Copertina
Autore William Deresiewicz
Titolo La vita secondo Jane Austen
EdizioneTea, Milano, 2012, collana e num. , pag. 212, cop.fle., dim. 14x21,5x1,8 cm , Isbn 978-88-502-2708-2
OriginaleA Jane Austen Education [2011]
TraduttoreClaudio Carcano
LettoreSara Allodi, 2013
Classe critica letteraria
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Indice


1.  Emma: Ogni giorno è importante                       7

2.  Orgoglio e pregiudizio: Crescita                    40

3.  L'abbazia di Northanger: Come imparare a imparare   70

4.  Mansfield Park: Essere se stessi                   102

5.  Persuasione: La vera amicizia                      138

6.  Ragione e sentimento: Il vero amore                167

7.  Fine della storia                                  202

Ringraziamenti                                         209


 

 

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Emma


OGNI GIORNO IMPORTANTE



Avevo ventisei anni, e in tutte le faccende umane ero stolido come ogni ventiseienne ha diritto di essere, quando conobbi la donna che mi avrebbe cambiato la vita. Il fatto che fosse morta da quasi duecento anni non faceva nessuna differenza. Lei si chiama Jane Austen e i suoi romanzi mi hanno insegnato tutto quello che so su ciò che conta davvero.

Quello che mi toglie il respiro quando ripenso a questa faccenda è che non avrei mai voluto leggere le sue opere. successo tutto quasi per caso, e di sicuro contro la mia volontà. L'anno precedente, rimessomi a studiare per il dottorato, non vedevo l'ora di colmare le mie lacune in campo letterario - Chaucer e Shakespeare, Melville e Milton - ma un settore della letteratura inglese per cui non provavo il minimo interesse, che addirittura mi ripugnava, era la narrativa del Diciannovesimo secolo. Che cosa poteva esserci di più noioso, pensavo, di un mucchio di lunghi, pesanti romanzi scritti da donne in un linguaggio ampolloso e su futili tematiche?

Gli stessi titoli erano ridicoli. Jane Eyre. Cime tempestose. Middlemarch. Ma nulla simboleggiava l'ottusità e la mediocrità di tutte quelle opere più del nome Jane Austen. Non era lei l'autrice di quelle stupide favolette romantiche? Sbadigliavo al solo pensiero.

Quello che volevo realmente era studiare il modernismo, la letteratura che aveva formato la mia identità di lettore e, per molti versi, di persona. Joyce, Conrad, Faulkner, Nabokov: scritti complessi, difficili, sofisticati. Come molti giovani, avevo bisogno di pensare a me stesso come a un ribelle e il modernismo, con la sua forza rivoluzionaria, confermava l'immagine che avevo di me stesso. Passavo le giornate immerso in una nube di irritato sarcasmo, esibendomi in silenziosi soliloqui, mentre camminavo per Broadway nel mio soprabito alla John Lennon, contrario a tutto ciò che fosse convenzionale, rispettabile e pio. Mi spostavo rasente agli edifici, restando nell'ombra - ti fa sentire un ratto in cerca di un nascondiglio - per accentuare il mio senso di alienazione. Se aspettavo qualcuno e non avevo altro posto dove andare, mi sedevo sul marciapiede con il mio Kerouac o il mio Comma 22, e guai a chi mi disturbava. Fumavo erba, ascoltavo i Clash e sbuffavo ai maneggioni che si erano venduti al potere. Come tutte le persone di mentalità moderna, ero impaziente di cambiare il mondo, anche se non sapevo esattamente come. Per lo meno, ero sicuro che non mi sarei lasciato cambiare io dal mondo. Ero l'uomo del sottosuolo di Dostoevskji che inveisce contro la macchina. Ero lo Stephen Dedalus di Joyce, l'artista ribelle superiore agli adulti. Ero il Marlow di Conrad, l'uomo sincero e stanco della vita che sgonfia ipocrisia e menzogne.

