Autore Luigi De Pascalis
Titolo La pazzia di Dio
SottotitoloLa generazione della grande guerra
EdizioneLa Lepre, Roma, 2010, Visioni , pag. 302, cop.fle., dim. 12,8x20,5x2,3 cm , Isbn 978-88-96052-27-3
LettoreGiovanna Bacci, 2014
Classe narrativa italiana , paesi: Italia: 1900 , guerra-pace












 

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Mi chiamo Andrea e sono il secondogenito di Filippo ed Elvira Sarra. Sono nato nella nostra casa di Borgo San Rocco il 12 marzo 1895, in un giorno di cielo limpido.

Allora il paese contava poco più di cento fra case e stalle e, dal suo punto più alto, cioè dalla chiesa, in quel periodo dell'anno il mondo pareva un susseguirsi ininterrotto di colline verdi attraversate dal Sangro, insolitamente gonfio d'acque limpide e gorgoglianti.

Mia madre aveva cominciato ad avere le doglie durante la notte precedente: in casa, però, si respirava aria d'attesa già da alcuni giorni.

Per tenere piene fino all'orlo le due cisterne della cucina, Anto' de lu generale era dovuto andare a dorso di mulo alla fonte dell'Addolorata tante di quelle volte che ne aveva perduto il conto.

Anche Carminuccia, la cameriera di mammà, aveva avuto il suo da fare.

Aveva acceso il fuoco sotto il pentolone di rame, che solitamente si usava per le bottiglie di pomodoro, e aveva fatto bollire in acqua, cenere e liscivia i fasciatoi, i pannolini, le lenzuola e le federe per la culla e per il letto della puerpera.

Poi era andata di persona al fiume per sciacquarli come si doveva e li aveva stesi ad asciugare sul terrazzo, dalla parte della Mandrella, che è la più riparata.

Non s'era risparmiata neppure l'infermiera dello zio Sigismondo, il fratello minore di papà, che era medico.

Io non me la ricordo, questa infermiera, ma Carminuccia m'ha detto che si chiamava Elsa e che era un donnone con la faccia addormentata e i denti da cavallo.

Dato che il primo parto di mamma non era stato facile, Elsa aveva ricevuto da zio Sigismondo l'ordine di predisporre ogni cosa per una eventuale emergenza. Perciò aveva lavato con la varechina pavimenti, mobili e vetri dello studio, aveva disinfettato il lettino delle visite e aveva fatto bollire forcipi, ferri e siringhe.

A proposito dei parti difficili, zio Sigismondo diceva sempre:

«Qualche volta le anime non hanno voglia di venire al mondo: se ne stanno sedute in mezzo agli angeli a ballare e cantare e stanno così bene dove si trovano che non hanno fantasia di nascere. Così, sul più bello, fanno i capricci per restarsene in Cielo. E qui sulla terra sono dolori!».

Per evitare possibili "dolori" alla cognata, ne aveva seguito con scrupolo il puerperio e aveva chiamato ad assisterla donna Erminia Secchia, la più esperta levatrice della zona. Inoltre aveva scelto per tempo anche la mia futura balia, Mafalda Cipolla, moglie del mezzadro Bastiano.

Mamma Mafalda era giovane, sana e, cosa che non aveva guastato il giudizio dello zio, quando s'era tolta i vestiti per sottoporsi a una visita di controllo, aveva impregnato il gabinetto medico di un gradevole odore di lavanda. Insomma non era come certe beghine del contado, cariche d'oro e merletti ma poco propense all'uso d'acqua e sapone sotto panni.

Da parte mia posso dire che ho voluto bene a Mafalda Cipolla più che se fosse stata la mia vera madre e che i suoi figli sono stati per me quasi dei fratelli, meno Minnnina.

Per lei ho sempre sentito qualcosa di speciale; ma l'ho capito tardi, così come ho capito tardi quello che lei provava per me.

Peccato...

Quel 12 marzo, dunque, nella stanza di manunà era tutto pronto.

Elsa si stava affannando a sistemare le ultime cose, donna Erminia aveva appena controllato che la puerpera avesse contrazioni regolari e Carminuccia le tergeva premurosamente il sudore dalla fronte.

Era talmente partecipe dell'evento, povera Carminuccia, che pareva anche a lei d'avere le doglie.

Ma forse la pancia le faceva vedere le stelle più per le quattro salsicce di fegato col peperoncino mangiate la sera prima che per la compassione: almeno così m'ha detto una volta, facendosi pure un sacco di risate.

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Quell'anno, al tempo della mietitura, le prime nubi incerte si affacciarono puntualmente oltre la cima della Maiella, ma non mandarono giù neppure una goccia d'acqua.

