Copertina
Autore Alain De Botton
Titolo Le consolazioni della filosofia
EdizioneGuanda, Parma, 2002 [2000], Le Fenici Tascabili , pag. 282, dim. 128x198x25 mm , Isbn 978-88-8246-468-4
OriginaleThe Consolations of Philosophy [2000]
TraduttoreAnna Rusconi
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe filosofia
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Indice

  I. Consolazione per l'impopolarità              5
 II. Consolazione per i problemi di denaro       51
III. Consolazione per il senso di frustrazione   83
 IV. Consolazione per il senso di inadeguatezza 125
  V. Consolazione per le pene d'amore           185
 VI. Consolazione per le difficoltà del vivere  223

     Fonti bibliografiche                       267
     Fonti iconografiche                        271
     Indice dei nomi                            275
 

 

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Pagina 7

Alcuni anni fa, in un rigido inverno newyorkese, e con davanti un pomeriggio libero prima della partenza del mio volo per Londra, mi trovavo in una galleria deserta al livello superiore del Metropolitan Museum of Art. Era un luogo vivacemente illuminato e, a parte il confortante ronzio del sistema di riscaldamento a pannelli, del tutto silenzioso. Avendo ormai fatto indigestione di quadri impressionisti ero in cerca di un'indicazione per la caffetteria, dove semmai pregustavo già di ordinare un bicchiere di una particolare marca americana di latte al cioccolato di cui all'epoca andavo matto, quando fui attratto da una tela la cui targhetta informava che era stata dipinta a Parigi nell'autunno del 1786, dall'allora trentottenne Jacques-Louis David.

Socrate, condannato a morte dal popolo di Atene, si prepara a bere la cicuta circondato dagli amici tristi e abbattuti. Nella primavera del 399 a.C. tre ateniesi trascinarono il filosofo davanti a un tribunale e lo accusarono di empietà, di avere introdotto novità in campo religioso e di corruzione ai danni dei giovani di Atene. Data la gravità delle imputazioni, invocarono per lui la pena di morte.

Da parte sua, Socrate reagì con leggendaria compostezza. Benché gli fosse stata offerta la possibilità di rinnegare pubblicamente la propria filosofia, rimase fedele a ciò che riteneva esser vero, e non piuttosto popolare e gradito. Secondo la cronaca di Platone, così si rivolse, ardito, alla giuria:

Finché io abbia respiro, e finché io ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di esortarvi e ammonirvi, chiunque incontri di voi... Per tutto ciò... o Ateniesi... o mi assolviate o non mi assolviate, siate in ogni modo persuasi che io non farò mai altrimenti che così, neanche se non una soltanto ma più volte dovessi morire.

Era poi stato condotto ad attendere la fine in una prigione ateniese, e la sua morte segnò un momento cruciale nella storia della filosofia.

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Pagina 38

L'idea era emersa qualche tempo prima del processo, nel corso di una conversazione tra Socrate e Polo, famoso maestro di retorica giunto in visita ad Atene dalla Sicilia. Polo aveva alcune idee politiche a dir poco raggelanti, della cui verità desiderava ardentemente convincere il filosofo. Spiegò che per un essere umano non esisteva felicità superiore a quella di diventare dittatore, in quanto la dittatura garantiva massima libertà d'azione, la possibilità di sbattere in galera i nemici, confiscare i loro beni e infine giustiziarli.

Socrate lo ascoltò educatamente, quindi rispose con una serie di argomenti logici con cui tentava di dimostrare che la felicità stava semmai nel far del bene. Polo rimase ancorato alle proprie posizioni, e le difese facendogli notare che spesso i dittatori erano riveriti da un grandissimo numero di persone. Citò come esempio Archelao, re di Macedonia, il quale, pur avendo assassinato lo zio, il cugino e un legittimo erede di sette anni, aveva continuato a godere di enorme sostegno presso il popolo di Atene: il numero di coloro che tifavano per Archelao, concluse Polo, era segno che la sua teoria sulla dittatura era corretta.