Inutile dire che non ero la persona più facile con cui trattare. A dire il vero, mi stupisco che i miei amici mi sopportassero. Come molti altri, ritenevo che una buona conversazione significasse parlare di tutto quanto apparentemente importante conoscessi: libri, storia, politica e via dicendo. Ma non ero così sicuro di me; anche se, manco a dirlo, non lasciavo mai finire una frase a nessuno ed esprimevo le mie opinioni come se provenissero in diretta dal Sinai. Ero inoltre inconsapevole dei sentimenti delle persone che mi circondavano, un bulldozer con l'overdrive sempre inserito, perché non mi ero mai sognato che il mondo potesse apparire diverso, se osservato da un altro punto di vista.

La mia migliore amica, che mi capiva meglio di me stesso, una volta mi presentò una sua conoscente che si chiamava Honour (in italiano: Onore). Mentre mi preparavo a snocciolare tutti gli stupidi giochi di parole che mi venivano in mente - «Vostro Onore», «Onor-ato di conoscerla» e così via - lei, la mia amica, colse il sorrisetto sulle mie labbra e mi prevenne prima che potessi fare la figura dell'idiota. «Billy», mi disse con la stanca pazienza di chi si rivolge a un bambino difficile, «li ha già sentiti tutti.» Di fatto, non capivo nulla di me né di nessun altro.

La mia vita romantica, nessuna sorpresa, non era mai stata molto felice. All'epoca ero impantanato in una relazione che sarebbe dovuta finire già da tempo. Ci eravamo saltati addosso una sera dell'estate prima e, sebbene fossimo insieme da oltre un anno, avevamo ben poco in comune e non eravamo mai andati al di là del sesso. Lei era bellissima, bisessuale, impulsiva, esperta. Con l'aria di chi la sa lunga e la risata di chi non gliene importa un fico. Andavamo a letto, poi fuori a ballare e poi di nuovo a letto.

Ma in quanto alla vera intimità, ero decisamente una frana. Avevo avuto altre ragazze, però era sempre finita male: liti, malumori, scenate, pianti. Per fortuna non durava troppo. Almeno questa volta non litigavamo. Se è per questo, nemmeno parlavamo - intendo di quello che c'era tra noi o dei nostri (possibili) sentimenti. Invece, pontificavo come al solito, pensando perfino di farle un favore. Dopotutto, io ero un laureato che si stava specializzando alla Columbia, mentre lei era uscita a fatica dal college. Io avrei dato una svolta importante alla mia vita, lei segnava il passo facendo la cameriera - lavoro che consideravo deprimente e privo di ambizioni - mentre cercava di decidere quale sarebbe stata la sua prossima mossa. In breve, non la rispettavo abbastanza per pensare che avesse qualcosa da dirmi che valesse la pena di ascoltare.

Sapevo che il nostro non era un vero rapporto, ma continuavo a ripetermi che era proprio quello che avevo sempre voluto: una costante fornitura di sesso, senza legami di alcun tipo. Un'adolescenziale idea di paradiso. Solo che non ero più un ragazzo nell'età dell'adolescenza. Tuttavia, pensavo (e questo dà la misura di quanto idiota fossi all'epoca): «Be', probabilmente non troverò mai la persona giusta da amare. E con ciò?» Nel profondo sapevo che l'idea di rimanere senza amore per il resto della vita era assurda, che era il segnale di un grave rischio emotivo che persino io potevo correre, ma riuscivo a tenere il coperchio premuto sul mio rifiuto. E poi, mi dicevo, appena t'innamori la gente comincia a pensare che ti sposi. E se c'era una cosa di cui ero sicuro, era che non mi sarei mai sposato.


Al secondo anno di perfezionamento dopo la laurea mi iscrissi a un corso che s'intitolava «Studio del romanzo», non tanto perché non sapessi nulla al riguardo, quanto perché mi sembrava una scelta adeguata. I due primi libri che ci assegnarono furono Madame Bovary, il romanzo che ha innalzato l'arte della narrativa a un nuovo livello di stima culturale, e Gli ambasciatori, il più celebrato capolavoro di Henry James. La mia sete di studio di testi prestigiosi veniva soddisfatta.

