Copertina
Autore Jason D'Argot
Titolo La bugia dell'alchimista
SottotitoloIl segreto della Porta Magica del marchese Palombara
EdizioneLa Lepre, Roma, 2013, I tascabili , pag. 346, ill., cop.fle., dim. 12x19x2,2 cm , Isbn 978-88-96052-89-1
LettoreGiovanna Bacci, 2014
Classe narrativa italiana , esoterismo
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Pagina 11

CAPITOLO I



«Questo è l'armadio. Sono tutti qui, in alto le disse facendo strada il principe Carlo Massimo. Li abbiamo dovuti spostare, comprenderà; lo spazio che occupavano nella biblioteca di famiglia era considerevole rispetto alla frequenza d'uso e alle occasioni di consultazione».

«Capisco, certo», rispose annuendo la giovane donna che lo seguiva con circospezione. La stanza quadrata in cui si trovava era interamente rivestita da armadi e scaffali zeppi di volumi a stampa e di codici manoscritti. I dorsi in pergamena di quelli più antichi avevano etichette ingrigite, consunte. Il centro della sala era occupato da due lunghi tavoli antichi in ebano massiccio, ricoperti di volumi in folio, fascicoli e grandi registri moderni, databili a fine Ottocento o ai primi del Novecento. Le parve di aver individuato i cataloghi. Respirò profondamente e si lasciò assalire da un odore che conosceva bene: quello della carta rosicchiata dal tempo, della pergamena ammuffita, della cera delle candele che macchiava le pagine. Quante vite, quante storie lì dentro... Le sentiva affollarsi attorno a sé e far capannelli, come i bambini in strada, nel quieto mormorio dei secoli.

«La scala è lì. Si assicuri che sia stabile», l'avvertì il principe indicandole un angolo buio vicino a un piccolo stanzino.

«Starò attenta», gli rispose, mentre un nodo di emozione le stringeva il petto.

«Prima dovrebbe cortesemente compilare con i suoi dati, e firmare, il registro delle visite». Il principe le lanciò una lunga occhiata inquisitrice, vagamente indispettito dalla sua presenza. Lei si sentì avvampare, ma riuscì a sostenere il suo sguardo da pari a pari; in quella figura austera poteva scorgere l'impronta di una storia millenaria, di un casato le cui origini si fanno risalire al III secolo avanti Cristo, con il console e dittatore romano Quinto Fabio Massimo.

L'uomo alto e magro che aveva di fronte, dai lineamenti severi e taglienti, fu il primo a distogliere lo sguardo, porgendole quasi di scatto un quaderno di grande formato con la copertina rigida, aperto circa alla metà, e una penna. Solo allora lei abbassò gli occhi sulla pagina. Un altro sommesso brivido la percorse nello scorrere i nomi di quanti avevano visitato l'archivio prima di lei: li conosceva tutti, aveva letto i loro libri e articoli. Anche quello era un pezzo di storia. Chissà se avrebbe saputo farne degnamente parte, si chiese mentre firmava...

«A proposito, come ha detto che si chiama?», chiese il principe, mentre gli occhi tradivano una curiosità penetrante.

«Cristina Spirito».

«Originaria di Napoli?».

«La famiglia, sì. Io vivo a Roma».

«Ha un paio d'ore a disposizione, ne faccia buon uso. In ogni caso, chi è stato qui prima di lei non ha trovato nulla». Nella sua voce c'era una sorta di deliberata provocazione e nei suoi occhi un rapido guizzo di sfida.

«Tenterò di farmi bastare questo tempo», replicò Cristina condiscendente, sforzandosi di non tradire la preoccupazione.

«Sa già cosa cercare?», l'interrogò di nuovo il principe, piegando la testa di lato e studiandola con divertita attenzione.

Cristina scosse la testa. No, non lo sapeva. Aveva un'idea di cosa le sarebbe piaciuto trovare, però.

«In questo caso sarà più complicato sentenziò lui. Qui fuori c'è il custode, se avesse bisogno di qualcosa», le sibilò infilando la porta e chiudendola dietro di sé senza voltarsi.

Lei si guardò intorno, trattenendo il respiro. Poi, lentamente, tornò a osservare l'armadio che le era stato indicato all'inizio.

«Adesso, Massimiliano, mormorò sottovoce siamo soli, tu e io».

