Copertina
Autore Dimitri Deliolanes
Titolo Come la Grecia
SottotitoloQuando la crisi di una nazione diventa la crisi di un intero sistema
EdizioneFandango, Roma, 2011, Documenti 41 , pag. 304, cop.fle., dim. 13,4x20,5x1,6 cm , Isbn 978-88-6044-203-1
LettoreRiccardo Terzi, 2012
Classe paesi: Grecia , economia
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Indice


Yiorgos Papandreou di fronte alla crisi       7

L'anno della crisi                           29

Le ricette della Troika                      59

Lacrime e sangue                             98

Ricetta per un fallimento                   134

La Grecia di Simitis                        167

Criminalità terrorista                      204

In balia delle tv commerciali               236

"È Zeus che ci punisce"                     261

Note                                        297


 

 

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Pagina 7

Yiorgos Papandreou di fronte alla crisi


La dinastia dei Papandreou

Non se la immaginava così la sua vittoria Yiorgos Papandreou. Ci aveva investito molto e ci aveva messo grande passione e tenacia. Aveva iniziato la sua carriera nel lontano 1986 come sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel governo guidato con mano forte dal suo potente e carismatico padre Andreas, il fondatore del Movimento Socialista Panellenico PASOK, il maggiore partito di centrosinistra europeo.

Anche suo nonno, Georgios, era stato premier negli anni Sessanta, a capo dell'Unione di Centro, una compagine di varie personalità provenienti dall'area liberale e democratica, con l'inserimento di qualche sparuto socialista. Il socialismo, fino ad allora, non aveva attecchito nella politica greca, dominata da sempre da partiti personalistici. L'area della sinistra era monopolizzata dai comunisti, seppur sconfitti drammaticamente nella guerra civile, con l'ultima disperata battaglia combattuta sulle impervie sommità del monte Grammos, in Epiro, nell'agosto 1949 e da allora fuori legge. Ma non fuori dal gioco politico. Ben presto, dopo appena quattro anni dalla sconfitta militare, i comunisti erano riusciti a riunire vari gruppi della sinistra (poche personalità socialiste, il piccolo Partito dei Contadini e altri) e a tornare in Parlamento con l'EDA, la Sinistra Democratica Unita che nelle elezioni del 1957 riuscì a ottenere, in condizioni durissime, con la polizia e l'esercito che controllavano ogni minimo sospetto di dissidenza, un impressionante 27%, imponendosi come primo partito di opposizione. Non era uno scherzo: in Grecia la Costituzione attribuisce al primo partito di opposizione un ruolo istituzionale.

Un vero incubo per i generali, per la destra al potere e per il re Pavlos: i comunisti stavano rientrando in pista.

L'ambasciatore americano di allora John Allen trovò la soluzione. Scelse e impose a capo della destra un giovane e promettente macedone, Konstantinos Karamanlis e incoraggiò Georgios Papandreou a raggruppare la frantumata area di centro, in modo da arginare l'opposizione comunista. Il vecchio gioco del bipartitismo, tanto caro agli americani.

Georgios Papandreou, il "vecchio della democrazia", come lo avevano soprannominato i suoi seguaci, ci impiegò un po' a imporre la sua leadership sui vecchi tromboni liberali, messi per lungo tempo al margine degli opposti estremismi provocati dalla guerra civile. Ma alla fine ci riuscì; strappando pure qualche vecchio socialista dall'influenza dei comunisti. Quando si presentò alle elezioni nel 1961, lo Stato Maggiore dell'esercito si mobilitò e applicò il famigerato piano "Pericle" (simile per molti versi al piano Solo in Italia), un piano di difesa NATO volto a sovvertire l'ordine democratico per instaurare un golpe militare. Un'orgia di violenza e di brogli. Centinaia di candidati del centro e della sinistra malmenati, i loro elettori terrorizzati e i comizi assaltati da gruppi di "cittadini indignati", in realtà bande di estrema destra organizzate e foraggiate dalla polizia e dall'esercito.

Il vecchio Papandreou perse le elezioni ma non si rassegnò e denunciò con forza la violenza subita. Erano gli anni di John Kennedy e l'ambasciata americana prese molto sul serio le denunce. Alle successive elezioni, nel 1963, vinse Papandreou, ma il sistema elettorale non gli diede abbastanza seggi per poter governare senza il sostegno, prontamente offerto, della sinistra dell'EDA. Così si votò di nuovo l'anno seguente e fu un trionfo: l'Unione di Centro ottenne un sorprendente e irripetibile 43%. L'anziano leader centrista poteva finalmente guidare un governo tutto suo, monocolore e autosufficiente.

Malgrado si fosse fortemente impegnato contro i comunisti già nel lontano 1944 come ministro del debole governo di unità nazionale, affrontando le formazioni dei partigiani rossi all'apice della potenza, il governo di Georgios Papandreou fu considerato, fin dal primo momento, con grande diffidenza dall'establishment costituito dai vincitori della guerra civile. Era infatti considerata "filocomunista" tout court ogni apertura democratica, ogni spiraglio di legalità contro i soprusi della destra. E di aperture democratiche il governo centrista ne ha fatte parecchie, portando aria nuova nel paese e suscitando grandi speranze. Ancora più radicale si dimostrò il figlio, Andreas, tornato ad hoc dagli Stati Uniti, abbandonando le soddisfazioni di una brillante carriera accademica, pur di diventare sottosegretario al Coordinamento Economico e di fatto capo della corrente di sinistra del partito di Centro.

Andreas non era comunista, malgrado una giovanile militanza d'anteguerra in uno sparuto gruppo clandestino trotzkista, ma poneva già le basi di una politica che superava con decisione le prudenze del padre: recuperare l'indipendenza del paese, limitando lo strapotere dell'ambasciatore americano, smantellare i meccanismi di anticomunismo presso le istituzioni (Stato Maggiore e polizia compresi), sostenere la politica di non allineamento del Presidente cipriota, l'arcivescovo Makarios e, infine, abolire la monarchia, vero bastione della destra più agguerrita.

Era una provocazione. Il re e i generali si rivolsero all'ambasciata americana e alla fine ottennero il via. Kennedy nel frattempo era stato assassinato e le aperture politiche di Washington abbandonate. Il giovane re Costantino II convocò il premier e pretese di avere l'ultima parola sulla scelta del ministro della Difesa. Papandreou si dimise e fu immediatamente attivato un meccanismo di erosione e di smantellamento del partito di maggioranza, attraverso la corruzione di decine di deputati. Tra questi, passati alla storia con il nome infamante di "apostati", c'era Kostas Mitsotakis, che ritroveremo in seguito come effimero premier all'inizio degli anni Novanta. Fu un vero e proprio golpe parlamentare, che preannunciava di due anni quello dei colonnelli del 21 aprile 1967.

