Copertina
Autore Cesare Damiano
CoautoreTiziano Treu
Titolo Conversazione sul lavoro
EdizioneRosenberg & Sellier, Torino, 2004, , pag. 154, cop.fle., dim. 120x210x12 mm , Isbn 978-88-7011-899-5
CuratoreCaterina Perniconi
LettoreCorrado Leonardo, 2004
Classe politica , economia , lavoro
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Indice

  7 1. L'insicurezza congela l'economia,
       occorre un nuovo welfare per lo sviluppo

 21 2. Diritti, formazione e tutele per tutti

 47 3. Per una buona occupazione:
       flessibilità, non precarietà

 77 4. Una nuova politica dei redditi.
       Salari più alti, contrattazione e
       rappresentanza

109 5. Articolo 18, licenziamenti e
       giustizia del lavoro

115 6. Riforma del sistema pensionistico

125 7. Lavoratori, fondi pensione e
       partecipazione nell'impresa

133 8. Conclusioni: un riformismo
       che cambia la vita

143 Appendice: documenti
 

 

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1. L'INSICUREZZA CONGELA L'ECONOMIA, OCCORRE UN NUOVO WELFARE PER LO SVILUPPO


PERNICONI: I freddi numeri sono sotto gli occhi di tutti: il centrodestra nel 2001 aveva promesso di lanciare il paese verso un nuovo miracolo italiano, una crescita economica record; a tre anni di distanza, però, non solo l'economia appare paralizzata, ma tutti siamo e ci sentiamo più poveri, più insicuri e incerti su ciò che ci offrirà il futuro. Tiziano Treu e Cesare Damiano, la Casa della Libertà accusa il centrosinistra di non avere idee, di non sapere mai dare un contributo costruttivo. Un giudizio polemico che appare scontato, ma quel che è strano è che appare condiviso da tanti osservatori, anche a sinistra. Che cosa pensate di fare? Se tornerete a guidare l'Italia, sottoporrete ai cittadini un programma di governo in grado di cambiare per il meglio e in modo visibile la vita degli italiani, quando si parla di lavoro, tenore di vita, sicurezza sociale?

TREU: Sarà dura, ma è possibile. Il centrosinistra deve affrontare una situazione difficile, dopo l'operato del governo Berlusconi che ha distrutto l'economia italiana. Ma siamo incoraggiati dalla nostra esperienza passata e dai buoni risultati della recente tornata elettorale. Inoltre abbiamo già un programma di governo che sarà in grado di creare lavoro e sviluppo, restituire tranquillità e sicurezza sull'efficacia delle tutele sociali, assicurare una giusta retribuzione a chi lavora e una pensione decorosa a chi non lavora più. Per fare tutto ciò cambieremo le priorità degli investimenti e della spesa sociale: spenderemo di più per l'innovazione, per le nuove tecnologie, per sostenere i settori che trainano l'economia italiana, e per dare più risorse per la formazione dei giovani e degli adulti. Ci impegneremo per una distribuzione del reddito più giusta. Dobbiamo «riprendere per i capelli» l'Italia, invertire una situazione di sfiducia generalizzata che prevale tra i cittadini, contrastare la crisi economica e rilanciare lo sviluppo. Solo con lo sviluppo si possono sostenere tutele sociali efficaci e un benessere diffuso. Lo sviluppo deve essere compatibile con l'ambiente e con la vita delle persone, per aiutarle ad affrontare i problemi del lavoro, della sicurezza sociale, dei salari.

DAMIANO: Penso che di fronte alla situazione che sta vivendo il nostro paese - che gli italiani hanno evidentemente percepito come la fase di massimo declino e degrado dell'economia e della società dal dopoguerra in poi - un centro sinistra che voglia andare al governo debba lanciare messaggi chiari. Io ne ho in mente tre: primo, più intervento pubblico nell'economia. Secondo, più diritti per le nuove generazioni. Terzo, più reddito per il lavoro dipendente e per le pensioni.