Magnanimamente, Socrate ammise che in effetti sarebbe stato molto più facile scovare sostenitori di Archelao che non dell'idea che le buone azioni potessero dare la felicità: «Così ora, se vuoi presentare testimoni contro di me a prova che dico il falso» dichiarò, «deporranno a tuo favore quasi tutti gli ateniesi e i forestieri».

Se vuoi, testimonieranno a tuo favore Nicia di Nicerato e i suoi fratelli, dei quali nel tempio di Dioniso stanno in fila esposti i tripodi; e, se vuoi, Aristocrate di Scellia... e tutta la casa di Pericle, se vuoi, o qualsiasi altra famiglia ateniese tu desideri scegliere.

Ma ciò che Socrate negava con zelo era che la vasta approvazione risorsa dall'argomento di Polo potesse in sé provarne la correttezza:

Beato uomo, tu cerchi di convincermi d'errore retoricamente, come coloro che ritengono di convincere d'errore nei tribunali, ove, appunto, gli uni credono di avere confutato gli altri, quando presentano molti e reputati testimoni di quello che sostengono e gli avversari ne presentano uno o nessuno. Evidentemente la prova non ha così nessun valore rispetto alla verità, ché, talvolta, contro uno possono premere le false testimonianze di molte e reputate persone.

La vera rispettabilità non è un prodotto della volontà della maggioranza, ma del pensiero corretto. Se decidiamo di fare un vaso, dovremo prestare orecchio ai consigli di coloro che sanno come trasformare lo strato di vetrificante in Fe3O4 a 950 C; se decidiamo di costruire una nave, sarà il verdetto dei costruttori di triremi di cui dovremo tenere conto, e se ci accostiamo a problemi di natura etica - come sia possibile essere felici, coraggiosi, equi o buoni - non dovremo lasciarci intimorite da forme di pensiero mal strutturate, anche se propugnate da grandi retori, potenti generali ed eleganti aristocratici della Tessaglia.

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Pagina 64

Chi aveva prestato orecchio alle malignità deve aver provato una certa sorpresa nello scoprire quali erano i veri gusti del filosofo del piacere. La sua casa era tutt'altro che lussuosa, e la sua tavola semplice: Epicuro preferiva l'acqua al vino e si sentiva appagato da una cena a base di pane, verdure e un pugno di olive. «Mandami un pentolino di cacio perché possa, quando voglio, scialare un po'» chiese una volta a un amico. Eccoli lì, i gusti di un uomo che aveva definito il piacere il fine della propria vita.

Non che intendesse ingannare gli altri: la sua devozione al piacere era di gran lunga superiore a ciò che i peggiori nemici delle sue orge potevano immaginare. Solo che, al termine di un'analisi razionale, era pervenuto ad alcune strabilianti conclusioni sulle cose che potevano effettivamente rendere piacevole l'esistenza. E, fortunatamente per chi non disponeva di consistenti entrate, sembrava proprio che gli ingredienti indispensabili del piacere, per quanto sfuggenti, non fossero affatto costosi.


Felicità: lista della spesa epicurea
l. Amicizia



Stabilitosi ad Atene nel 306 a.C., all'età di trentacinque anni, Epicuro optò per una sistemazione domestica piuttosto insolita. Individuò un grande edificio a pochi chilometri dal centro di Atene, nella zona di Melite, tra il mercato e il porto del Pireo, e vi si trasferì con un gruppo di amici. A lui si unirono Metrodoro e la sorella, il matematico Polieno, Ermarco, Leonteo e la moglie Temista, e un mercante di nome Idomeneo (che presto sposò la sorella di Metrodoro). La casa era abbastanza spaziosa da garantire la tranquillità a ciascuno, ma vi erano stanze comuni dove si mangiava e conversava.

