Copertina
Autore Samuel R. Delany
Titolo Una favolosa tenebra informe
EdizioneFanucci, Roma, 2004, Solaria , pag. 182, cop.fle., dim. 140x218x14 mm , Isbn 978-88-347-0927-6
OriginaleThe Einstein Intersection [1967]
PrefazioneNeil Gaiman
TraduttorePaolo Prezzavento
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe fantascienza
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Pagina 15




C'è un cilindro cavo e pieno di buchi, nel mio machete, che va dall'elsa alla punta. Quando soffio attraverso il bocchino che si trova sull'elsa, faccio musica con la mia lama. Quando tutti i buchi sono otturati, il suono è triste - rude quanto può diventarlo senza perdere la sua dolcezza. Quando tutti i fori sono scoperti, il suono fischia via libero, evocando all'occhio bagliori di sole sull'acqua, metallo ondulato. Ci sono venti buchi. E da quando suono la musica mi hanno dato dello sciocco in tutti i modi possibili - piu volte di quanto mi abbiano chiamato Lobey, che è il mio nome.

Qual è il mio aspetto?

Brutto e ghignante per la maggior parte del tempo. Ho un grande naso, gli occhi grigi e una bocca larga ficcata in un musetto marrone che sembra quello di una volpe. Il tutto cosparso di capelli che sembrano limatura di ottone. Io ne taglio gran parte all'incirca ogni due mesi usando il machete. Ricrescono in fretta. Il che è strano, perché ho ventitré anni e sono ancora imberbe. Ho la sagoma di un birillo, cosce, polpacci e piedi di un uomo (un gorilla?) grande due volte me (che pure sono quasi un metro e ottanta) e fianchi altrettanto robusti. Ci fu un boom delle nascite di ermafroditi l'anno in cui sono venuto al mondo, per cui i dottori pensarono che lo fossi anch'io. A volte mi viene il dubbio.

Come dicevo, sono brutto. I miei piedi hanno dita lunghe come quelle di una mano, e gli alluci sono semiopponibili. Ma non li sottovalutate: una volta li ho usati per salvare la vita a Little Jon.

Stavamo scalando la Parete Acquamarina, scivolando qua e là sulla roccia sdrucciolevole, quando Little Jon perse l'equilibrio e si ritrovò appeso con una sola mano. Io le avevo entrambe impegnate, ma allungai un piede, lo afferrai per il polso e lo tirai su fino a quando riusci a ritrovare un appoggio.

A questo punto, Lo Hawk incrocia le braccia sopra il suo camiciotto di pelle, annuisce saggiamente in modo che la barba gli struscia leggermente sul collo madido e dice: «Anzitutto, cosa stavate facendo voi due giovani Lo sulla Parete Acquamarina? pericoloso, e noi evitiamo i pericoli, come ben sai. Il tasso di natalità diminuisce costantemente. Non possiamo permetterci di perdere la nostra gioventú piú fertile in sciocchezze del genere.» Naturalmente non è vero che sta diminuendo. Ma Lo Hawk è fatto cosí. Lui vuol dire che il numero totale dei norm sta diminuendo. Ma ci sono moltissime nascite. Lo Hawk appartiene a quella generazione in cui il numero dei non-funzionali, degli idioti, del mongoloidi e dei cretini era ben al di sopra del cinquanta per cento. (Non ci siamo ancora abituati a usare le vostre immagini. Ah, be'). Ma ora appare chiaro che i funzionali sono piú numerosi dei non-funzionali; per cui non c'è da preoccuparsi.

A ogni modo, non solo ho la disgraziata abitudine di mangiarmi le unghie, ma mangio anche le unghie dei piedi.

A questo punto ricordo che mi trovo seduto all'entrata della grotta-madre, dove il ruscello fuoriesce dall'oscurità e crea una falce di luce fra gli alberi, e c'è un ragno sanguigno grande come il mio pugno che prende il sole sulla roccia di fianco a me, con la pancia che gli pulsa sui fianchi, le foglie che si muovono leggermente sopra di lui. Poi passa di lí La Carol con un casco di frutta in spalla e il ragazzino sotto il braccio (una volta abbiamo litigato sul fatto se fosse mio oppure no. Un giorno aveva i miei occhi, il mio naso, le mie orecchie. E il giorno dopo: «Non vedi che è figlio di Lo Easy? Guarda quant'è forte!» Poi entrambi ci innamorammo di altre persone e ora siamo di nuovo amici) e lei fa una faccia e dice: «Lo Lobey, che stai facendo?»

«Mi rosicchio le unghie dei piedi. Perché, cosa pensavi?»

«Oh, davvero!» Scuote la testa e si incammina nei boschi verso il villaggio.

Ma al momento preferisco sedere sulla roccia piatta, dormire, pensare, mangiarmi le unghie, oppure affilare il machete. il mio privilegio, cosi sostiene La Dire.

