Copertina
Autore Angelo Del Boca
Titolo Il mio Novecento
EdizioneNeri Pozza, Vicenza, 2008, Il cammello battriano , pag. 572, ill., cop.fle., dim. 14x21,5x4,8 cm , Isbn 978-88-545-0271-0
LettoreRiccardo Terzi, 2009
Classe storia contemporanea d'Italia
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Indice


Introduzione                                          5

 1. L'oro della valle Antigorio                       9
 2. Il peso assurdo del caso                         45
 3. Una difficile scelta                             57
 4. Crodo nella bufera della guerra                  75
 5. Tra maestri e padrini                            92
 6. Il privilegio di viverle accanto                111
 7. Ho mancato di rispetto a d'Annunzio             123
 8. Capocronista a Torino                           158
 9. Una, dieci, cento battaglie                     175
10. Fra giornalismo e fotogiornalismo               220
11. Ho scelto la casa socialista                    236
12. Le lunghe notti in via Fava                     247
13. Aspetto un segno da te, uno qualsiasi           261
14. I miei amici preti                              274
15. Alla guida dell'Istituto storico
    della Resistenza di Piacenza                    299
16. Come non diventai senatore                      312
17. L'arma proibita di Mussolini                    330
18. Aspettando il colonnello Gheddafi               360
19. Scene di pietà a Calcutta e in Ossola           378
20. Diario ossolano                                 388
21. Bilancio di un secolo                           405
22. L'università prima mi boccia, poi mi premia     416
23. Italiani, brava gente?                          433
24. La mia Africa                                   454
25. Lavorare non stanca                             496

Note                                                523
Indice dei nomi                                     553


 

 

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Pagina 5

Introduzione



Sono nato nel maggio del 1925, ma i miei ricordi vanno più indietro, almeno di un decennio. Mentre gli altri bambini venivano allietati con le fiabe di Jakob Grimm o con le storie eroico-sentimentali di Edmondo De Amicis, a me toccava ogni giorno entrare nell'inferno delle trincee dell'Isonzo a causa di un padre ossessionato dai gas e dalle mattanze della prima guerra mondiale.

A fare di me un buon testimone del Novecento è valsa anche la mia scelta professionale, che mi ha portato in ogni angolo del mondo, dove c'era qualcosa di insolito o di catastrofico da verificare. Così posso ben dire di aver vissuto quasi l'intero secolo, pienamente e dotato degli strumenti più validi per percepirlo. Per oltre sessant'anni, infatti, prima come giornalista, poi come storico e docente, ho lavorato per fornire informazioni agli altri. stato un lavoro particolarmente gradevole, perché secondato da un'inesauribile curiosità e dal piacere di tradurre in parole, in immagini, in verità a volte scomode, ciò che ho visto da "inviato speciale" o scoperto da studioso nelle carte degli archivi. stato soprattutto un grande bisogno di testimoniare, di denunciare menzogne e mistificazioni, che mi ha fatto scegliere quelle professioni. E penso che continuerò sino alla fine dei miei giorni, fintantoché mi resterà un lettore e un contestatore, a esercitare il mio diritto-dovere di testimoniare e di informare.

Fatte queste premesse, penso di poter offrire una visione abbastanza fedele del Novecento e dintorni intrecciando la mia vita professionale con gli avvenimenti di cui sono stato testimone. Per rileggere il passato, ritengo che il miglior modo sia quello di raccogliere in questo volume scritti editi e inediti che abbiano un qualche risvolto autobiografico. Per esempio, reportage da paesi, come Algeria, Etiopia, Libia, Israele, Sudafrica, Vietnam, le cui vicende hanno influenzato la mia esistenza e destato l'interesse di milioni di uomini. Ma c'è molto, del secolo appena concluso, anche in tanti miei racconti apparsi su quotidiani e riviste ormai scomparsi. E in brani di libri non più ristampati. E in pagine di diario, dove mi sono confessato e dove ho cercato conforto.

Non è stato un lavoro facile. La parte più ardua e faticosa di questo assemblaggio è stata quella di reperire il materiale necessario nel mio archivio, seguendo gli stessi criteri che impiego quando debbo scrivere un libro di storia. Si è trattato, dunque, di raccogliere un'infinità di documenti, di selezionarli con estrema severità e di trovare un collante e un filo conduttore per rendere percettibile la storia di un uomo e, nello stesso tempo, la storia del secolo che lo ha avuto come testimone. Spero di esserci riuscito.

Come scrivo più diffusamente in un'altra parte del libro, il Novecento è stato un secolo denso di avvenimenti, molto spesso crudeli, come pochi altri. Un secolo che ha visto due guerre mondiali, con un centinaio di milioni di morti e l'impiego di armi nuove e devastanti. Ha visto l'Olocausto e la proliferazione dei GULAG. Ha visto il massacro degli armeni, dei libici, degli etiopici, dei malgasci, dei vietnamiti, degli algerini. Ha visto la decimazione degli abitanti di Nanchino e lo sterminio di due milioni di cambogiani, di cui restano piramidi di teschi. Ha visto una serie quasi ininterrotta di guerre locali, di conflitti razziali, di "pulizie etniche". Ha visto i paesi dell'Occidente diventare sempre più ricchi e quelli del Terzo e Quarto Mondo diventare sempre più poveri.

Anche per l'Italia il Novecento non è stato un secolo clemente. Un milione di morti nelle due guerre mondiali; vent'anni di isolamento e di libertà calpestata a causa della dittatura fascista; un paese da ricostruire interamente dopo il 1945. Poi qualche decennio di tregua, che ha visto la modernizzazione del paese, il tentativo, in parte riuscito, di raggiungere l'uguaglianza sociale, realizzare le prime grandi riforme, a cominciare da quella della sanità. Una tregua interrotta però dagli anni di piombo e dall'estendersi su tutta la penisola di una criminalità organizzata i cui introiti la rendono oggi la prima azienda italiana.

Dunque, non è per nulla confortevole il bilancio di fine secolo. Siamo al primo posto, in Europa, per il calo demografico e l'invecchiamento della popolazione. Siamo al decimo, nel mondo, fra i paesi che più inquinano. L'emigrazione dei cervelli non conosce sosta. Il peso del debito pubblico (70 miliardi di euro di interessi passivi ogni anno) condiziona pesantemente l'attività di ogni governo. Lo spreco nella pubblica amministrazione ha raggiunto livelli mai visti. L'immigrazione cresce in maniera tumultuosa e produce, sotto la regia leghista, forme di inusitato razzismo e la paranoia dell'invasione. Per finire, lo scandalo di "mani pulite" ha posto fine alla prima repubblica.