Poi arrivò Emma. Nel corso degli anni, avevo sentito parlare della sua presunta grandezza - che come linguaggio fosse uno dei romanzi migliori, persino più complesso delle opere di Joyce o di Proust - ma sulle prime i miei pregiudizi su Jane Austen non vennero che confermati. Era tutto così insopportabilmente banale. La storia sembrava ridursi a un insieme di maldicenze tra personaggi ordinari in un piccolo villaggio di campagna. Nessun grande evento, nessuna questione importante e, fatto inesplicabile per una scrittrice di romanzi rosa, persino nessuna passione.

Emma, scoprii, è Emma Woodhouse, una giovane donna «avvenente, intelligente e ricca» che vive col fragile, sciocco vecchio padre nella tenuta di famiglia di Hartfield. La sua è una vita alquanto limitata. La madre è morta quando lei era piccola; la sorella Isabella vive a Londra e la governante che l'ha allevata si è appena sposata. Lo stesso Mr. Woodhouse è ipocondriaco al punto da evitare persino di avventurarsi al di fuori della sua proprietà. E le sue migliori amiche, costantemente in visita, sono una triste, frivola zitella, la signorina Bates, e la sua anziana madre, vedova di un precedente pastore.

Un bel gruppetto assai poco promettente, tanto per cominciare, di personaggi che all'apparenza non fanno altro che starsene seduti a chiacchierare: di quello che è malato, dell'altro reduce dalla partita a carte della sera precedente, di chi ha raccontato a chi questo e quello. Secondo il signor Woodhouse il vertice dell'eleganza consiste nel fare una passeggiata in giardino. Leggere la posta è la parte migliore della giornata e recarsi per acquisti a Highbury, il piccolo villaggio nelle vicinanze di Hartfield dove vivono i Bates, e dove pare esserci un solo negozio, costituisce per l'eroina un vero e proprio evento.

Non riuscivo a credere alla sconcertante banalità di tutto questo. In altri corsi da me seguiti, avevo conosciuto D.H. Lawrence che propugnava la rivoluzione sessuale e Norman Mailer che riviveva la tragica esperienza della seconda guerra mondiale. E adesso ero lì a leggere di partite a carte. Un intero capitolo - Isabella è appena giunta nella tenuta in visita con la famiglia per Natale - verte su chiacchiere inutili tra vari personaggi che si ragguagliano a vicenda sulle ultime novità. Cinque-sei pagine nelle quali l'intreccio s'interrompe. Anche se, a dire il vero, per lunghi tratti della narrazione d'intreccio non si può proprio parlare. Succedono cose, le varie trame si dipanano, ma senza complicazioni, nessun elemento di suspense che porti avanti la storia - soprattutto non quella che mi aspettavo, quella riguardante il romantico futuro dell'eroina, che il libro pareva a malapena sfiorare.

Qual era il senso di quei lunghi, sconnessi monologhi del padre di Emma? Eccolo che le racconta dei figli di Isabella:

Henry è un bel ragazzo, ma John somiglia molto alla mamma.

Henry è il maggiore, fu chiamato col mio nome, non quello di suo padre. John, il secondo, ha ricevuto il nome paterno. Alcuni rimangono sorpresi, credo, che questo nome non sia toccato al maggiore, ma Isabella volle che il primo si chiamasse Henry, e ciò mi parve molto carino da parte sua. Ed è proprio un ragazzo intelligente. Sono tutti assai intelligenti; e hanno tante maniere carine! Vengono accanto alla mia poltrona e dicono: «Nonno, puoi darmi un pezzo di spago?» e una volta Henry mi ha chiesto un coltello, ma io gli dissi che i coltelli eran fatti solo pei nonni.


Indubbiamente Emma sa tutto questo, l'ha sentito ripetere un centinaio di volte. E le informazioni non sono indirizzate neppure al lettore. I ragazzi, la loro intelligenza e il loro desiderare coltelli e pezzi di spago non giocano nessun ruolo nella storia. E a quel punto già si sa che il padre di Emma è un noioso vecchio signore. Dunque, perché dovevo sorbirmi quella solfa?

