Copertina
Autore Dario De Bortoli
Titolo Jack Costa
SottotitoloL'epopea di Giovanni Della Costa, il trevisano che cercò l'oro in Alaska, e lo trovò
EdizioneFrancoAngeli, Milano, 2006 , pag. 138, ill., cop.fle., dim. 15,5x22,7x1,2 cm , Isbn 978-88-464-8004-0
LettoreCorrado Leonardo, 2007
Classe storia sociale , biografie
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Indice

Prefazione                                       7
Ringraziamenti                                  11

Una famiglia felice nel Veneto in crisi         13
Miserie e privilegi                             17
Il mais, la pellagra e la tassa sulla polenta   20
L'adolescenza di Giovanni                       23
Le promesse degli agenti                        27
Dal paradiso promesso all'inferno reale         30
Alla fine, il Brasile                           34
L'incendio, la Francia, l'America               40
La corsa all'oro                                42
Si parte, ad ogni costo                         45
Sorgono nuove città                             48
La ricerca                                      50
Dall'oro nasce una nazione                      54
Al di là della California                       57
I primi quattro anni di Giovanni in America     62
A Nome, nel deserto bianco                      67
L'Alaska                                        71
Il Klondyke                                     77
La febbre dell'oro scioglie i ghiacci           83
La prima importante scoperta                    85
L'impresa raggiunge il culmine                  90
L'oro, finalmente                               96
Oro a palate e si ritorna a casa               100
Un favoloso viaggio di nozze                   102
La tragica vicenda di Felix Pedro              107
Anni tranquilli e operosi                      110
Le famiglie crescono                           114
L'incontro con Giacomo, la guerra              117
Il racconto amaro                              123
Gli ultimi anni                                126
Sino alla fine                                 131

 

 

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Pagina 13

Una famiglia felice nel Veneto in crisi


Quando nacque, il ventun aprile 1868, in un Veneto che da soli due anni era passato dalla dominazione austriaca all'Italia, Giovanni Dalla Costa non poteva sapere che la vicenda che più d'ogni altra avrebbe segnato la sua vita era già iniziata vent'anni prima, a migliaia di chilometri di distanza, in California. E non poteva saperlo neanche durante l'infanzia che visse nel borgo dov'era nato, Costa, o Alla Costa come menzionato nel catasto austriaco del 1842, poche povere case di contadini abbarbicate alle pendici del Monfenera, alcune centinaia di metri sopra il paese di Pederobba, ai piedi del Monte Grappa.

La sua famiglia era soprannominata "i pomer" perché, piccoli agricoltori livellari non solo dei signori Damini, una famiglia di gioiellieri, ma anche della Fabbriceria della parrocchia di Onigo, della Mensa Capitolare nella Cattedrale di San Pietro a Treviso e dell'Oratorio di S. Sebastiano a Pederobba, coltivavano un bel po' di meli, alberi sani e vigorosi che, posti sul soleggiato pendio esposto a sud, davano frutti fra i più saporiti della zona.

Giovanni visse l'infanzia e l'adolescenza con negli occhi un grande panorama: davanti gli ondulati profili delle vicine colline di Asolo, e, appena più a sinistra, il sinuoso corso del fiume Piave in procinto di sfociare nella pianura veneta. Le sue giovani giornate scorrevano seguendo il ritmo delle stagioni, aiutando papà Luigi e mamma Teresa nel lavoro dei campi assieme ai fratelli. Perché aveva tanti fratelli, Giovanni: Maria Anna nata cinque anni prima, Francesco un paio d'anni più vecchio e poi, in sequenza, Giacomo, Elisabetta e Gaspare nati rispettivamente due, sei e undici anni dopo di lui. Con loro da bambino a Pasqua giocava "a tirar ai ovi coi zinque schei" e poi tutti insieme a "magnar la fugassa". Il 20 gennaio, alla sagra di San Bastian, sgranocchiavano i bagigi, le stracaganasse e le carobole. Tutte le domeniche fuori dalla messa, invece, era immancabile la processione davanti al banchetto "da Sborel" straboccante di mentine colorate, putineti, trombete e baloneti. Per qualche tempo era andato anche a scuola, Giovanni Dalla Costa. Probabilmente solo i primi anni delle elementari, durante i quali aveva imparato meglio a leggere che a scrivere. Sapeva fare la "d" minuscola, che rimarrà per sempre la sua firma, e tanto gli bastava.