Non c'è stato, malauguratamente, un cambio di tendenza con l'inizio del nuovo secolo e del terzo millennio. Alle vecchie piaghe se ne sono aggiunte altre, non meno preoccupanti. Dopo una breve pausa, hanno ripreso ad agire le Brigate Rosse con gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Il sistema politico del bipolarismo e dell'alternanza non funziona più mentre il distacco dei cittadini dalla politica si è fatto molto grave, tanto da dar fiato ai "grilli parlanti". La fragilità delle strutture produttive sommata all'incapacità di eseguire le opportune riforme e ai troppi veti, crea nel paese un'incertezza diffusa. La povertà non dà tregua a strati sempre più consistenti della popolazione. L'insicurezza spinge i cittadini ad acquistare un'arma. Crolla il consenso nelle istituzioni: si salvano soltanto le forze dell'ordine e il presidente della repubblica. Cresce la quota di italiani che considera legittima l'evasione fiscale. Il 2007 verrà anche ricordato per la strage alla Thyssen-Krupp e per le 1362 "morti bianche". Ma sarà anche ricordato per la strage ininterrotta di extracomunitari nel canale di Sicilia.

Di questa sofferenza del paese scrivono anche autorevoli giornali come il «New York Times»: «Tutto il mondo ama l'Italia [...], ma l'Italia non sembra più amare se stessa. La parola usata da queste parti è malessere e indica una sorta di depressione collettiva economica, politica e sociale ben riassunta in un sondaggio recente, secondo cui gli italiani, anche se sostengono di essere maestri nell'arte del vivere, sono il popolo meno felice nell'Europa occidentale».

Che esista un malessere in Italia, e non da oggi, è un fatto sicuramente accertato. Ma non c'è nulla di nuovo, di estremamente inquietante, nella denuncia del «New York Times» e di altri foglio. Malessere non significa declino. Altre volte il nostro paese si è trovato a dover affrontare crisi che sembravano insormontabili. Si pensi soltanto agli anni dello stragismo di destra, con uno spaventoso bilancio di morti e feriti; ai vent'anni della sfida brigatista, con l'assassinio di Aldo Moro; all'offensiva della mafia nel 1992 che portò all'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nonostante questi gravissimi avvenimenti, l'Italia riuscì a superare le crisi e a riprendere il suo cammino.

Malessere, dunque, sfiducia nelle istituzioni, pessimismo, ma non declino inarrestabile di una nazione, come alcuni proclamano con impulsi autodistruttivi. Non è in declino un paese che ha condotto con successo alle Nazioni Unite la campagna contro la pena di morte e ha un peso crescente sullo scenario mondiale. Non è in declino un paese che possiede enormi risorse umane e collaudate capacità di reagire anche nelle situazioni più difficili. E già si avvertono segnali di ripresa, come il netto calo della disoccupazione, lo straordinario incremento del commercio estero, il fatto che nel solo 2007 le industrie italiane hanno fatto acquisti di aziende straniere per 57 miliardi di euro, la coraggiosa presa di posizione degli imprenditori di Palermo, che sfidano la mafia rifiutandosi di pagare la tangente e denunciando gli estorsori. la prima volta che accade. un segnale forte.

E infine io continuo a riporre una grande fiducia in quell'esercito di quattro milioni di volontari, «che ogni giorno, in silenzio, quasi in segreto, scende nelle strade d'Italia e del mondo per combattere la sofferenza nei suoi mille aspetti». Un paese che possiede una tale risorsa, che molti ci invidiano, non può soggiacere a lungo nel malessere, non può imboccare la strada del declino.

Torino, l maggio 2008

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Pagina 330

17.
L'arma proibita di Mussolini



La principale accusa che avevo cominciato a formulare, a partire dal 1965, contro il regime fascista, era quella di aver usato l'arma chimica nelle sue guerre africane. Non era soltanto un delitto condannato dal trattato internazionale di Ginevra, lo era anche in quanto violenza premeditata e pianificata contro popolazioni considerate inferiori e comunque "diverse".

I gas erano stati usati sporadicamente in Libia nel 1928 e nel 1930, durante le campagne per la riconquista della colonia, e sistematicamente in Etiopia fra il 1935 e il 1939. Consideravo questo intervento bellico un atto gravissimo, anche perché era stato praticato nel più assoluto segreto, a conoscenza soltanto degli alti comandi dell'esercito e dell'aviazione.

Le mie rivelazioni, infatti, destarono all'inizio incredulità e sdegno, tanto che si dubitò delle mie fonti e della mia obiettività di storico. Poi, con il passare degli anni, quando del problema cominciarono a occuparsene anche i fogli del neofascismo e di un conservatorismo nostalgico, allora la campagna denigratoria nei miei confronti non conobbe più limiti né pause e si trasformò in un autentico linciaggio. Ciò che mi disturbava, soprattutto, era il silenzio delle autorità militari, che conoscevano perfettamente ciò che era accaduto in Africa, perché erano depositarie dei documenti che provavano l'impiego dei gas.

Fu soltanto nel febbraio 1996 che il ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari, ammise l'uso dell'arma chimica in Etiopia e corredò la dichiarazione con alcuni documenti firmati da Badoglio. In uno di questi, il maresciallo certificava che nella sola battaglia dell'Endertà erano state impiegate 60 tonnellate di iprite. Il saggio che segue, che ho voluto intitolare Una lunga battaglia per la verità, riassume trent'anni di attività e di scontri per riuscire a imporre all'attenzione dell'opinione pubblica un crimine rimasto impunito e per tanti decenni rimosso dalla memoria collettiva. Il saggio fa parte di un volume dal titolo I gas di Mussolini, apparso nel 1996 presso gli Editori Riuniti.


Una lunga battaglia per la verità

La rimozione delle colpe

Il segreto è durato ottant'anni. Se qualcuno, documenti alla mano, cercava di dimostrare che il regime fascista aveva usato l'arma chimica nel corso delle sue guerre africane veniva prontamente sbugiardato, messo a tacere in malo modo, minacciato o, nel migliore dei casi, deriso e messo alla gogna come antitaliano. Mai segreto è stato tanto caparbiamente difeso, prima dal regime fascista, poi dall'Italia della prima repubblica. C'è voluto l'insediamento di un governo di tecnici, quello di Dini, perché il Ministero della Difesa, prima nella persona del sottosegretario Carlo Maria Santoro e poi in quella del ministro Domenico Corcione, si decidesse ad ammettere ciò che siamo andati scrivendo dal 1965 e che ora cercheremo di riassumere.

Firmataria a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque Stati, di un trattato internazionale che proibiva l'utilizzo di armi chimiche e batteriologiche, neppure tre anni dopo l'Italia violava il solenne impegno usando gas asfissianti (fosgene) per annientare la tribù ribelle dei mogàrba er raedàt, che agiva nella Sirtica. Dopo gli attacchi aerei del 6 gennaio e del 4, 12 e 19 febbraio 1928, il generale Cicconetti scriveva in un suo rapporto: «A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l'apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più». Accertata l'efficacia distruttiva ma anche terrorizzante dell'arma chimica, il governatore della Libia, generale Pietro Badoglio, autorizzava il 31 luglio 1930 un bombardamento all'íprite dell'oasi di Taizerbo, dove si sospettava avessero trovato rifugio nuclei di ribelli fuggiti dalla Tripolitania in seguito alle grandi operazioni di polizia coloniale condotte da Graziani. In realtà nell'oasi non c'era un solo ribelle. L'iprite fece strage di pastori e contadini.