Come osservava Epicuro:

Di tutti quei beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l'acquisto dell'amicizia.

Tale era il suo attaccamento alla buona compagnia, che raccomandava di evitare i pasti consumati in solitudine:

Bisogna che tu consideri con la massima attenzione con chi mangi e bevi prima di mangiare e bere qualcosa: infatti dilaniare carni senza la compagnia di un amico è vita da leone e da lupo.

La casa di Epicuro somigliava dunque a una grande famiglia, dove regnavano gentilezza e simpatia e mancava qualunque senso di cupezza o costrizione.


Noi non esistiamo finché qualcuno non ci vede esistere, le nostre parole sono prive di senso finché qualcuno non le intende, ed essere circondati da amici ci dà conferma continua della nostra identità. La loro conoscenza e l'affetto che nutrono per noi hanno il potere di tirarci fuori dal nostro stato di intorpidimento. Attraverso i loro misurati commenti e le loro beffe dimostrano di conoscere le nostre piccole manie e di accettarle, accettando così il posto che occupiamo nel mondo. Sappiamo di poter chiedere loro «Quello lì non ti fa paura?» o «Hai mai la sensazione che...?» e di poter essere compresi, anziché trovarci di fronte a reazioni e risposte perplesse come «No, non particolarmente», che riescono a farci sentire soli come esploratori polari.

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Pagina 68

Ovviamente è improbabile che la ricchezza possa rendere infelici. Ma il succo del messaggio di Epicuro è che, se abbiamo molti soldi ma non abbiamo amici né libertà e non conduciamo una vita ponderata, non saremo mai veramente felici. Se invece abbiamo tutto questo tranne i soldi, non saremo mai infelici.

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Pagina 78

Misurare l'effetto complessivo sortito dal poema lucreziano sulle attività commerciali del mondo greco-romano è ovviamente impossibile, così come lo è scoprire se, grazie alla gigantesca scritta, i cittadini di Enoanda alla fine compresero di cosa avevano bisogno e smisero di acquistare ciò che invece non gli serviva. Non possiamo però escludere che una campagna pubblicitaria epicurea ben concepita sarebbe per esempio in grado di accelerare una crisi economica. Poiché secondo Epicuro la maggioranza delle imprese economiche stimola desideri superflui in chi non sa individuare i propri bisogni reali, i livelli di consumo risulterebbero senz'altro penalizzati da un aumento di consapevolezza e di gradimento della semplicità. Nessuna sorpresa, dunque, per il filosofo, giacché:

La povertà commisurata al bene secondo natura è ricchezza; la ricchezza senza misura è una grande povertà.


Ci troviamo insomma di fronte a una scelta: da un lato, società che stimolano desideri superflui ma hanno una forza economica enorme; dall'altro, società epicuree capaci di soddisfare i bisogni materiali essenziali ma non di innalzare lo standard di vita minimo al di sopra del livello di sussistenza. In un mondo epicureo non esisterebbero monumenti grandiosi né progresso tecnologico, e i commerci con terre lontane sarebbero ben poco incentivati. Una società i cui membri avessero bisogni più contenuti sarebbe automaticamente una società di risorse scarse. Eppure, se dobbiamo credere al filosofo, non si tratterebbe affatto di una società infelice. Per dirla con Lucrezio, in un mondo privo di valori epicurei

... il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita, certo perché non conosce un limite al possesso e nemmeno, fin dove s'accresca il vero piacere.

Ma, contemporaneamente:

Questo a mano a mano ha sospinto la vita in alto mare.

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Pagina 153

In realtà il filosofo [Montaigne] apparteneva a una minoranza ristretta. Subito dopo la scoperta di Colombo, infatti, i coloni portoghesi e spagnoli partiti dall'Europa per andare a sfruttare i nuovi territori conclusero che gli indigeni erano poco più che semplici animali. Il cavaliere cattolico Villegagnon li definiva «bestie dalle sembianze umane» («ce sont des bétes portant figure humaine»); il ministro calvinista Richer sosteneva che fossero privi di senso morale («l'hébétude crasse de leur esprit ne distingue pas le bien du mal»); e dopo aver visitato cinque donne brasiliane il medico Laurent Joubert dichiarò categoricamente che non appartenevano alla razza umana, poiché non avevano mestruazioni.

