Copertina
Autore Amanda Davis
Titolo Faith
EdizioneTerre di mezzo, Milano, 2007 , pag. 157, cop.fle., dim. 13x20,5x1 cm , Isbn 978-88-89385-92-0
OriginaleCircling the Drain: Stories [1999]
TraduttoreGiovanna Scocchera
LettoreAngela Razzini, 2007
Classe narrativa statunitense
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Prefazione                                3

Impronte                                 15
Luci rosse come risate                   18
Grasse signore fluttuavano in cielo      27
    come palloncini
Testimonianza                            32
Inseguimento                             52
In sospeso                               59
Storia vera                              73
Favola                                   78
Sassi e bastoni                          80
Cose che finiscono                       94
Spezie                                   99
La visita                               106
Schianto                                125
Quel preciso momento                    131
Faith                                   135
ovvero
Consigli per una signorina di successo

Ringraziamenti                          153


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

Impronte


Non lo sapeva nessuno, all'inizio, neanche noi. Fu solo dopo aver rastrellato i campi, controllato sotto i letti ed esplorato con cautela i seminterrati. Solo dopo aver rovistato nelle dispense, esaminato i fienili e rivoltato i garage sottosopra. Dopo aver svuotato i capanni e tormentato di luce ogni nicchia e fessura.

Fu solo dopo che la mamma si sedette al tavolo della cucina con una tazza di caffè raffreddato ormai da tempo a fissare il nulla, mentre le labbra si muovevano mute recitando il salmo ventitré all'infinito, e dopo che papà sembrò invecchiato di dieci anni mentre sprofondava nel divano del salotto con un whisky e una barba di tre giorni.

Ero seduta nell'angolo, come mi avevano detto di fare, le ginocchia al petto, gli occhi serrati, e lo stomaco stretto come un pugno. Canticchiavo tra me e me o seguivo i disegni sul muro e cercavo di smontare pezzo per pezzo quello che era successo.

Fu solo dopo che ebbero dragato lo specchio d'acqua di Milo's Pond: trentacinque contadini stanchi e solenni che arrancavano tra la melma, scrutando centimetro dopo centimetro, sperando di trovare qualcosa e di non trovare nulla allo stesso tempo. Fu solo dopo che non ebbero trovato nulla.

Non ci fu nessuna cartolina da un posto lontano, nessuna lettera con le fotografie di un bambino o di un marito o di una casa nuova. Dopo che un altro vuoto Natale arrivò e se ne andò con l'aria densa in casa, la tensione come un formaggio così duro da dovercisi appoggiare sopra per tagliarlo. Dopo il mio primo bacio e il secondo, il mio primo giorno di liceo e l'ultimo, i miei buoni voti e quelli non tanto buoni, solo dopo che tutto passò in silenzio e li lasciai lì, ormai vecchi e distrutti in quella casa.

Anni dopo, guardandomi indietro e cercando di capire, ripercorsi più e più volte gli strani eventi del giorno in cui mia sorella maggiore, Lucy, era scomparsa, e non riuscii a trovare nessun filo. Mi interrogai su come avevo immaginato fossero andate le cose. Mi mancava come mi era mancata ogni singolo giorno da quando, voltandomi, avevo trovato solo aria vuota davanti a me. Da quando avevo scoperto che la voce che rispondeva alle mie chiacchiere non veniva da nessuno, che mia sorella non aveva lasciato orme in quegli ultimi cento metri.

Le piogge primaverili minacciavano di allagare parti della città quell'anno, e la campagna di Hansen non si era ancora asciugata. Feci il segugio, seguendo la pista fino alle ultime orme lasciate in mezzo al campo, dove si interrompevano a metà passo e poi si fermavano, un piede accanto all'altro, e premevano forte, così sembrava, sul terreno morbido. Le sue impronte erano profonde, come se avesse spiccato un salto. Come se si fosse fermata di colpo, avesse allargato le braccia e si fosse spinta in aria.

In un primo momento mi sembrò di vederla dritta sopra di me, a braccia aperte, con il vestito di cotone verde che fluttuava al vento. Era alta come le nuvole e allungai il collo per vederla, ma poi il cielo diventò chiaro e vuoto e non fui più sicura di aver visto qualcosa. Lucy! gridai girandomi di scatto. Lucy! Lucy! Lucy! Il campo era una torta di pan di spagna verde con una fila di alberi minuscoli tutto intorno e io ero la decorazione al centro, una ballerina, una piccola figura vuota.