Il signor Woodhouse, per di più, non è nulla a paragone della signorina Bates. Se lui parla a vanvera per la durata di un paragrafo, lei si dilunga per pagine intere. Ero seduto in un caffè, circondato da gente che leggeva Kierkegaard o Chomsky, e mi capitava di leggere della signorina Bates che parla a Emma di una lettera appena ricevuta dalla nipote, Jane Fairfax:

Oh, eccola! Ero sicura che non poteva esser lontana; ma ci avevo messo sopra il mio astuccio da lavoro, vedete, senz'accorgermene, così era rimasta proprio nascosta, ma l'avevo in mano un momento fa ed ero quasi sicura che fosse sul tavolo. L'ho letta a Mrs. Cole, e dopo che lei fu partita, l'ho letta di nuovo a mia madre, perché è un tal piacere per lei una lettera di Jane, che non si sazia mai di starla a sentire; così sapevo che non poteva essere lontana, e infatti eccola qui, solo nascosta dall'astuccio, e dal momento che siete così cortese da desiderare di sentir quel che dice... ma, prima di tutto, debbo proprio, per non far torto a Jane, scusarla d'aver scritto una lettera così breve, due pagine sole, vedete, sì e no due... e di solito riempie l'intero foglio e per metà ci scrive anche di traverso.

E questo è solo l'inizio a cui segue un'altra intera pagina prima di arrivare all'effettivo contenuto della lettera.

Woodhouse e la Bates il tedioso anziano e la scervellata vicina appartengono a quel genere di persone che nella vita reale io cercavo di ignorare. Distoglievo lo sguardo e procedevo per la mia strada o annuivo con aria assente, ricordando a me stesso che dovevo rinnovare il prestito dei libri della biblioteca. Non avevo nessuna intenzione di perder tempo a leggere di loro.

La cosa divertente era che l'eroina era d'accordo con me. Se Highbury annoiava me, lo stesso valeva per Emma. Nemmeno lei pensava che vi accadesse alcunché d'interessante né sapeva da quale spunto del romanzo derivasse la sua determinazione a tirare avanti a modo suo. Provavo sensazioni contrastanti. Da un lato, facevo il tifo per lei. Dall'altro, lei agiva a tal punto alla cieca e così caparbiamente, e tutti i suoi progetti si rivelavano tanto fallimentari, che mi sentivo sprofondare ogni volta che apriva bocca.

All'inizio, alla ricerca di qualcosa da fare, Emma stringe amicizia con una ragazza, certa Harriet Smith. Harriet è arrendevole, ignorante e ingenua un'amica più giovane piena d'ammirazione che lusinga in tutti i modi la vanità di Emma. anche molto carina: «Era bassa, grassottella e bionda, con un colorito incantevole, occhi azzurri, capelli chiari, fattezze regolari e uno sguardo di gran dolcezza». E questo suggerisce a Emma un'idea: «Quei teneri occhi azzurri e quelle grazie naturali non dovevano essere sciupati». Harriet «non mancava che un po' più d'istruzione e d'eleganza per essere proprio perfetta». E così, come un Henry Higgins che valuta le potenzialità di Eliza Doolittle, Emma decide di trasformare l'amica in un progetto. «... lei l'avrebbe migliorata; ... e l'avrebbe introdotta nella buona società; avrebbe formato le sue opinioni e le sue maniere. Sarebbe stata un'impresa interessante e certo molto buona; in sommo grado consona alla sua posizione, al suo tempo libero e alle sue capacità.»

Era veramente troppo. Tutta quell'arroganza, quella curiosità da una ragazza di poco più di vent'anni e appena meno ingenua dell'amica. Emma si assume il merito di avere combinato il matrimonio della propria governante con un gentiluomo locale anche se in realtà si è limitata a indovinare che sarebbe successo e ora pensa di far fidanzare Harriet con Philip Elton, il nuovo reverendo. Un'idea ridicola: Harriet è figlia illegittima di padre ignoto e non ha dote e nemmeno una posizione sociale, ma Emma è convinta del contrario.

Ancora peggio, riesce a persuadere Harriet a rifiutare la proposta di matrimonio di un facoltoso, giovane agricoltore, Robert Martin, peraltro molto gradito alla ragazza. Una scena straziante:

«Allora voi credete che io dovrei dirgli di no» disse Harriet, con gli occhi bassi.