La sera stessa del golpe militare del 1967 Andreas fu arrestato dai militari di fronte al figlio primogenito, chiamato, secondo la tradizione, Yiorgos, in onore del nonno. Dopo pochi mesi i golpisti dovettero cedere alle pressioni del presidente americano Johnsson e permisero ad Andreas di espatriare. Rifugiatosi in Svezia, sotto la protezione della potente socialdemocrazia locale, Andreas fondò il PAK, il Movimento di Liberazione Panellenico, la maggiore organizzazione di resistenza contro la dittatura. Le sue posizioni si erano ulteriormente radicalizzate: ora parlava di socialismo e di autogestione, di uscita dalla NATO, di lotta partigiana e di liberazione.

Il giovane Yiorgos, nel frattempo, finiva il liceo in Svezia e iniziava una carriera di ricercatore in sociologia dell'immigrazione, facendo piccoli lavoretti per non gravare sul magro bilancio della famiglia. Dopo pochi anni, il leader del PAK si stabilì di nuovo negli Stati Uniti e per Yiorgos fu come un ritorno in patria. Era nato nel 1952 a St. Paul nel Minnesota e sua madre, Margareth Chant, seconda moglie di Andreas, era una giovane radicale americana. Là, nel movimento contro la guerra del Vietnam, il giovane Yiorgos completò la sua formazione politica. L'esperienza del socialismo svedese fu completata e arricchita dai contatti con i liberals americani: più interesse verso i diritti civili che per lo stato sociale, più individualismo che collettivismo, più movimenti di cittadini che lotta di classe. In America il giovane Papandreou ha anche imparato ad amare gli sport (fa tuttora footing ogni mattina) e fu contaminato dalla passione tutta americana per le nuove tecnologie.

Una volta completati gli studi nelle prestigiose università americane e nella London School of Economics, il giovane Papandreou è tornato in Grecia per sostenere il padre che, dopo la rovinosa caduta dei colonnelli, aveva trasformato il PAK nel partito socialista PASOK. Deputato socialista fin dal 1981, Yiorgos sarà considerato dai suoi stessi compagni di partito un animale strano, un extraterrestre caduto sulla terra. L'accusa era sempre la stessa: "Fuori dalla realtà del paese". Dove per "realtà" si intendeva l'uso massiccio delle promesse preelettorali per ottenere voti. Certo, era sempre il primogenito del capo, destinato a succedergli. Ma pochi scommettevano sulle sue idee stravaganti, poco ortodosse, sicuramente poco spendibili nelle dure contrapposizioni fino all'ultimo voto.

Anche la stampa non è stata tenera con il giovane Yiorgos. Nel 1985, appena nominato sottosegretario alla Cultura, quando ministro era la grande attrice Melina Mercuri, gli stessi giornali filosocialisti sostenevano fra le righe che il figlio del grande leader non era un'aquila, anzi un po' tonto per essere precisi. Per questo, scrivevano, gli piace circondarsi di tantissimi consiglieri. Un'abitudine che Yiorgos non ha perso con gli anni: anche da premier gli piace essere circondato da un folto gruppo di consiglieri, alcuni ascoltati su tutto, altri usati per problemi ad hoc.

Questi attacchi subdoli e poco generosi erano supportati dai vari potentati interni al PASOK e, da un certo punto in poi, ampiamente tollerati dal padre padrone del partito. Nel periodo 1988-1989 i rapporti tra padre e figlio si erano, infatti, seriamente incrinati. Il vecchio Andreas si era invaghito di Dimitra Liani, hostess di 30 anni più giovane di lui ed era arrivato al punto di divorziare dalla seconda moglie. Yiorgos e i suoi due fratelli minori disapprovavano quelli che, non a torto, ritenevano "capricci senili" del vecchio patriarca e si erano decisamente schierati dalla parte della madre, Margareth. Come in ogni dinastia che si rispetti, i drammi famigliari ebbero ben presto effetti politici.

Gli attacchi di alcuni gruppi editoriali contro Yiorgos continuarono, facilitati da un handicap reale del rampollo: la sua non perfetta conoscenza della lingua greca. Un problema sollevato spesso durante la sua carriera politica. Gli capita infatti, quando parla a braccio, di sbagliare la costruzione della frase, di confondere i modi di dire, di impappinarsi quando deve passare dal greco moderno a quello antico, tuttora ben presente nel linguaggio quotidiano, di usare inglesismi. I suoi collaboratori lo sanno e spesso preferiscono esporre il loro parere direttamente in inglese, in modo da evitare ogni possibile equivoco.

Il terzo Papandreou, insomma, è arrivato alla guida del paese dopo una dura lotta e incassando, nel 2004 e nel 2007, ben due sconfitte elettorali da parte dei suoi avversari, la destra di Nuova Democrazia, all'epoca guidata da Kòstas Karamanlís, nipote di Konstantinos, l'esponente conservatore che restaurò la democrazia nel 1974, dopo la triste parentesi dei colonnelli.

Dopo la sconfitta del 2007 Yiorgos Papandreou ha rischiato anche di perdere il controllo del partito. La sera stessa delle elezioni, quando la sconfitta socialista era ormai certa, un alto dirigente del PASOK, il costituzionalista Evangelos Venizelos prese il microfono, si piazzò di fronte alle telecamere e pose con decisione il problema della leadership. La lotta per le primarie è stata senza esclusione di colpi e sembrava destinata a spaccare il partito, quando lo sfidante Venizelos fece un errore che segnò definitivamente l'esito della competizione: chiese e ottenne il sostegno dell'ex premier Kostas Simitis, che il popolo socialista ha sempre considerato un corpo estraneo, a causa delle sue aperture liberiste. I voti degli incerti si spostarono in massa verso Yiorgos che, grazie al suo cognome, rappresentava idealmente la continuità con le idee del fondatore.


L'amara vittoria di Papandreou figlio

Una marcia piena di imprevisti. È il destino delle dinastie: il cognome dà una grossa spinta, ma a un certo punto bisogna cavarsela da soli. Tanto più quando si ha in eredità un partito che mal si concilia con le proprie convinzioni: un pesante apparato diffuso in ogni angolo del paese, circa 600 mila tesserati, sempre pronto alla competizione più dura con l'avversario ("hard rock" secondo l'ex ministro socialista Kostas Laliotis, uno degli studenti della rivolta del Politecnico di Atene contro i colonnelli nel novembre 1973) all'assalto di ogni poltrona pubblica disponibile, ma anche strenuo difensore dell'identità socialista, dello stato sociale e del settore pubblico dell'economia. Un'identità che Papandreou, anche se presidente dell'Internazionale Socialista fin dal 2006, condivide solo in parte.