Dopo averli spogliato della loro umanità, dunque, gli spagnoli cominciarono anche a sterminarli come animali. Nel 1534, a quarantadue anni dallo sbarco di Colombo, gli imperi inca e azteco erano stati distrutti e le loro popolazioni ridotte in schiavitù o massacrate. Montaigne venne a conoscenza di quelle atrocità grazie alla Brevisima relación de la destrucción de las Indias di Bartolomé de Las Casas (stampata a Siviglia nel 1552 e tradotta in francese nel 1580 da Jacques de Miggrode, con il titolo Tyrannies et cruautés des Espagnols perpétrées ès Indes occidentales qu'on dit le Nouveau Monde). Gli indios rimasero vittime della loro stessa ospitalità e della debolezza delle loro armi: spalancate le porte di città e villaggi agli spagnoli, si ritrovarono attaccati dai loro ospiti quando meno se lo aspettavano. I loro armamenti primitivi non potevano minimamente competere con i cannoni e le spade degli spagnoli, e i conquistadores non si fermavano davanti a nulla: uccidevano i bambini, sventravano le donne incinte, estirpavano bulbi oculari, bruciavano vive intere famiglie e, nottetempo, mettevano a ferro e fuoco i villaggi.

Avevano addirittura insegnato ai cani ad addentrarsi nella giungla per inseguire e sbranare i fuggitivi.

Gli uomini venivano mandati nelle miniere di argento e oro, incatenati tra loro con collari di ferro. Se uno moriva, il corpo veniva reciso dalla catena, mentre i compagni continuavano a lavorare. Quasi nessuno resisteva più di tre settimane alla vita delle miniere. Le donne, invece, venivano stuprate e sfigurate davanti ai loro mariti.

La forma di mutilazione preferita era affettare menti e nasi. Las Casas riporta la storia di una donna che, dinanzi all'avanzata degli spagnoli coi loro cani, si impiccò insieme al proprio figlioletto. Giunto sul posto, un soldato spagnolo tagliò in due il bambino e ne diede una metà in pasto ai cani, quindi chiese a un frate di dare l'estrema unzione all'altra metà perché il piccolo potesse avere un posto in paradiso.

Le separazioni forzate, la disperazione e l'angoscia provocarono tra gli indios suicidi di massa. Negli anni tra la nascita di Montaigne, nel 1533, e la pubblicazione del terzo libro dei suoi Saggi, nel 1588, la popolazione indigena del Nuovo Mondo crollò da circa ottanta a dieci milioni di individui.

Gli spagnoli avevano macellato gli indios con la coscienza perfettamente a posto, sicuri com'erano di sapere cosa fosse un essere umano: la ragione diceva loro che si trattava di un individuo che indossava brache, aveva una sola moglie, non mangiava ragni e dormiva in un letto:

Poiché non comprendevamo affatto la loro lingua e, quanto al resto, il loro modo di fare e il loro contegno e i loro vestiti erano quanto mai diversi dai nostri, chi di noi non li riteneva e selvaggi e bruti? Chi non attribuiva a stupidità e bestialità il fatto di vederli muti, ignoranti della lingua francese, ignoranti dei nostri baciamano e dei nostri inchini serpentini?

Magari gli somigliavano anche, agli esseri umani, ma «Ah! non portavano brache...»

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Pagina 156

Montaigne compiangeva l'arroganza intellettuale in gioco in casi simili, e se in Sudamerica vi erano dei selvaggi, non erano quelli che si cibavano di ragni:

Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa.