Cristina aveva dinanzi ciò che restava dell'archivio di Massimiliano Savelli Palombara, marchese di Pietraforte: l'alchimista romano sconosciuto ai più e notissimo a pochi, che aveva lasciato in eredità a Roma e al mondo un monumento assai singolare, noto come Porta Magica. Questa, più correttamente definita da alcuni Alchemica o Ermetica, era in realtà l'insieme della cornice in pietra, corredata da una sorta di frontone, di una porta che si apriva sul muro di cinta di Villa Palombara all'Esquilino, dimora di campagna che il marchese aveva ereditato dal padre Oddo. Lungo gli stipiti e la soglia correvano numerose iscrizioni, perlopiù in latino, e alcuni simboli astrusi. Sul significato e sulla corretta lettura dell'ordine dei simboli stessi si erano esercitati in parecchi, senza venirne a capo in modo definitivo. Cristina accarezzava l'idea che epigrafi e simboli fossero specchio le une degli altri, che intrattenessero tra loro una specie di gioco incrociato, ma non sapeva ancora quale. Una testimonianza sulla Porta Magica tra le carte Palombara, coeva o di poco posteriore al 1680 (l'anno in cui fu verosimilmente realizzata), sarebbe stata dunque preziosissima; e ancor più considerando che il monumento era citato per la prima volta in un testo del 1806, dove se ne parlava come di una porta murata all'esterno, accanto all'ingresso principale, tra altre aneddotiche curiosità circa gli interessi alchemici del marchese Palombara.

Tuttavia, anche sulla collocazione originaria della Porta Magica non v'era consenso unanime tra gli studiosi. Alcuni sostenevano che fosse sempre stata un ingresso secondario della villa, altri invece che fosse stata traslata sulle mura esterne solo in un secondo momento. I fautori di quest'ultima ipotesi immaginavano che la porta avesse impreziosito l'ingresso al laboratorio alchemico del marchese Palombara; oppure, dubitando che fosse mai stata usata come varco, ritenevano che fosse stata un fregio decorativo, probabilmente posto all'interno, nel giardino, alla cui sistemazione Massimiliano aveva dedicato molte risorse.

Intorno al 1870, durante la ristrutturazione del quartiere attorno alla stazione Termini, la villa ormai lasciata in abbandono fu abbattuta. Se ne conservava ancora la sola Porta Magica, nei giardini di quella che con l'Unità d'Italia era divenuta piazza Vittorio Emanuele II; qui si trovava spostata in avanti di una cinquantina di metri rispetto alla sua collocazione originaria e volgeva le spalle alla chiesa di Sant'Eusebio, verso la quale un tempo aveva invece guardato.

Il marchese Massimiliano Palombara, nato nel 1614, era morto nel 1685 a settantuno anni. L'ultima erede della sua numerosa famiglia, Barbara Savelli Palombara, aveva sposato Francesco Camillo VII Massimo nel 1765, il che spiegava la ragione per la quale ciò che restava delle carte Palombara o almeno quello che si conosceva di esse si trovava ancora conservato presso l'archivio della casata Massimo.

Di sé però Massimiliano non aveva lasciato molto, se si escludevano due testi alchemici con lo stesso titolo, La Bugia, ma significativamente diversi tra loro. Il primo, del 1656, autografo, conservato a Firenze in una collezione privata, conteneva un lungo racconto autobiografico e un'interessante parabola alchemica illustrata con disegni e figure. L'altro, del 1660, redatto nell'elegante scrittura di un calligrafo e consultabile presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, oltre a ospitare alcuni passaggi simili al precedente consisteva in massima parte in una raccolta di rime ermetiche. Sopravvivevano poi un piccolo taccuino autografo di copie "cavate" da manoscritti alchemici, nonché un rimario, che doveva servire a facilitare la composizione di stanze e sonetti, una delle occupazioni predilette dal marchese.

Tutto qui. Niente lettere, niente appunti. Addirittura non si aveva traccia di alcun libro che fosse appartenuto alla sua biblioteca, sebbene nelle scarse notizie biografiche disseminate nella Bugia, Massimiliano dichiarasse di possedere circa cinquecento volumi a stampa di argomento alchemico, oltre ai manoscritti che aveva acquistato, copiato personalmente o fatto copiare. Come se ciò non bastasse, del marchese Palombara non si conosceva nemmeno un ritratto.