Le elezioni del 4 ottobre 2009 sarebbero state quindi il momento della verità per il leader socialista. Alla fine non incassò una semplice vittoria ma fu un vero trionfo: ben dieci punti di differenza rispetto ai conservatori. Era il momento tanto sognato e desiderato dall'ultimo dei Papandreou.

Durante la campagna elettorale Yiorgos ha insistito soprattutto su due punti del programma: sviluppo verde, puntando sull'innovazione tecnologica nel rispetto dell'ambiente e razionalizzazione dello stato sociale, riformando le ricette keynesiane ampiamente utilizzate dal padre negli anni Ottanta. In particolare, il PASOK prometteva quattro misure di politica economica: sostenere il reddito e stimolare la domanda, con aumenti salariali superiori al tasso d'inflazione, con un contributo straordinario "di solidarietà" ai redditi più deboli; investimenti pubblici per ravvivare il mercato e sostenere l'imprenditorialità; difesa dei posti di lavoro con contributi statali alle imprese che assumevano, aumento del sussidio di disoccupazione (che ora è di almeno 450 euro al mese per un anno) e mettere ordine nei conti pubblici, combattendo gli sprechi e riformando radicalmente il sistema fiscale.

Per formare il suo governo, il premier socialista scelse alcuni suoi stretti collaboratori (gli "amici della palestra" scrissero maliziosamente i giornali) e i quadri più promettenti del PASOK. Nella prima categoria va incluso senz'altro il ministro degli Esteri Dimitris Droutsas, 41 anni, pescato dal leader mentre faceva uno stage al ministero degli Esteri austriaco, dopo la laurea in diritto comunitario all'Università di Vienna. Consigliere per più di un decennio di Papandreou, Droutsas si cura molto del suo aspetto esteriore ma non sembrava avere idee proprie riguardo alla delicata politica estera del paese. Anzi, l'unica volta che si era espresso pubblicamente aveva provocato la violenta reazione del governo cipriota mettendo a dura prova i rapporti tra il PASOK e Nicosia. Era convinzione diffusa che la sua collocazione a capo della diplomazia ellenica era dovuta alla forte volontà di Papandreou di occuparsi personalmente dei dossier più delicati della politica estera, come i rapporti con la Turchia.

Un altro giovane e elegantissimo amico personale del premier è il ministro della Cultura e del Turismo Pavlos Yieroulanos, 43 anni. Laureato nelle migliori università britanniche e americane, non aveva alcuna esperienza politica finché l'amico Yiorgos non lo ha trascinato nel suo partito. Dovrà superare la diffidenza dei socialisti a causa della sua famiglia di provenienza, "una delle poche che hanno fatto la Grecia", secondo l'infelice frase che gli viene attribuita. Il padre infatti era attendente del re Costantino II.

"I soldi ci sono", ripeteva quindi Yiorgos in ogni occasione durante la dura campagna elettorale. Dall'altra parte, il premier uscente Karamanlís, aveva inaugurato la sua campagna a Salonicco chiedendo un nuovo mandato per portare avanti quelle "dolorose ma necessarie" riforme strutturali che nei sei anni precedenti, per motivi misteriosi, non era stato capace di fare. Il leader di Nuova Democrazia, in un tardivo impeto di onestà e sincerità, aveva avvertito i suoi elettori che i conti del paese erano "in pessime condizioni" e che il campanello d'allarme europeo era già suonato più volte.

Yiorgos non raccolse la sfida. In Grecia, prima delle elezioni non si usa parlare di doveri ma solo di diritti: I soldi ci sono, dunque. Pochi mesi più tardi questa frase gli sarà duramente rinfacciata dai conservatori ormai all'opposizione. Ma già prima degli esponenti della destra, erano stati i partners europei a inviargli preoccupanti segnali d'allarme: A che punto è il deficit? E il debito? Rispondere, please. Questo ha scritto all'indomani delle elezioni il presidente dell'Eurogrouppo Jean-Claude Juncker, aggiungendo che: "Affrontare e risolvere i problemi strutturali dell'economia greca non è importante solo per la Grecia ma anche per la sicurezza di tutta l'area dell'euro". Parole profetiche.

Così, dopo l'ennesima sollecitazione dell'Europa, e subito dopo il trionfo elettorale la palla passò al nuovo ministro dell'Economia e delle Finanze Yiorgos Papakonstantinou, 50 anni, un economista con dottorato alla London School of Economics, che ha svolto la sua carriera nell'OSCE prima di scendere sul terreno della politica greca. Una delle prime mosse del nuovo ministro è stata quindi quella di verificare lo stato delle finanze pubbliche. Per i socialisti era anche il momento della vendetta. Già nel 2004 il precedente governo di Nuova Democrazia aveva intrapreso una verifica simile all'indomani della vittoria elettorale per denunciare l'"irresponsabile" gestione del precedente governo del socialista Simitis. Ora i socialisti li ripagavano con la stessa moneta.


The game is over

La verità è che durante tutto il 2009, annus electoralis, il governo di destra aveva gestito i calcoli del deficit con grande disinvoltura: nel mese di aprile il governo dichiarava un deficit dello 0,8% del PIL. Poco dopo, nella bozza della legge finanziaria, si aggirava sull'1,8% e infine, nel mese di settembre, era cresciuto fino al 6%.

"La Grecia non è sotto accusa perché non ha potuto domare il suo deficit. E accusata soprattutto perché ha sistematicamente mentito e ingannato la Commissione Europea e gli altri paesi membri", ha tuonato il ministro olandese dell'Economia, il socialista Wouter Bos, commentando il rapporto di Eurostat, del gennaio 2010, dedicato nello specifico alle false statistiche propinate dalla Grecia: "Malgrado gli intensi e costanti sforzi compiuti da Eurostat fin dal 2004", dicevano le conclusioni del rapporto, "continuano a persistere abbagli sistemici e debolezze che non permettono la raccolta di elementi statistici credibili riguardo ai conti pubblici".

Secondo i calcoli del ministro Papakonstantinou, alla fine di quell'anno il deficit avrebbe raggiunto il 12,7% del PIL, con una previsione del 13,7% per marzo 2010. Il ministro fu costretto a constatare anche l'enorme esposizione debitoria del paese verso le banche internazionali.