Non stava cercando di eliminare la distinzione tra barbaro e civilizzato: le differenze di valore tra i costumi in uso presso i vari paesi esistevano eccome (e il relativismo culturale era tanto rozzo e brutale quanto il nazionalismo). Semmai stava tentando di correggere il modo in cui noi, cittadini di patrie diverse, operavamo tale distinzione. Il nostro paese poteva vantare numerosi pregi, ma questi non dipendevano dal fatto che si trattava del nostro paese. Analogamente, un paese straniero poteva avere molti difetti, ma questi non potevano essere definiti tali solo in base alla diversità dei costumi locali. Decidere cosa fosse il bene in base a criteri come la nazionalità e la familiarità era semplicemente assurdo.

Gli usi francesi stabilivano che, in caso di ostruzione delle narici, una persona dovesse soffiarsi il naso in un fazzoletto. Montaigne però aveva un amico che, dopo aver riflettuto sul problema, aveva deciso che soffiarselo direttamente nelle mani funzionava assai meglio:

Difendendo questo suo modo di fare... mi domandò che privilegio avesse quel sudicio escremento perché gli apprestassimo un bel lino delicato per riceverlo e poi, per di più, per impacchettarlo e serrarcelo addosso con cura.

I comportamenti andavano soppesati e valutati per mezzo del ragionamento meticoloso, non del pregiudizio, e a causare tanta frustrazione a Montaigne erano coloro che assimilavano sconsideratamente l'ignoto all'inadeguato, calpestando così la prima lezione di umiltà intellettuale offerta dal più grande tra i filosofi antichi:

L'uomo più saggio che mai sia stato, quando gli fu domandato che cosa sapeva, rispose che sapeva di non saper nulla.

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Pagina 171

Come la persona intelligente deve presentarsi ed esprimersi

tendenza assai comune immaginare che un libro sia molto intelligente nel momento stesso in cui cessiamo di comprenderlo: in fondo, il linguaggio dei bambini non può veicolare idee profonde. Eppure, l'associazione tra difficoltà e profondità potrebbe essere meno generosamente definita una manifestazione letteraria di una perversione che ci è familiare perché appartenente alla sfera delle emozioni: le figure elusive e misteriose riescono a ispirare nelle menti semplici un rispetto ben superiore a quelle chiare e affidabili.

Montaigne non aveva problemi ad ammettere il proprio impaccio con i libri difficili. «Non posso avere lungo commercio con i libri» scriveva, «non amo che [quelli] piacevoli e facili, che mi accarezzano...»

Non c'è nulla per cui io voglia rompermi la testa, non certo per la scienza, per quanto grande sia il suo pregio. Nei libri cerco solo di procurarmi un po' di piacere con un onesto passatempo... Quanto alle difficoltà, se ne incontro leggendo, non sto lì a logorarmici; le lascio andare, dopo aver fatto contro di loro uno o due assalti... Se questo libro mi annoia, ne prendo un altro...

Un mucchio di sciocchezze, naturalmente, o al più il vezzo di un uomo con mille libri in biblioteca e una conoscenza enciclopedica della filosofia greca e latina. Se Montaigne si divertiva a dipingersi gentiluomo di scarso intelletto e piuttosto incline, durante le letture filosofiche, alla sonnolenza, era per un motivo preciso: con le sue reiterate dichiarazioni di pigrizia e lentezza cercava di minare tatticamente alla base un concetto perverso di intelligenza e buona scrittura.