L'infanzia di Giovanni trascorse serena. La sua famiglia, per quanto affittuaria di proprietà altrui, godeva di un certo benessere dovuto soprattutto al fatto che sia papà Luigi che mamma Teresa Morgantin erano rimasti figli unici, caso raro nel Veneto di allora, ma che aveva consentito ai due sposi di godere delle intere eredità delle due famiglie di origine e di poter quindi contare su un piccolo patrimonio che permetteva loro di avere uno stile di vita superiore a quello delle altre famiglie della loro condizione. Luigi, nato nel 1834, era figlio di Anna Negrin, la seconda moglie che suo padre Francesco aveva sposato dopo essere rimasto vedovo, ed era nato quando il genitore aveva già superato i quarant'anni. Nel 1819 la prima moglie di Francesco, Maria Baccin, aveva concepito un altro maschio, Giovanni, che però era nato morto. Teresa era invece nata nel 1838. Alta e bionda, anche lei aveva in realtà avuto quattro sorelle e un fratello, ma tutti erano morti da bambini tranne una, Corona, che visse sedici anni, dal 1841 al 1857. Per questo, quando andò sposa a Luigi nel 1861, potè portare con sé tutto ciò che apparteneva alla sua famiglia di origine. Nella sua nuova famiglia amava indossare i gioielli nelle occasioni importanti, cucinava con belle pentole di rame e aveva una certa somma depositata presso la banca di Montebelluna. I Dalla Costa possedevano attrezzature da lavoro, qualche capo di bestiame e, grazie alla loro attività agricola, riuscivano senza troppi problemi a garantire cibo, vestiario, un minimo di istruzione e, perché no, anche la soddisfazione di qualche capriccio ai loro sei figli.

Diversa era invece la situazione del Veneto in generale. Dopo la dominazione asburgica del Lombardo-Veneto, infatti, la Lombardia divenne italiana nel 1859 mentre il Veneto rimase sotto l'Austria per altri sette anni, sino al plebiscito popolare del 1866 che sancì l'annessione all'Italia. Fu durante questo settennio che la regione ebbe a subire un pesante contraccolpo economico in quanto vittima di una situazione in cui, se da una parte era impedita nel portare avanti le storiche sinergie con i mercati lombardi, dall'altra era sempre più considerata dall'Impero asburgico un'appendice ormai votata al prossimo distacco e quindi non degna di investimenti, trascurata nei commerci e sempre più vessata da pesanti imposizioni fiscali.

Dopo l'annessione all'Italia la situazione peggiorò ulteriormente. I residui legami commerciali con l'Austria scomparvero del tutto e il Veneto, rimasto arretrato, non concorrenziale e, di conseguenza, privo di sbocchi di mercato verso le altre regioni italiane e verso l'estero, si trovò isolato e costretto a una difficile sopravvivenza. Oltre alle sfavorevoli contingenze geopolitiche pesava il fatto che il Veneto di quegli anni non disponeva delle basi strutturali per uno sviluppo all'altezza dei tempi. L'agricoltura, attività quasi esclusiva della regione, versava in condizioni di pesante sottosviluppo. La proprietà, troppo spezzettata, non permetteva l'accumulo di capitali sufficienti per investire in nuove tecniche e la specializzazione delle colture era una prospettiva impraticabile per il singolo contadino. Una scelta di questo genere l'avrebbe infatti esposto alle incognite di un mercato che non poteva garantire adeguati ritorni economici soprattutto a partire dagli anni '80, quando cominciò a farsi sempre più massiccio l'afflusso di derrate altamente concorrenziali provenienti dall'estero, grani americani, russi, ungheresi e danubiani, riso indiano, bozzoli e sete grezze cinesi e giapponesi. L'arrivo di queste merci stroncò i veneti, coltivatori degli stessi prodotti ma con tecniche obsolete.

La scelta colturale era quindi obbligata. L'affittuario doveva coltivare un po' di tutto per cercare di garantirsi almeno una modesta sussistenza. Frumento, vino e bozzoli per pagare il canone d'affitto e mais per l'alimentazione della famiglia. Pochi foraggi, rotazioni ridotte al minimo, bestiame quasi sempre insufficiente per il lavoro e la concimazione, spesso utilizzato solo per il traino e non per la produzione di carne, latte e latticini.