I trucchi contabili, applicati in modo disinvolto fino a quel momento per nascondere la reale entità del debito, sono stati illustrati in maniera particolareggiata nel rapporto stilato dal comitato di sei esperti nominato dal ministro. La parte più consistente faceva parte dei famosi swaps concordati con la Goldman Sachs all'epoca dell'adesione della Grecia all'euro. In seguito, subentrò la Banca Nazionale di Grecia, che ha rilevato debiti dello stato non contabilizzati per complessivi 5,5 miliardi di euro, da estinguere in 30 anni a tassi particolarmente salati. Un'altra parte del debito che non risultava nelle statistiche ufficiali era costituito da debiti dello stato verso i suoi fornitori di beni e servizi (come per esempio quelli delle società farmaceutiche verso gli ospedali pubblici, il cui costo è esploso nell'estate del 2010). La direttiva europea che obbliga lo stato a saldare i fornitori entro 60 giorni non è stata mai applicata in Grecia e così i debiti si sono accumulati, in particolar modo nel settore della sanità che da sola copre quasi un quarto del deficit. Fino al 30 settembre 2009 gli ospedali pubblici avevano debiti riguardanti gli ultimi due anni per complessivi 6,3 miliardi. A questi bisognava aggiungere ulteriori debiti di altri ministeri per 6 miliardi di euro. I precedenti governi, inoltre, avevano accuratamente evitato di contabilizzare i debiti contratti da vari enti e società pubbliche con la garanzia dello stato. Alla fine del 2009 questi debiti con garanzia statale ammontavano a 26,2 miliardi di euro, pari al 10,9% del PIL. Nel 2002 erano il 6,2% del PIL, che all'epoca cresceva a ritmi del 5-6% annuo. Il 40% di questo debito gravava sulla società pubblica delle ferrovie OSE, mentre al secondo posto era la società pubblica di assicurazione della produzione agricola ELGA. Il rapporto considera anche gli investimenti pubblici compiuti insieme a partner privati, un sistema applicato sistematicamente durante tutto il decennio precedente. Nessuno di questi investimenti era stato dichiarato nel debito pubblico, il rapporto però sostenne che le autorità europee li avrebbero difficilmente considerati dei meri investimenti privati e quindi, come poi è avvenuto, sarebbero dovuti essere compresi nel debito. Infine, il rapporto si sofferma sulla proverbiale inefficienza e lentezza nell'elaborazione dei dati da parte di quasi tutto il settore pubblico. I comuni ci impiegano dai 2 ai 4 anni per i consuntivi di gestione, gli ospedali molto di più, gli enti pensionistici avevano appena consegnato a fine 2009 i resoconti degli anni 2000-2005.

Secondo il ministro socialista, le nuove previsioni sul deficit erano dovute al rallentamento della crescita del PIL, alle previsioni di scadenza di una parte consistente del debito non contabilizzato da Nuova Democrazia (riguardante in particolare i debiti degli ospedali pubblici e le forniture militari) e all'emergere di spese pubbliche che il precedente governo non aveva messo in conto, in particolare quelle strettamente legate alla scadenza elettorale di ottobre, come le massicce assunzioni nel settore pubblico per complessive 160 mila persone. Ma dietro l'enorme crescita del deficit c'erano stati anche elementi oggettivi: i ritmi di crescita del PIL greco erano fortemente diminuiti e già nel 2008 il governo di centrodestra aveva tentato con poco successo di farvi fronte con quella stessa politica di espansione economica che Papandreou aveva promesso nel periodo preelettorale.

L'improvviso raddoppio del deficit, in condizioni di grave incertezza rispetto all'attendibilità dei dati forniti, ha dato la possibilità ai partner e alle istituzioni dell'UE di esprimere apertamente il loro disaccordo per le politiche economiche che i vari governi greci avevano portato avanti sin dall'entrata in vigore dell'euro.

Fin dal primo momento in cui ha cominciato a partecipare alle riunioni dell'Ecofin, infatti, Papakostantinou ha incontrato a Bruxelles un clima estremamente ostile e constatato amaramente che i suoi colleghi erano fortemente determinati a ottenere risposte molto più convincenti del vecchio e abusato ritornello, che "la colpa era tutta di quelli che c'erano prima". Lo stesso Juncker lo affrontò di petto: "The game is over".

Il commissario europeo Joaquín Almunia, a sua volta, parlando a metà novembre 2009 dei conti pubblici dei paesi membri, si preoccupò di distinguere tra i deficit degli altri paesi e quello della Grecia: "Tutti i paesi membri devono affrontare in misura più o meno grave un problema di aumento del deficit pubblico in conseguenza della crisi economica internazionale e tutti, anche coloro che non hanno un problema grave di debito pubblico, devono incrementare fino al 2011 gli sforzi per raggiungere l'equilibrio. Alcuni tra coloro che presentano grandi deficit, in particolare la Francia, la Spagna, l'Irlanda e la Gran Bretagna, anche se negli ultimi mesi hanno adottato misure che vanno nella direzione giusta, non sono riusciti, per colpa della depressione economica, a diminuire il deficit e di conseguenza la Commissione dovrà concedere loro più tempo, a seconda delle richieste".

"Infine c'è la Grecia che non ha adottato alcuna misura correttiva, sta sprofondando nei debiti e nel deficit e il nuovo governo emerso dopo le elezioni dichiara che nel 2009 il deficit pubblico è del 12% del PIL contro il 6% dichiarato alcuni mesi prima dal precedente governo e contro la previsione del 4% annunciata agli inizi dell'anno. In base a tutto ciò, la Grecia deve al più presto presentare un nuovo programma di stabilità economica e dovrà essere posta sotto la sorveglianza dell'UE."

Il clima di incertezza in Europa non era certo dovuto solo alle false previsioni greche. La crisi colpiva tutti i paesi del continente e poneva seri problemi di sviluppo e di prospettiva dell'economia europea. Ma il caso della Grecia faceva emergere insieme a importanti questioni economiche, anche grossi problemi istituzionali. Intanto, l'indebitamento pubblico greco nell'ultimo quinquennio si era concentrato verso banche europee: apparteneva, infatti, per il 23% alla Gran Bretagna e Irlanda, per l'11% alla Francia, il 9% al gruppo costituito da Germania, Svizzera e Austria e il 6% all'Italia.

Sul piano istituzionale, considerato il divieto di intervento sancito dal Trattato di Lisbona, si poneva il problema di come procedere per il bail out, cioè l'iniezione di liquidità per evitare la bancarotta della Grecia. Sarà questo il tema che dominerà i vertici convulsi della primavera 2010.