Fino a poco tempo fa, Lo Little Jon, Lo Easy e Lo me pascolavamo insieme le capre (ed è per quello che ci trovavamo sulla Parete Acquamarina: stavamo cercando nuovi pascoli). Eravamo un bel trio. Little Jon, sebbene di un anno piú vecchio di me, avrà fino alla morte l'aspetto di un quattordicenne piccolo e scuro con la pelle liscia come il vetro vulcanico. Gli sudano i palmi delle mani, le piante dei piedi e la lingua. (Non ha delle vere ghiandole sudoripare, piscia come un diabetico il primo giorno d'inverno, o come un cane molto inquieto). Ha un reticolo argentato al posto dei peli e dei capelli - non bianco, color argento. Il pigmento si basa sul colore del metallo puro; la pelle nera deriva da una proteina formatasi intorno all'ossido. Niente a che fare con quel marrone color ferro arrugginito della melanina che compone la nostra abbronzatura. Lui canta, da sempliciotto qual è, correndo e saltando intorno alle rocce e alle capre, con la testa, l'inguine e le ascelle che gli risplendono, poi si ferma per alzare la gamba (si, proprio come un cane inquieto) contro un tronco d'albero, guardandosi intorno con occhi neri imbarazzati. Quando sorride, quegli occhi emanano altrettanta luce, su una frequenza diversa, quella della sua testa splendente. Lui ha degli artigli - duri, affilati e di corno, mentre io ho solo delle piccole unghie. Non è salutare che un Lo del genere ti si metta contro.

Lo Easy, d'altro canto, è grosso (circa due metri e mezzo), peloso (peli color terra d'ombra gli si increspano lungo il fondo schiena e gli formano dei ricciolini sul ventre), forte (quei centodieci chili di Easy sono veramente tanta roccia piena di protuberanze pigiata nella sua pelle dura come il cuoio: i suoi muscoli formano veri e propri spigoli), e gentile. Una volta mi sono arrabbiato con lui quando una delle capre fertili cadde nel camino di un vulcano.

Lo vidi accadere. La capra era quella grande e cieca che ci aveva fornito delle perfette triplette di norm per otto anni. Rimasi dritto su un piede solo e gettai delle rocce e dei bastoni con gli altri tre arti. Per attirare l'attenzione di Easy bisogna colpirlo in testa con un sasso; d'altronde, era molto piu vicino di me.

«Stai attento, tu non-funzionale, brutto Lo mongoloide! Quella finirà per cadere nel...» E a quel punto successe.

Easy smise di fissarmi con quello sguardo e quella faccia che dicevano: 'perché-mi-stai-tirando-delle-pietre?', vide la capra che annaspava sull'orlo, si lanciò per afferrarla, mancò la presa, ed entrambi cominciarono a belare. Lo colpii sul fianco con un'altra pietra, scagliata con tutte le mie forze, trattenendo a stento le lacrime. Easy scoppiò a piangere.

Lui si accucciò sull'orlo del camino, con le lacrime che gli bagnavano i peli delle guance. La capra si era rotta l'osso del collo sul fondo. Easy alzò gli occhi e disse: «Non farmi piu del male, Lobey. Quello» - si toccò con le nocche gli occhi azzurri, poi indicò il fondo - «fa già abbastanza male.» Cosa puoi fare con un Lo del genere? Anche Easy ha degli artigli. Li usa soltanto per arrampicarsi sulle palme giganti e buttare giu i manghi per i bambini.

Tuttavia, di solito facevamo un buon lavoro con le capre. Una volta Little Jon balzò dal ramo di una quercia sulla groppa di un leone e gli tagliò la gola prima che assalisse il gregge (si sollevò dalla carcassa, si scrollò, e andò dietro un masso, guardandosi alle spalle). E anche il gentile Easy una volta fracassò la testa di un orso con un tronco. E io avevo il machete, ed essendo completamente ambidestro lo tenevo tra il piede sinistro e la mano destra, o viceversa. Si, facevamo un buon lavoro.

Ora non piu.

Successe tutto con Friza.

'Friza' o 'La Friza' era sempre un argomento di discussione con i vecchi medici di campagna e gli anziani che hanno il compito di trasmettere il titolo di La o Lo. Sembrava normale: magra, la pelle marrone, la bocca carnosa, il naso schiacciato, gli occhi color ottone. Penso che fosse nata con sei dita su una mano, ma il dito in piú era non-funzionale, per cui un dottore itinerante lo amputò. I suoi capelli erano folti, elastici e neri. Li portava corti, anche se una volta trovò un po' di cordoncino rosso e se li legò. Quel giorno indossava braccialetti e perline ramate, stringhe su stringhe. Era bella.

E silenziosa. Quando era piccola, fu messa in gabbia con gli altri non-funzionali perché non si muoveva. Niente La. Poi un Custode scoprí che non si muoveva perché lo sapeva già fare; era agile come l'ombra di uno scoiattolo. Venne tirata fuori dalla gabbia. Fu chiamata di nuovo La. Ma non parlò mai. Perciò a otto anni, quando divenne evidente che la bella orfana era muta, rimase di nuovo senza La. Non fu facile per loro rimetterla in gabbia. Certo, era funzionale, faceva dei cestini, arava la terra, un'abile cacciatrice con le bolas. Fu allora che cominciò tutta la discussione.