Rimasi in quell'angolo per tre giorni. Venivano a trovarci a casa e ci portavano da mangiare. Di notte sgattaiolavo di corsa in cucina, mangiavo fino a farmi venire sonno, poi mi rannicchiavo nell'angolo con una coperta e il cuscino di una poltrona del salotto. Parlavano con mamma e papà bisbigliando. Rabboccavano il bicchiere di whisky di papà e cercavano di convincere mamma dicendole mangia qualcosa, su Betty, vedrai che presto la trovano, vedrai. Qualche volta ricevevo una carezza distratta sulla testa o un pizzicotto sulla guancia, ma il più delle volte restavo sola. Il più delle volte venivo dimenticata.

Fu solo dopo tutto quel cercare che trovarono le ossa. Anni dopo, sotto una baita di caccia a novanta chilometri da Gleryton. La primavera scorsa a dei giovani professionisti di città venne voglia di demolire la proprietà da poco acquisita, di costruirsi un posto più carino, e nel seminterrato trovarono le ossa di mia sorella Lucy disposte in un accurato disegno sul pavimento. Le impronte dentali combaciavano. Combaciava anche la leggera frattura del femore destro nel punto in cui era caduta, fragile come era, mentre pattinava sul ghiaccio quando aveva dieci anni e io tre, ed ero troppo piccola per pattinare, ma restavo immobile sul bordo della pista a guardare le piroette della mia bellissima sorella.

L'estate in cui Lucy scomparve io avevo nove anni e mezzo. Ora ne ho trentatré. Vivo in una casa insieme a un cane, un marito, e due pesti di sette anni, gemelli. Non riesco a perderli di vista. Li spio, se sono costretta, ma mi piace averli sempre vicino. Mi dico: forse potrò fare qualcosa se ci sarà una seconda occasione, forse questa volta cercherò nella direzione giusta.

E così lo scorso aprile, anche se mamma era già morta e papà era quasi sempre sbronzo, abbiamo seppellito Lucy. Sembravo fatta di lacrime. Avevi ragione, ho sussurrato a papà, che mi studiava con quei suoi occhi azzurri e confusi. Ce l'hanno portata via, gli ho detto avvicinandomi all'orecchio. Qualcuno l'ha presa, avevi ragione. Ma sono solo riuscita a pensare: oh Lucy. Oh Lucy, perché non hai spinto più forte su quella terra? Ti avrei aiutato, se ne avessi avuto bisogno. Perché non ti sei data una spinta e non sei volata su nel cielo azzurro come ho sempre creduto? E l'unica risposta che mi è arrivata è: forse non ero stata affatto dimenticata. Forse mia sorella era stata strappata via dalla campagna di Hansen mentre si interponeva tra me e qualcosa. Mentre allargava le braccia per salvarmi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 73

Storia vera


Una volta vivevo con una pittrice di nome Lina che era incapace di sentire. Con questo non voglio dire che fosse sorda, piuttosto sembrava che non capisse quello che gli altri cercavano di dirle. Certi messaggi venivano semplicemente trascurati.

Lina aveva capelli scuri e sottili, lineamenti netti e arrabbiati. La sera tardi del giorno in cui mi trasferii da lei, ci sedemmo a sorseggiare carcadè nel sudicio soggiorno di casa sua. Lei era rannicchiata in un minuscolo nodo sul divano e io le sedevo di fronte su una scomoda sedia di legno. Ce n'era una più comoda lì vicino, ma il sedile era per gran parte coperto da una macchia grigia e appiccicosa. Quando non sorrideva, Lina assomigliava a un povero cagnolino lagnoso ma parlava con voce lieve e piacevole.

Mi raccontò del suo ragazzo.

Sono innamorata di un marinaio di nome Ernie, disse. Ma le relazioni a distanza sono così difficili.

Annuii per dimostrarle che ero d'accordo. Vicino a uno dei cuscini sbiaditi color creta sembrava che il tessuto frusciasse e fremesse ed ero un po' preoccupata che nel divano potessero esserci degli insetti, ma soffocai l'istinto di divincolarmi.