«Dovrei dirgli di no! Mia cara Harriet, che cosa volete dire? Avete dubbi su questo? Io credevo... Ma vi chiedo scusa, forse mi sono sbagliata. Certo non vi ho compresa, se sentite dubbi circa il tenore della vostra risposta. Credevo che mi consultaste solo intorno al modo di formularla.» Harriet taceva. Con fare un po' riservato, Emma continuò:

«Intendete dare una risposta favorevole, immagino.»

«No, niente affatto; cioè non intendo... Che debbo fare? Che mi consigliereste di fare? Vi prego, cara Miss Woodhouse, ditemi che cosa dovrei fare.»

«Non vi darò nessun consiglio, Harriet. Non voglio impicciarmene. Questo è un punto che dovete decidere col vostro sentimento.»

Non riuscivo proprio a sopportarla: giocare con la felicità altrui, consapevolmente o meno, solo per soddisfare la propria vanità! Così come pensa che a Highbury non esista nessuno alla sua altezza, Emma si è convinta che il signor Martin non sia un partito adatto a Harriet, non perché abbia grande considerazione di lei, ma soltanto perché lei è sua amica. Allo stesso modo, sa che la signorina Bates e sua madre sono due donne sole, sull'orlo della povertà, e che basta una sua visita a rischiarare loro la giornata, ma non si reca da loro con la frequenza che riterrebbe necessaria e, quando lo fa, trova sempre una scusa per allontanarsi il più rapidamente possibile. Jane Fairfax, la nipote della signorina Bates, è una ragazza intelligente, capace, graziosa, pressappoco della stessa età dell'eroina, che trascorre a Highbury un paio di mesi all'anno, ma Emma fa di tutto per evitarla. Del resto, qualunque parente della modesta signorina Bates difficilmente potrebbe essere una compagnia adatta alla grande Emma Woodhouse.

Alla fine, l'annoiato disprezzo di Emma per le persone che la circondano la porta a comportarsi nel peggiore dei modi. Frank Churchill, il figliastro della sua governante, giunge in visita a Highbury. Giovanotto brillante, di bell'aspetto e scanzonato, si comporta con Emma in maniera talmente stravagante da farle montare più che mai la testa. estate e la compagnia decide di fare un picnic: Emma, Frank, Harriet, Jane Fairfax, la signorina Bates, il signor Elton, tutti quelli che contano, insomma. Giunti sul posto, tuttavia, l'amoreggiamento tra Emma e Frank si rivela così oppressivo che in breve si ritrovano tutti quanti seduti senza nulla da dire. A quel punto Frank idea un piano per intrattenere l'altezzosa giovane ospite: «"Siete in sette... e chiede solo a ognuno di voi o una cosa molto brillante... o due cose moderatamente brillanti, o tre cose molto scipite davvero"». La povera, innocua signorina Bates, che sa di essere considerata estremamente noiosa da tutti, viene colta dall'imbarazzo: «"Oh! Benissimo", esclamò Miss Bates, "non ho da preoccuparmi. 'Tre cose molto scipite davvero!' Questo farà al caso mio, sapete. Io son sicura di dire tre cose scipite appena apro bocca, non è così?"»

E a questo punto Emma, trascinata dall'adulazione di Frank e dal proprio senso di naturale superiorità, tocca il fondo: «"Ah, signora, ma ci può essere una difficoltà. Scusatemi, ma avrete un limite nel numero, soltanto tre alla volta"». Un commento crudele, reso ancor più pesante dal modo in cui lo accoglie la sua vittima:

Miss Bates, ingannata dalla pretesa cerimoniosa dei suoi modi, non afferrò immediatamente il senso, ma quando esso le si rivelò d'un tratto, non poté farla stizzire, sebbene un lieve rossore mostrasse che poteva addolorarla.

«Ah, già, sicuro! Sì, capisco quel che vuol dire, e cercherò di frenare la mia lingua. Devo rendermi molto sgradevole, o non avrebbe detto una cosa simile a una vecchia amica.»