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Pagina 30

Dal paradiso promesso all'inferno reale


Il risveglio dal sogno era brusco e brutale. Il presunto viaggio verso l'Eden si rivelava infatti ben presto per ciò che era: un calvario. Ingannati dagli agenti che facevano pagare molto più del dovuto per non trovare talvolta nemmeno l'imbarco promesso, giunti a Genova gli emigranti dovevano difendersi dalle truffe di ogni genere perpetrate nei loro confronti da albergatori, usurai, cambiavalute e negozianti. Tutti a voler strappare la loro parte di illecito guadagno dall'enorme movimento di persone in attesa di partire. Un'attesa che alle volte si protraeva per settimane e addirittura per mesi. Poiché la legge imponeva all'agente di avere cura dell'emigrante fino al momento dell'imbarco, costui accompagnava al porto quelli che per legge gli erano affidati alloggiandoli in quelle locande che avevano accettato di versargli una percentuale sul guadagno. " facile immaginare quali abusi si commettessero in queste circostanze. Parecchi emigranti, fatti venire di proposito molti giorni prima al porto d'imbarco, venivano sistemati in queste locande, se così si potevano chiamare, dove erano costretti a spendere il modesto patrimonio; esaurito il quale venivano loro sequestrati i sacchi con i pochi effetti personali di cui disponevano e venivano buttati sulla strada. Tristemente note erano le scene di miseria nelle locande e taverne di Genova, situate nelle vie e nei vicoletti nei pressi di Piazza Acqua Verde, via Baldi, Porto Principe Amedeo e via Doria".

E poi il viaggio per mare, da venti a trenta giorni su navi a vapore ma anche su navi a vela o miste vela e vapore durante i quali, come scrive Nicola Malnate, ispettore di P.S. nel porto di Genova:

"Robuste famiglie di contadini partite sane da Genova giungono in America orbate dei genitori, o genitori senza figli, lasciati cadaveri al mare".

Ancora annota lo stesso autore, commentando la legge sull'emigrazione, che questa

"... lasciò che il trasporto dei nostri emigranti fosse fatto su vecchie carcasse della velocità di 8 miglia all'ora e che il trattamento di bordo continuasse di poco migliore di quello che era ai tempi della tratta degli schiavi... con metri 2,25 d'aria respirabile nei dormitori (stive ridotte a corridoi) per ogni adulto o per due fanciulli minori di anni 12 mentre che l'igiene reclamerebbe ben 25 metri cubi d'aria per ogni essere vivente, adulto o fanciullo... In estate, con il piroscafo fermo che chiude nei suoi fianchi sino a duemila emigranti, senza il benefizio dei venti di navigazione, si alloggiano ammonticchiati senz'ordine né disciplina, in spazio respirabile di meno di due metri cubi d'aria viziata per ciascuno. Se tra i mille v'è qualcuno affetto da morbo contagioso, il contagio è ben presto trasmesso agli altri".

Condizioni terribili, che così vengono efficacemente descritte anche dal conte Ferrucio Macola, direttore della Gazzetta di Venezia, in viaggio verso il Brasile nel 1893 sul piroscafo Washington "per sviscerare nelle forme più pratiche il problema dell'emigrazione":

"Ora, qual è la causa prima di questo eccidio, il quale non teme statistiche che lo denuncino, né giornali che lo deplorino, né filantropi che piangano, perché i morti non parlano, mentre la ignoranza più crassa garantisce della discrezione dei vivi? il soverchio ammassamento, che fa dei piroscafi nazionali non trasporti passeggeri, ma trasporti di carne umana. L'uomo viene considerato merce che va stivata diligentemente, fin nelle ultime frazioni di metro cubo che la stazzatura rende disponibili a bordo. Che poi la merce così trasportata presenti qualche avaria, poco importa, l'essenziale è che il carico sia a bordo, e che si possa dimostrare in qualunque caso che si è fatto il possibile per conservarlo sano: di qui il toccasana del medico a bordo che naviga con gli emigranti... Eppure il rimedio sarebbe così facile... supponiamo che il Governo... stabilisse per considerazioni di igiene di ridurre di un quarto il numero di emigranti che viaggiano su piroscafi nazionali, e che per ultimo imponesse misure tassative a bordo; ad esempio stabilisse che le cucce dovessero avere tutte il fondo di rete metallica; si preoccupasse della qualità e quantità di viveri che i piroscafi devono portare; dei medicinali, etc.; lo sconcio, credetelo, sparirebbe presto".