Papandreou verrà in seguito accusato di non essersi reso conto immediatamente della gravità della situazione. Forse perché la copertura stampa e le relative polemiche giornalistiche, anche a livello europeo, si erano soffermate quasi esclusivamente sull'aspetto "creativo" e contingente del deficit trascurandone gli aspetti strutturali. È pur vero che, da premier, Papandreou, a fine novembre 2009, aveva affermato: "Il paese è sull'orlo del fallimento", ma la legge finanziaria per il 2010 non sembrava tenerne conto a sufficienza. Il nuovo capo del governo ci teneva molto a rispettare almeno alcune delle sue promesse elettorali, come l'aumento di un miliardo di euro della spesa per l'istruzione e di un altro miliardo per il sostegno delle categorie socialmente più deboli, circa 2,5 milioni di cittadini, secondo i calcoli del PASOK. È stata così programmata la diminuzione della metà dell'IVA sul petrolio destinato al riscaldamento e un contributo statale di 50 euro alle pensioni minime delle categorie più deboli. È stato presentato anche un progetto di legge per regolare i debiti delle famiglie più svantaggiate e delle piccole e medie industrie verso le banche, ma la dura opposizione dei banchieri, anche di quelli pubblici, lo ha di fatto vanificato. Una parte dei precari assunti dal precedente governo è stata confermata, mentre si è ricorsi al prepensionamento dei lavoratori del porto del Pireo, in parte privatizzato dal precedente governo conservatore (tra le proteste dell'opposizione socialista) al gigante cinese dei trasporti marittimi COSCO. Meno di un anno dopo, agli inizi di ottobre 2010, lo stesso Papandreou accoglierà calorosamente il suo collega cinese Wen Jiabao che iniziava simbolicamente proprio da Atene la sua tournée europea, annunciando non solo che il Pireo sarebbe diventato l' hub della Cina in Europa, ma che Pechino era fermamente intenzionata a investire 500 milioni di euro fino al 2015.

Nelle intenzioni del governo appena eletto, il peso del risanamento doveva ricadere principalmente sul fisco: si stabilì un contributo straordinario sui guadagni delle società e delle banche, un aumento delle imposte di consumo e un'accelerazione dell'iter per incassare i debiti verso lo stato. Secondo Atene, queste misure avrebbero fatto scendere il deficit del 2010 al 9,1% del PIL.

In seguito ci si chiese perché Papandreou abbia perso l'occasione fornita dal periodo di "luna di miele" con gli elettori, cioè quello immediatamente dopo le elezioni per tentare di risanare il paese anche con misure impopolari. Si limitò purtroppo solo a operazioni di facciata ma di grande impatto mediatico, come il "concorso pubblico" via Internet per la scelta dei nuovi direttori generali dei ministeri salvo poi selezionare solo personalità di sua scelta, escludendo, nei limiti del possibile, i soliti baroni del PASOK.

La legge di bilancio per il 2010 non piacque né all'Unione Europea né ai mercati. La stessa Banca dí Grecia sottolineò la necessità di procedere piuttosto in drastici tagli alla spesa pubblica, rilevando a ragione che l'amministrazione pubblica greca assorbe la maggior parte del PIL tra i paesi dell'OSCE e che la burocrazia greca è la più cara in Europa.

Il 2 dicembre 2009 l'Ecofin ha definito il bilancio del governo greco "non realistico" e decretato maggiore e più severa sorveglianza sui conti pubblici del paese. Inoltre, questa volta, al contrario di quanto era successo nell'aprile di quello stesso anno, la decisione dell'Ecofin fu resa pubblica.

L'Europa sottolineava in particolare la pericolosità della dinamica del debito pubblico greco che, qualora non fossero stati presi provvedimenti drastici, nel 2010 avrebbe raggiunto il 125% del PIL, diventando in proporzione il più alto dell'Unione, superiore anche a quello dell'Italia. A dicembre si era unito al coro delle critiche anche il potente ministro dell'Economia tedesco Wolfgang Schäuble, secondo il quale: "La Grecia da anni vive al di sopra delle sue possibilità", motivo per cui "la Germania non è disposta a pagare per gli errori della Grecia".

Nonostante ciò, il governo esitava ad affrontare il problema. Lo stesso Papandreou in un primo tempo aveva reagito negativamente alle pressioni della Commissione, parlando di "speculazioni" di alcuni funzionari della comunità "al servizio del sistema bancario". Papakostantinou consiglierà in seguito di moderare i toni e Papandreou cambierà il suo atteggiamento.

In questa situazione di forte incertezza, dove cominciava a pesare sul premier, al pari dei suoi predecessori, il sospetto di "inaffidabilità", si affacciarono le società internazionali di valutazione, che declassarono il rating del debito del paese a A- (Standard & Poors) e a BBB+ (Fitch). Conseguenza immediata, l'improvviso aumento degli spreads: il 21 dicembre 2009 la differenza di rendimento dei bond decennali greci rispetto a quelli tedeschi era arrivata a 282 unità base, mentre quelli triennali erano balzati a 328 unità. Nulla di fronte a quanto sarebbe seguito più tardi, con quotazioni che superavano i 1400 punti. In poche parole, l'affidabilità dei titoli pubblici greci stava crollando e per renderli più appetibili Atene ha dovuto alzare i tassi di interesse. Anche in questo caso Papandreou si lasciò prendere dall'impeto populista e denunciò "le società internazionali di valutazione che premiano e puniscono le economie senza rendere conto a nessuno", per aggiungere subito dopo che tali società, insieme con la leadership dell'UE, "per ben sette anni hanno chiuso un occhio di fronte ai conti truccati di Nuova Democrazia". Era evidente che, anche se poneva questioni reali, il premier si stava rivolgendo esclusivamente all'opinione pubblica greca. I mezzi d'informazione filogovernativi accolsero infatti con entusiasmo lo scatto di orgoglio nazionale del leader socialista con titoli del tipo: "Non diventeremo ostaggi delle banche".