Dell'impiego dei gas nelle operazioni per la riconquista della Libia, in Italia non giungeva alcuna eco, tanto era fitta la griglia della censura. Non era così, invece, per il mondo arabo, subito informato di questa e di altre infamie. Ma il regime fascista non sembrava preoccuparsi troppo per le campagne di stampa antitaliane e per la minaccia, formulata da alcune organizzazioni arabe, di boicottare merci e istituzioni italiane. Anche quando, nel 1935, veniva decisa l'aggressione all'Etiopia, Roma sembrava disinteressarsi delle possibili reazioni dell'opinione pubblica internazionale e non mostrava alcuna esitazione nell'inviare in Eritrea e in Somalia forti quantitativi di aggressivi chimici, i quali non passavano inosservati durante il transito delle navi italiane nel canale di Suez. Tra l'agosto 1935 e il maggio 1936 venivano stoccati, nei depositi di Sorodocò, Adigrat e Adua, ben 617 tonnellate di materiali per il servizio chimico. In Somalia, alla fine di settembre del 1935, risultavano sbarcate 36 tonnellate di iprite.

Se in Libia, come abbiamo visto, il ricorso all'impiego dei gas era abbastanza limitato sia per la frequenza degli attacchi sia per il quantitativo di aggressivi usati, in Etiopia la guerra chimica assumeva invece un ruolo di primo piano, anche se non sarà determinante per le sorti del conflitto. Si può anzi sostenere che Badoglio e Graziani avrebbero comunque vinto la guerra anche senza ricorrere ai gas, vista la superiorità schiacciante dei loro eserciti e il dominio assoluto dei cieli. E questo fatto rende ancora più pesante la responsabilità di Mussolini, il quale, durante i sette mesi della guerra, si è sempre arrogato la facoltà di ordinare o di sospendere l'uso dei gas, dispensando la morte più in base ai suoi calcoli politici che alle sue intuizioni strategiche.

L'inizio della guerra chimica coincideva con l'arrivo delle armate etiopiche in prossimità delle linee italiane, tanto sul fronte Nord quanto sul fronte Sud. Per bloccare l'avanzata di ras Immirú, che aveva riconquistato lo Scirè e puntava speditamente all'Eritrea, e quella di ras Destà Damtèu, che aveva come primo obiettivo Dolo italiana, Mussolini autorizzava Badoglio e Graziani a parare la duplice minaccia ricorrendo all'uso sistematico dei gas. Dal 22 dicembre 1935 al 29 marzo 1936 la sola aviazione effettuava il lancio di 972 bombe C.500.T sugli obiettivi del fronte settentrionale, per complessive 272 tonnellate di iprite. Ma già il 9 gennaio, dopo i bombardamenti di Dembeguinà, Addi Rassi, Mai Timchet, Meyda Merra e dei guadi dei torrenti Buffa, Segalà e Gominà, Badoglio segnalava al ministro delle Colonie Lessona che la pressione dell'avversario era diminuita poiché «l'impiego dell'iprite si è dimostrato molto efficace, specie verso la zona del Tacazzè. Circolano voci di terrore per gli effetti dei gas». Badoglio ricorreva anche alle artiglierie per gasare gli etiopici. Nel corso della battaglia dell'Amba Aradam (11-15 febbraio 1936) le batterie da 105/28 sparavano infatti 1367 proiettili caricati ad arsine.

Sul fronte meridionale, l'offensiva a base di aggressivi chimici cominciava il 24 dicembre 1935, due giorni più tardi che sul fronte Nord, e proseguiva, con alcune interruzioni, sino al 27 aprile 1936. In questi quattro mesi l'aviazione della Somalia sganciava 95 bombe C.500.T a iprite, 186 bombe da 21 chilogrammi a iprite e 325 bombe a fosgene da 41 chilogrammi, per un totale complessivo di 44 tonnellate di gas. Il maggior numero di bombe veniva scaricato sui centri dell'Ogaden, come Sassabanèh, Dagahbùr, Hamanlei, Bircùt, Gunu Gadu e Bullalèh, dove l'armata del degiac Nasibù Zamanuel opponeva una resistenza disperata. Ma un notevole quantitativo di iprite e di fosgene (137 bombe) veniva lanciato anche su Areri, Dida Ringi, Gogoru, Màlca Dída, Neghelli e Uadarà mentre Graziani inseguiva con le sue colonne celeri l'armata in disfacimento di ras Destà Damtèu. «Risulta che i grossi riuniti risalgono il canale Doria e la strada di Neghelli in piena ritirata» telegrafava Graziani a Lessona il 15 gennaio 1936. «Ovunque lungo il fiume e nelle caverne rinvengonsi centinaia di morti per gas, stenti e ferite». Non risulta, invece, che Graziani abbia usato proiettili di artiglieria caricati a gas.

Secondo i calcoli di Giorgio Rochat, che ha lavorato a lungo sui documenti conservati negli archivi militari italiani, la sola aviazione avrebbe lanciato durante il conflitto italo-etiopico 1597 bombe a gas, in gran parte del tipo C.500.T, per un totale complessivo di 317 tonnellate. Ma lo stesso autore riconosce che le sue «ricerche si son limitate alle cartelle apparentemente più interessanti degli archivi militari citati (oltre un centinaio) e quindi non possono avere pretese di completezza». Anche altri storici che hanno studiato il problema sono prudenti nel fornire le cifre definitive delle bombe sganciate. Roberto Gentilli propende per 1593 bombe, così suddivise: 1020 lanciate sul fronte Nord e 573 sul fronte Sud. Alberto Sbacchi, dopo un accurato esame delle operazioni di carico e scarico dei magazzini, propende invece per 2582 bombe. Egli aggiunge, inoltre, che altre 524 bombe a gas sono state usate, dopo l'occupazione di Addis Abeba, durante le operazioni contro i patrioti etiopici. Sul periodo 1936-1939 Gentilli è ancora più preciso. Dopo aver esaminato i «Diari storici» dei vari stormi, calcola in 99 i bombardamenti a gas, con l'impiego di 296 bombe C.500.T, 195 bombe C.100.P e 60 bombe da 40 chilogrammi al fosgene. Anche se questa tragica contabilità appare ancora incompleta, si può comunque ritenere che dal 1935 al 1939 siano state sganciate sui soldati e sui civili etiopici non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici.

Resta da aggiungere che il regime fascista ha sempre respinto le accuse del governo etiopico di aver fatto ricorso ai gas. «La guerra chimica» fa rilevare Rochat «fu infatti cancellata dalla stampa, dalla produzione documentaria e memorialistica e dalla coscienza popolare con un'efficacia che ha pochi precedenti». Ancora nel dopoguerra e sino a pochissimi anni fa era impossibile affrontare l'argomento in sede storiografica senza essere incolpati di falso e di vilipendio delle forze armate.

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Pagina 341

Il sogno africano di Montanelli

L'altro mio grande contestatore era, come abbiamo già riferito, Indro Montanelli. Questo giornalista, che poi nei sessant'anni successivi alla guerra italo-etiopica avrebbe dominato la scena della carta stampata, aveva ovviamente meno responsabilità di Lessona in quello sciagurato conflitto. La sola colpa di Montanelli era di aver creduto nel fascismo e nei suoi valori e nell'ineluttabilità del suo espansionismo in Africa: «Facemmo domanda di partir volontari, senz'altro programma che quello di essere anche noi non ritardatari finalmente su questa che è oggi la vena pulsante della Patria, il punto nodale della sua geografia e della sua storia».