Era facile apportare dei miglioramenti, eppure nulla cambiava, come ancora testimonia Ferruccio Macola:

" infatti un caso ben strano se i battelli a vapore che portano attraverso l'oceano tante centinaia di disgraziati arrivano a toccare il primo porto di sbarco con un morto soltanto durante il viaggio. Si contano a una, due, a tre dozzine i caduti che il mare muto e incosciente ingoia; e sono i bambini e gli organismi più fiacchi le vittime della triste moria. In un sol viaggio, mi diceva il comandante Zanelli, malgrado tutti i nostri sforzi, perdetti ventisei bambini! Ventisei!".

Fino al 1875 l'afflusso di italiani in Brasile era stato irregolare. A partire dal 1876 iniziò invece l'emigrazione organizzata dalle grandi Compagnie di Navigazione. Il fenomeno fu definito emigrazione "artificiale" o "stimolata", provocata cioè dal viaggio prepagato previsto dal contratto assieme ad altri sussidi, premi e lusinghe. Ma se già dal 1875 l'immigrante poteva usufruire di facilitazioni, decisivo fu il decreto brasiliano del 28 ottobre 1885 con cui il governo adottò ufficialmente il sistema dei contratti con le Compagnie di Navigazione alle quali rimborsava le spese di viaggio dell'emigrante. Tali spese includevano il trasporto gratuito dal porto d'imbarco fino alla località prescelta in territorio brasiliano nonché il vitto e l'alloggio per un certo periodo di tempo nelle "hospedarias", che potremmo definire centri di permanenza temporanea. Agli immigrati che arrivavano a proprie spese il governo rimborsava l'importo del viaggio.

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Pagina 77

Il Klondyke


Fu così che, il mattino del 15 luglio 1897, le campane suonarono a distesa in tutta San Francisco. Cosa succedeva? Un incendio? No! Era l'oro! Sull' Excelsior che stava entrando in rada c'erano più di seicentomila dollari! Una moltitudine di gente scese verso il porto per assistere all'evento e vide. Vide scendere da una nave vecchia e malconcia quelli che per primi avevano fatto fortuna nel Klondike: imbacuccati nei loro pesanti vestiti frusti, con i cappellacci a larga tesa ben calcati in testa, le barbe lunghe e le facce temprate dalle intemperie, sembravano un gruppo di barboni al confronto con i curati e raffinati abitanti della città. Ma nelle loro borse, nelle sacche, nelle bisacce, nelle valigie e in qualsiasi altro possibile contenitore c'era pigiato tanto oro che il suo peso aveva richiesto di rinforzare la coperta della nave per non sfondare le travi. E un paio di giorni dopo la scena si ripetè tale e quale con l'arrivo della Portland. In seguito a questi fantastici avvenimenti, ma anche a causa della depressione economica che solo poche settimane prima aveva portato molte imprese statunitensi sull'orlo del fallimento, scoppiò, non solo in città ma in tutta la costa occidentale degli Stati Uniti, a Tacoma come a Portland e a Victoria, ma soprattutto a Seattle, una nuova malattia che fu ben presto battezzata "klondykite".

Era un morbo fulminante, si racconta di barbieri che abbandonarono i clienti rasati a metà, di commercianti che lasciarono il negozio senza chiuderlo, di predicatori che corsero via con la tonaca svolazzante.

La voglia di oro fu talmente irresistibile che anche alti funzionari mollarono pratiche e timbri per andare in cerca della manna in uno degli angoli più lontani e remoti del pianeta. Probabilmente non è esagerato dire che gran parte delle navi presenti nell'Oceano Pacifico fu convogliata su quella costa per partire verso nord. Vapori, cutter, imbarcazioni da trasporto e da pesca, tutto ciò che galleggiava e che in qualche modo poteva trasportare persone, attrezzature e animali fu coinvolto nell'impresa. Entro il 5 agosto partirono la Queen, la Mexico e la City of Topeca, subito seguite dalla Williamette, dalla City of Kingston e dalla City of Seattle e così via in un crescendo impressionante, fomentato anche dalla stampa, dai quotidiani e dai periodici che, anche per distrarre l'attenzione dal difficile momento economico, non facevano che parlare dell'oro, della Bonanza e delle magiche opportunità aperte a tutti nel paese del sole a mezzanotte. C'erano anche delle voci più realistiche, un giornale di Great Falls, nel Montana, pubblicò un articolo intitolato "Migliaia di persone alla fame nel Klondyke" e nel sottotitolo "Quasi duemila tombe in tre anni. Gli strapazzi sono insostenibili". In realtà questi pochi e isolati avvertimenti non bastarono a fermare la marea montante dei cercatori di fortuna, ma di certo pochi fra questi potevano immaginare quale vita di fatiche, pericoli, disavventure e privazioni li aspettava in quella selvaggia regione.