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TREU: Proprio per questa ragione noi immaginiamo un sistema di welfare a più livelli, attivo e universale, che agisca in modo efficace in tutte le fasi della vita di una persona: mentre si forma, quando lavora e crea una famiglia, nel corso della vecchiaia. Un primo livello, che definirei «di base» perché è il fondamento di un buono e sano sviluppo nella coesione sociale, è l'investimento nella cultura e nella formazione. Il punto di partenza è investire nell'educazione dei bambini e dei giovani; per poi accompagnare la persona nel corso della vita con una formazione continua. Solo se si costruisce una società coesa, informata ed educata, si può avere anche una società che ha fiducia, che è pronta a reagire a una spinta verso uno sviluppo accelerato. L'alternativa - accarezzata dal governo Berlusconi - è un modello che potremmo definire «americano», di una società disgregata, che produce sotto una sorta di continua minaccia della paura della povertà. L'economista statunitense Paul Samuelson affermava che la società americana è una società spaventata da un'economia spietata. Al contrario, noi vogliamo costruire una società che può avere fiducia nel futuro perché sa che è un futuro sicuro, ragionevolmente protetto e sostenuto da forti investimenti nella conoscenza e nelle persone. A questo obiettivo contribuiscono anche la previdenza pubblica e la sanità, che sono le componenti tradizionali del welfare, necessarie a soddisfare fondamentali bisogni di benessere, ma che vanno accompagnate da questo «welfare-investimento» e di accompagnamento, che scommette sulla formazione e sulla coesione sociale. Del resto, si tratta di riscoprire un modello che è stato al centro della crescita accelerata dell'economia italiana nel dopoguerra: gli stessi distretti industriali - che sono stati uno dei punti di forza del nostro paese negli anni passati - sono stati sostenuti, oltre che dalla creatività e operosità degli individui, da un solido tessuto di relazioni sociali (e politiche) sul territorio che hanno sempre garantito sicurezze e coesione sociale. Ma oggi, anche i distretti industriali devono rinnovarsi, investendo di più in tecnologia e innovazione e, al tempo stesso, in reti di relazioni e sicurezze. Non basta più un welfare spontaneo fatto in casa; serve un sostegno istituzionale per un welfare diffuso che restituisca sicurezze soprattutto al tessuto di piccole imprese per fronteggiare con prospettive concrete la competizione globale.

PERNICONI: D'accordo. Ma sappiamo anche che il sistema di welfare italiano deve fare i conti con la sua storia e il suo passato: è stato costruito per sovrapposizioni e senza un progetto organico, affrontando di volta in volta con una soluzione tappabuchi questa o quella emergenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per alcuni cittadini, per alcuni lavoratori, esistono tutele adeguate; per molti altri - specie per chi lavora in modo flessibile o precario - non c'è praticamente nulla. In questi mesi voi dell'Ulivo avete lavorato con pazienza per definire una Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con una serie di progetti di legge volti a garantire una protezione sociale più che decorosa a ogni cittadino, a ogni lavoratore, anche spendendo risorse aggiuntive. E promettete che una volta attuata, la Carta rappresenterà una vera e propria rivoluzione nella vita quotidiana degli italiani.