Per San Rocco la rondine fa fagotto, dicono i vecchi ai bambini. Quella volta non fu così: faceva caldo, non pioveva da giugno e il Sangro era un filo d'acqua tiepida che scorreva fra sassi arroventati.

San Rocco è sempre stato un santo benevolo, generoso nel guarire pustole, piaghe, fratture e ferite: mali da poveri per il santo dei poveri. Forse per questo, in paese, è amato e venerato più dei santi dei ricchi, come San Giorgio, sempre in corazza scintillante, in groppa a cavalli bianchi, a liberare principesse e ad ammazzare draghi che in fondo sono creature di Dio pure loro.

Nel giorno del patrono del borgo i contadini cominciano ad affluire verso la sua chiesa già dall'alba.

Mettono i vestiti della festa: le donne merletti inamidati e oro rosso al collo e alle orecchie, gli uomini camicia bianca con il colletto slacciato e giacca nera.

Ognuno porta doni nei canestri di vimini tenuti in equilibrio sul capo pettinato e impomatato anche per tenere quieti i pidocchi.

C'è chi offre al santo un pollo vivo, chi grano o frutta.

C'è anche chi porta cibi cotti da barattare con offerte in denaro alla parrocchia.

Molti portano in chiesa arti e organi di cera, di terracotta o d'argento simboleggianti il male da cui sono stati guariti. Li lasciano ai piedi dell'altare e aspettano mezzogiorno in preghiera.

Poi don Egidio celebra la messa cantata e la sera, alla luce di centinaia di luminarie che spandono fino al fiume l'odore forte del petrolio e della cera da ardere, si tiene il concerto bandistico.

Mastr'Alfredo non amava le feste, né la confusione.

Non gli piacevano i carretti dei venditori ambulanti.

Non sopportava il chiasso, la puzza di sudore della gente e i lumi di carta colorata.

Lo schifavano i vapori del combustibile da illuminazione mescolati agli odori del vino, della porchetta e delle costolette di pecora marinate nell'aceto e nell'aglio e fatte abbrustolire su fuochi improvvisati.

Non gradiva neppure il canto stonato degli ubriachi, gli interminabili discorsi di don Ettore De Jorio, il podestà, e l'andirivieni dei maggiorenti in pompa magna, con tanto di consorti e figliolanza al seguito.

Ma quell'anno, chi sa perché, tirò fuori dalla cantina la tinozza di zinco, la sistemò in mezzo alla cucina, la riempì d'acqua tiepida, chiese alla madre di strofinargli la schiena con la liscivia e si concesse un bel bagno.

Quindi indossò l'unica camicia bianca che aveva, cavò dall'armadio il vestito buono, che era di lana pesante ma meglio sudare un po' in estate che morire di freddo l'inverno e andò alla festa.

Se avesse dovuto dire perché lo faceva, non avrebbe saputo darne spiegazione.

Lo fece e basta.

Da sempre, a San Rocco, il palco della banda viene montato in mezzo a Piazza Garibaldi.

Quell'anno era l'85 o l'86: mastr'Alfredo, quando m'ha raccontato questa storia, non se lo ricordava più era tutto bianco, oro e argento.

In mezzo al cielo brillava una luna magnifica.

Qualcuno vide perfino le stelle filanti, che in agosto sono di stagione ma nella notte della festa di San Rocco sono pure figlie del vino e dell'allegria.

Insomma, una volta tanto poveracci e signori erano fianco a fianco, tutti con il naso per aria e con la pancia scaldata dal vino, che è il sangue della terra, e dal torrone e dallo zucchero filato, che sono i sapori del Paradiso.

«Buona sera, don Peppino».

Don Peppino De Carolis, padre di don Giustino, farmacista e speziale pure lui, sorrise allo scarpàro.

«Buona sera mastr'Alfredo. Come state?».

«Bene, grazie. E voi?».

«Secondo come vuole il Signore, caro mio. Posso offrirti un mezzo toscano?».

Il padre era più cordiale e generoso di come sarebbe stato il figlio, questo è certo.

Lo scarpàro non amava il tabacco, ma non se la sentì di rifiutare la cortesia. Ringraziò, appicciò e s'addossò a un palo di luminaria.

Poi salutò zi' Matteo, il fattore, che teneva sotto braccio zi' Ersilia, che all'epoca era ancora giovane e in ghingheri tale e quale una dama di corte.

Il sigaro non era sgradevole, anzi era buono.

Aveva un che di appetitoso.