In quegli stessi giorni, il 22 dicembre 2009, il drammatico resoconto del ministro del Lavoro Andreas Loverdos durante il dibattito parlamentare sulla legge di bilancio passava quasi inosservato. Vale la pena di soffermarsi: "Coloro che sostenevano che il sistema può ancora reggere per 20 o 30 anni o mentivano oppure erano irresponsabili. L'anno scorso ci sono voluti 850 milioni di euro per i fondi pensionistici del paese. Oggi il direttore generale dell'IKA [l'INPS greco ndr] e io abbiamo avuto bisogno di 2 miliardi 470 milioni di euro. Il sistema si è bloccato già a settembre. Noi calcoliamo che l'anno prossimo si bloccherà a giugno. E, caro ministro dell'Economia, se quest'anno le abbiamo chiesto 2,5 miliardi per pagare le pensioni e il sussidio per le feste, nel 2010 le chiederemo, secondo i nostri calcoli, 3 miliardi 800 milioni di euro. Nel 2011 la cifra sarà di 5 miliardi 200 milioni di euro. [...] Qualsiasi cosa faccia il Primo ministro e il nostro governo, qualsiasi cosa si inventi il ministero dell'Economia, anche se riuscissimo a superare il momento di crisi e ottenessimo l'aumento dell'1 o del 2% del PIL, questi soldi alla fine non andrebbero né all'istruzione né alla sanità né alle infrastrutture. Saranno interamente assorbiti dal sistema pensionistico. Cadranno nel buco nero del sistema che si sta già spalancando di fronte a noi. Dobbiamo reagire ora, dobbiamo reagire qui e ora. La prima misura riguarda gli sprechi, che hanno raggiunto livelli insopportabili. La seconda è la riforma strutturale del sistema pensionistico in modo da garantire il futuro non solo dei pensionati delle successive generazioni ma anche di quelli di oggi. [...] Sappiate che la Commissione Europea ha calcolato che tra pochi anni avremmo bisogno del 24,1% del nostro PIL solo per pagare le pensioni. Non c'è tempo, signori deputati. Ora, oppure nel 2015 il collega che mi succederà in questo dicastero verrà qui un bel giorno e vi dirà che non è in grado di pagare la quattordicesima mensilità di pensione ma solo 11 o 10 oppure non so io cosa potrà dare. [...] Non c'è un economista, un partito, un sindacato, un ente che dica cose diverse. Sono tutti d'accordo che la situazione è questa. Allo stesso tempo sento il dovere di dirvi questo: ogni organismo internazionale, l'Unione Europea, della quale siamo stato membro, così come siamo stato-membro dell'UEM, società internazionali di valutazione, i nostri interlocutori internazionali, quando li aggiorniamo, signori deputati, pongono sempre le stesse questioni, che sono questioni da paese sotto sorveglianza. Sono questioni dal tono: se la tale cassa pensionistica vi chiede un miliardo in più di sostegno statale per pagare le pensioni del 2010, perché il ministro gliene dà la metà? L'altra metà non gliela darà? E se gliela darà, come farete a tagliare il deficit? Sono costretto a mettere in guardia l'assemblea rappresentativa: se al primo trimestre del 2010 il paese non indirizzerà i suoi sforzi verso i necessari cambiamenti, allora, signori deputati, tali misure saranno imposte con la violenza. Bisogna che ci rendiamo conto di quanto sia critica la situazione".

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L'anno della crisi


La Grecia sotto sorveglianza

È cominciato così, tra dichiarazioni altisonanti di patriottismo economico e drammatici ritorni alla realtà, il tragico 2010, l'anno in cui la crisi greca è scoppiata in tutta la sua magnificenza, rischiando di travolgere la moneta unica e ponendo all'Unione Europea pressanti interrogativi sul suo presente e sul futuro.

Intanto, sotto la pressione dell'Europa e dei mercati internazionali, la legge di bilancio per il 2010 è stata rivista drasticamente all'ultimo momento e approvata in Parlamento l'ultimo giorno prima della chiusura natalizia. Il ministro dell'Economia Papakonstantinou si è comunque tutelato, annunciando eventuali "aggiustamenti" nei primi mesi del nuovo anno.

Le nuove priorità inserite in extremis nella finanziaria riguardavano tre settori, tutti egualmente importanti:

1. procedere a tagli della spesa pubblica più severi di quelli previsti inizialmente attraverso decurtazioni alle indennità degli impiegati dello stato pari a circa il 3% del loro stipendio netto.

2. accelerare i tempi per una riforma del sistema fiscale attraverso: a) l'introduzione di elementi comprovanti un'"attestazione" oggettiva del reddito, come auto di grossa cilindrata, seconde case, barche da diporto e quant'altro. Il contribuente doveva inoltre giustificare la maniera in cui ne era venuto in possesso. Questa norma era stata introdotta negli anni Novanta ma solo per alcune categorie, come i parlamentari, i giornalisti, i magistrati e gli alti funzionari dello stato. I risultati ottenuti sono stati unanimamente considerati scarsi, dal momento che non era prevista la tracciabilità delle operazioni di Borsa. b) Era prevista l'abolizione di una serie di esenzioni, la più importante era quella che riguardava gli immobili di proprietà della Chiesa ortodossa. Alla fine però la misura fu ritirata. c) È stata infine inasprita l'imposta sugli immobili.

3. Accelerare una serie di riforme al fine di porre fine a squilibri storici dell'economia greca, con particolare attenzione al settore pubblico, il grande malato del paese.

Fin dai primi mesi dell'anno il governo socialista ha voluto cancellare il malcostume dei "dati di comodo", che tanto scalpore avevano provocato in Europa, fornendo l'Istituto di Statistica greco ESYE di uno statuto autonomo con l'obbligo istituzionale di collaborare con l'Eurostat. Si è provveduto inoltre alla creazione presso il ministero dell'Interno di un ente unico competente per gli stipendi dei funzionari pubblici e, infine, è stato ricostituito, con maggiori poteri, l'organismo per i concorsi pubblici ASEP (che il governo Karamanlís aveva soppresso), in modo da bloccare i meccanismi clientelari di assunzione.

Già dai primi mesi dopo le elezioni Papandreou aveva presentato in Parlamento un progetto di radicale riforma delle autonomie locali, denominato Callicrate, che, tra le altre cose permetteva consistenti risparmi. Sarebbe stato inaugurato dopo le elezioni amministrative del novembre 2010.

Le misure del governo erano destinate a dare un duro colpo al sistema di clientele sul quale si basa gran parte del potere dei due partiti di governo, quello socialista e quello conservatore. Per questo le reazioni del "profondo PASOK" furono particolarmente negative.

Agli inizi del 2010, comunque, l'Europa continuava a non essere completamente soddisfatta delle misure del governo e accentuò le pressioni su Atene. Come aveva previsto Papakostantinou, già a metà gennaio 2010 il governo greco fu costretto a rivedere le sue priorità, presentando un piano di stabilità e di sviluppo 2010-2012, al fine di affrontare le tre questioni cruciali dell'economia greca: la flessione della produzione, il disordine dei conti pubblici e la scarsa produttività. Secondo il piano, il PIL sarebbe tornato a crescere già nel 2011 del 1,5% (quello nominale) e del 3,5% (quello reale), dopo essere stato dell'1,2% nel 2009 e stimato sullo 0,3% nel 2010. Il deficit sarebbe stato del 8,7% nel 2010 e del 5,6% nel 2011, per tornare entro i parametri di Maastricht nel 2012 con il 2,8%. Per raggiungere questi obiettivi il governo socialista dava, anche ufficialmente, l'addio alle sue promesse elettorali. I tagli al settore pubblico aumentarono: si bloccavano tutte le assunzioni e i concorsi pubblici, mentre venivano tagliate del 10% le indennità e gli stipendi sopra i 2000 euro (lordi).

Il piano piacque finalmente all'Europa che aveva peraltro contribuito non poco a definirlo. L'11 febbraio il vertice europeo ha espresso con un comunicato il suo sostegno al governo di Atene. Il testo finiva con l'assicurazione che "la Commissione sorveglia attentamente l'applicazione del piano di concerto con la Banca Centrale Europea e proporrà ulteriori misure che si renderanno necessarie, basandosi sulla perizia del Fondo Monetario Internazionale". In questo modo, l'UE poneva le basi per un futuro intervento del FMI, mentre a Strasburgo l'europarlamentare tedesco di origine greca Yiorgos Chatzimarkakis (liberale) proponeva di designare un "commissario" ("Sparkommissar') per controllare il processo di realizzazione delle indicazioni europee. La sua idea ha avuto successo: due mesi più tardi saranno tre i "commissari" che sorveglieranno ogni mossa del governo greco.

