Copertina
Autore Jeffery Deaver
Titolo La dodicesima carta
EdizioneSonzogno, Milano, 2005, I romanzi , pag. 486, cop.ril.sov., dim. 140x222x45 mm , Isbn 978-88-454-1245-5
OriginaleThe Twelfth Card [2005]
TraduttoreAndrea Carlo Cappi
LettoreGiovanna Bacci, 2006
Classe gialli , thriller
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Indice


PARTE PRIMA — TRE QUINTI D'UOMO               9
Martedì 9 ottobre

PARTE SECONDA - GRAFFITI KING                97

PARTE TERZA - GALLOWS HEIGHTS               237
Mercoledì 10 ottobre

PARTE QUARTA — IL MORTO CHE CAMMINA         331

PARTE QUINTA — IL SEGRETO DELLO SCHIAVO     433
Da venerdì 12 ottobre a venerdì 26 ottobre


 

 

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Pagina 11

Il volto bagnato di sudore e lacrime, l'uomo corre per salvarsi la vita.

"Eccolo! Eccolo là!"

L'ex schiavo non capisce bene da dove venga la voce. Dalle sue spalle? Da sinistra o da destra? Dal tetto di una delle case decrepite che si allineano lungo queste sordide strade acciottolate? Nell'aria di luglio calda e densa come paraffina, l'uomo smilzo salta un cumulo di sterco di cavallo. I netturbini non arrivano qui, in questa parte della città. Charles Singleton si ferma presso un bancale con un'alta pila di barilotti appoggiata sopra, tentando di riprendere fiato.

La detonazione di una pistola. Il proiettile si perde chissà dove. L'eco secca dell'arma da fuoco lo riporta di colpo alla guerra: quei momenti assurdi e folli in cui manteneva la sua posizione con indosso una polverosa divisa blu, puntando un pesante moschetto su uomini dalla polverosa divisa grigia, che a loro volta puntavano i fucili su di lui.

Adesso corre più veloce. Quelli sparano di nuovo. Anche stavolta mancano il bersaglio.

"Qualcuno lo fermi. Cinque dollari in oro per chi lo prende."

Ma i pochi già per strada a quest'ora, irlandesi per lo più, stracciaioli o operai che se ne vanno al lavoro con le piccozze e i secchi per la calce, non pensano affatto a fermare il negro, che ha lo sguardo feroce, muscoli grossi e una determinazione spaventosa. Quanto alla ricompensa, a offrirla a gran voce è stato un poliziotto, il che significa che la promessa non sarà mantenuta.

All'altezza delle impalcature sulla 23rd Street, Charles svolta in direzione ovest. Scivola sulla superficie liscia dei ciottoli e stramazza a terra. Uno sbirro a cavallo gira l'angolo, solleva il manganello e lo abbatte su di lui. E a questo punto...

E a questo punto? pensò la ragazza.

A questo punto?

Che cosa gli era capitato?

Geneva Settle, sedici anni, ruotò nuovamente la manopola del lettore di microfiche, ma non accadde nulla. Era arrivata all'ultima pagina di quel carrello. Sfilò il rettangolo metallico contenente l'articolo principale di apertura del Coloreds' Weekly Illustrated del 23 luglio 1868 e passò in rassegna le altre microfiche nella cassetta polverosa. Temeva che le rimanenti pagine dell'articolo mancassero all'appello. In quel caso, non avrebbe mai saputo che cosa fosse successo al suo antenato, Charles Singleton. Come aveva avuto modo di constatare, spesso gli archivi riguardanti la storia dei neri erano incompleti, quando non erano andati irrimediabilmente perduti.

Dov'era il resto della storia?

Ah... Lo trovò, finalmente. Sistemò con cura la scheda nel lettore, un apparecchio grigio e malconcio, e regolò la manopola, impaziente di leggere il seguito. Quello riportato dalla rivista era uno spoglio resoconto della fuga dell'ex schiavo nella New York del XIX secolo. Ma la fervida immaginazione di Geneva e gli anni passati a immergersi nei libri le consentivano di arricchire la vicenda di dettagli. Aveva quasi la sensazione di trovarsi in quelle strade sporche e afose di circa centoquarant'anni prima, anziché sulla 55th Street, al quarto piano, deserto, del Museum of African-American Culture and History di Midtown Manhattan.