I suonatori, sul palco, cominciarono ad accordare gli strumenti: prima il controfagotto, poi il fagotto, quindi il corno inglese, gli archi e tutto il resto voci quasi umane che si schiarivano, risvegliandosi dal sonno incantato delle custodie.

Il rumore della folla s'acquietò.

I gradini del podio scricchiolarono sotto i piedi del maestro che li saliva lento ed elegante come un principe, con tanto di frac e di sparato perfettamente stirato e inamidato.

Due colpi di bacchetta sul leggio.

Ouverture...

Come tutti gli abitanti di Borgo San Rocco mastr'Alfredo conosceva il piacere di abbandonarsi alla musica di una banda, ma stavolta sperimentò molto più d'un piacere.

Stavolta fu la luminaria delle luminarie, la fiera delle fiere, il miracolo dei miracoli di San Rocco.

Gli bastò la prima nota per capire che il silenzio era finito, che l'anima non bruciava più, che le chiacchiere erano solo chiacchiere, che un raglio d'asino era solo un raglio d'asino e che lo stormire di una foglia era solo uno stormir di foglia.

Eccolo, dunque, il prodigio dei prodigi, il gioco dei giochi: la musica!

Il direttore si sbracciava a tempo, con la bacchetta fra il pollice e l'indice della destra.

A ogni movimento le code del frac sferzavano l'aria come vere code di rondine.

Intanto i suoi gesti misurati ed energici ordinavano alle note di salire fino al cielo, quasi fossero palloni colorati gonfi d'aria calda, con il fuoco sotto.

E loro... obbedivano!

Salivano alle stelle e tornavano nelle sue mani a comando, come colombe ammaestrate. Nel frattempo avevano visitato il cuore della gente e lo avevano riempito di emozioni.

Lo scarpàro scoppiò a ridere, si fece il segno della croce e tagliò la folla verso don Egidio che seguiva il concerto da sotto il palco, a mani giunte, come se pregasse.

«Pozz'accide' lu silenzio» gli gridò nell'orecchio.

Zi' prévete lo guardò senza capire.

«Era la musica, don Egi'! Tenevo la capo piena di musica e non lo sapevo. L'anno che viene, sul palco di San Rocco ci sto pur'io: ci potete scommettere la capo!».

«Deo gratias» esclamò il parroco senza voltarsi.

Il Signore, come sempre, aveva trovato la sua strada per consolare il cuore di un uomo.

Il giorno appresso mastr'Alfredo si presentò a casa di don Carmine, l'usuraio, e fece un debito che avrebbe impiegato una vita ad onorare.

Poi, siccome il biglietto della corriera avrebbe intaccato il gruzzoletto, andò fino a Chieti a piedi e ne tornò il giorno seguente, a notte fonda, sempre a piedi, ma con un astuccio di clarino sotto un braccio e un fascio di fogli con certi segni misteriosi sotto l'altro.

Cantava a squarciagola e si sentiva un'altra volta bambino, con una seconda vita davanti, meno cupa, meno piena di silenzio.

Arrivato alla fonte delle lavannàre, vicino al greto del fiume, alzò gli occhi e vide che il paese era una massa scura in cima alla collina.

Pareva arrampicato fra le costellazioni.

Una, due, tre stelle filanti ararono il cielo.

Aveva un solo desiderio: suonare sul palco, in piazza, alla prossima festa di San Rocco.

Lo espresse, ma forse le stelle erano state troppo veloci o il suo pensiero troppo lento.

Ci mise un anno per imparare i primi segreti del clarino.

Ce ne mise altri due per affinare il mestiere.

E ci mise altri sei mesi per trovare il tempo e il modo di entrare nella banda che suonava solitamente alla festa di San Rocco.

Però, da allora, d'inverno faceva lo scarparo e d'estate suonava nella banda, in giro per i paesi della Maiella.

D'inverno sopportava la vita e d'estate gli pareva bella.

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Gli anni trascorsero tutti uguali, o quasi, fino al 1914.

Io m'ero lasciato crescere i baffi come li portava una volta zio Sigismondo, Polpetta aveva il viso senza un pelo ma s'era fatto grande e grosso e aveva perso la sua aria da leprotto.

Balbettava sempre, tuttavia nessuno in collegio s'azzardava più a prenderlo in giro.

Anche Cesira era cambiata in meglio, una vera bellezza.

Tutte le domeniche pomeriggio seguitava a fare con don Russo quelle devozioni grazie alle quali San Gennaro la gratificava dell'indispensabile miracolo in denaro.

Ogni volta la stessa cifra.

Noi l'andavamo a trovare più tardi, sempre di nascosto, e a volte ci scappava qualche intimità.

Il vetturale che ci aveva portati da lei la prima volta era di nuovo in prigione.