Da quanto tempo state insieme? chiesi.

Tre anni, disse piano, e poi buttò fuori l'aria, stringendosi più forte il cardigan nero sulle spalle ossute. Anche se lui dice che non possiamo stare insieme. tutto così complicato.

Che vuoi dire?

Lui dice che esce con un'altra, che tra noi non c'è niente. difficile essere la tua ragazza, gli ho detto, ma lui ha semplicemente scosso la testa e mi ha detto stai lontana da me.

Lina chiuse gli occhi. E così adesso abbiamo questa specie di rapporto a distanza. Ma è dura.

Annuii. Lina prese tra le dita il rivestimento rosa del divano malandato. Aveva un'espressione minuscola e abbandonata. Tutto intorno a noi erano appesi i suoi quadri: ritratti di insetti - di pulci e mosche, di coleotteri, scarafaggi e pesciolini d'argento. Ultimamente aveva smesso di dipingere quei soggetti ed era passata a tele tappezzate di genitali, centinaia di vignette di genitali violacei che scoprivano minuscoli denti.

Tutto in quel posto era lercio: rivestito da una pellicola di polvere o sporco. La stanza era anche piena di scatole - centinaia di scatolette dipinte che coprivano ogni superficie. Mi sembrò di vederne una muoversi, ma cercai di mantenere un certo contegno. Strinsi le ginocchia, sorrisi e annuii.

Ero fermamente decisa a far funzionare le cose, se non altro perché volevo pensare all'avventura di vivere la mia vita e non all'alloggio. Non avevo portato molto. Fino a quando non mi fossi potuta permettere un materasso, avrei continuato a dormire su un materassino gonfiabile che avevo preso dalla cantina dei miei genitori. Tenevo i vestiti in una cassetta di plastica del latte. Verniciai le pareti della mia stanza di verde e il soffitto di azzurro, dandogli l'aria di un posto fresco e pulito tutto per me.


Presto scoprii che Lina era convinta che la polizia la stesse cercando. Quando mi svegliai si presentò davanti alla porta della mia camera e mi chiese di non uscire di casa.

Sono là fuori, disse, indicando la porta d'ingresso. Sono venuti a prendermi.

Non capivo a cosa si riferisse, e glielo dissi.

Ho preso una multa per aver attraversato fuori delle strisce pedonali e ho dato un nome falso e adesso mi danno la caccia.

ridicolo, le dissi. Sono sicura che non ti stanno cercando.

Andai verso la porta ma lei ci si mise davanti, bloccandola.

No, mi troveranno, sibilò.

La scansai e infilai la testa fuori della porta, nell'atrio. Non c'era nessuno.


Si liberò un posto al ristorante dove Lina cucinava e mi assunsero come cameriera.

Poiché Lina era l'unica persona che conoscevo veramente, facevamo la pausa sigaretta insieme. Io non fumavo, uscivo solo per farle compagnia. Lina mi affascinava. Esplodeva tutto d'un tratto dal silenzio per raccontare qualcosa a cui pensava da giorni, e così certe volte le nostre pause sigaretta erano completamente mute, e certe volte erano piene delle sue strane idee spigolose.

Era convinta, mi disse una volta, che se i suoi capelli avessero trovato il taglio perfetto avrebbero smesso di crescere.

Era convinta che il clima fosse controllato dagli stati d'animo, e non viceversa.

Era convinta che i gattini randagi dovessero essere lasciati al proprio destino, ma che i bambini sporchi andassero salvati.

Una volta ero una bambina sporca, mi disse una sera tardi. Tutta sudicia e agitata e nessuno che mi rivolgesse un briciolo di attenzione.

Inspirai l'aria notturna e osservai il fumo che si avvolgeva attorno al suo viso affilato. Man mano che parlava si arrabbiava sempre di più e mi limitai ad annuire al momento giusto.

Ero una bambina buona ma nessuno si scomodò ad accorgersene, sapevano solo che avevo le scarpe consumate e i capelli pieni di pidocchi. Ero io quella che avrebbe dovuto essere portata a casa, invece dei gattini per cui la gente lasciava sempre delle scodelle di latte sulla veranda. Avrei dovuto averla io, una scodella di latte. Avrebbero dovuto portare me, a casa, e poi lavarmi, darmi un biscotto e un posto asciutto per dormire.