Ma per Montanelli l'avventura africana era anche «una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di banco di scuola. E, detto fra noi, era ora». Non sorprende, quindi, che l'ammirazione di Montanelli per Mussolini finisse per sconfinare nell'idolatria: «Oggi Egli è diventato l'unico spettatore delle nostre gesta. Intendo dire che tutto ciò che facciamo è a Lui solo riferito, del consenso o dell'indignazione altrui poco importandoci. Il pubblico più non esiste. Finita l'epoca degli amoreggiamenti e civettamenti con le folle, il rapporto con la società si è trasformato e condensato nel rapporto con un uomo». Per finire, Montanelli era andato in Africa «anche per ragioni letterarie: non a cercar "colore", ma a cercarvi una coscienza d'uomo. Necessaria: a tutti, ma specialmente a un artista. Ecco il mio profitto personale in guerra: una coscienza d'uomo. La quale mi permetterà molte cose e me ne vieterà moltissime altre: e, per esempio, di fare domani, per professione, il "reduce"».

In seguito Montanelli avrebbe rotto con il regime fascista e con il suo fondatore e sarebbe addirittura finito in una galera gestita dalle SS. E tuttavia, nel dopoguerra, avrebbe ostinatamente difeso l'avventura italiana in Etiopia, pur riconoscendo che «il colonialismo era già in crisi in tutta l'Africa e che l'Etiopia non sarebbe mai diventata una colonia di "popolamento" in cui scaricare l'esubero della nostra manodopera». E tuttavia non «riusciva a vergognarsene» perché la maggioranza degli italiani l'aveva desiderata e acclamata, e infine perché aveva dimostrato che il soldato italiano era diverso, più umano, più tollerante degli altri conquistatori: «Sono convinto che il nostro colonialismo sia stato, fra tutti, il più umano, o il meno disumano: come dimostra il ricordo che gli stessi etiopici, per non parlare degli eritrei, conservano degli italiani». In altre parole, il Montanelli storico condannava l'impresa etiopica come anacronistica e rovinosa per l'economia, mentre il Montanelli reduce, a dispetto degli impegni assunti, si univa al coro dei nostalgici per esaltare l'avventura africana, che oltretutto gli ricordava gli anni verdi della giovinezza, la moglie dodicenne comprata e rivenduta, e un sacco di altri ricordi eccitanti.

Come Lessona, anche Montanelli non poteva condividere la mia impietosa ricostruzione dei fatti, perché essa non lasciava alcuno spazio ai suoi tentativi difensivi, dettati più dalla nostalgia che dalla ragione. Soprattutto non poteva sopportare che l'impresa africana, solare nei suoi ricordi, potesse venire infangata da accuse infamanti come l'impiego dell'arma chimica. Su questo punto Montanelli era irremovibile. Testardo come un mulo. Pronto a menar fendenti a dritta e a manca. La sua certezza si basava su due circostanze: l'essere stato di persona sul teatro degli avvenimenti e l'aver raccolto una dichiarazione di Badoglio, secondo la quale in Etiopia erano stati usati i gas soltanto «una volta, per sbaglio e senza nessun effetto. Fu nella battaglia dell'Endertà che un giorno una batteria, di sua iniziativa, lanciò una bomba all'iprite, ma era deteriorata e non ebbe conseguenze. Sarebbe stata una sciocchezza usare i gas in quella guerra». Montanelli ha sempre avuto una grande considerazione di se stesso e si è sempre ritenuto più furbo degli altri. Ma questa volta il vecchio maresciallo piemontese si prendeva gioco dello smaliziato toscano perché durante la battaglia dell'Endertà, che aveva personalmente diretto, erano state sparate non una, ma 1367 bombe caricate ad arsine.

Esattamente come Lessona, Montanelli cominciò a contestare il contenuto delle mie pubblicazioni sin dal 1965. Due erano i rimproveri che mi muoveva: l'avere espresso un giudizio estremamente severo sul colonialismo italiano e l'aver denunciato l'impiego su vasta scala dei gas. Montanelli, però, a differenza di Lessona, non polemizzava direttamente con me. Mi colpiva rispondendo ai suoi lettori, di cui curava la rubrica prima sul «Corriere della Sera», poi sul «Giornale» e infine sulla «Voce». Per trent'anni, metodicamente, spesso usando le stesse parole, quasi avesse azionato un disco rotto, mi metteva alla gogna, quando non mi crocefiggeva. Il suo linguaggio, infatti, già abitualmente pungente, nei miei confronti era astioso, quando non era brutalmente offensivo. Più volte tentai di replicare indicandogli la collocazione archivistica dei documenti più significativi sull'impiego dell'arma chimica. Ma fu tutto inutile. Allora mi disinteressai delle sue campagne diffamatorie e archiviai Montanelli fra i casi disperati, incorreggibili.

Finché un bel giorno d'agosto del 1995 ebbi la gradita sorpresa, sfogliando il «Corriere della Sera», di scoprire che Indro Montanelli aveva dedicato al mio ultimo libro, Il Negus. Vita e morte dell'ultimo re dei re, un'intera pagina. La sorpresa fu ancora più gradita quando mi accorsi che il linguaggio di Montanelli nei miei riguardi era totalmente cambiato. Non più ostile, non più becero, ma estremamente educato e riguardoso. E non mancavano gli elogi, come il riconoscimento che ero «certamente il più serio e agguerrito storico del colonialismo italiano». Ma c'era di più. Montanelli giudicava il saggio «bellissimo» e aggiungeva che il ritratto del Negus era «il più completo e convincente fra quanti ne abbiamo letto in tutte le lingue».

Montanelli, tuttavia, non aveva cambiato opinione. Attestava che ero serio e brillante, ma restava tenacemente aggrappato alle sue posizioni: «Da Angelo Del Boca mi separa una pregiudiziale di fondo: la tesi (sua) secondo cui questo colonialismo fu particolarmente feroce. Secondo me una volta accettato e accertato che il colonialismo è sempre un atto di ferocia, quello italiano, anacronistico, rovinoso per l'economia nazionale, frutto e fonte di ambizioni sbagliate, ispiratore della retorica più insopportabile e arena di sfacciati carrierismi fu però tra i più umani. E lo dico da testimone, avendo partecipato, sia pure da piccolo ufficiale subalterno, al suo capitolo, se non più glorioso, certamente più vistoso: la conquista dell'Etiopia». Anche sulla questione dei gas Montanelli non aveva cambiato parere: «Badoglio seppe usare con accortezza i larghissimi mezzi che Mussolini gli mise a disposizione. Ma fra questi mezzi non vi furono i gas tossici; o, se ci furono, vennero usati solo a scopo sperimentale in episodi marginali».