In un accesso di rabbia aveva quasi accoppato a coltellate Gennarino o' cucchiere e c'erano voluti quattro gendarmi per mettergli i ferri. Cesira lo andava a trovare di tanto in tanto, con un dolce o un pacco di panni stirati, proprio come un fratello. Che una volta il loro volersi bene era stato amore e tormento nessuno dei due se lo ricordava più.

Peppino, l'inserviente, era morto nel '13.

Una volta, nel dire signorsì, aveva avuto uno sbocco di sangue ed era caduto stecchito.

Non c'era più neanche don Mileto, il professore di latino e greco, ma per lui la questione era diversa: c'era stata una faccenda ingarbugliata con un allievo dell'ultimo corso ed era stato allontanato.

Al suo posto era venuto un pretino pelle e ossa, pieno di acciacchi, acido come una zitella.

Per me vederlo e soprannominarlo don Lazzaro fu un tutt'uno.

Solo Gennarino o' cucchiere, nonostante le coltellate subite, pareva uguale a prima. Era sempre sorridente e mellifluo, con nipotine giovanissime e ben disposte di cui gli allievi del convitto erano entusiasti.

Io e Polpetta, però, ci tenevamo fuori dal suo giro. Noi avevamo Cesira che ci spassiàva quando avevamo smania di farci spassiàre e ci stava a sentire quando avevamo voglia di parlare.

Avevamo anche raggiunto una specie di tacito accordo: ai miracoli di San Gennaro, quelli più grandi, pensava don Russo. A quelli più piccoli provvedevamo noi due, di tanto in tanto, finanze permettendo.

Questo tran tran consentiva alla ragazza di godere una compagnia meno frettolosa e cupa di quella dello scarrafone, a Polpetta di discorrere a piacimento senza che qualcuno si spazientisse per il suo modo incespicato di parlare e a me di tenere a bada con gli occhi e con il cuore la nostalgia per Rosa la cui lontananza doleva, a volte, come una ferita.

Sopra la credenza, al sicuro dalla curiosità di don Russo, Cesira teneva nascosta qualche teluccia, una scatola di colori, cinque o sei pennelli, olio di lino e trementina e, quando non faceva troppo freddo, posava per me, nuda come mamma l'aveva fatta.

Allora era come se fosse festa.

Lei se ne stava immobile, orgogliosa che le sue grazie ispirassero una volta tanto qualcosa di diverso dal desiderio sessuale, e Polpetta guardava a occhi spalancati ora la modella ora la tela senza riuscire a capacitarsi del miracolo che stavo compiendo con quattro pennelletti e un po' di intrugli colorati.

Secondo lui muovevo la mano seguendo luci e ombre che vedevo solo io, compiacendomi o arrabbiandomi per cose che non si capiva che differenza facessero eppure, alla fine, Cesira era lì, sulla tela, racchiusa in uno spazio che l'avrebbe conservata sempre con quel petto sodo e morbido, con quei fianchi tondi come colline, con quella cascata di capelli sotto cui i pensieri più arditi fiorivano al riparo dal peccato.

«Ho finito» esclamavo a un certo punto. «Cesira, vieni a vedere». Nuda com'era, lei correva verso la seggiola che faceva da cavalletto.

«Non sono così bella» protestava compiaciuta. «Quella tiene un petto che Dio salvi. E pure la vita è più sottile della mia».

«Non è vero» la rassicurava Polpetta cingendola con il braccio. Il contatto con la carne nuda, profumata di borotalco, gli faceva incespicare la lingua più del solito. «Tu sei un sole. vero Andre'?».

Io mi pulivo le mani con uno straccio e aumentavo la dose.

«Un sole è poco. Cesira mia, la verità è che non sono abbastanza bravo per pittarti bella come sei».

Lei scoppiava a ridere e cominciava a rivestirsi con maliziosa lentezza, mentre noi ammiravamo a bocca aperta tutto quel ben di Dio che spariva sotto panni.

Nonostante ciò la sera, in collegio, nei discorsi miei e di Polpetta non c'erano più Cesira o Rosa ma l'ultimo romanzo di D'Annunzio, la guerra di Libia, la conquista di Rodi, la politica di Giolitti e quella di Turati.

«Bisogna ridare vita agli ideali risorgimentali, che erano ideali di pochi. Anzi dei migliori» sbottava Polpetta.

Non gli era mai andata giù la riforma elettorale del 1912, quella del suffragio universale.

Non gli piaceva che il diritto di voto fosse stato esteso a tutti i cittadini maschi di oltre ventuno anni che avessero prestato servizio militare e a quelli con età superiore ai trenta. Troppa gente, secondo lui.