Montaigne negava l'esistenza di motivi legittimi per cui i testi sulla classicità dovessero necessariamente essere difficili o noiosi. La saggezza non richiede un vocabolario o una sintassi da addetti ai lavori, né il pubblico dei lettori trae alcun vantaggio dall'essere messo a dura prova. Usata nella giusta misura, la noia può dunque diventare un valido indicatore dei meriti di un libro e, benché non possa mai assurgere a unico metro di giudizio (né debba degenerare fino a giustificare un atteggiamento di indifferenza e impazienza), tenere in debita considerazione i nostri livelli di tedio può moderare la nostra tolleranza, altrimenti eccessiva, nei riguardi di tanti paroloni. Coloro che durante la lettura non prestano ascolto alla propria noia, così come coloro che non prestano attenzione al dolore, rischiano solo di aumentare inutilmente la propria sofferenza. Per quanti siano i pericoli legati a un senso di noia ingiustificato, esistono altrettante insidie nel non concedersi mai di perdere la pazienza nei confronti di ciò che stiamo leggendo.


Qualunque opera complessa ci mette in condizione di scegliere se giudicare l'autore un inetto, in quanto incapace di un'esposizione chiara, o noi stessi degli stupidi, in quanto incapaci di cogliere il senso dello scritto. Montaigne ci incoraggia a valutare bene la prima ipotesi. infatti più probabile che una prosa incomprensibile sia figlia della pigrizia che non dell'intelligenza, mentre ciò che si può leggere facilmente non è scritto quasi mai con sciatteria. La prosa involuta può inoltre mascherare un'assenza di contenuti: esprimersi in modo criptico è un ottimo sistema per occultare la mancanza di argomenti.

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Pagina 185

V
CONSOLAZIONI PER LE PENE D'AMORE



1
In caso di pene d'amore, il migliore tra tutti i filosofi.
La vita, 1788-1860
1788 Nasce a Danzica Arthur Schopenhauer. In seguito, egli ripenserà all'evento con un certo rammarico: «Possiamo anche considerare la nostra vita come un futile episodio perturbatore nella beata pace del nulla». «L'esistenza» dev'essere «un passo falso» specifica, «dunque una condizione nella quale si dice: 'Oggi va male e ogni giorno andrà peggio - finché verrà il peggio di tutto'.» Il padre, Heinrich Schopenhauer, ricco mercante, e la madre, Johanna, vivace amante della vita di società e di vent'anni più giovane del marito, si interessano poco al figlio, che crescendo diventa uno de più grandi pessimisti della storia della filosofia: «Già a sei anni i miei genitori, tornando da una passeggiata, mi trovarono al colmo della disperazione».

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Pagina 210

« rarissimo che convenienza e amore appassionato procedano all'unisono» osservava il filosofo tedesco. L'amante che salva nostro figlio, impedendogli di nascere con un mento enorme o un temperamento effemminato, raramente è la persona in grado di renderci felici per tutta la vita. La ricerca della felicità personale e la procreazione di figli sani sono due progetti in contrasto radicale fra loro; ma per un certo numero di anni l'amore, confondendoci maliziosamente, ci induce a crederli una cosa sola. Non dovremmo dunque stupirci di fronte a matrimoni tra persone che mai e poi mai avrebbero potuto stringere un legame d'amicizia:

L'amore si trova spesso in contraddizione... con l'individualità di ciascuno, in quanto esso ha per oggetto persone che, se si prescindesse dal rapporto sessuale, susciterebbero nell'amante odio, disprezzo e perfino orrore. Ma la volontà della specie è tanto più potente di quella dell'individuo, che l'amante chiude gli occhi su tutto e sulle caratteristiche che gli sono odiose, ignora tutto, sottovaluta tutto e si unisce per sempre con l'oggetto della sua passione: ciò è dovuto all'illusione che lo ha completamente accecato e che sparirà lasciandogli un'odiosa compagna di vita, non appena la volontà della specie si sarà realizzata. Vediamo spesso uomini molto assennati, addirittura eccezionali, legati a draghi e diavolesse, e non riusciamo a capire come essi abbiano potuto fare una scelta simile... un innamorato può perfino conoscere bene e provare fastidio per i difetti di temperamento e di carattere della sua futura sposa, difetti che gli fanno presagire una vita di tormenti, senza tuttavia che questo basti a distoglierlo da lei.