Montanelli era stato molto garbato con me, ma la sua ostinazione meritava una replica, che il «Corriere della Sera» ospitava l'indomani stesso della comparsa del suo intervento. Scrivevo, fra l'altro: «Speravo proprio, dopo trent'anni, che Indro Montanelli chiudesse finalmente questa polemica ammettendo che le informazioni sulla guerra chimica in Etiopia, da lui ricevute dal maresciallo Badoglio, non rispondevano alla verità, e dandomi atto che la mia tesi era quella corretta. Montanelli, invece, si è trincerato ancora una volta dietro un perentorio "io ero sul posto, non ho visto segni di iprite". E ha sostenuto, inoltre, che le testimonianze sui gas che io cito sono tutte di fonte etiopica. Quindi di fonte sospetta». A questo punto, per evitare che la polemica si esaurisse, ancora una volta, con un nulla di fatto, proponevo a Montanelli di chiedere al Ministero degli Esteri e al Ministero della Difesa, che sono i depositari degli archivi da me consultati nella ricerca sui gas, «di intervenire nel dibattito con una nota ufficiale, sciogliendo finalmente questo nodo della nostra storia nazionale che tanto ha fatto e fa discutere».

Montanelli, sullo stesso numero del giornale, aderiva prontamente alla mia proposta: «Io non dubito minimamente della serietà dei documenti che lei, caro Del Boca, ha citato. Dubito soltanto, da testimone oculare, della loro rispondenza ai fatti. Per cui unisco al suo il mio invito ai ministeri interessati perché ci dicano finalmente se l'ordine di lanciare i gas fu realmente impartito (il che è probabile); e se fu realmente eseguito, il che mi sembra difficile, per non dire impossibile per l'assoluta mancanza di bersagli contro cui usarli. [...] Ma se dagli archivi dei ministeri cosidetti competenti risultasse che noi ascari e alpini fummo buttati alla controffensiva senza nemmeno avvertirci che avanzavamo in un inferno di iprite; se tutto questo risultasse vero, non mi limiterei a chiederne scusa a Del Boca. Reclamerei un processo alla memoria dei nostri comandanti con finale condanna al rogo in effigie».

Montanelli non si era ricreduto, ma aveva accettato il lodo arbitrale della Difesa e degli Esteri, e ciò costituiva un innegabile passo in avanti. La polemica si sveleniva e diventava un sereno, costruttivo dibattito, quel dibattito sul colonialismo che finalmente arrivava, sia pure con mezzo secolo di ritardo. Lo rivelava anche Gianni Riotta, quando scriveva: «Insomma, una civile contesa tra due professioni, lo storico che giura sugli archivi, l'inviato che giura sui suoi occhi». La discussione si protraeva tra agosto e ottobre, con un centinaio di interventi su quotidiani e settimanali, che avevano una duplice e benefica funzione: quella di produrre inedite testimonianze sul conflitto italo-etiopico e quella di risvegliare l'interesse del grande pubblico per una pagina di storia ormai dimenticata.

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Lungo il processo di smitizzazione

L'ammissione, da parte del governo, dell'impiego dell'arma chimica in Etiopia, anche se tardiva e, per certi aspetti, ancora reticente, costituiva tuttavia una grossa novità per il nostro paese, dove sembra avere sempre più fortuna la corrente revisionista. Il dibattito sui gas e sui crimini del fascismo in Africa, che si è svolto fra l'agosto del 1995 e il febbraio del 1996 sulla stampa nazionale, quotidiana e periodica, non ha certo raggiunto la dimensione, l'intensità e la scientificità che avevamo auspicato, ma costituiva indubbiamente un buon avvio per contrastare quella rimozione, quasi totale nella coscienza degli italiani, del fenomeno del colonialismo e degli arbitrii, soprusi, crimini e genocidi a esso legati.

Se il governo Dini, primo fra i governi della Repubblica, ha avuto la forza morale di interrompere quella spirale di omertà, che è la causa prima della rimozione di cui abbiamo parlato, c'è da augurarsi che in futuro non si facciano passi indietro, ma si prosegua quella ricerca della verità che ha già dato i suoi primi frutti. Quella di scavare nel nostro passato coloniale non è una impresa facile, né gradevole, lo riconosco. Ogni volta che crolla un mito, perché se ne rivela la falsità, bisogna fare i conti con chi, in buona o mala fede, vi ha creduto, e non vuole arrendersi all'evidenza, si ribella, non si dà pace. Montanelli, per esempio, ha finalmente ammesso l'impiego dei gas in Etiopia, ma quando rinuncerà anche alla sua visione mitizzata del colonialismo italiano? Scriveva il 29 ottobre 1995, in risposta a un lettore che gli chiedeva un giudizio globale sulla conquista dell'Etiopia: «Sono convinto che il nostro colonialismo sia stato, fra tutti, il più umano, o il meno disumano».

Era difficile accettare questo giudizio quando sul mio tavolo da lavoro c'erano, allineate, quattro grandi fotografie che un "reduce d'Africa" mi aveva fatto pervenire conservando però l'anonimato. Le foto erano sprovviste di didascalie, ma per me, comunque, sarebbero state superflue. Si trattava di quattro sequenze dell'ultimo oltraggio inflitto al patriota etiopico Hailù Chebbedè. Considerato dall'imperatore Hailè Selassiè come uno dei suoi migliori generali (in particolare si era distinto nelle battaglie dell'Amba Tzellerè, di passo Uarieu e in quella conclusiva di Mai Ceu), il degiac Hailù Chebbedè, dopo la sconfitta, non aveva abbandonato l'Etiopia, come molti altri dignitari, e aveva subito organizzato la guerriglia nella zona di Socotà, la regione di cui era stato governatore. Ben presto sarebbe diventato l'incubo del viceré Graziani, perché i suoi audaci commando non si limitavano soltanto ad assalire i convogli che transitavano sulle strade, ma attaccavano e saccheggiavano anche centri dell'importanza di Quoram.

Nell'estate 1937 Hailù Chebbedè invitava tutti gli etiopici a ribellarsi agli italiani e in breve la rivolta assumeva dimensioni così vaste da costringere il maresciallo Graziani ad assumere personalmente la direzione delle operazioni repressive. Anche perché da Roma, dove all'inquietudine stava per subentrare il panico, gli giungevano di continuo ordini e sollecitazioni. Il 12 settembre, per esempio, il ministro dell'Africa italiana, Lessona, gli inviava questo telegramma: «Il Duce raccomanda che, non appena avrai forze riunite sufficienti, tu agisca con la massima energia contro i ribelli usando ogni mezzo. Ivi compresi i gas. Bisogna assolutamente riprendere al più presto il dominio della zona infetta perché il prolungarsi della situazione incerta favorisce l'estendersi della ribellione».

Il 19 settembre Graziani investiva la regione di Socotà con ventimila uomini, mentre l'aviazione bombardava e inondava di iprite i boschi dove erano nascosti i partigiani di Hailù Chebbedè. Nella mattinata del 24, dopo un aspro combattimento e un vano tentativo di rompere l'accerchiamento, il degiac veniva catturato e immediatamente passato per le armi. La punizione era sicuramente feroce, ma rientrava nella normalità dell'Etiopia del 1937 occupata militarmente dagli italiani. Non rientrava, invece, nelle pratiche ordinarie dell'esercito di una nazione civile la decapitazione della salma di un avversario. Hailù Chebbedè subiva anche questo oltraggio.