Le pagine scorrevano sgranate sullo schermo, finché Geneva non trovò il resto dell'articolo, intitolato:

IGNOMINIA
LA STORIA DEL CRIMINE DI UN LIBERTO
IL VETERANO DELLA GUERRA FRA NORDISTI E SUDISTI
CHARLES SINGLETON
TRADISCE LA CAUSA DELLA NOSTRA GENTE
IN INCRESCIOSE CIRCOSTANZE

Una fotografia mostrava Charles Singleton a ventotto anni, con indosso la divisa della Guerra Civile. Era alto e aveva mani grandi. L'uniforme tesa sul petto e sulle braccia lasciava intuire muscoli possenti. Labbra grosse, zigomi alti, viso tondo e pelle molto scura.

Fissando quel volto serio, con quegli occhi calmi e penetranti, la ragazza credette di trovare qualche somiglianza tra sé e lui. Si riconobbe nei lineamenti dell'antenato, nella rotondità del viso, nell'intensa sfumatura della pelle. Tuttavia, del fisico di Singleton le era rimasto ben poco: come le ragazze di Delano Project amavano farle notare, Geneva Settle era magra quanto un ragazzino delle elementari.

Riprese a leggere, ma un rumore la interruppe. Un click nella sala. Lo scatto di una serratura? Poi dei passi. Una pausa. Un altro passo. Poi silenzio. Geneva guardò dietro di sé, tuttavia non vide nessuno.

Provò un brivido, ma disse a se stessa che non doveva avere paura. Erano stati i brutti ricordi a innervosirla: le ragazze di Delano che la picchiavano nel cortile della Langston Hughes High School e quella volta che Tonya Brown e la sua banda delle St. Nicholas Houses l'avevano trascinata in un vicolo e massacrata di botte, tanto da farle saltare un molare. I ragazzi erano quelli che mettevano le mani addosso, quelli che facevano gli stronzi. Ma era con le ragazze che scorreva il sangue.

Falla a fette. Falla a fette, la troia...

Ancora passi. Un'altra pausa.

Silenzio.

Non che il posto fosse per sua natura rassicurante. Buio, silenzioso, con un sentore di muffa nell'aria. E non c'era nessun altro, non alle otto e un quarto del martedì mattina. Il museo era ancora chiuso (i turisti erano a letto o stavano facendo colazione), ma la biblioteca apriva alle otto. Geneva era fuori ad aspettare già da prima: moriva dalla voglia di leggere quell'articolo.

In quel momento occupava un cubicolo in fondo a una grande sala da esposizioni, tra manichini senza volto che indossavano costumi dell'Ottocento. Alle pareti erano appesi dipinti di uomini e donne dai cappelli bizzarri e di cavalli dalle zampe ossute.

Un altro passo, un'altra pausa.

Geneva pensò di andarsene, di raggiungere il dottor Barry, il bibliotecario, e starsene con lui fin quando quello strano tipo non se ne fosse andato.

Udì una risata.

Non una risata folle, una risata divertita.

E una voce maschile disse: "Okay, ti chiamo dopo".

Il rumore di un cellulare che si chiudeva. Ecco perché l'uomo faceva un passo e poi si fermava. Stava ascoltando la persona dall'altra parte.

Te l'avevo detto di non preoccuparti, ragazza. Non c'è niente da temere dalle persone che ridono. Non c'è niente da temere dalle persone che chiacchierano al cellulare con gli amici. Lo sconosciuto camminava piano perché è questo che si fa quando si parla.

Anche se non è buona educazione parlare al telefono in biblioteca. Geneva tornò allo schermo del lettore di microfiche, chiedendosi: Te la sei cavata, Charles? Amico mio, spero di sì.

Si rimetteva in piedi e, anziché affrontare le conseguenze del suo misfatto, come avrebbe fatto un uomo coraggioso, riprese la sua vile fuga.

Alla faccia dell'obiettività del giornalismo, pensò lei, rabbiosa.

Riusciva per breve tempo a distanziare gli inseguitori, ma non per molto. Da un portone, un commerciante negro vedeva il liberto e lo implorava di fermarsi, nel nome della giustizia, dichiarandosi a conoscenza del crimine del signor Singleton e rimproverandolo di avere portato il disonore su tutta la gente di colore della nazione. Quindi il cittadino, di nome Walker Loakes. lanciava un mattone all'indirizzo del fuggiasco, con l'intento di fermarlo. Non di meno...