Soffiò un lungo filo di fumo, spense la sigaretta e tornò dentro, nel ristorante.

Molte delle nostre pause erano così. All'inizio provai a raccontare anch'io qualcosa a Lina, ma poi capii fino a che punto non riusciva a sentire, e così perlopiù ascoltavo. Ogni volta però che le chiedevo un consiglio, restavo confusa. Mi venne il sospetto che fosse un tantino pazza, ma per il momento lei era tutto ciò che avevo.


Qualche settimana dopo Lina tornò a casa con una X di cenere grigia sulla fronte.

Che fioretto hai fatto per la Quaresima? le chiesi, quasi per scherzo.

Mi guardò dritto negli occhi. Quello di non mangiare, disse, e andò in camera sua.

Non puoi smettere di mangiare, le dissi, ma la cosa la fece arrabbiare. Si precipitò fuori dalla sua stanza ed entrò in cucina, dove io ero appoggiata al piano di lavoro.

Tu che ne sai?! mi chiese. Dimmi un po', signorina appena uscita dalla scuola, tu che ne sai?!

Non avevo niente da risponderle e così Lina smise di parlarmi. In un primo momento cercai di fare io il primo passo. Le lasciavo dei biglietti sul frigorifero, ma lei non li leggeva né rispondeva. Al lavoro aspettavo sul retro che venisse a fumare, ma lei non si faceva vedere.

Cos'è successo a Lina? chiesi al barista. Non mi parla, neanche a casa.

Oh, è fatta così, mi disse. Non rischiare, non ne vale la pena. La sua capacità di avere un'amicizia dura più o meno sei settimane. Mi sa che ti è scaduto il tempo.


I giorni si schiudevano uno dopo l'altro e Lina continuava a bere succo di frutta e ad avere uno sguardo ferocemente affamato. Era vestita di nero dalla testa ai piedi, il che accentuava i cerchi scuri sotto gli occhi. A casa la trovavo stesa sul pavimento con i piedi in aria oppure rannicchiata in un angolo del divano a guardare la tv. Di tanto in tanto schiacciava un pulsante del telecomando. L'audio era muto.

Stai bene? le chiedevo sempre.

A volte mi lanciava un'occhiataccia ma di solito ignorava del tutto la mia presenza.


Poi Lina cominciò a creare nuove regole.

Non puoi più usare il bagno dopo le undici, mi disse una sera, quelle sue piccole mani appallottolate in pugni, Ero così entusiasta di sentirla parlare che mi ci volle qualche minuto prima di assimilare le parole.

ridicolo, Lina, dissi, ma lei se ne andò e basta.

Poi le regole cominciarono a fioccare: Non puoi guardare fuori della finestra del soggiorno e non puoi sederti sul divano. Non prendere il sacchetto della spazzatura senza chiedermelo. Non puoi rispondere al telefono finché non ha suonato tre volte. Devi sempre mangiare nella tua stanza.

Non avevo soldi per trasferirmi da qualche altra parte, così per un po' mi adeguai. Feci del mio meglio per muovermi in punta di piedi e cercai di stare attentissima con il bagno, ma era di una scomodità enorme.


Alla fine me ne andai quando Lina mi vietò l'uso dell'acqua.

Mi disturbi, disse. Stai sempre lì a bere e a lavare, bere e lavare. Freni la mia creatività e questo mi impedisce di fare arte.

Ormai ne avevo abbastanza.

Basta, le dissi. Me ne vado. Mi trasferisco da qualche altra parte.

Dovresti procurarti una borsa termica e qualche recipiente, disse. Puoi farti delle spugnature e fare finta che la tua stanza sia un rifugio antibomba.

Ci fermammo una di fronte all'altra nel corridoio. I suoi piedi minuscoli erano piantati ben saldi su quel terribile mondo di abusi. Sopra la sua testa, centinaia di genitali color prugna digrignavano verso di me i loro piccoli denti.

Me ne vado, dissi. Sei una coinquilina orribile. Dovresti vivere da sola.

Devi pulirti i piedi nel corridoio, sussurrò. Tocca a te spolverare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 131

Quel preciso momento


l'ultima canzone dell'ultimo ballo della penultima notte al campeggio.