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CAPITOLO II



Era possibile amare per l'eternità? Lisbetta se l'era domandato quasi ogni giorno nel corso dei lunghi anni che aveva vissuto, e se lo chiese anche quando di quegli anni cominciò a scrivere, temendo la risposta. In cuor suo s'era preparata a quella separazione che sarebbe avvenuta, prima o poi: se non a cagione del languire dei sentimenti, almeno in obbedienza a quelle leggi della natura, le quali non si potevano violare. Ma nessuna aveva osato quanto lei e nessuna più di lei aveva ragione di poter sperare. E di tentare, anche oltre se stessa, fosse pure per altrui tramite.


***



Figlia d'un modesto fabbro fonditore, Lisbetta era nata in Lucca l'anno 1611, unica femmina di cinque figli. Le piaceva apprendere, aveva un'intelligenza vivace ed era tanto desiderosa d'imparare a leggere da riuscirvi già quasi da sé, trascorrendo tutte l'ore che poteva scappar di casa verso la vicina parrocchia sull'unico libro in volgare al quale potesse accostarsi.

Si trattava in verità d'una Bibbia che fra Galdino teneva alquanto nascosta, essendo quella del Diodati, illustre membro d'una delle più antiche famiglie lucchesi, ch'aveva aderito all'eresia di Calvino in Ginevra. Tradotta eccellentemente dal latino e pubblicata nel 1607, essa era versione di riferimento dei testi sacri pei protestanti italiani, ed era apprezzata per lo stile e il rigoglio che la lingua toscana sembrava restituire alla parola di Dio, tanto da diventare motivo di vanto per l'intraprendente città di Lucca. Al frate pareva un'innocente maniera di fare esercitare quella giovinetta, volenterosa quanto nemmeno i seminari ne sfornavano, dalla quale s'era fatto promettere che non n'avrebbe fatto parola con alcuno.

Quando poi Lisbetta compì i sette anni, fra Galdino cominciò ad amministrarle pure qualche nozione di latino perché potesse leggere la Bibbia della tradizione, e anco quell'altri libri che la chiesa non aveva, ma pei quali Lisbetta sembrava aver naturale inclinazione. E questo affinché potesse emanciparsi dalla parrocchia, ché facendosi giovinetta non starebbe bene per la fanciulla frequentare i frati, sebbene al pensiero di non vedersela più correre intorno e tirargli la tonaca fra Galdino si rattristasse non poco. Tuttavia, quando Lisbetta gli chiese: «Perché Dio ha creato il mondo, se poteva esser solo e non aver limite alcuno?», spiegando subito dopo con un lampo negli occhi: «Io, per esempio, non avrei creato i miei fratelli», al povero frate fu chiaro che non avrebbe potuto seguirla oltre. E non solamente per ragioni d'opportunità ma pur anco di dottrina.

Lisbetta aveva circa nove anni quando fra Galdino si risolse di parlare alla famiglia perché si decidesse a far entrare la giovane in convento, dove almeno avrebbe potuto coltivarsi in quanto le stava a cuore, giovandosi della tutela delle monache. Sapeva bene quanto potesse essere pericoloso lo studio per una mente giovane, d'una fanciulla per giunta, che non avesse ancora strumenti per discernere. E mentre intuiva di non poterla accompagnare per quella via, si pentiva pure d'avergliela aperta, muovendola forse a un sentiero di sofferenze.

Catterina, la madre di Lisbetta, una donna robusta ed energica, invecchiatasi prima del tempo per via delle gravidanze, non volle nemmeno sentir parlare di quella bizzarria, dacché sognava per la figlia un buon matrimonio, magari con qualche lavoratore della seta, e ridusse l'intera questione a un capriccio. Mastro Gianni, il padre, non ebbe quasi il coraggio di fiatare, aggiungendo i suoi dubbi alla sfuriata della moglie, ma si limitò a sbuffare durante la conversazione, come per scaricar un accumulo di bile, poiché l'idea che la sua figlia più piccola finisse monaca proprio non gli andava a genio. Lisbetta stessa non n'era troppo contenta; ma se quello era l'unico modo per poter avere i libri che tanto desiderava, era pronta ad affrontare quel sacrificio. Sicché il discorso di fra Galdino cadde nel vuoto e passarono altri tre anni nei quali Lisbetta dovette arrangiarsi da sola e, mentre continuava a giovarsi delle sempre più rare lezioni del frate, prese l'abitudine di correre, ogni volta che poteva, alla stamperia di Ottaviano Guidoboni. Il tipografo, già assistente del Busdraghi (il quale aveva avviato una delle più celebri tipografie di Lucca), l'accoglieva sempre con un gran piacere che tentava, però, di mascherare ai suoi lavoranti usando a Lisbetta un'eccessiva burberità cui ella non aveva creduto mai, nemmeno per un attimo. Quella bimba scalza dagli occhi nerissimi e dai capelli corvini aveva preso a intrufolarsi nell'officina da un piccolo abbaino laterale, di dove osservava i lavori pensando di non esser vista. Tutti s'erano accorti, invece, della sua presenza; nonostante il rumore dei torchi e delle presse, si poteva quasi udire quello scricciolo trattenere il fiato, per non esser scoperta. Dopo qualche giorno il Guidoboni l'aveva invitata a scendere, offrendole del pane e formaggio; mentre Lisbetta masticava silenziosa, le aveva chiesto, con un tono più ruvido della carta avanti che fosse lisciata, perché si prendesse la briga di andar fin lì.