TREU: Certamente. Anche i terreni tradizionali del welfare devono rinnovarsi, dicevamo. Nel secolo scorso il welfare, in Italia e in Europa, è stato costruito intorno alla figura del cosiddetto Cipputi: lavoratore dipendente, maschio, adulto. E dunque, per molti decenni le pensioni e la sanità sono state organizzate sulla base della categoria produttiva. Oggi dobbiamo rispondere ai bisogni nuovi, estendere la copertura della protezione sociale ai nuovi lavori, e anche alle nuove incertezze che sono sorte, creando sicurezze per tutti i cittadini: per i tradizionali lavoratori dipendenti, ma anche per le famiglie, i bambini, gli anziani, i precari, tutte le persone che non erano considerate dal welfare tradizionale. Rispondere tenendo conto che i bisogni e le necessità di queste diverse figure sociali sono molto differenti. Per un lavoratore dipendente, che è alle prese con una crisi dell'azienda in cui lavora oggi, è disponibile la cassa integrazione. Ma si deve offrire una prestazione monetaria sufficiente a vivere decorosamente anche a tutti i cittadini che si trovano in una condizione di inattività per motivi diversi che vanno oltre la crisi aziendale. Ci si può trovare in una situazione in cui si è costretti a smettere di lavorare per motivi personali, come per malattia, infortunio o maternità, oppure perché si desidera prendere un congedo temporaneo per formarsi o per seguire la propria famiglia. Dev'esserci una tutela monetaria, che potrebbe essere fissata nei 500 euro mensili, un milione di vecchie lire, anche per coprire i periodi di inattività propri dei lavoratori atipici, che ora sono scoperti sia dal punto di vista del reddito che per gli effetti sulla futura pensione. E alle prestazioni monetarie devono affiancarsi servizi mirati a soddisfare altri bisogni essenziali, come l'inserimento al lavoro o la formazione e riqualificazione professionale.

PERNICONI: Per quanto riguarda le tutele mirate alla famiglia?

DAMIANO: Tradizionalmente la famiglia non è stata considerata e tantomeno sostenuta dal sistema del welfare, poiché veniva vista come una specie di welfare privato in grado di reggere da sola sempre e comunque, se non addirittura di integrare le inadeguatezze del welfare pubblico. Ma adesso la famiglia non ce la fa più. E le conseguenze negative si vedono: le donne sono sempre meno libere di scegliere senza condizionamenti se, come e quando lavorare. E l'Italia segna non a caso i tassi di natalità e di occupazione femminile fra i più bassi d'Europa.

Il nucleo familiare, comunque costituito, deve essere considerato esplicitamente dal nuovo sistema di protezione sociale. Se si vuole conciliare vita familiare e lavoro, anzitutto (ma non solo) per le donne, occorre un salto di qualità anche culturale, una redistribuzione dei ruoli; e una politica di welfare che garantisca un sostegno economico per i figli, che fornisca servizi per la loro cura (e ora anche per la cura degli anziani) e più tempo libero. In questo quadro, congedi e contratti part-time possono essere strumenti utili. Ma il sostegno economico deve essere esplicito e realistico. I figli costano: un figlio costa quasi un milione di vecchie lire al mese. E noi dobbiamo aiutare i genitori a sostenere questo costo, se vogliamo che si facciano figli e che le persone possano vivere al massimo la loro vita familiare, ma anche riuscire a lavorare. Occorre valutare le risorse necessarie per questa operazione, e reperirle facendo delle scelte: ad esempio, risparmiare disboscando alcuni privilegi, alcune vecchie tutele corporative non più giustificate, raggruppare e razionalizzare interventi oggi dispersi, in parte anche riorganizzare la spesa. Non dimenticando, però, che la spesa sociale è in Italia inferiore alla media europea, e che quindi va tendenzialmente aumentata.

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PERNICONI: Va bene. Ma se alle prossime elezioni i cittadini danno fiducia alle vostre liste, ed il centrosinistra torna al governo, siete in grado di prendere impegni per i primi 100 giorni? Quali leggi cambierete e quali introdurrete?