...Charles evita il mattone e si rivolge a Loakes, gridando: "Sono innocente! Non è vero quello che dice la polizia!"

L'immaginazione di Geneva aveva ripreso il sopravvento e, ispirata dal testo, stava riscrivendo la storia.

Ma Loakes, sordo alle proteste di Charles, corre in mezzo alla strada e segnala ai poliziotti che il fuggiasco è diretto verso i docks. Con la morte nel cuore e l'immagine di Violet e del loro figlio Joshua nella mente, lo schiavo liberato continua la sua fuga disperata.

E corre, corre...

Alle sue spalle galoppano gli agenti a cavallo. Altri ne appaiono davanti a lui, agli ordini di un poliziotto con l'elmetto in testa, che brandisce una pistola. "Alt! Fermo dove sei, Charles Singleton! Sono il capitano Walter Simms. Sono due giorni che ti cerco."

Il liberto obbedisce. Le spalle forti si incurvano, le braccia pendono lungo i fianchi, i polmoni si riempiono dell'aria umida e rancida che sale dal fiume Hudson. Charles è vicino agli uffici dei rimorchiatori. Lungo il corso del fiume, vede svettare gli alberi dei velieri, a centinaia, con la loro promessa di libertà. Si appoggia, ansante, alla grande insegna della Swiftsure Express Company e guarda il capitano avvicinarsi. Gli zoccoli del cavallo fanno un sonoro clop, clop, clop sull'acciottolato.

"Charles Singleton, sei in arresto per furto. Arrenditi, o ti prenderemo con la forza. In un caso o nell'altro, finirai in catene. Se scegli la resa non ti verrà fatto del male. Se invece scegli di resistere ne pagherai care le conseguenze. A te la decisione."

"Sono accusato di un crimine che non ho commesso!"

"Te lo ripeto: arrenditi o muori. Non hai altra scelta."

"Nossignore, ne ho un'altra", grida Charles. E riprende la fuga, verso il molo.

"Fermati o spariamo!" intima il capitano Simms.

Ma il liberto si lancia oltre il parapetto del molo, come un cavallo che salta un ostacolo. Per un momento sembra sospeso in aria, poi precipita per una decina di metri e si tuffa nelle acque torbide dell'Hudson, mormorando alcune parole: forse una preghiera a Gesù, forse una dichiarazione d'amore alla moglie e al figlio. Qualunque cosa sia, gli inseguitori non riescono a sentirlo.

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Pagina 114

Rhyme ammiccò a Sachs, che fece un cenno di assenso e chiamò la centrale perché trasmettessero l'ordine. Quando riagganciò il ricevitore, la detective si accorse che Rhyme stava fissando accigliato il tabellone degli indizi. "Qualcosa non va?"

Lui non rispose subito. Stava chiedendosi che cosa effettivamente non andasse. Poi comprese. Un pesce fuor d'acqua...

"Credo che ci serva aiuto."

Uno dei maggiori problemi per i criminalisti è il non conoscere il territorio in cui si devono muovere. La capacità di un analista della scena del crimine è pari alla sua conoscenza dell'area in cui risiede il sospetto: geologia, sociologia, storia, cultura popolare, tasso di occupazione... ogni cosa.

Lincoln Rhyme stava rendendosi conto di quanto poco sapesse del mondo in cui viveva Geneva Settle: Harlem. Aveva letto le statistiche, naturalmente: la maggioranza della popolazione era costituita in pari misura da afroamericani (tanto di antica quanto di recente immigrazione) e ispanici neri e non neri (prevalentemente originari di Puerto Rico, Santo Domingo, El Salvador e Messico), seguiti da bianchi e qualche asiatico.

C'era povertà, c'erano gang e droga e violenza, con epicentro nelle case popolari, ma buona parte del quartiere era generalmente sicura, molto più di certe zone di Brooklyn, del Bronx o di Newark. Ad Harlem c'erano più chiese, moschee e organizzazioni che operavano a favore della comunità che nel resto della città. Era la mecca dei diritti civili dei neri, come lo era dell'arte e della cultura nera e ispanica. Ed era attualmente il centro di un nuovo movimento: quello per l'equità fiscale. Erano in corso programmi di risviluppo, e investitori di ogni razza e nazionalità portavano soldi ad Harlem, approfittando in particolare del mercato edilizio in crescita.