La Commissione lanciava messaggi ottimistici e incoraggianti. A scadenza quotidiana un alto esponente dell'Unione Europea o di qualche suo organismo economico assicuravano urbi et orbi che non c'era nessun rischio default per la Grecia e che nei trattati dell'UEM non era prevista l'uscita dall'eurozona, malgrado alcune incaute dichiarazioni in senso contrario da parte tedesca. Tra queste ultime ci fu quella del ministro dell'Economia Wolfgang Schäuble che ha apertamente parlato dell'uscita della Grecia dall'eurozona come "molto probabile". Ma era evidente a tutti che, malgrado il valore della dracma pesasse marginalmente su quello della moneta europea, con la Banca di Grecia che detiene solo l'1,9% della BCE (la Banca d'Italia il 12,4%), la crisi greca metteva comunque a rischio tutta la costruzione dell'euro, una moneta, secondo la celebre frase di Tommaso Padoa Schioppa, senza uno stato che la difendesse. Al contrario, il Trattato di Lisbona, la nuova legge fondamentale dell'UE, vietava esplicitamente di andare in soccorso degli altri paesi dell'eurozona. Né la Banca Centrale Europea poteva concedere prestiti. Per soccorrere le disastrate finanze greche bisognava ricorrere a un'interpretazione tutta politica delle clausole di solidarietà del Trattato sul funzionamento dell'UE, oppure di avallare la decisione, anche in questo caso squisitamente politica, di una serie di paesi che avrebbero unilateralmente aiutato la Grecia a uscire dalla crisi.

Su questa debolezza tutta politica dell'UE di affrontare questo inedito problema si sarebbero concentrati in pochi giorni i terribili attacchi degli speculatori. Atene doveva infatti affrontare la scadenza, a fine aprile e marzo, di bond per 22 miliardi di euro. Le casse erano vuote e il ricorso alle banche internazionali obbligatorio. Fu una vera e propria tempesta. Le società di valutazione svalutarono ulteriormente il rating dei titoli greci e gli spreads si impennarono a 318 punti. Il 26 gennaio 2010 il ministero dell'Economia ha emesso titoli quinquennali per 8 miliardi (pari al 25% del fabbisogno del prestito complessivo), venduti a tassi del 6,2%, superiori del 3,5% rispetto alla media dell'eurozona. Era solo l'anticipo di quello che sarebbe successo nei mesi seguenti, quando gli istituti di valutazione avrebbero declassato i titoli greci a livello di junk, "spazzatura".

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"È Zeus che ci punisce"


In un mondo per pochi non c'è posto per nessuno

La parola chiave è depressione. Non solo economica ma anche, e soprattutto, psicologica. La si coglie, si percepisce in ogni momento, in ogni luogo, in ogni aspetto della vita dei greci. Negli uffici pubblici, dove una volta imperversavano statali frustrati e servili verso i potenti ma strafottenti verso i cittadini, ora regna la paura, l'insicurezza e la rassegnazione. Nelle imprese private, con il personale ridotto all'osso e costretto a lavorare fino a notte inoltrata, domina il silenzio del terrore. Nessuno si azzarda a dire nulla. Lo hanno scoperto perfino gli ispettori del lavoro, che non sono tutti militanti operaisti di estrema sinistra: un loro rapporto del gennaio 2011 riportava che circa 50 mila lavoratori dipendenti non hanno ricevuto la tredicesima, ma solo lo 0,5% lo ha denunciato. Gli altri hanno preferito tacere, nella speranza di conservare il posto di lavoro. Peggio ancora per i contributi: un datore di lavoro su quattro non li paga.

Chi lavora nel settore privato china la testa, stringe la cinghia, maledice i politici e trama per mantenere il posto di lavoro. Lo statale è meno angosciato per il posto di lavoro (anche se teme che prima o poi la Troika chieda anche la sua testa) ma molto più arrabbiato. Molti, i più, hanno dovuto rinunciare al doppio lavoro (in nero), costretti a farsi vedere finalmente in ufficio, per lo più con lo stipendio ridotto. È un complotto delle multinazionali, degli interessi stranieri, dei nemici della nazione per mettere alla gogna e distruggere Lui, l'umile difensore dello stato. Intanto, addio alla seconda macchina, alla settimana tutto compreso, a forte rischio il mutuo. Le famiglie greche hanno in proporzione la maggiore esposizione debitoria verso le banche nell'Europa dei 27, circa 118 miliardi.

Anche i consumi delle famiglie si sono ridotti drasticamente, precisamente del 9,3% negli ultimi due anni: meno vestiti e scarpe (-52% rispetto al 2009), meno giri in macchina (-28%), meno cosmetici per le signore (-27%), meno mobili ed elettrodomestici (-15%). Tirare la cinghia, in attesa di tempi migliori. Durante le feste di Natale 2010 i consumi sono scesi del 40%, con una spesa media di 410 euro per famiglia.

Ma anche il concetto di famiglia sta cambiando vertiginosamente. Nel 2010 abbiamo avuto un rapido aumento dei divorzi ("la povertà porta litigi", dice un proverbio greco) e un vero crollo della natalità.

Cambiata radicalmente anche la tipologia dei senza tetto ateniesi. Fino a poco tempo fa erano quasi tutti immigrati, pensionati soli, ex detenuti, vedove senza reddito. Ora bussano alle porte dei (pochi) ospizi gestiti dalla Chiesa e dalle organizzazioni non governative anche laureati, ex manager, ex precari statali. In totale, calcolano le organizzazioni non governative, sono 50 mila i senza tetto di Atene. La maggior parte trova rifugio di fortuna letteralmente sotto i ponti.

Ma anche chi un tetto ce l'ha, ora lo deve dividere con un altro: le convivenze di convenienza, si calcola, sono aumentate del 18% nel 2010 e non riguardano più i giovani, ma anche famiglie con figli e pensionati a carico.