TREU: Occorre innanzitutto modificare le leggi sbagliate, come la legge 30. Valuteremo la quantità (oltre che la qualità) delle forme di lavoro atipiche che esistono e che noi avevamo regolato e limitato: se i contratti a termine, ad esempio quelli dei lavoratori stagionali, sono in percentuale quantitativamente adeguata alle necessità effettive, bene; se invece diventano la maggioranza dell'organico aziendale, sono inaccettabili e lo sono per la stessa congruità dell'organizzazione aziendale, poiché disincentivano gli investimenti in formazione, qualità e vera competitività. I contratti collettivi, in passato, hanno sempre stabilito dei tetti sui lavori atipici: perché usati in modica quantità possono essere giustificati, altrimenti diventano deleteri. L'altra cosa che faremo, come ha detto Damiano, è introdurre incentivi alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Gli incentivi per le assunzioni vanno offerti solo a chi assume lavoratori a tempo indeterminato. Il rapporto a tempo indeterminato deve essere effettivamente la forma normale di lavoro, come indicano anche le direttive europee. conforme alle esigenze delle imprese che vogliono puntare sulla qualità. E lo richiedono fondamentali esigenze della persona. Un giovane può anche passare qualche anno della sua vita facendo un po' di stage, un po' di apprendistato o un po' di lavoro interinale, ma non può continuare a passare da un lavoro instabile all'altro: altrimenti, la sua vita diventa un inferno. Sarà necessario anche controllare gli abusi, verificatisi in certi rapporti quali i cosiddetti co.co.co. Questi rapporti di lavoro non sono stati introdotti dal centrosinistra, esistevano già nel 1973; ma non si sapeva quanti fossero, perché nessuno li contava. Nel 1995, si è riconosciuto che questo tipo di lavori non avevano nessun riconoscimento previdenziale; e allora fu inserito l'obbligo dei contributi sociali per garantire una base pensionistica; il contributo, fissato all'inizio al 10%, poi è salito al 14 e al 19%. Per un effetto paradossale, ma purtroppo spiegabile, questa aliquota previdenziale particolarmente bassa ha spinto molti datori di lavoro ad approfittare di questo strumento, qualificando come co.co.co. anche lavoratori in realtà caratterizzati dalla subordinazione per pagare meno contributi. In questo modo una norma che intendeva avviare un percorso di regolarizzazione è diventata un alibi per ricorrere ad abusi. Il contratto a progetto - previsto dalla legge 3 al posto dei co.co.co. - oltre a essere definito dal punto di vista tecnico in modo confuso non è sufficiente a cancellare gli abusi. L'utilizzo improprio delle collaborazioni si può combattere solo se si parificano i costi contributivi fra i vari tipi di contratto. Il costo contributivo di un co.co.co., di un lavoratore associato in partecipazione, di un lavoratore autonomo e di un dipendente, deve essere uguale. Questo è un obiettivo che ci proponiamo di realizzare, con un minimo di gradualità nel tempo; anche perché in Europa non c'è nessun paese in cui tipi di lavoro diversi paghino aliquote contributive diverse. La pensione è un diritto di tutti, comunque si lavori, e deve essere costruita con gli stessi contributi. Dobbiamo naturalmente valutare a che livello unificare i contributi. Ma se non si interviene su questa distorsione, tra qualche anno troveremo il numero dei co.co.co. magari denominati «contratti a progetto» uguale, e forse addirittura aumentato rispetto a oggi.