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Pagina 96

L'oro finalmente


Cosa trovò la massa di uomini giunti in fretta e furia da Dawson nei campi del Tanana? Perché si arrabbiarono al punto da preparare il cappio per Wada? Per due fondamentali motivi: anzitutto i magazzini di Barnette erano attrezzati per soddisfare le esigenze di decine di uomini, forse a stento di poche centinaia, ma certo non del migliaio e più che giunsero qui, correndo a perdifiato per quasi trecento miglia, incitati dall'ex maratoneta giapponese. Ma questo era tutto sommato un problema secondario per cercatori abituati alle privazioni, al freddo e pronti a scavare anche con le mani se solo sentivano l'odore del prezioso metallo.

Si infuriarono soprattutto perché l'oro non c'era. O meglio, le prospezioni erano positive, i setacci andavano spesso oltre i dieci centesimi, ma il grande filone, la prova finale non era ancora stata trovata. C'era solo da soffrire e lavorare; con l'inverno che continuava gelido a mordere il viso, le mani, i piedi, con poco o niente da mangiare e praticamente senza attrezzature. Molti rinunciarono, altri rimasero. Ma il lavoro nonostante tutto proseguì, soprattutto alla postazione numero due a monte sul Pedro, dove i fratelli Costa, Jack e Frank, che setacciavano scodelle sempre sopra i quindici centesimi, avevano sentore che qualcosa di buono, ma di veramente buono, là sotto c'era.

Già attorno a Natale il capitano Barnette aveva scritto al suo amico di Seattle, Jim Morrison, in termini forse esageratamente enfatici com'era nel suo interesse, ma comunque significativi di una situazione piuttosto promettente: "Al momento abbiamo i posti migliori di tutta l'America. Il Pedro Creek è il corso d'acqua dove si lavora di più e continua a dimostrarsi sempre più redditizio. Sono appena tornato dalla postazione numero due a monte sul Pedro. I proprietari volevano duemila dollari di attrezzature, così sono andato a vedere se il posto dove stavano scavando poteva dare buone garanzie. C'erano sette pozzi ma non avevano ancora raggiunto la roccia di base. Hanno già raccolto sei piedi di oro grezzo che varrà più di quindici cents per setaccio. Wada dice venti, ma comunque è molto meglio di quanto mi aspettassi. la più bella cosa che abbia mai visto".

Poi, per rassicurare l'amico che probabilmente ben conosceva il suo carattere sempre superottimistico, aggiungeva: "Quello che ti ho raccontato è vero e qui chi prima arriva prima alloggia". Chissà se anche Jim Morrison fu poi fra i mille e più uomini indecisi solo sul fare prima la festa al capitano o al suo fido ex maratoneta Wada. Questo non lo sapremo mai, ma di certo sappiamo che i nostri Jack e Frank Costa stavano investendo, e forte, sulla concessione numero due a monte sul Pedro.

Nei primi momenti non avevano creduto in questa più che nelle altre concessioni che avevano sparse tutt'attorno e che comunque stavano dando dei risultati interessanti, ma questa aveva qualcosa di speciale. E allora giù, a tutta forza!

Ma cosa significava lavorare in quel durissimo inverno? Era un'impresa da titani. Prima avevano scavato quattro pozzi e poi altri tre per un totale di sette. Si trattava di fori circolari dal diametro di circa 85 centimetri. Il metodo era sempre lo stesso. Bisognava scongelare la terra con l'unico strumento disponibile in abbondanza, il legno, che veniva acceso con carta o stracci imbevuti di cherosene sul fondo dei pozzi. Quando il fuoco aveva svolto la sua funzione scongelando il terreno per alcuni centimetri, ci si poteva calare nella buca e asportare il materiale sin dove possibile con il piccone e la pala. Andava bene quando si riusciva a scendere di una ventina di centimetri al giorno e il lavoro diventava sempre più lento quanto più si scendeva anche perché, spento il falò, il fumo permaneva più a lungo nei buchi più profondi rendendo impossibile al cercatore di scendere per rimuovere il terreno scongelato.