Il che significa che è l'ultimo ballo dell'ultimo ballo, e l'aria è pesante (sebbene più leggera di cinque, sei ore fa, quando il sole era ancora alto e bolliva il fiume Neuse). L'aria è densa, solida, qualcosa da spingere su quel tratto racchiuso di asfalto, sulla pista da ballo.

La gente è vestita al meglio, abiti scelti con cura, anche se ormai afflosciati, alla fine dell'ultima sera insieme, dopo una serata intera di balli, un'estate intera di serate.

un ballo lento, ed è l'ultimo.

Lei è con lui in questo momento. Bill è carinissimo, hanno ridacchiato tutta l'estate quelli del suo gruppo - sono un branco, una massa di bambini di nove anni, piccoli corpi che sciamano qua e là, piccoli corpi bruni e lucenti per il caldo, il sonno e il divertimento programmato. Lei è la loro Capogruppo di Addestramento al Comando, la loro quasi-capogruppo, e questo la rende migliore degli altri capogruppo veri che sono vecchi (vanno addirittura all'università), ma non così giovane da non suscitare ammirazione, e neanche troppo vecchia per essere divertente, o per cogliere le sfumature delle norme di comportamento in una combriccola di bimbi di nove anni.

ferma accanto a lui, finalmente vicini dopo un mese di lettere scritte senza che nessuno dei due sapesse cosa dire: Oggi ho fatto vela. Rob dice che sei molto carina. Che musica ti piace? Senza che nessuno dei due sapesse cosa rispondere: Sono contentissima che domani ci sia il ballo. Missy sarà anche la capogruppo più esperta ma è così stupida! Oggi ci sarà una regata. Spero di vincere. Senza che nessuno dei due fosse certo del significato di quelle lettere.

Le lettere hanno viaggiato a bordo di una Jeep piena di posta, dal campo dei ragazzi a quello delle ragazze e ritorno, distribuite dopo pranzo per essere ammorbidite dal leggere e rileggere, piegare e ripiegare - ogni busta una promessa: qualcosa su cui riflettere e fantasticare.

Ma nessuno dei due è sicuro su come procedere - come trasformare i misteri del non detto in qualcosa da poter sognare a occhi aperti, qualcosa per cui valga la pena di tentare la goffaggine di un bacio - sebbene abbiano pensato, molte volte ognuno dei due, a questo momento, a quest'ultimo ballo, quest'ultima canzone.

tenuta stretta, le braccia di lui attorno alla vita, mentre la musica suona e le luci dell'asfalto recintato (di giorno un campo da basket, ora reso Speciale dal brulichio della folla, le luci forti, la sensazione di fine) splendono in ogni angolo buio, illuminano ogni pensiero buio che possa nascondersi nelle loro menti di quattordici-sedicenni.

I capigruppo si insinuano tra la folla ridendo e separando: Quindici centimetri; quindici centimetri! Forza, piccioncini, quindici centimetri.

Dividendoli, i più crudeli dei vigilanti, strappano i Capuleti dai Montecchi.

O almeno è questa la sensazione.

Dopo tutto, è l'ultima canzone dell'estate.

abbastanza vicina per sentire il profumo della sua colonia Polo e per vedere la guancia rasata di fresco (si rade regolarmente, ha pensato quando lo ha incontrato, assaporando quelle parole e le loro mature implicazioni - implicazioni che non capiva ma approvava incondizionatamente) e abbastanza vicina da vedere la luce che gli illumina la curva umida del collo abbronzato. Anzi, gli occhi sono all'altezza del suo collo, è concentrata sul suo collo; chiude gli occhi, lo annusa e pensa: Questa è l'ultima canzone dell'ultimo ballo dell'estate.

Non pensa, quando la musica si gonfia e loro la seguono con piccoli passi impacciati, piedi goffi che si muovono in minuscoli parallelogrammi - un quadrato in rotazione continua - non pensa a quella volta, due anni prima, quando quattordicenne e non ancora baciata, era rimasta ferma e a disagio in quello stesso, identico punto.