Lo Hawk sosteneva: «Ai miei tempi, La e Lo erano riservati a tutti i norm. Siamo stati molto permissivi, assegnando questo titolo di purezza a ogni funzionale cui capitò la sfortuna di essere nato in quei tempi turbolenti.»

Al che La Dire rispose: «I tempi cambiano, e per trent'anni è stato implicitamente stabilito che quei La e Lo venissero attribuiti a ogni creatura funzionale in questa nostra nuova dimora. L'unico problema è vedere fin dove estendere la definizione di funzionalità. forse l'abilità di comunicare verbalmente il proprio sine qua non? Questa ragazza è intelligente, impara rapidamente e in modo approfondito. Io propendo per La Friza.»

La ragazza se ne stava seduta a giocare con i ciottoli bianchi accanto al fuoco mentre gli altri discutevano la sua posizione sociale.

«L'inizio della fine, l'inizio della fine» borbottò Lo Hawk «Dobbiamo preservare qualcosa.»

«La fine dell'inizio» sospirò La Dire. «Tutto deve cambiare.» Erano sempre state queste le loro posizioni, per quanto riesca a ricordare.

Un tempo, prima che io nascessi, cosi dice la storia, Lo Hawk si annoiò della vita del villaggio e se ne andò. Giunsero delle voci: era andato su una luna di Giove a estrarre un metallo che si insinuava in vene azzurre attraverso la roccia. Piú tardi aveva lasciato il satellite di Giove per navigare su un mare fumigante in qualche mondo dove tre soli gettavano la propria ombra sul ponte di scarico di una nave piú grande di tutto il nostro villaggio. Successivamente, si diceva che si fosse fatto strada attraverso una sostanza che fondeva trasformandosi in fumi velenosi, in un luogo cosi lontano che non c'era alcuna stella a rischiarare le notti che duravano un anno intero. Quando furono trascorsi sette anni, La Dire, a quanto pare, decise che era tempo di tornare. Lasciò il villaggio e ritornò una settimana dopo - con Lo Hawk. Dicono che non fosse cambiato molto, per cui nessuno gli chiese dove era stato. Ma è dal suo ritorno che iniziò il contrasto silenzioso che uní La Dire e Lo Hawk piú dell'amore.

«... si deve conservare» disse Lo Hawk.

«... si deve cambiare» disse La Dire.

Di solito era Lo Hawk ad arrendersi, perché La Dire era una donna di vaste letture, di grande cultura e di grande ingegno; Lo Hawk era stato un bravo cacciatore in gioventú e un bravo guerriero quando ce n'era stato bisogno. Ed era abbastanza saggio da ammettere nei fatti, se non a parole, che tale bisogno non esisteva piú. Ma questa volta Lo Hawk fu irremovibile:

«Comunicare è essenziale, se vogliamo diventare esseri umani. Personalmente, preferirei un qualunque cane dal muso schiacciato che viene dalle colline e può arrivare a esprimere quaranta o cinquanta delle nostre parole per far conoscere i suoi desideri, piuttosto che un bambino muto. Oh, le battaglie che ho visto in gioventú! Quando sconfiggemmo i ragni giganti, o quando l'invasione dei funghi si diffuse dalla giungla, o quando distruggemmo con la calce e il sale le lumache di sette metri che venivano fuori dal terreno, vincemmo queste battaglie perché potevamo parlare l'uno con l'altro, gridare istruzioni, muggire un avvertimento, sussurrarci i nostri piani nell'oscurità crepuscolare delle grotte-madri. Si, preferirei dare del La o del Lo a un cane parlante!»

Qualcuno fece un commento cattivo: «Be', potresti benissimo dargli del Le!» La gente ridacchiava. Ma i piu anziani sono molto bravi a ignorare questo tipo di provocazioni. E in ogni caso, tutti ignorano un Le. Comunque, la questione non fu mai risolta. Verso il calar della luna la gente se ne andò, subito dopo che qualcuno aveva suggerito di riprendere il giorno dopo. Tutti se ne andarono producendo scricchiolii con i piedi. Friza, scura e bella, stava ancora giocando con i ciottoli.

Friza non si muoveva quando era bambina perché sapeva già come farlo. Guardandola nella luce tremolante (io stesso avevo solo otto anni) ebbi il primo indizio del perché non parlava: raccolse uno dei ciottoli e lo lanciò, con cattiveria, sulla testa del tizio che aveva fatto quell'osservazione riguardo al 'Le'. Anche a otto anni era sensibile. Lo mancò, e solo io vidi. Ma vidi anche il ringhio che le contorceva il volto, la tensione nelle spalle, il modo in cui contrasse le dita del piede - stava seduta a gambe incrociate - mentre tirava. Aveva i pugni intrecciati in grembo. Capite, non ha usato le mani o i piedi. Il ciottolo sorse dalla polvere, sfrecciò nell'aria, mancò il bersaglio e vibrò attraverso le foglie piú basse. Ma io vidi: fu lei che lo gettò.

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