E qui finalmente capii l'intenzione della Austen, fin dall'inizio: la crudeltà di Emma, che mi era stato tanto facile criticare, non era niente altro che la mia. La noia e il disprezzo che il libro suscitava in me non erano i segni dell'incapacità dell'autrice, ma le precise reazioni che lei voleva ottenere da me. Li aveva provocati per smascherarmi. Creando un'eroina che sentiva come me e si comportava come mi sarei comportato io nella sua situazione, mi aveva mostrato il lato peggiore di me. Non potevo biasimare il disprezzo di Emma per la signorina Bates o la noia nei confronti del banale mondo di Highbury senza condannare insieme anche il mio disprezzo, la mia noia.

La Austen, capii, descriveva la quotidianità non perché non avesse altro di cui parlare, ma perché intendeva dimostrare quanto la vita di tutti i giorni sia importante. Tutte quelle banalità non servivano ad arrivare al punto. Erano il punto. La Austen non era né sciocca né superficiale. Al contrario, era decisamente molto più acuta - e molto più accorta - di quanto immaginassi.

Ripresi il romanzo con una disposizione mentale del tutto differente. Le insulsaggini del signor Woodhouse, i monologhi della signorina Bates, tutti i pettegolezzi e le chiacchiere inutili, erano per la Austen un segno di rispetto nei confronti dei suoi personaggi. Non intendeva certo far sì che noi li guardassimo dall'alto in basso. Era disposta ad ascoltare ciò che avevano da dire e voleva che li ascoltassi anch'io. Finché li avevo considerati vacui e li avevo letti affrettatamente, quei passi mi erano parsi insopportabilmente noiosi. Ma una volta che cominciai a rallentare la lettura in modo da adeguarmi al loro ritmo, scoprii che possedevano una loro importanza, una loro dignità, una loro piacevolezza.

Le lettere di Jane Fairfax e dove mai potessero essere finite, l'intelligenza e l'educazione dei piccoli John e Henry diventarono elementi significativi perché rilevanti per gli stessi personaggi. Davano spessore alle loro vite e sapore alla loro esistenza. Ora lo capivo. Eliminando tutti i grandi, vistosi eventi che solitamente assorbono l'interesse dei lettori di romanzi - avventure, relazioni, vicende amorose, crisi e, a volte, persino l'intreccio - la Austen mi chiedeva di prestare attenzione a ciò che spesso sfugge o che non si stima abbastanza, nei romanzi come nella vita: piccole, «futili» cose quotidiane che accadono ora dopo ora a chi ci è accanto, cos'ha detto un nipote, cos'ha sentito un amico, cos'ha fatto un vicino. Questo, mi stava dicendo: il tessuto di cui sono realmente fatti gli anni di una persona. La vita è questo.

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La prima recensione di Emma fu scritta nientemeno che da Sir Walter Scott. Se il pubblico aveva difficoltà a riconoscere il valore della rappresentazione della vita quotidiana fatta nel romanzo, dichiarò, se pensa che sia un libro in cui «non succede nulla», questo accadeva perché era abituato a leggere racconti in cui avvengono troppe cose. La Austen viveva nel grande secolo della narrativa spazzatura: il romanzo gotico, il romanzo sentimentale, il romanzo esplicitamente sessuale - castelli in rovina, porte cigolanti e passaggi segreti, fanciulle celestiali e tenebrosi seduttori, grida penetranti e fiumi di lacrime, selvagge cavalcate e fughe mozzafiato; relitti, letti di morte, rapimenti, confessioni; povertà, miseria, stupri e incesti. E naturalmente, all'ultimo minuto, grazie all'autore e a una serie di coincidenze, il lieto fine.