Ma quelli erano i dati che si potevano ricavare dal New York Times e dall'NYPD. E a Rhyme non servivano affatto a comprendere per quale motivo un killer professionista intendesse uccidere una sedicenne di Harlem. La sua ricerca del Sosco 109 era fortemente penalizzata da queste limitazioni. Il criminalista ordinò al suo telefono di comporre un numero e il software, obbediente, lo mise in comunicazione con una linea degli uffici dell'FBI a New York City.

"Qui Dellray."

"Fred, sono Lincoln. Mi serve di nuovo il tuo aiuto."

"I miei simpatici colleghi del distretto ti hanno dato una mano?"

"Sì, molto. E anche quelli del Maryland."

"Ne sono felice. Resta in linea: devo scacciare una persona."

A Rhyme era capitato di fare visita all'agente nel suo ufficio, in qualche occasione. La tana di Dellray, un nero alto e allampanato, traboccava di libri di letteratura e di filosofia esoterica e i suoi armadi erano pieni di vestiti che indossava quando agiva sotto copertura, anche se da qualche tempo a quella parte lavorava di meno sul campo.

Ironicamente, era in mezzo a quei travestimenti che teneva i suoi completi Brooks Brothers, le camicie bianche e le cravatte a righe, praticamente una divisa per gli agenti dell'FBI. L'abbigliamento abituale di Dellray era quantomeno bizzarro, per usare un eufemismo: tute da jogging, maglioni e giacche sportive. I suoi colori preferiti erano il verde, l'azzurro e il giallo. Se non altro evitava i cappelli, che lo avrebbero fatto sembrare un magnaccia in un film blaxploitation degli anni Settanta.

L'agente tornò al telefono. Rhyme gli chiese: "Come va con le bombe?"

"Un'altra telefonata anonima, stamattina: al consolato israeliano. Come la settimana scorsa. Solo che i miei confidenti, anche i migliori, non riescono a cavare un ragno dal buco. Mi girano le palle. E cosa bolle in pentola da te?"

"Il caso ci ha portato ad Harlem. Ci hai lavorato molto?"

"Ci sono passato, qualche volta. Ma non sono un'enciclopedia. Nato e cresciuto a BK."

"BK?"

"Brooklyn. Originariamente il villaggio di Breuchelen, portato in America per gentile concessione della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali nel 1640. La prima città ufficiale dello Stato di New York, se la cosa ti interessa. Luogo natale di Walt Whitman. Ma non mi avrai chiamato per sentire questo genere di curiosità."

"Riesci a liberarti e a fare due passi per le strade?"

"Mi posso organizzare. Ma non so se ti potrò essere d'aiuto."

"Be', Fred, rispetto a me hai un vantaggio. Puoi passare inosservato."

"Va bene, va bene. Non ho il culo inchiodato a una sedia a rotelle rosso fiammante."

"Con questo sono due vantaggi", rispose Rhyme, la cui carnagione era pallida quanto quella dell'agente Pulaski.

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Pagina 213

In fuga dalla Langston Hughes High School, Jax aveva preso un taxi al volo, ordinando all'autista di andare verso sud, veloce, dieci dollari extra se bruciava quel semaforo. Cinque minuti dopo aveva detto al taxista di tornare indietro e si era fatto lasciare non lontano dalla scuola.

Aveva avuto fortuna. Gli sbirri erano chiaramente pronti a tutto pur di impedire a chiunque di avvicinarsi a quella ragazza.

Jax non era tranquillo. Si sarebbe quasi detto che la polizia sapesse di lui. Che quello stronzo di Ralph avesse fatto una soffiata, alla fine? Be', Jax doveva mostrarsi più furbo. Ci stava provando proprio in quel momento. Era come in prigione: non fare la tua mossa finché non hai controllato tutto quanto.

E lui sapeva dove cercare aiuto.

Gli uomini di città avevano sempre la tendenza a gravitare negli stessi posti, che fossero giovani o vecchi, neri o ispanici, residenti a East New York o a Bay Ridge o ad Astoria. Ad Harlem si riunivano in chiese, bar, club di rap o di jazz, caffè, salotti e panchine. D'estate si ritrovavano sugli scalini dei portoni o sotto le scale antincendio, d'inverno intorno ai falò accesi in vecchi bidoni. Si incontravano anche dai barbieri, come in un film di qualche anno prima. Jax del resto doveva il suo vero nome ad Alonzo Henderson, l'ex schiavo della Georgia divenuto milionario per avere creato una popolare catena di botteghe di barbiere: un uomo la cui intraprendenza e il cui talento il padre di Jax sperava si trasmettessero al figlio. Invano, come poi si era dimostrato.