«Non siamo tutti uguali» farfugliava qualche volta già nel dormiveglia. «Perché il mio voto deve valere quanto quello di Gennarino o' cucchiere? Come fa a capire, lui che poveraccio è analfabeta, che quelli come don Russo, che possono far fare a San Gennaro tutti i miracoli che vogliono, lo prenderanno sempre per il culo e che se oggi gli si fottono la nipote, domani si fottono pure lui?

«Dietro le belle prediche di certa gente ci sono gli agrari, gli industriali, che quelli come Gennarino se lo magnano e cacano almeno sette volte prima che lui si fa il segno della croce. Cristo, Andre': su otto milioni di elettori, quanti Gennarini ci sono: cinque, sei milioni? Sono sei milioni di voti regalati ai farabutti che possono comprarsi un posto in Parlamento, se vogliono. E questa sarebbe la democrazia? Ma fammi il piacere!... La verità, caro mio, è che prima c'è bisogno di scuola e di libri. Poi, se mai, di democrazia. Di questo passo, Andre', succede un casino del diavolo!».

Io replicavo come potevo. Tuttavia devo riconoscere che, almeno sulla questione del casino, i fatti diedero ragione a Polpetta.

Il patto Gentiloni e le elezioni del 1913 produssero il governo Salandra. Giolitti, che forse s'era rimbambito, faceva conto che tutto sarebbe tornato come prima.

Invece l'Italia si stava accendendo come uno zolfanello e la guerra, Dio solo sapeva contro chi, veniva sempre più spesso esaltata come unico strumento atto a rinsaldare la morale e a ritemprare lo spirito nazionale.

Per la maggioranza accecata, la nazione aveva un nuovo destino: l'antica gloria di Roma.

Figuriamoci!

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Nell'estate del 1914, più o meno mentre la corriera, un autobus nuovo di zecca e con ben diciotto posti a sedere, mi riportava a casa per le ultime, brevi vacanze estive da studente, ad Ancona i sanguinosi scontri fra scioperanti e forze dell'ordine sfociavano in una spropositata operazione di polizia con oltre centomila soldati che occupavano il territorio dalle Marche alla Romagna. E, proprio mentre rimettevo piede a casa, a Sarajevo un tale sparava all'Arciduca d'Austria e alla moglie.

A Borgo San Rocco, però, lo venimmo a sapere solo due giorni dopo, quando Cicco irruppe nella sala dipinta sventolando una copia della Domenica del Corriere.

In copertina c'era la figura scura di quel tale, Gavilo Princip si chiamava, che puntava la pistola contro l'Arciduca, già riverso nell'auto assieme alla consorte.

Cicco era eccitato, rosso in viso.

«Guarda che è successo, Andre'. Mo' scoppia davvero la guerra!».

Gli strappai il giornale dalle mani e irruppi nello studio di zio Sigismondo non pensando che poteva esserci un paziente. Invece c'era zi' Matteo a torso nudo.

Si stava facendo auscultare il torace e rantolava tentando di respirare a fondo.

Zio Sigismondo diede una scorsa alla didascalia, poi lasciò cadere il settimanale sul lettino e tornò ad appoggiare lo stetoscopio sulla schiena del fattore.

«Non tenete 'nu cazzo zi' Matte'. Un poco di bronchite, ma dovete smettere di fumare. Alla vostra età è veleno!».

«So' veleno pure 'ste notizie» rispose il vecchio indicando la Domenica del Corriere. «Un veleno che nessuno può smettere di pigliare. Che può fare, peggio di una guerra, un mezzo toscano?».

«Tenete ragione, ma forse questa faccenda dell'Arciduca è un problema interno all'Austria. Forse l'Italia si fa i fatti suoi. A Roma non sono mica pazzi. Vittorio Emanuele è 'nu brav'òmmene. Non permetterà un massacro».

Invece lo permise.

A primavera Sonnino, che era ministro degli Esteri, stipulò con Inghilterra e Francia un patto segreto che impegnava l'Italia a entrare in guerra entro un mese, ragion per cui la Corte incoraggiò alcune manifestazioni di piazza "radiose giornate" le definì la stampa.

Visto che la licenza liceale era ormai alle porte io e Polpetta passammo l'inverno a sgobbare sui libri, ma molte notti le trascorremmo a discutere sull'opportunità di un intervento armato dell'Italia.

Polpetta lo considerava l'ultima occasione per concludere in bellezza il ciclo delle guerre d'indipendenza.

«Con questo schifo di democrazia» diceva convinto «si rischia di restare impantanati. Quando ci sono troppi galli a cantare non si fa mai giorno».

Io ero incerto.