E mentre girano lenti, non pensa a quell'estate quando era al bungalow 23, convinta di essere più imbranata delle altre ragazze con la loro eleganza da scuola privata e i loro fidanzati più grandi, i capelli ossigenati e i bikini minuscoli. O a quando il fidanzato di quell'estate, Tim, era vicino proprio a quello stesso punto e la stringeva impacciato durante l'ultima canzone dell'ultimo ballo di quella estate. O a come alla fine di quel ballo, si era girata verso di lui e aveva chiuso gli occhi e a come la bocca di lui era scesa come un'enorme cosa umida sulla sua, ingoiandola insieme a gran parte del mento mentre lei accartocciava le labbra contro la sua grande lingua umida e pensava: Non è come me l'ero immaginato.

Non pensa a come Tim le aveva detto: Riproviamoci, e questa volta aveva chiuso gli occhi e inclinato il viso verso il suo e aveva socchiuso le labbra e di nuovo la sua enorme bocca umida era crollata sulla sua e di nuovo la lingua le aveva trovato le labbra ma questa volta era riuscita a insinuarsi dentro ed era tiepida e spessa. Aveva la stessa temperatura della sua bocca e in seguito, dopo essersi asciugata svelta la saliva di lui dal viso con il dorso della mano, aveva rimuginato su quel suo primo bacio: Credevo che la sua bocca fosse più calda della mia, o magari più fredda.

Ma non sta pensando a questo adesso, due anni dopo, mentre respira l'odore da adulto del collo di Bill, e sente queste mani sulla schiena. Tra un anno dirà: Bill era noiosissimo. Era intelligente e ricco e bello, ma noioso. Faceva delle cose insopportabili. Ha passato tutto il mio compleanno a parlare del sistema decimale Dewey! E qualche altro anno dopo leggerà per caso un articolo sul giornale a proposito di una borsa di studio che lui avrà vinto per la facoltà di medicina e allora ripenserà ai mesi di visite dopo quell'ultimo ballo, alle lettere e alle telefonate e a che persona dolce che era, e si vergognerà di essersi comportata in quel modo, si vergognerà di essere stata così frettolosa nel giudicarlo.

E da qui a dieci anni, al matrimonio di suo fratello più piccolo, mentre berrà qualcosa a una festa con i suoi fratelli e sorelle, verrà fuori il nome di lui e sua sorella più piccola dirà, con una birra in mano: Ero così arrabbiata con te per aver rotto con Bill. Ero innamorata di lui. Ero una bambina di dieci anni innamorata e pensavo che quello che stavi facendo fosse stupido.

Ma era così noioso, dirà lei.

Forse non hai ascoltato con attenzione, risponderà la sorella, e piegherà la testa all'indietro per prendere un sorso.

E allora si ricorderà questo momento. Musica che fluttua nell'aria liquida mentre le sue braccia la stringono a sé. Poi le ultime note della canzone restano sospese un istante mentre la folla esplode in un frenetico movimento, tutti ben consapevoli del fatto che ci sono momenti da rubare prima che i ragazzi vengano ricaricati a bordo dei pullman e portati qualche chilometro più avanti lungo la strada, al loro campo. Le ultimissime note dell'ultimo ballo evaporano e lui si spinge verso di lei.

E nel giro di pochi secondi il direttore di tutto il campeggio piomberà su di loro e li separerà, la strapperà via dal loro angolo buio e la porterà in un altro angolo, più buio, fuori del recinto d'asfalto, dove la informeranno della sua cattiva condotta, del suo fallimento come modello per le ragazze più giovani. Dove il sapore freddo e umido delle labbra di lui sulle sue, pressione tutta sbagliata, sapore tutto sbagliato, indugerà ancora mentre il direttore parlerà con calma ma con la voce della Delusione, e il ricordo di bocche tese e braccia che si agitano oscurerà il suono delle parole del direttore.

Nel frattempo le ragazze ronzeranno intorno ai ragazzi, le loro accurate acconciature scomposte e arruffate e i ragazzi, vestiti come cloni scottati dal sole in jeans e camicie di cotone a quadri tutte stropicciate, si gingilleranno e cercheranno di dare un senso a quel rituale, a quella storia di Balli e di Ragazzi e Ragazze.

Ma non sta pensando a niente di tutto questo mentre le braccia di lui le cingono la vita e la tirano a sé, la schiacciano. E sono tanto attenti e consapevoli da chiudere gli occhi mentre si appoggiano l'uno all'altra, incerti su cosa li attende dietro la prossima curva, incerti di quel preciso momento che stanno per divorare.

| << |  <  |