«Mi piacciono i libri aveva detto lei. Vorrei leggerne qualcuno». Il tipografo le aveva sorriso, ironico, pronto a giurare per Maria Vergine che non sapesse nemmeno compitare. Ma al vedere lo sguardo imbronciato che s'era dipinto in faccia a Lisbetta le prese un'opera scherzosa, la Fantastica visione di Parri da Pozzolato, poderaio in Pian de' Giullari dell'accademico della Borra Alessandro Allegri, ch'aveva stampato nel 1613; reputando Lisbetta ignara anche dell'alfabeto, mai pensava potesse coglierne l'allusioni licenziose. Le spinse il fascicoletto incontro ai gomiti ch'aveva puntati su un tavolino, e fu sommerso dalla meraviglia; manco l'avesse toccata con il bastone di Mosè ch'aveva fatto sgorgare l'acqua dalle rocce, la piccola leggeva con grazia ed espressività persino le parole più difficili. Il Guidoboni le sfilò subito dalle mani il poemetto dell'Allegri, temendo che Lisbetta sarebbe tanto lesta a capirne il senso come a leggerlo. Da allora, appena poteva, Lisbetta fuggiva alla tipografia per esercitarsi sui fogli che si stampavano e anche, talora, sui libri che Guidoboni le portava da casa. Cominciò così a conoscere un poco di letteratura, soprattutto Virgilio, Ovidio, Apuleio, e qualche opera di scienza, tra le quali La prospettiva di Euclide, di Ignazio Danti, cosmografo appresso il Granduca di Toscana.

Una sera, dopo una nova ramanzina per essere rincasata tardi da quelle divagazioni letterarie, Lisbetta ebbe ad essere accolta da un'aspra sgrullata di Catterina, la quale minacciò di rinchiuderla in casa e non più farla uscire, se si fosse intestardita oltre in cose che non erano per lei. Raccogliendo tutto il coraggio che aveva, rossa di rabbia, Lisbetta provò a dire che voleva studiare e che le sarebbe pur piaciuto scrivere qualcosa. Sua madre l'aveva guardata dapprima perplessa, e poi sempre più livida, con due strali al posto degli occhi, ch'avrebbe potuto fulminarla con più effetto che Giove tonante. Bisognava che desse una mano a campare la famiglia, altro che libri. Che s'era messa in testa? Era forse nata tra ori e argenti, come una nobildonna, da potersi concedere i vezzi delle lettere?

Lisbetta allora, credendo di meglio perorare la sua causa dando un saggio delle sue dotte conoscenze, cominciò a declamare alcuni passi dal Libro della Sapienza che le erano parsi piuttosto opportuni: «Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l'oro al suo confronto è un po' di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l'argento. L'amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana. Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile».

Se quanto a sapienza non poteva forse lamentarsi, certo Lisbetta avrebbe dovuto pregare con maggior impegno per la prudenza, perché quando ebbe terminato, sicura che quelle parole così accorate avrebbero avuto l'effetto di commuovere gli animi, in casa era calato invece un profondo sconcerto. Il silenzio imbarazzato della famiglia intera fu presto rotto dalle risate scomposte dei suoi fratelli, che si fecero ancora più fragorose quando sua madre, fuori di sé, le s'avventò contro battendola con più foga di quella che metteva nel lavare i panni. Che imparasse una buona volta come andava il mondo...