Qualche volta pensavo che la pace era un bene impagabile e che il mondo era troppo cambiato perché il Risorgimento fosse ancora vivo e vegeto; qualche altra mi lasciavo infiammare dagli scritti raffinati di D'Annunzio, il Vate d'Abruzzo, o da quelli più ruvidi del direttore del Popolo d'Italia, Benito Mussolini.

Su una cosa però eravamo sempre d'accordo: vinta o persa, dalla guerra avrebbero guadagnato solo i ricchi.

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Il giorno seguente, 15 dicembre, a metà mattinata, la compagnia era in prima linea a Oslavia, un villaggio di fronte a Gorizia ridotto a un ammasso di muri diroccati, di strade sventrate dalle cannonate, di sentieruzzi che si perdevano nel vuoto.

Quello che restava dell'abitato era circondato da una ragnatela di muretti di sacchi di sabbia al riparo dei quali c'erano le piazzuole delle armi automatiche e degli obici.

Un sistema di trincee e camminamenti collegava punti strategici, comando, infermeria, magazzini e latrine.

Non m'aspettavo niente più di quello che trovai: un inferno spoglio e freddo, ingombro di detriti e d'immondizia.

Di inatteso c'era solo l'odore, un misto di sudore, escrementi umani e animali, polvere da sparo, creolina, rifiuti di cucina e qualcos'altro d'indefinibile che forse era paura e forse disperazione.

In autunno quel tanfo stagnava nelle trincee, nei mesi più freddi si rintanava sotto la neve, a primavera tornava a farsi sentire e, nel corso della breve e afosa estate carsica, esplodeva insieme a tifo e dissenteria.

Nei mesi caldi, peraltro, le operazioni militari s'intensificavano, sicché quel lezzo furibondo si arricchiva, si fa per dire, del fetore dei corpi umani abbandonati a marcire fra le sassaie.

In trincea i ritmi di vita erano rovesciati: si riposava di giorno e si lavorava di notte, contendendo lo spazio ai sorci.

Il rancio si consumava all'alba, sempre che durante la notte fossero riusciti ad arrivare fin lassù i muli carichi di pignatte di colla gelata che una volta era stata pasta o riso. Spesso l'acqua era imbevibile e il pane era segnato dai denti dei topi.

I turni in trincea erano di due settimane, ma già dopo due giorni ebbi il primo problema: una dissenteria furibonda, con coliche che il laudano non riusciva a lenire.

«Niente di preoccupante» mi disse ridendo Marotta. « il pedaggio del noviziato. Serve ad espellere dal posto più adatto l'entusiasmo idiota. Quello che resta dopo aver cacato via anima e coscienza è più o meno un soldato».

Il cesso da campo, una serie di buche nel terreno al riparo d'una tettoia e divise tra loro da basse cortine di juta, emanava un puzzo anche più forte delle trincee.

La terza e la quarta giornata di fronte, intere o quasi, le passai accucciato lì e spesso, all'altro lato del telo, c'era Francioni che rumoreggiava in maniera incontenibile.

Intanto si lagnava:

«Gesù mio che vergogna, Gesù mio che vergogna».

Ebbene: fu proprio lì, nel cesso da campo, che venne a raggiungermi il cosiddetto battesimo del fuoco.

M'ero appena calato i calzoni per l'ennesima volta quand'ecco un improvviso crepitio d'artiglieria, urla e ordini concitati, fucileria rabbiosa. Poi il Riccio, l'attendente abruzzese che Marotta mi aveva consigliato appena aveva saputo che ero nato a uno sputo dalla Maiella, irruppe nella latrina tappandosi il naso e urlando.

«Sortene', attaccano! Attaccano!...».

Il Riccio, che aveva la faccia bianca e rossa della gente di montagna e il carattere imperturbabile dei pastori, s'era guadagnato quel soprannome a causa della sua incredibile capigliatura: nera, crespa e folta come il vello di una capra. Non c'era barbiere capace di darle un verso, non c'era brillantina in grado di tenerla sotto controllo.

Corsi verso il Comando tenendo con la sinistra le brache e con la destra la pistola.

«Che cazzo ci fate con i calzoni in mano?» Iacobucci era furibondo. «Correte alla postazione est e riorganizzate quella manica di imbranati che ha fatto inceppare la mitragliatrice!».

difficile fare gli eroi con i pantaloni a mezza coscia, l'intestino che si contrae penosamente e una massa urlante di nemici che ti spara addosso mentre taglia il filo spinato che dovrebbe difenderti.

Comunque spintonai il soldato che aveva fatto bloccare l'arma e armeggiai con l'otturatore. La prima raffica partì che i crucchi erano a non più di quaranta metri.