Dopo il rifiuto del chirurgo militare Giuseppe Rotolo di staccare con i suoi attrezzi la testa al degiac, un suo collega meno coscienzioso portava a termine l'operazione. Subito dopo la testa veniva riposta in una grossa scatola, che in origine aveva contenuto i biscotti Marie della Lazzaroni, e portata a Quoram, dove sarebbe stata esposta sulla piazza del mercato come monito ai ribelli.

Le fotografie che abbiamo sul tavolo riguardano le ultime scene della macabra operazione. Nella prima c'è un graduato italiano che è chino sulla scatola di biscotti e sta per aprirla. Dietro di lui, con le mani in tasca, c'è un ufficiale della milizia, un ufficiale dell'esercito, alcuni ascari e soldati italiani. Nello sguardo di tutti c'è una curiosità intensa. La seconda foto è stata scattata quando il graduato si è rialzato, ha aperto la scatola e mostra, ridendo, il trofeo all'ufficiale della milizia. Ma è il solo a ridere. Gli altri hanno i muscoli della faccia contratti, sembrano turbati. La terza foto è un primo piano della testa del degiac, tenuta verticale da una rozza gabbia in fil di ferro. Una mano caritatevole ha chiuso gli occhi al morto, che sembra dormire. L'ultima foto mostra un alto palo di legno sul quale hanno inchiodato due assi. All'estremità del più lungo è appesa la testa del degiac Hailù Chebbedè, generale, governatore dell'Uag, patriota. Resterà in quella posizione per molti giorni, sino a quando diventerà irriconoscibile a causa del sole torrido e dell'assalto degli uccelli.

Ci siamo dilungati su questo episodio perché è emblematico della nostra presenza in Etiopia. Foto come queste, che abbiamo con tanta pena descritto, se ne trovano a centinaia, forse a migliaia, negli archivi etiopici, in particolare nella fototeca dell'Institute of Ethiopian Studies di Addis Abeba, ma anche in fototeche italiane e in archivi privati. Abbiamo scritto, altrove: «Negli archivi degli organi giudiziari scampati alle distruzioni della guerra e nelle tasche dei prigionieri italiani, gli etiopici hanno trovato, dopo la caduta dell'impero fascista, una documentazione fotografica particolarmente atroce, allucinante. Ci sono, innanzi tutto, immagini con forche di ogni tipo, rozze o ben finite, con appesi uno o più cadaveri. Non c'è città o villaggio, in Etiopia, dove non siano state rizzate delle forche. Esse rappresentano il simbolo di una giustizia sbrigativa ma molto efficace. Esse devono incutere rispetto e insieme terrore. Spesso i carnefici italiani si fanno fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli le teste mozzate dei patrioti etiopici. In alcune foto gli aguzzini innalzano le teste recise su picche. In altre le fanno rotolare fuori da un cesto. In altre, ancora, le espongono in mostra su di un telone, quasi fossero oggetti da baratto. Un sorriso incerto, impacciato, è stampato sul volto di questi militari italiani, che la propaganda fascista indica come portatori di civiltà e benessere. In realtà, in questo loro crudele e macabro esibizionismo, c'è soprattutto il disprezzo per popolazioni che essi ritengono socialmente e culturalmente inferiori. Tanta ferocia non può essere archiviata con la troppo comoda giustificazione che anche altre nazioni colonialiste si sono macchiate in Africa di analoghi delitti».

Ma c'è anche la sofferenza non documentata dalle fotografie. Il dolore di migliaia di patrioti etiopici rinchiusi nei campi di sterminio di Nocra e Danane o deportati in Italia. Lo strazio dei famigliari dei seimila abitanti di Addis Abeba trucidati dopo il fallito attentato a Graziani. Il tormento per l'uccisione dei 449 preti e diaconi della città conventuale di Debrà Libanòs. Questo e altro fanno del colonialismo italiano un colonialismo come gli altri. Non "diverso", non più "umano", non più "tollerante", come vorrebbe Montanelli e parte degli italiani. Ecco perché, nonostante l'ammissione ufficiale dell'impiego dei gas, siamo soltanto all'inizio del processo di smitizzazione di un'epoca.

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Si chiude il secolo e il II millennio. Un bilancio amaro e inquietante

Si chiude quello che lo storico Eric J. Hobsbawm ha definito il «secolo breve». E tuttavia è stato un secolo denso di avvenimenti, per lo più crudeli, come pochi altri. Un secolo che ha visto due guerre mondiali, con un centinaio di milioni di morti. Ha visto l'Olocausto e la proliferazione dei GULAG. Ha visto il massacro degli armeni (1894-1918), dei malgasci (1947), la decimazione degli abitanti di Nanchino (1937), lo sterminio di due milioni di cambogiani (1971-75). Ha visto una serie quasi ininterrotta di guerre locali, di cui nessuno ha saputo tenere la contabilità delle vittime. Un secolo che ha assistito a uno sviluppo tecnico immane e inarrestabile, ma non privo di rischi. «Se dovessi dire che cosa ai miei occhi è stato decisivo» ha dichiarato il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer, «risponderei che questo secolo ha inventato un'arma mediante la quale la vita sul pianeta può annientare se stessa. Questa è la situazione inquietante cui siamo esposti. Senza tenere conto di ciò, non si capisce nulla dell'attuale politica americana. Possiamo ancora sognare che alla fine una qualche potenza ci salverà. Forse questa potenza è Dio».

Il secolo che muore ha visto il trionfo e la caduta delle ideologie. Prime a scomparire, quella fascista e quella nazista, nella grande fornace della seconda guerra mondiale. Ultima a dissolversi, con la caduta del muro di Berlino, quella comunista, che pure ha alimentato le speranze in un mondo migliore di centinaia di milioni di uomini. Dopo il 1989, a dettare le regole, è rimasto soltanto il capitalismo, che cerca di fare del pianeta un mercato globale. Con la scomparsa dell'Unione Sovietica, che era uno dei due paesi che tutelavano la sicurezza collettiva pur ricorrendo all'equilibrio del terrore, a dominare il pianeta è rimasto soltanto l'impero americano, il quale spesso si sostituisce alle Nazioni Unite nella funzione di gendarme del mondo.

Il crollo delle dittature fascista e nazista e la caduta dell'utopia socialista, per lasciar spazio al villaggio globale, non hanno portato a quei concreti miglioramenti che tutti invocavano. La fine dell'incubo nucleare non ha coinciso con l'avvio di un periodo di pace e di prosperità. Assistiamo al contrario a una proliferazione di conflitti razziali e di "pulizie etniche". Dopo le stragi nelle ex repubbliche della Iugoslavia, nell'Africa centrale e orientale, nelle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, ora si sta combattendo nel Kashmir, nel Dagestan, in Cecenia, nell'Afghanistan, nell'isola di Timor Est, mentre nel Kosovo, appena liberato dalla presenza serba, la situazione è più incerta che mai.