Ma il luogo di incontro più popolare ad Harlem erano i campi da basket.

Ci si andava per giocare, certo, ma anche per cazzeggiare, per risolvere i problemi del mondo, per parlare di donne belle e brutte, per discutere di sport, prendersi per il culo a vicenda o darsi delle arie. Una versione più libera e moderna della tradizionale arte di raccontare storie sui personaggi mitici della cultura nera, come il criminale Stackolee o il fuochista del Titanic salvatosi a nuoto dal naufragio. Jax cercò i campi da basket più vicini alla Langston Hughes.

Nonostante l'aria fredda dell'autunno e il sole basso, nel parco c'era parecchia gente. Si sfilò la giacca mimetica, su cui probabilmente gli sbirri avevano già avuto una dritta, la rivoltò e la ripiegò su un braccio. Si appoggiò alla recinzione, fumando una sigaretta: un po' come Ralph il Faraone, solo più grosso. Si tolse il berretto e si ravviò i capelli ricci con le dita.

Mentre cambiava il proprio look, vide un'auto di pattuglia di passaggio sulla strada, a bassa velocità. Jax non si mosse. Niente attira l'attenzione di uno sbirro più di un nero che se ne va. Lui stesso era stato fermato decine di volte con l'accusa di NCC: Negro Che Cammina. Nel campo davanti a lui, un manipolo di liceali si muovevano magicamente sulla superficie di asfalto grigio, mentre un'altra dozzina li stavano a guardare. Jax osservò la palla marrone e polverosa che rimbalzava, le mani che si aggrovigliavano, i corpi che collidevano. E infine vide la palla decollare verso il canestro.

L'auto della polizia era svanita. Jax si staccò dalla rete metallica e si avvicinò ai ragazzi che assistevano alla partita a bordo campo. L'ex detenuto li passò in rassegna: non erano una posse, non erano gangstas armati di Glock. Solo un gruppetto di ragazzi, qualcuno con dei tatuaggi, altri no; qualcuno con una catenina al collo, qualcuno con una semplice croce; qualcuno con cattive intenzioni, qualcuno no. Cercavano le ragazze, spadroneggiavano sui più piccoli, chiacchieravano, fumavano. Facevano i giovani.

A guardarli, Jax provò una certa malinconia. Aveva sempre voluto avere una grande famiglia, ma anche quello, come tante altre cose, gli era andato male. Un figlio gliel'aveva preso il sistema di adozioni e l'altro era morto prima di nascere all'ospedale sulla 125th Street. Un gennaio di qualche anno prima, la sua ragazza gli aveva detto di essere incinta. Jax ne era stato felice. Poi, a marzo, lei aveva cominciato a soffrire di dolori. Erano andati in una clinica gratuita, la loro unica possibilità di trattamento medico. Avevano passato ore in una sala d'attesa sporchissima e stracolma. Quando finalmente la ragazza era riuscita a farsi visitare da un dottore, la gravidanza si era interrotta.

Jax aveva afferrato il medico per il camice ed era stato sul punto di massacrarlo di botte. "Non è colpa mia", aveva detto il piccolo dottore indiano, rifugiandosi dietro una barella. "Hanno tagliato il budget. Il municipio, voglio dire." Alonzo Jackson era sprofondato nella rabbia e nella depressione.

Doveva farla pagare a qualcuno, doveva impedire che accadesse di nuovo, alla sua ragazza o a chiunque altro. Non era una consolazione che il dottore gli dicesse che quantomeno aveva salvato la vita alla ragazza, cosa che forse nemmeno sarebbe accaduta se fossero passati tutti i tagli programmati alla sanità pubblica per i poveri.

Come cazzo poteva il governo fare questo alla gente? Il Comune e lo Stato non dovevano preoccuparsi della salute dei cittadini? Come potevano lasciar crepare un bambino?

Né il dottore, né i poliziotti che quella sera lo avevano condotto via dall'ospedale in manette avevano saputo rispondere alla sua domanda.

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