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Pagina 218

Ma un vantaggio sulle talpe lo abbiamo. Dovremo forse lottare per sopravvivere, andare a caccia di partner e figliare come loro, ma in più possiamo anche andare a teatro, all'opera e ai concerti, e a letto, la sera, possiamo leggere romanzi, libri di filosofia e poemi epici - e proprio in queste attività Schopenhauer individuò una fonte suprema di sollievo dalle imposizioni della volontà di vivere. Ciò che troviamo nelle opere d'arte e di filosofia sono versioni oggettivate dei nostri stessi travagli e dolori, qui evocati e definiti attraverso suoni, immagini e linguaggi diversi. Gli artisti e i filosofi non si limitano a mostrarci quello che abbiamo provato, ma ci sottopongono la nostra esperienza con un'intensità, un'acutezza e un'intelligenza a noi precluse, dando così forma ad aspetti della nostra vita che riconosciamo come profondamente nostri anche se da soli non saremmo mai riusciti a comprendere con altrettanta chiarezza. Ci illustrano la nostra condizione, aiutandoci così a sentirci meno soli e confusi. Se da un lato saremo costretti a continuare a scavare e nasconderci sottoterra, per mezzo del genio creativo potremo dall'altro godere almeno di qualche istante di illuminazione sulle nostre tribolazioni, e questo ci risparmierà le paure e il senso di isolamento (di persecuzione, addirittura) che esse potrebbero infliggerci. Secondo Schopenhauer l'arte e la filosofia, in modi diversi, ci aiutano a trasformare la sofferenza in conoscenza.

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Pagina 259

In che modo il Nuovo Testamento ci consola per le nostre difficoltà? Suggerendo che in molti casi non si tratta affatto di difficoltà, bensì di virtù:

Se il problema è la timidezza:

Beati i miti, perché erediteranno la terra (Matteo 5.5)

Se a preoccupare è la mancanza di amici:

Beati voi quando gli altri vi odieranno e vi rifiuteranno, quando vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come scellerato... la vostra ricompensa è di certo grande nei cieli (Luca 6.22-23)

Se il timore è quello di essere sfruttati sul lavoro:

Schiavi! Obbedite ai vostri padroni terreni in tutto... sapendo che riceverete dal Signore come ricompensa l'eredità. Servite al Signore Cristo! (Lettera ai Colossesi 3.22-24)

Se è la scarsità di denaro ad affliggere:

più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio (Marco 10.25)

Nonostante la differenza tra questo genere di consolazioni e la bottiglia, Nietzsche insisteva sulla fondamentale equivalenza delle due cose. Tanto il cristianesimo quanto l'alcol hanno il potere di convincerci che le lacune riscontrabili in noi stessi e nel mondo esterno non meritano particolare attenzione; entrambi indeboliscono la nostra determinazione a occuparci amorevolmente dei nostri problemi; entrambi ci negano la possibilità della felicità:

[I] due grandi narcotici europei, l'alcol e il cristianesimo.

Secondo il pensiero del filosofo, il cristianesimo era nato dalle menti di pavidi schiavi dell'Impero Romano, individui cui mancava il fegato necessario ad arrampicarsi fino alla vetta delle montagne e che perciò si erano costruiti una filosofia capace di esaltarne le pendici. I cristiani avrebbero voluto godersi i veri ingredienti della felicità (una posizione nel mondo, il sesso, la vita intellettuale, la creatività), ma non avevano il coraggio di affrontare e sopportare le difficoltà ad essi legate. Per questa ragione avevano elaborato un credo ipocrita in cui ciò che desideravano, ma erano troppo deboli per conquistare con la lotta, era messo al bando, mentre ciò che non volevano ma, di fatto, avevano veniva lodato. La mancanza di potere diventava così «bontà», l'abiezione «umiltà», la sottomissione a persone odiate «obbedienza» e, per dirla con Nietzsche, «il-non-potersi-vendicare» si trasformava in «perdono». Qualunque debolezza si ammantava di un nome che la santificava e veniva riciclata come «un effetto arbitrario, qualcosa di voluto, di scelto, un' azione, un merito». Intossicati dalla «religione della vita comoda», nel loro sistema di valori i cristiani avevano accordato la precedenza a quanto si presentava facile, anziché desiderabile, prosciugando la vita di tutte le sue potenzialità.