Questo stato precario del mondo è in parte da imputare all'inefficienza delle Nazioni Unite, che il più delle volte giungono in ritardo a spegnere i conflitti, per mancanza di mezzi, ma anche per i voti incrociati che paralizzano il Consiglio di sicurezza. Ma forse si è fatto troppo affidamento sull'ONU, un organismo ormai segnato dal tempo e che andrebbe perlomeno modificato e potenziato. Tanto più da quando gli Stati Uniti, non più contrastati dall'Unione Sovietica, impongono ovunque la loro volontà inseguendo i propri interessi politici, strategici ed economici. Una presenza tanto ingombrante e a volte arrogante da far rimpiangere ad alcuni l'assetto bipolare di un tempo. Tuttavia questo andazzo potrebbe anche non durare a lungo. Secondo le valutazioni di Samuel P. Huntington, «nel mondo post guerra fredda [...] la politica al livello locale è basata sul concetto di etnia, quello al livello globale sul concetto di civiltà. La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà». Gli Stati Uniti, con gli altri paesi dell'Occidente, potrebbero quindi trovarsi a competere con altre civiltà, come la latino-americana, l'africana, l'islamica, la sinica, l'indù, l'ortodossa, la buddista, la giapponese, tutte, in diversa misura, in forte ascesa.

Le teorie di Huntington non sembrano per nulla avventate. Ci sono infatti alcuni fenomeni che rendono oscuro l'orizzonte del III millennio, a cominciare dal fondamentalismo islamico, sempre più aggressivo, dalla Cecenia a Timor Est. La Federazione Russa, nonostante l'instabilità politica, l'economia in crisi e gli scandali finanziari, si batte disperatamente per impedire nuove secessioni fronteggiando, sinora con successo, le spinte di un islam radicale. La recente legalizzazione del Kimigayo, l'inno nazionale di un tempo, e dell' Hinomaru, l'antica bandiera dell'imperialismo nipponico, segna un ritorno al nazionalismo, che potrebbe anche portare al riarmo del paese e all'adozione delle armi nucleari, per la cui fabbricazione Tokyo dispone sia della tecnologia appropriata sia delle riserve di plutonio (25 tonnellate). La Cina, infine, sostituito il marxismo con il nazionalismo, non soddisfatta di aver recuperato Hong Kong e Macao, punta decisamente all'annessione di Taiwan e ad assumere nella regione quella posizione egemonica che fu del Giappone della "sfera di coprosperità".

Di rimando, proprio mentre si chiude il secolo, si avvertono segni di miglioramento tanto in Algeria quanto nel Vicino Oriente. Dopo una guerra civile che ha causato centomila vittime, il 16 settembre 1999 il 98,63 per cento degli algerini ha votato "sì" al referendum indetto dal presidente Abdelaziz Bouteflika, un referendum che prevede un piano per la riconciliazione nazionale. Anche la composizione del conflitto israelo-palestinese ha fatto un ulteriore passo in avanti con i nuovi accordi di Sharm el Sheikh, firmati il 4 settembre 1999 da Ehud Barak e da Yassir Arafat.


Un altro dato inquietante che emerge sul finire del XX secolo riguarda la distribuzione della ricchezza nel mondo. Quaranta milioni di persone muoiono ogni anno di fame. Quattrocento milioni di uomini, donne e bambini vivono in uno stato di schiavitù, come nei periodi più bui della storia. Oltre un miliardo e trecento milioni di esseri umani sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Di rimando, le tre persone più ricche del pianeta possiedono beni che superano la somma del PIL (prodotto interno lordo) dei 48 paesi meno avanzati, mentre le 84 persone più ricche della terra hanno accumulato ricchezze che superano il PIL della Cina, che ha un miliardo e duecento milioni di abitanti. E ciò significa che nel villaggio globale dominato dalle leggi del libero mercato i ricchi sono destinati a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Nell'agosto 1999 i ministri della Cooperazione e dello sviluppo di quattro fra i paesi più ricchi del mondo, Gran Bretagna, Germania, Danimarca e Norvegia, hanno lanciato un appello per combattere fame e sottosviluppo nei paesi del Terzo Mondo. Il primo nodo da sciogliere, per venire in soccorso ai paesi più poveri, è quello del debito estero, che nel 1998 ammontava a 2066 miliardi di dollari, per il quale i paesi indebitati pagano ogni anno 272 miliardi di dollari di soli interessi, pari al 13 per cento del valore delle loro esportazioni. Ma si tratta di una voragine difficilmente colmabile, se si pensa che l'Italia, per esempio, dispensa per la cooperazione soltanto l'1 per mille del PIL. «I paesi europei e gli Stati Uniti» ha detto il presidente del consiglio italiano Massimo D'Alema il 4 marzo 1999 nel corso di una conferenza al Massachusetts Institute of Technology di Boston «dovrebbero accrescere i loro sforzi congiunti per aumentare la possibilità dei paesi più poveri di liberarsi finalmente della trappola del debito. Le tragedie africane sono lì a dimostrarci fino a che punto la risposta disperata a condizioni di vita sempre peggiori finisca per produrre solo conflitti etnici». C'è da augurarsi che ai ripetuti appelli alla generosità di quel sesto della popolazione che possiede i tre quarti della ricchezza del globo facciano seguito decisioni in grado di incidere veramente sul destino delle popolazioni meno fortunate.

Ma non è soltanto la povertà che marchia vistosamente questa fine di secolo. Nell'ultimo decennio l'umanità ha preso coscienza, purtroppo tardivamente, che la salute del pianeta è in serio pericolo. «Tra un secolo» ha scritto Bili Mckibben «la gente non ricorderà gli anni Novanta come il decennio della diffusione di Internet, ma come gli anni in cui la temperatura del pianeta si è elevata, gli anni in cui pioggia, vento, mare e ghiaccio cominciarono in modo irrefutabile a riflettere il potere e la distruzione della nostra specie».

Il riscaldamento del globo, con tutti i suoi effetti disastrosi, non è più soltanto un'ipotesi azzardata, ma una realtà acquisita. E tuttavia poco o nulla si fa per salvare lo strato di ozono che protegge il pianeta. Ancora oggi vengono liberati nell'atmosfera, ogni anno, 1400 milioni di tonnellate di clorofluorocarburi. E contemporaneamente vengono distrutti i polmoni del pianeta, le grandi foreste equatoriali del Brasile, dell'Indonesia, dell'Africa centrale.

[...]

Fino a che punto si spingerà la volontà di autonomia di Roma nei confronti di Washington? Fino a negare agli americani il rinnovo della concessione delle basi militari, che indubbiamente fanno dell'Italia un paese a sovranità limitata? Da Aviano a Camp Ederle, da Tavolara a Camp Darby, da Gaeta a Napoli, da Mondragone a Sigonella, la penisola è costellata di basi, alcune delle quali con depositi di armi nucleari, che costituiscono un indubbio pericolo per il nostro paese. Non si dimentichi, per esempio, la minaccia di Gheddafi, a metà degli anni Ottanta, subito dopo il raid americano su Tripoli, di colpire Napoli quale base logistica della VI flotta statunitense.