Lisbetta pianse tutte le sue lacrime per i rovesci che ancora le bruciavano le guance, per l'umiliazione subita e per la sorte che congiurava contro ai suoi propositi. Mastro Gianni, il quale aveva assistito alla zuffa rammaricandosi di non poterla sottrarre alla furia di Catterina, guardava sua figlia con la più grande compassione. Lisbetta, mostrando una determinazione e un temperamento da maschio, singhiozzava con straordinario contegno, i pugni chiusi, le braccia serrate attorno alla vita. Sarebbe parsa una scena assai comica, da portarsi al successo in teatro, se non avesse avuto il potere drammatico di concludersi in una maniera tanto poco dilettevole che nessuna commedia n'avrebbe seguito il finale. Con gli occhi ancora rossi di pianto, Lisbetta formulò allora il proposito che le avrebbe cambiato la vita. Se proprio doveva aiutare la famiglia, non si sarebbe sottratta, ma l'avrebbe fatto a modo suo. Preferiva mille volte assistere il padre alla forgia più che sbrigare le faccende da donne, in attesa di trovarsi un marito che liberasse la famiglia del peso del suo mantenimento. Questa volta Mastro Gianni giunse in soccorso di Lisbetta, frenando la moglie ch'era sul punto di attaccare un'altra tirata: «E sia disse. Faremo come dici. Vedremo se sarai in grado di lavorare, ma sappi sin d'ora che non ti sarà risparmiato nulla di ciò che gli altri fanno».

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CAPITOLO III



16 luglio 1685. La data era subito balzata agli occhi di Cristina dal foglietto di carta sfuggito alla sua sede, tra la scrittura fitta. Trasalì, mentre un sudore gelido le ricopriva le mani: si trattava del giorno in cui Massimiliano Palombara aveva reso l'anima a Dio.

Cristina scese piano dalla scala tenendo il faldone stretto sotto il braccio. Lo appoggiò di nuovo sul tavolo di consultazione e cominciò ad allentare ciò che restava delle cuciture di quella che sembrava una tasca interna. C'era un piccolo fascicolo squinternato, foglietti irregolari, per lo più cinque centimetri per sei, ricavati da vari ritagli di fogli più grandi.

Il primo doveva essere proprio quello con la data. L'inchiostro di colore marroncino aveva stinto qui e lì, mangiandosi la carta, ma si leggeva abbastanza bene, nonostante la grafia fosse molto minuta anche per ragioni di spazio. Cristina cominciò a leggere, sembrava un diario.


Ciò che scrivo in cotesto libretto è a mia sola memoria, se mai ricordando gli avvenimenti che conobbi e vissi possa trovarvi oggi ciò che non seppi mentre ne partecipavo.

Ma acciocché tale storia non sia mai più contata, né da me né da altri, queste carte dispongo che sieno bruciate alla mia morte. E se per avventura qualcuno ne leggesse dopo di quella, possa l'Onnipotente proteggere l'anima sua, ché al certo chi scoprisse quei segreti, i quali io volli seppellire con me, conviene che sia persona assai saggia, cioè timorata, poiché si troverà più pronta a perdere tutto per acquistarsi una vera sapienza.

Addì 16 luglio 1685


L'autore avvertiva che avrebbe raccontato una serie di avvenimenti, con il preciso intento di formarne il senso e tirarne fuori qualcosa che forse gli era sfuggito nel tempo in cui li aveva vissuti. E ribadendo il carattere esclusivamente personale di quelle carte, si diceva con estrema chiarezza che avrebbero dovuto essere bruciate alla morte dello scrivente, affinché le informazioni in esse contenute non cadessero in mani inesperte.

Cristina fu percorsa da un brivido. Stava leggendo parole che avrebbero dovuto essere sepolte con chi le aveva scritte. Aveva tra le mani brandelli di cenere scampati al fuoco. Si mise a cercare freneticamente se fosse indicato da qualche parte il nome dell'autore. Certo, se chi aveva redatto quelle memorie voleva assicurarsi di non lasciare tracce, non c'era modo migliore che evitare accuratamente di scrivervi il proprio nome, ma Cristina sperava di smentire la sua stessa ragionevolezza e di trovare almeno un'indicazione. Era giunta quasi alla fine del fascicoletto, quando si imbatté in un foglio compilato solo per metà. L'ultima riga era scritta in lettere maiuscole e recitava LOCO ET TEMPORE, "a tempo e luogo". Dall'ultima lettera dell'ultima parola partiva un ghirigoro che disegnava in morbide onde, da destra a sinistra, una specie di piramide rastremata verso il basso. Cristina ne aveva visti alcuni simili, era il segno che inequivocabilmente indicava la fine dello scritto. Se c'era un nome avrebbe dovuto essere lì da qualche parte, eppure il resto della paginetta era vuoto. Girò il foglio, curiosa di scrutare il retro, anche perché c'erano ancora almeno due o tre foglietti in coda. Era così concentrata sull'idea di dover trovare un nome che per qualche secondo non riuscì a rendersi davvero conto di ciò che aveva sotto gli occhi. La scarica elettrica le arrivò con effetto ritardato, bloccandole per un attimo il respiro. Non riusciva più né a respirare né a deglutire: le carte restanti contenevano qualcosa che Cristina conosceva sin troppo bene. Sotto i suoi occhi velati dall'emozione c'erano le epigrafi e i simboli che ornavano la Porta Magica. Dovette sorreggersi al tavolo, perché sentì le gambe cedere.

