Marx e da lì proseguirono con il filobus 73 direttamente alla Stazione Est. Era una splendida mattina d'estate, dal ponte Margherita ammiravano il luccichio azzurro del Danubio sulle cui acque degli uomini stavano remando verso nord, in direzione di Szentendre. «Speriamo di trovare bel tempo anche a Cracovia» aveva sussurrato Marta all'orecchio del marito. «Ne sono certo» aveva risposto lui, e nel loro intimo stavano già pregustando il piacere dell'imminente viaggio. Il buonumore che sprigionavano contagiò anche la giovane bigliettaia che sorrise amabilmente mentre obliterava i loro titoli di viaggio. Per un istante Kolozs pensò che quella fosse una stagione piacevole e forse non sarebbe stato necessario andare all'estero proprio in quel periodo, magari sarebbe risultato altrettanto bello trascorrere dieci giorni in una pensione sul lago Balaton o sui monti Mátra. Márta, però, che aveva una passione per la lingua polacca, oltre che per la letteratura e il cinema di quel Paese, per Jerzy Andrzejewski e Andrzej Wajda, sognava da anni un viaggio in Polonia.

Quando entrarono all'interno della stazione, lo scenario che si presentò ai loro occhi era a dir poco insolito. Sul binario 8, dal quale l'espresso Chopin sarebbe dovuto partire, non compariva nessun treno. Sul marciapiede c'era gente agitata, con borse e valigie, oltre ad alcuni ferrovieri e poliziotti che, nel chiaro tentativo di calmare quelle persone, gesticolavano animatamente. Tra le persone in attesa c'erano cittadini cecoslovacchi e polacchi e comitive di turisti della DDR. Erano soprattutto i polacchi a esigere da un'interprete dall'aria impaurita un' "informacja" immediata. Alle ore sette l'altoparlante annunciò, in varie lingue, che "a causa di motivi tecnici" la partenza dello Chopin avrebbe subito un ritardo imprecisato. I signori passeggeri erano pregati, proseguiva l'annuncio, di recarsi nella sala culturale della stazione, di fronte al binario 9. La calca umana, con tutti quei bagagli pesanti, si muoveva a rilento da un binario all'altro. Un polacco teneva attaccata all'orecchio una piccola radio transistor con antenna a onde corte e all'improvviso, rivolgendosi alla persona che gli camminava accanto, si mise a urlare in preda all'agitazione. Con le sue conoscenze linguistiche da principiante, Márta capì solo la parola "inwazja". Informò Kolozs di quanto aveva sentito e da quell'unica parola si resero conto che il loro viaggio di nozze era a rischio. Intanto la notizia era giunta anche alle orecchie del gruppo cecoslovacco: alcuni scoppiarono in lacrime, altri imprecarono contro "Moskwa", il pugno alzato e il viso contratto dalla collera.

| << |  <  |