«Tu fammi scorrere il nastro e tu schioda un'altra cassetta di munizioni» ordinai al mitragliere e al servente.

Gli austriaci andavano giù come bersagli di gesso al tirassegno della fiera di San Rocco, sagome scure senza faccia e senz'anima. Ma continuarono ad attaccare fino a che cominciarono a sparargli addosso anche i nostri obici, che precisi non erano ma a ogni colpo andato a segno facevano un vuoto pauroso.

Mezz'ora di quell'inferno, poi il nemico si ritirò.

Dalla linea del filo spinato venivano urla e lamenti di feriti e moribondi, ma anche noi non ne eravamo usciti bene; a cominciare dal mio servente a cui un proiettile, una scheggia o un sasso, vallo a sapere, aveva squarciato la gola.

Perdeva sangue a fiotti e agitava braccia e gambe come per il ballo di San Vito.

Stava morendo soffocato dal proprio sangue e saltava qua e là come un pesce preso all'amo e scaraventato sulla riva a morire di mancanza d'acqua.

Un conato di vomito mi scombussolò lo stomaco.

Scattai in piedi e feci per correre via, ma riuscii a fare solo pochi passi. Dovetti appoggiarmi a un muro sventrato e lasciare venire fuori anche l'anima.

«Tenente Sarra!».

Il capitano lacobucci mi stava alle spalle.

«Signorsì».

Mi ripulii alla meglio e mi voltai verso di lui che finse di non vedere in che stato ero.

«Niente male, per un battesimo del fuoco. Contate le perdite del plotone e rimettetevi in sesto: rapporto ufficiali fra dieci minuti».

«Signorsì».

Quella notte mi svegliai in un bagno di sudore. Mi buttai il pastrano sulle spalle e uscii. Fuori trovai Francioni che se ne stava accucciato in un angolo.

Mi accoccolai di fianco a lui.

«Neppure tu riesci a dormire?».

Scosse il capo.

«Come faccio? Ho ucciso tre poveri cristi».

«I miei non ho potuto neppure contarli» risposi.

«Spero che ci si faccia l'abitudine».

Rimanemmo in silenzio per qualche minuto, accomunati da quello che non ci dicevamo, più che se fossimo stati fratelli.

Poi sentimmo dei passi furtivi e qualcuno che si fermava dietro l'angolo, sì e no a due passi da noi. Eravamo disarmati, ci mettemmo in piedi senza fare rumore.

Udimmo un getto d'urina contro il muro e un "Ah!..." di sollievo con un timbro di voce inconfondibile.

Marotta!

«Neanche tu riesci a dormire?».

Ci raggiunse abbottonandosi i calzoni.

«No, no. che sto di guardia. E poi m'è rimasta 'na cosa sullo stomaco... Sarà stato 'o caviale o la sciampagna?».

Vide in che condizioni eravamo e si fece serio.

«Con la luce del giorno è tutto meno peggio» disse, «perfino questo posto. Perciò la notte, se si può, conviene dormire. Iàmme, guaglio'!».

i prese sottobraccio e ci riportò alle brande, poi tornò fuori. Il rumore dei suoi passi si perse in un attimo.

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Quella sera stessa scrissi a casa che secondo me la grande ubriacatura stava per finire.

All'improvviso avevamo cominciato a gridare "guerra, guerra!" e all'improvviso avremmo cominciato a gridare "pace, pace!". In realtà, aggiunsi, non c'era stato motivo per cominciarla, la guerra, e non ce n'era perché finisse.

Era come se la malattia che ci aveva contagiati si stesse avviando a guarigione da sola. Forse sarei stato presto a casa. In realtà neanche stavolta andò come pensavo. Il conflitto s'allargò ai civili e le popolazioni limitrofe al teatro di guerra dovettero imparare a fare i conti con i gas. Venezia fu più volte bombardata dagli idrovolanti, Napoli fu attaccata da un dirigibile.

Poi la Russia si ritirò dal conflitto, Francesco Giuseppe morì e il suo impero cominciò a vacillare.

L'Italia, invece, ebbe il suo colpo di reni.

Diaz, il nuovo capintesta, chiamò alle armi i ragazzi del '99 e promise terra ai contadini impegnati nel conflitto.

La sua promessa serpeggiò nelle trincee come un brusio sommesso, poi diventò un rumore robusto, infine si trasformò in un vento impetuoso. Sarebbe bastato vincere e, chi fosse riuscito a sopravvivere alla guerra, non avrebbe più dovuto temere per il futuro.