«Dottoressa Spirito, le ho chiesto se ha finito...».

Il principe Massimo era entrato nell'archivio e lei non se ne era nemmeno accorta. La fissava oltre il tavolo, piuttosto accigliato. Probabilmente le aveva già rivolto la domanda che lei non aveva sentito.

«Sì e no», rispose lei, recuperando la voce più velocemente che poteva.

«Dovrà rinviare, per oggi deve chiudere. Ha trovato qualcosa di interessante?», chiese con malcelata ironia il principe, scandagliando il piano di lavoro con lo sguardo attento, chirurgico, di un'aquila reale a caccia. Quando si avvide del faldone capovolto, dei fili scuciti che ne uscivano e dei foglietti sparsi sul tavolo, i suoi occhi si fecero appuntiti. Stava per dir qualcosa, ma Cristina lo anticipò: «C'era questo taccuino cucito all'interno, nel dorso. Sono stata molto attenta a non danneggiare nulla, ma ho dovuto aprire la tasca. Questi sono gli stessi simboli alchemici che compaiono sulla Porta Magica. Il testo potrebbe contenere indicazioni preziose per capire come devono essere decodificati».

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Cristina ci mise un attimo a capire, mentre tutto si sgretolava, dentro e fuori di lei. Obbedendo a un impulso irrazionale affondò la testa tra le mani e chiuse gli occhi nel tentativo di bloccare l'assurda deriva in cui i suoi pensieri galleggiavano, dopo il naufragio subitaneo delle sue molte congetture. Lisbetta le rivelava ora quello che era sempre stato sotto gli occhi di chiunque avesse osato vedere. Massimiliano Palombara, come qualche studioso aveva solo generalmente indicato, aveva davvero voluto riassumere l'Opera alchemica nelle sue sette fasi principali, ma ecco finalmente in quale sequenza:

    1 - CALCINATIO
    2 - SUBLIMATIO
    3  SOLUTIO
    4 - PUTREFACTIO
    5 - DISTILLATIO
    6 - COAGULATIO
    7 - TINCTURA



Tutto sembrava tornare, incredibilmente. La calcinazione poteva essere descritta come un'apertura della terra, cioè della materia prima detta anche "sale dei metalli". La sublimazione nulla a che vedere con quanto indica il termine moderno era una fase di pulitura e sbiancamento, per la quale occorrevano il fuoco e l'Azot (nome che il misterioso alchimista Basilio Valentino, monaco benedettino del XIV secolo, aveva assegnato alla quintessenza, allo spirito mercuriale). La soluzione era un'inversione del cielo e della terra, dello spirito e del corpo, l'uno nell'altro, all'interno di un vaso circolatorio. La putrefazione era la fase al nero, in cui la sostanza dell'Opera si liberava delle scorie (i corvi neri) per librarsi in uno stato più puro e rarefatto (le colombe bianche). Seguiva la distillazione, una fase in cui la materia era sottoposta a una sorta di essudazione e che richiedeva la capacità di dosare il calore in accordo con i passaggi di stato del soggetto, evidenziati unicamente da configurazioni geometriche e aspetti cromatici non potendosi aprire il vaso i quali erano evidentemente inutili per un cieco. La coagulazione, poi, consisteva in un nuovo addensamento dello spirito in materia, ottenuto attraverso l'impiego delle sue proprie scorie (il caput tuum non era che il caput mortuum o il caput corvi, la testa di morto o di corvo). Ed ecco infine la tintura, la pietra filosofale: lo stato ultimo, in cui si produceva la sostanza capace non solo di tingere i metalli vili in oro, ma anche di ristabilire la salute nel corpo umano. Lo stato alla base di altre operazioni magiche ancora più sottili. Con la tintura ciò che sembra morto risorge dalle proprie ceneri, e regna godendo dell'occulto e stabile matrimonio di terra e cielo, di spirito e corpo.

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