Durissima la crisi per i giovani. Li vedi trascorrere le giornate nelle caffetterie, capelli lunghi e abbigliamento combat rock, consumando pochi caffè (d'estate frappè) e aspettando chissà cosa. Anche chi è riuscito a superare gli esami di accesso all'univeristà (un delirante sistema a punti in base ai quali si ottiene l'accesso a facoltà non richieste né desiderate), cioè il 23% dei maturati, sa bene di non avere nessuna prospettiva di lavoro. Addio alle vecchie raccomandazioni al "deputato di famiglia", addio ai concorsi, addio perfino agli stage non retribuiti. Il 61% dei giovani greci dai 18 ai 34 anni vive con la famiglia, un record europeo, secondo una ricerca promossa dalla Commissaria europea per la Gioventù, la cipriota Androulla Vassiliou. Chi vuole rendersi indipendente progetta la fuga all'estero. Lo dichiarano sette laureati su dieci, quattro su dieci hanno iniziato subito a cercare lavoro fuori confine. Non più in Italia a studiare, come negli anni Settanta, ma a lavorare in centri di ricerca negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Germania, dove si può incontrare la vecchia generazione di emigrati, quel milione e mezzo partito con la valigia di cartone e mai più tornato. Ora però sono i giovani che fuggono, quelli migliori, con lauree da 110 e lode, stanchi di aspettare anni per il dottorato o per la specializzazione in medicina e senza nessuna garanzia di trovare alla fine uno straccio di lavoro.

Ci sono anche dei tentativi di sperimentazione che stentano ad affacciarsi sul mercato. Gruppi di giovani intraprendenti e con talento che sviluppano software, si danno all'editoria elettronica, vendono servizi via Internet, tornano in campagna per coltivazioni biologiche, per salvare i cibi della tradizione, si inventano servizi turistici alternativi. Sono intelligenti e ben motivati, ma manca il supporto delle banche e devono scontrarsi con un mercato oligopolistico, che non ama le novità.

Eppure, le campagne greche avrebbero tanto bisogno di un'ondata di rinnovamento, di intelligenza, di voglia di fare. L'agricoltura del paese, ormai poco più del 3% del PIL, è stata drogata per decenni dai contributi europei e dai prezzi definiti dal governo per i prodotti tradizionali, sempre più difficili da vendere: cotone, tabacco, agrumi. L'agricoltore non è stato incentivato a investire, a differenziare il prodotto. Si è semplicemente limitato a sperperare il contributo statale. Solo pochi illuminati hanno bandito i fitofarmaci e si sono messi a scoprire nuovi prodotti o a valorizzare quelli tradizionali. Uno di questi è il nuovo sindaco di Salonicco, Boutaris, che ora vende i suoi vini pregiati in tutta l'Europa del nord.

Con l'arrivo della crisi, si tende a lasciare la caotica Atene e tornare in "provincia", dove la vita è meno cara e spesso ci si ancora alla famiglia per sopravvivere.

Non tutto è, perduto comunque. Ci sono ancora cittadini pronti a fare qualcosa, a rimboccarsi le maniche per migliorare la situazione e salvare il paese.

Dal 2009 alcuni coraggiosi abitanti di Exarchia si sono impegnati e hanno deciso di ripulire, letteralmente, l'omonima piazza del quartiere: hanno portato via le siringhe, le cartacce, le lattine vuote. Hanno restaurato le aiuole e i marciapiedi e potato gli alberi. I pusher se ne sono andati scandalizzati e ora la piazza è ritornata alle famiglie, ai caffè e anche agli anarchici non violenti. Lo stesso stanno facendo in altri quartieri gruppi di cittadini volenterosi che si fanno chiamare Atenistas.

Ma la depressione è evidente, si tocca con mano. Basta una passeggiata lungo il devastato centro di Atene. Gente depressa e arrabbiata che cammina velocemente per fuggire al proprio destino. Donne che restano eleganti anche con le scarpe di tre anni fa e la maglietta comprata al mercatino. Ci sono continui battibecchi sugli autobus, vere e proprie risse tra automobilisti. Discussioni accese nei caffè, nelle code, per le strade, ovunque. Qualcuno parla da solo per strada. Qualcun altro si dà alla microcriminalità e taccheggia i supermercati. A una mia zia a Patrasso hanno rubato tutti i limoni dall'albero. Sono riapparsi i ladri di biciclette. Sono aumentati anche i ricorsi a psicoterapeuti, psicologi e psichiatri, aumentato anche il consumo di psicofarmaci.

Il centro di igiene mentale dell'università di Atene ha istituito una linea verde contro la depressione: 16 mila telefonate solo nel secondo semestre del 2010. Per la maggior parte disoccupati, negozianti falliti, precari senza futuro. In 24 casi dopo la telefonata c'è stato un tentativo di suicidio. Nel primo semestre del 2011 i suicidi sono aumentati del 38%. In un muro qualcuno ha scritto: "In un mondo per pochi non c'è posto per nessuno". Cresciuto in un ambiente sociale senza valori, il cittadino si è abituato a collaborare con l'establishment corrotto pur di sopravvivere. È costretto a dare la bustarella al medico, a vendere il suo voto per un posto di lavoro, a sopportare capi incapaci e avidi, a evadere le tasse e a disprezzare la legge, poiché intuisce che di fronte ai furbi, in questo regno della concorrenza sleale, tutti gli altri arriveranno prima di lui e lo emargineranno. Ma anche perché di fronte a loro si sente impotente e ingenuo, con il risultato di identificarsi inconsapevolmente con il potente arrogante e di voler essere a sua immagine e somiglianza. Si comprende così perché questo cittadino evita l'autocritica e favorisce la complicità, accusando indistintamente tutti gli altri, perché hanno i mezzi per opprimerlo, perché la corruzione continuerà a esserci comunque e vuole liberarsi del suo peso insopportabile", ha scritto lo psichiatra Athanasios Zagoridis su To Vima, scagliandosi contro il trash venduto per informazione nelle trasmissioni televisive. "Dominano il populismo, la generalizzazione di casi isolati, il catastrofismo, le notizie false o costruite ad arte, mentre viene accuratamente nascosto il pur evidentissimo rischio di fallimento e di crollo delle finanze statali. È ormai uno spettacolo disgustoso vedere certi giornalisti e i loro ospiti che, come lupi voraci, si interessano esclusivamente di aumentare a costo zero la audience. Si presentano come difensori delle persone semplici, dei pensionati e dei salariati, per terrorizzarli: la situazione è disperata, non si può fare nulla. Intimidiscono e trascinano la gente in un panico provocato ad arte, nascondendo il sostanziale problema della cronica degenerazione sociale e politica di cui soffre il popolo greco, sintomi della quale è l'ipocrisia, la mentalità corrotta, la diffidenza, l'arbitrio, il ricatto, l'interesse privato e il rusvet."


"Stiamo facendo la rivoluzione dell'ovvio"

Gli economisti sono però unanimemente concordi nella diagnosi: "Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità". In pratica, tutto il decennio precedente è stato una truffa, un'amara presa in giro. La "Grecia potente" di Simitis, la "difesa forte contro la crisi internazionale" di Karamanlís, "i soldi ci sono" di Papandreou. Tutte balle, belle parole per accarezzare le orecchie degli elettori, che ora sono depressi e arrabbiati.

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