Niente più fame o bracciantato per un tozzo di pane, niente più mesi di mare verso Stati Uniti e Argentina. Tutti avrebbero avuto un minimo di sicurezza dov'erano nati. Ecco finalmente una cosa per cui valeva la pena lottare!

I soldati, che erano quasi tutti contadini, ricominciarono a combattere con deciso vigore.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, questo è certo...

Un giorno un caporale, uno della provincia di Napoli, chiese di essere ricevuto da me. Era eccitato come se avesse la febbre.

Parlava come una mitragliatrice.

«Sortene', che ne pensate di questa cosa della terra ai contadini? Diaz pare bravo... ma non è che lo pigliamo 'n culo un'altra volta?».

A me tornarono subito alla mente i discorsi di Polpetta sul suffragio universale: "Dietro le belle parole ci sono gli agrari e gli industriali, che quelli come Gennarino o' cucchiere se lo magnano e cacano sette volte prima che lui se ne accorge... E questa sarebbe la democrazia?... Ma vaffanculo!".

Era accaduto tanto tempo prima, quasi in un'altra vita, e il povero Polpetta si trovava in fondo a chi sa quale fossa comune: peccato non potergli più dare ragione!

La guerra, come la democrazia, era quasi tutta sulle spalle di milioni di Gennarini di tutti i paesi. E milioni di Gennarini, se fossero riusciti a sopravvivere, la qual cosa non era per niente semplice, l'avrebbero preso in culo alla grande: c'era da giurarci.

I Gennarini italiani non avrebbero fatto eccezione.

«La politica fa più schifo della guerra» risposi senza avere il coraggio di guardare negli occhi il mio interlocutore. «Io al posto tuo non ci farei affidamento, su quella terra».

Il caporale si strinse nelle spalle, come a dire lo sapevo io!

Tuttavia il suo dovere lo fece fino a giugno del 1918, quando morì fra Asiago e il Piave, durante l'ultima grande offensiva austroungarica, quella che nelle intenzioni del nemico avrebbe dovuto portare a una nuova Caporetto.

Ma stavolta la nostra difesa, che pure riguardava un fronte vastissimo, era in mani salde.

Ogni giorno, all'alzabandiera, noi ufficiali davamo lettura alla truppa dei comunicati del Comando Supremo e la scrittura asciutta di Diaz dava i tempi della riscossa.

Solo una volta, il 22 giugno, nel sentire il documento del giorno precedente, neppure i veterani più incalliti si vergognarono di mostrare gli occhi lucidi.

Diceva il comunicato: "Il valoroso maggiore Baracca, che aveva raggiunto la 34" vittoria aerea, il giorno 19 corrente non ha più fatto ritorno da eroico volo di guerra".

Al rompete le righe venne da me il Riccio.

«Ve lo ricordate Baracca, a Treviso, quella volta che parlava D'Annunzio?».

«Me lo ricordo, sì. Pareva un signore, una persona per bene».

«Altro che signore: quello teneva le palle!».

Per il Riccio era il più gran complimento immaginabile, ma naturalmente il suo amato D'Annunzio era un'altra cosa.

«Riccio» gli chiesi in quell'occasione «come hai fatto a Treviso? Con D'Annunzio, voglio dire. Parevate proprio culo e camicia».

«Sortene', ma voi credete a quello che vedete o a quello che sentite dire?».

«Ah, io sono come San Tommaso: credo solo a quello che vedo».

«Bravo! E allora vuol dire che io e D'Annunzio siamo culo e camicia».

Girò sui tacchi e se ne andò.

Alla fine del mese ci fu il primo sbarco americano.

Non che servisse a molto, visto che la fiamma della guerra aveva cominciato a spegnersi da sola come per mancanza d'ossigeno e che nelle file austroungariche erano già cominciati ammutinamenti, ribellioni, perfino rese parziali di intere armate.

A quel punto il comando austriaco ordinò la ritirata.

Il 2 novembre la mia compagnia era fra le truppe che occupavano Rovereto. I nemici non c'erano più, le ragioni per continuare la guerra neppure e tutti ormai consideravano la disciplina un inutile supplizio.

Qualche giorno dopo, il 10 novembre, l'Agenzia Stefani rese pubblico il dispaccio di Berlino con cui l'imperatore e re aveva deciso di rinunciare al trono. Il giorno appresso ricevetti il documento che dava notizia della capitolazione della Germania e della sospensione delle ostilità.

Più lo leggevo e meno riuscivo a crederci.

C'era scritto: "Comando Supremo, 11 novembre, ore 20. In seguito all'armistizio con la Germania, le operazioni di guerra sono state sospese su tutte le fronti alle ore 11 di oggi, 11 novembre. Diaz".

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