Per farsi un'idea concreta di come dovevano essere allora lo scenario e l'atmosfera di quei luoghi, possiamo riferirci alla descrizione degli scavi sui ruscelli Bonanza e Hunker, nel Klondyke, redatta solo sei anni prima dall'ingegnere minerario T.A. Rickard:

"Nei primi giorni di scavo nel Klondyke, quando il terreno ghiacciato venne sciolto con fuochi di legna, la zona dei ruscelli era diventata come un inferno. Durante il lungo inverno artico, con la luce crepuscolare, le vallate offrivano uno spettacolo del tutto simile ai paesaggi raffigurati dai paurosi dipinti di Gustav Dore. Un silenzio d'oltretomba regnava sulle distese di neve. L'oscurità si faceva più pesante e cupa per i fumi che venivano dagli scavi sul terreno dai quali a tratti usciva un'indistinta figura. Gli uomini non erano facilmente distinguibili perché si aggiravano nei cunicoli delle loro miniere come dei conigli nelle loro tane. Sulla cima di un pozzo, qua e là, si poteva scorgere un affaticato gnomo che girava la ruota di un argano e svuotava i secchi di terriccio e fango che venivano dal piccolo scavo sotto di lui. Il bagliore rosso dei fuochi nella penombra indicava che stavano ricominciando gli scavi. Dappertutto c'era neve, muschio e nebbia che smorzavano tutti i rumori. Sembrava proprio di essere all'inferno, ma faceva un freddo terribile".


E così, giorno dopo giorno, per tutto quel lungo inverno, Jack e Frank scavarono e scavarono i loro sette pozzi nella concessione numero due a monte sul Pedro. Andarono giù per metri e metri, sino a dieci, quindici, tanto che il cane di Jack, Jocko, diventava nervoso e si preoccupava sino a quando non li vedeva ritornare in superficie.

Tutto questo proseguì sino alla mattina del nove aprile 1903, quando si avverò l'evento tanto fantasticato, la scoperta che Jack aspettava da più di dieci anni.

Lasciamo descrivere l'avvenimento da un testimone d'eccezione, il giudice James Wickersham, autore del libro Old Yukon, che per caso, mentre si stava recando da Rampart sullo Yukon alla nuova città di Fairbanks per allestirvi una corte di giustizia, incappò in questo straordinario momento:

"Ben saldate le slitte con le catene dei cani, scendemmo a precipizio fra i due fiumi attraverso la foresta, seguendo gli alberi con i segnali incisi sulla corteccia sino a quando ci aprimmo la strada verso lo slargo dove stava la baracca di Costa sul fiume Pedro. Come fermammo la muta degli husky davanti alla casa, Big Jack Costa risalì la scala sino a mettere la testa fuori dal pozzo che si apriva vicino alla soglia. Il suo faccione era contratto, segnato dall'eccitazione e da una profonda emozione. Senza preoccuparsi minimamente di chi fossero gli sconosciuti che stavano lì in piedi davanti a lui all'imboccatura del suo pozzo, gridò con tutto il fiato che aveva in gola, con la sua voce rude e vibrante di una gioia irrefrenabile: 'Oh, by Godda, I gotta de gold!' 'Oh, perdio, ho trovato l'oro!'. Aveva appena scoperto l'oro nel pozzo, era la prima vera vena scoperta da queste parti ed era letteralmente sopraffatto dall'improvvisa fortuna che gli era capitata".


Fortuna? Noi sappiamo bene che la fortuna con questa storia c'entra solo fino a un certo punto. Erano stati soprattutto il coraggio e l'impegno di Giovanni Dalla Costa a farlo giungere al suo obiettivo. Ma è lo stesso giudice Wickersham a riconoscere i meriti di Jack nel seguito del suo racconto:

"Jack Costa aveva faticosamente scavato pozzi a Fortymile, a Birch, a Faith, a Hope, a Charity e in qualche altro centinaio di fiumi senza nome nelle colline del Tanana. Ma proprio adesso, dopo anni di lavoro e di sconfitte, la fortuna gli aveva sorriso! Forse furono visioni dell'Italia, la vecchia casa e la vecchia mamma, la ragazza che aveva lasciato per venire in America, il vigneto e il torchio o la moglie e i figli... Big Jack pianse mentre ci raccontava balbettando di queste cose e dell'oro nel pozzo vicino alla porta della sua baracca".

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