 

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Riferimenti

FONTI BIIBLIOGRAFICHE
CONSOLAZIONE PER L'IMPOPOLARITA' Per il ritratto di Socrate sono stati utilizzati, oltre a un accenno ad Aristofane, una citazione dal Fedone e i cosiddetti «dialoghi socratici» di Platone: Apologia di Socrate, Carmide, Critone, Eutidemo, Eutifrone, Gorgia, Ippia maggiore, Ippia minore, Ione, Lachete, Liside, Menesseno, Menone, Protagora e il primo libro della Repubblica. Le citazioni sono tratte da: Apologia di Socrate, Critone, Fedone, trad. di Manara Valgimigli; Lachete, trad. di Piero Pucci; Gorgia, Menone, trad. di Francesco Adorno, in Platone, Opere, Laterza, Bari, 1966, I vol. CONSOLAZIONE PER I PROBLEMI DI DENARO Alberto Grilli, «I frammenti dell'epicureo Diogene da Enoanda», in AA.VV., Studi di filosofia greca, Laterza, Bari, 1950 Epicuro, Opere, a cura di Graziano Arrighetti, Einaudi, Torino, 1967 Lucrezio, Della natura, a cura di Armando Fellin, UTET, Torino, 1963 CONSOLAZIONE PER IL SENSO DI FRUSTRAZIONE Tacito, Annali, trad. di Mario Stefanoni, Garzanti, Milano, 2000 Svetonio, La vita di Caligola, a cura di Gianni Guastella, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1992 Seneca, Lettere morali a Lucilio, a cura di Fernando Solinas, Mondadori, Milano, 1994 Seneca, Dialoghi, a cura di Giovanni Viansino, Mondadori, Milano, 1992 Seneca, Le consolazioni, a cura di Alfonso Traina, Ri,,zzoli, Milano, 1987 Seneca, Questioni naturali, a cura di Dionigi Vottero, TEA, Milano, 1990 CONSOLAZIONE PER IL SENSO DI INADEGUATEZZA Michel de Montaigne, Saggi, a cura di Fausta Garaivini, Adelphi, Milano, 1966 CONSOLAZIONE PER LE PENE D'AMORE Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano, 1981 e 1983 Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Ada Vigliani, Mondadori, Milano, 1989 Arthur Schopenhauer, Scritti postumi, a cura di Sandro Barbera, Adelphi, Milano, 1996, I vol. Arthur Schopenhauer, Colloqui, trad. di Anacleto Verrecchia, Rizzoli, Milano, 1995 Rdiger Safranski, Schopenhauer e gli anni selvaggi della filosofia. Una biografia, trad. di Luca Crescenzi, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1997 CONSOLAZIONE PER LE DIFFICOLTA DEL VIVERE Friedrich Nietzsche, Aurora, trad. di Ferruccio Masini e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano 1964 Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, L'Anticristo, Ecce Homo, trad. di Ferruccio Masini e Roberto Calasso, Adelphi, Milano, 1970 Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano, 1968 Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, trad. di Sossio Giametta e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano, 1965 e 1967 Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, trad. di Ferruccio Masini e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano, 1965 Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Bompiani, Milano, 1992 Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, trad. di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano, 1968 Friedrich Nietzsche, Epistolario 1865-1900, a cura di Barbara Allason, Einaudi, Torino, 1962 Epistolario di Friedrich Nietzsche, trad. di Maria Ludovica Pampaloni Fama, testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano, 1976  

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