Ma non ci sono ancora segnali che annuncino una svolta così radicale. L'Italia entra dunque nel III millennio con alcune limitazioni alla sua sovranità, ma anche con una grande voglia, in politica estera, di contare di più, in Europa, nei Balcani, nel Vicino Oriente, nel Mediterraneo. Essa preme anche per ottenere un seggio nel Consiglio di sicurezza, per poter influire sulle decisioni che fanno la storia. Il primo a credere fermamente nel nuovo ruolo dell'Italia è lo stesso D'Alema, il quale ha dichiarato alla fine del conflitto per il Kosovo: «Oggi siamo considerati a tutti gli effetti un grande paese, non più com'eravamo visti prima: un paese fragile e disorganizzato». Per non tradire questa immagine di potenza, nel settembre 1999 autorizzava il Ministero della Difesa a inviare un piccolo corpo di spedizione (600 uomini) nella remotissima isola di Timor Est, devastata dai fondamentalisti islamici. A cento anni esatti dalla spedizione italiana in Cina, per combattere i boxer, l'Italia tornava dunque in Estremo Oriente. Ma, come allora, più per motivi di prestigio che per una reale necessità.

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Il 9 novembre 2004, dopo alcuni svenimenti provocati da sincope vaso vagale, mi veniva impiantato, alla clinica Pinna Pintor di Torino, un pacemaker di fabbricazione americana. L'apparecchio, tarato a cinquanta pulsazioni, sarebbe entrato in funzione soltanto quando il mio cuore sarebbe sceso sotto questa frequenza. La consapevolezza di avere in corpo uno strumento che impediva il ripetersi di fastidiose lipotimie, mi restituiva la serenità e la voglia di lavorare. Il 28 dicembre cominciavo infatti a scrivere l'Introduzione di Italiani, brava gente, la parte più difficile, per la quale avevo dovuto acquistare una montagna di libri di viaggiatori stranieri che avevano percorso l'Italia a partire dal Seicento.

Lego nel mio Diario, alla data del 12 gennaio 2005: «Stamane mi sono svegliato affogato nel peggior pessimismo. Addirittura ho pensato che non avrei potuto condurre a termine il libro che sto scrivendo. Poi, però, dopo un paio di ore di lavoro, mi sono ripreso. Non è la prima volta che, all'inizio di un libro, sono preso dal panico. Questa volta, poi, c'è la consapevolezza che mi sto mangiando gli 80 anni. Non è piacevole giungere a questa età e accorgersi che quasi tutti i tuoi amici se ne sono già andati e non puoi più confidarti con nessuno». Il 26 gennaio si spegneva anche Frederick William Deakin, il primo grande storico della Repubblica sociale italiana. «Se ne va un altro amico, un altro prezioso collaboratore di "Studi piacentini"» scrivevo nel Diario. «Dei vecchi, non mi restano che Basil Davidson, Enrico Serra e Vittorio Lanternari. In vent'anni ho dovuto cancellare dal comitato scientifico una quindicina di nomi. Addio William!»

Nonostante il difficoltoso avvio, il 14 giugno finivo di scrivere il libro. Trecento pagine in meno di sei mesi, un record anche per me. A caldo mi sembrava un buon lavoro, specie per l'impianto storico, un po' meno per quello ideologico. Comunque, come sempre mi accade quando concludo un libro, navigavo nei dubbi, e certo non avrei mai pensato che avrebbe avuto otto edizioni, venduto più di trentamila copie e ottenuto due premi di risonanza nazionale, l'Acqui Storia e il premio Omegna della Resistenza.

Scrivevo nell'Introduzione: «Nel ripercorrere, in questo libro, la storia d'Italia dalla guerra al brigantaggio al secondo conflitto mondiale, prenderemo in esame alcuni episodi, particolarmente efferati, accaduti in Italia, in alcuni paesi europei occupati dalle forze dell'Asse e nelle colonie italiane d'oltremare, e ne illustreremo la dinamica nel preciso contesto storico. Possiamo però già anticipare che non esistono attenuanti per i protagonisti di questi episodi, perché le colpe evidenziate sono troppo palesi, inconfutabili. Il mito degli "italiani brava gente", che ha coperto tante infamie, e anche queste che esporremo, appare in realtà, all'esame dei fatti, un artificio fragile, ipocrita. Non ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico. Esso è stato arbitrariamente e furbescamente usato per oltre un secolo e ancor oggi ha i suoi cultori, ma la verità è che gli italiani, in talune circostanze, si sono comportati nella maniera più brutale, esattamente come altri popoli in analoghe situazioni. Perciò non hanno diritto ad alcuna clemenza, tantomeno all'autoassoluzione».

Nel descrivere gli episodi di inaudita violenza, che ho selezionato fra quelli accaduti tra il 1861 e il 1946, pur rifiutandomi di porre l'Italia liberale e fascista in cima alla classifica dei paesi più brutali, non ho però usato alcuna indulgenza, poiché ritengo che il libro possa avere, specie nei riguardi delle più giovani generazioni, anche una funzione educativa e informativa, viste le rilevanti lacune nei testi scolastici. Un libro severo, dunque, in qualche parte spietato. E tuttavia l'ho però chiuso con una nota di speranza: «Noi siamo persuasi che un giorno, forse neppure lontano, quando cesseranno del tutto le rimozioni e le false revisioni; quando non ci saranno più carte da nascondere in qualche "armadio della vergogna" e tramonterà la leggenda del "fascismo buono" e del confino di polizia gabellato da Mussolini come un luogo di villeggiatura; allora si potrà finalmente seppellire anche il falso mito degli "italiani brava gente", che ha coperto e assolto troppe infamie.

«Un fatto significativo, che equivale a una benefica inversione di tendenza, è il comportamento squisitamente professionale tenuto dai contingenti di truppe italiani inviati, negli ultimi vent'anni, in missioni di peacekeeping in Libano, Bosnia, Albania, Kosovo, Timor Est, Mozambico, Afghanistan e Iraq. Dovendo fare dei confronti, si può persino sostenere che i militari italiani si sono comportati meglio dei colleghi degli altri contingenti. E non è poco, se si pensa al passato.

«Ma questa non è la sola, confortante, novità. C'è anche un esercito, in Italia, che non indossa divise, che non porta armi, che non ha caserme. Un esercito di milioni di giovani e di non più giovani, che si va ingrossando ogni anno e che è tenuto insieme dall'amore verso il prossimo, da una grande, infinita, disponibilità a lenire i patimenti e le angosce degli altri. l'esercito dei quattro milioni di volontari, che ogni giorno, in silenzio, quasi in segreto, scende nelle strade dell'Italia e del mondo per combattere la sofferenza nei suoi mille aspetti. un esercito composto da 38.000 organizzazioni, che opera nell'ambito della sanità, della protezione civile, del servizio ambulanze, dell'assistenza domiciliare ai malati e ai disabili, del doposcuola ai bambini e del sostegno agli immigrati. Un esercito senza generali, senza mostrine, senza medaglie, senza fanfare, che non percepisce salari e il cui solo compenso si esaurisce e si esalta nel gesto d'amore. Se ci sono italiani che meritano di essere definiti "brava gente", nell'accezione vera, non autoassolutoria, non mitizzata, questi sono proprio gli splendidi e umili operai del volontariato».

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