DAMIANO: Io sono d'accordo. Bisogna semplificare il quadro delle regole del mercato del lavoro, assolutamente farraginoso, e la prima misura è questa: dobbiamo ridurre all'essenziale le forme di flessibilità, e soprattutto non dimenticare quello che dice l'Europa, perché il nostro obiettivo è quello di inserire il giovane lavoratore - che è più formato di quanto non avvenisse nelle generazioni precedenti in un lavoro che abbia una qualità. un obiettivo molto difficile, perché oggi l'incontro tra domanda e offerta non è garantito, anzi, c'è una tendenza delle imprese a richiedere forme di lavoro meno qualificato, a privilegiare la formazione professionale piuttosto che la cultura generale. Come ho detto prima, le forme di lavoro flessibili, utili all'azienda, si esauriscono con un numero limitato di forme d'impiego: il tempo determinato, il part-time, il contratto formativo e l'interinale; e vanno regolate anche percentualmente rispetto all'organico complessivo d'impresa attraverso la negoziazione sindacale. Prima si parlava di flessibilità: ebbene, dobbiamo finirla con questa barzelletta in base alla quale il sistema produttivo italiano sarebbe, attualmente, schiacciato da regole del mercato del lavoro eccessivamente rigide. Abbiamo parlato della flessibilità da prestazione, e abbiamo detto che un milione e ottocentomila nuovi posti di lavoro, aggiuntivi allo stock precedente, sono stati creati dal '97 al 2001 per effetto della legge sul mercato del lavoro voluta dal centrosinistra, e che una gran parte di questi sono posti di lavoro a tempo indeterminato. Soltanto nell'ultimo periodo c'è stata un'inversione di tendenza.

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TREU: Le azioni delle istituzioni economiche e sociali devono promuovere uno sviluppo economico che aumenti la ricchezza in modo sostenibile e ne favorisca una distribuzione equa; devono arricchire il bagaglio formativo delle persone, lavoratori e imprenditori, che è essenziale per partecipare alle opportunità della società della conoscenza e per migliorare la qualità della vita e del lavoro; contrastare le situazioni d'incertezza causate dalle instabilità produttive; accompagnare individui e famiglie nelle varie transizioni proprie dell'attuale sistema di lavoro e di vita; rassicurarli e insieme stimolare le capacità di tutti, per promuovere la coesione sociale necessaria per la stabilità e lo sviluppo. Tutele e riforme sociali devono essere attente alle esigenze personali di sviluppo e di autorealizzazione che sono molto forti nelle giovani generazioni. La tradizione riformista è sempre stata più attenta a trattare le questioni distributive che a promuovere le aspirazioni individuali. Se non impariamo a tenere conto anche di queste ultime, rischiamo di non parlare più a milioni di persone giovani (e anche meno giovani). Accettare e promuovere le aspirazioni di crescita delle persone non vuol dire seguire le indicazioni della destra, che predica l'individualismo senza limiti (o addirittura invita a trasgredire le regole e a evadere il fisco). Noi vogliamo sostenere una libertà attiva, che si esprima in maggiori opportunità di scelta, di chances di vita per tutti.

Valorizzare la libertà delle persone non significa nascondere la necessità di solidarietà collettive. Il riformismo, specie quello d'ispirazione liberale, ci ricorda che le opzioni possibili di vita hanno senso solo se «inserite in coordinate di solidarietà, di appartenenza e di comunanza». Allargare le opportunità di sviluppo per tutti e costruire un welfare diffuso che rassicuri dalle incertezze sono due assi fondamentali del riformismo attuale. Entrambi sfidano stereotipi e pigrizie della politica tradizionale. E noi ci impegneremo a superarli.

DAMIANO: In estrema sintesi, un programma di governo dovrebbe contenere i seguenti indirizzi fondamentali: obbligo scolastico fino a 16 anni e obbligo formativo fino a 18; nessun contratto di lavoro dovrà essere stipulato prima di quella età senza una forte dose di formazione accanto al lavoro (in Europa la prassi è di 400 ore all'anno). Tutele nel lavoro discontinuo e stabilizzazione del lavoro. Ricomposizione e totalizzazione dei percorsi pensionistici. Ripristino della concertazione e della politica dei redditi. Rivalutazione delle retribuzioni e delle pensioni, utilizzando nuove logiche di inflazione concordata o attesa. Rivalutazione sociale e salariale del lavoro manuale. Nuove forme di partecipazione dei lavoratori nell'impresa. Questi punti rappresentano una costellazione di tutele e di diritti che mantengono un equilibrio tra competitività dell'impresa e diritti dei lavoratori. Da qui bisogna ripartire, se vogliamo ridare speranza e futuro al paese.

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