La stessa Austen da giovane si beffò di questo genere di assurdità. Le sue opere giovanili - i componimenti e le scenette satiriche ideati da ragazza per intrattenere la sua grande, colta, amorevole famiglia, alcuni dei quali composti a soli dodici anni - sono zeppe di perfide parodie delle insulsaggini alla moda. In Amore e amicizia, due giovani eroine, estremamente sensibili secondo lo stile del momento, «svengono a turno su un canapè». In Henry ed Eliza, una bambina di pochi mesi viene scoperta perfettamente incolume e già capace di parlare sotto un mucchio di fieno. In Jack e Alice, un giovanotto vanta una «bellezza così abbagliante che nessuno, tranne le aquile, può guardarlo in viso». Le persone s'innamorano seduta stante, i bambini sgraffignano i risparmi dei genitori e un uomo scopre, in rapida successione, di avere quattro nipoti mai conosciuti prima.

In altre parole, la Austen sapeva esattamente quello che faceva nel ritrarre la normalità. Non è accaduto per caso, o superficialità, come se avesse agito d'impulso. La sua fu una scelta artistica rivoluzionaria, una coraggiosa sfida alle convenzioni e alle aspettative: ed è proprio questo il motivo per cui molti dei suoi primi lettori ebbero difficoltà ad apprezzare il suo lavoro e per cui la sua fama impiegò anni a consolidarsi.

Eppure la Austen non si limitò a rifiutare le formule letterarie dell'epoca. La sua stessa vita avrebbe potuto sembrare priva di avvenimenti degni di nota: visse in un tranquillo angolo della campagna inglese, non si sposò, non si allontanò mai più di un centinaio di miglia da casa, pubblicò il primo romanzo quando ormai aveva trentacinque anni e morì, dopo aver convissuto nella stessa casa con la madre e la sorella, solo sei anni più tardi. Tuttavia, visse in un'epoca di numerosi eventi drammatici, globali come portata e vicini a casa. Nata nel 1775, l'anno d'inizio della guerra d'indipendenza americana, era un'adolescente durante la rivoluzione francese e un'adulta durante le guerre napoleoniche - venticinque anni di epica lotta tra la Gran Bretagna e la Francia che raggiunsero il culmine a Waterloo solo due anni prima della sua morte. La vita della Austen coincise anche con la fase più dinamica della conquista dell'India e, dunque, dell'ascesa dell'Impero Britannico.

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E così via, pagine e pagine di umorismo, facezie, euforia, quadretti famigliari, abiti da sera, notizie sul tempo, balli e infreddature. La vita della Austen poteva sembrare tranquilla a paragone di quella della zia, del cugino, dei fratelli o anche di chiunque altro. La sua genialità prese il via dal riconoscere che qualsiasi vita, al contrario, è molto movimentata - che ogni esistenza è piena di avvenimenti, se solo si sa osservare. Lei non riteneva di avere una vita tranquilla, banale o noiosa; la considerava piacevole e affascinante e desiderava che noi facessimo altrettanto con le nostre. Si rendeva conto che ciò che riempie le nostre giornate dovrebbe riempire i nostri cuori, e quello che riempie i nostri cuori dovrebbe riempire i nostri romanzi.


Se ero stato tanto lento a capirlo, tuttavia, era per un'ottima ragione. Dopotutto, sono un uomo e a noi non viene insegnato a prestare attenzione ai «piccoli particolari». Il pettegolezzo è donna, si dice. Come Emma e la signora Weston, o Jane Austen e Cassandra, ci si aspetta che siano le donne a trascorrere ore intere a chiacchierare con le amiche di minuzie. Da noi uomini ci si aspetta che manteniamo un virile silenzio, o che parliamo solamente di questioni impersonali - in altre parole, donne, motori e sport o, a esser seri, politica e questioni di pubblico interesse.

E le cose non dovevano andare diversamente ai giorni della Austen, come si evince dall'uso che lei faceva dell'espressione «minimi particolari»: il signor Knightley, un amico di famiglia, sta raccontando all'eroina alcune notizie molto interessanti riguardanti Harriet Smith, ma quando Emma lo incita a fornire dettagli succosi, Knightley solleva le mani in gesto di mascolina esasperazione: «La vostra amica Harriet avrà da raccontarvi una storia assai più lunga quando la vedrete. Vi darà tutti i minuti particolari, che solo il linguaggio d'una donna può rendere interessanti. Nelle nostre comunicazioni diamo solo le grandi linee». In effetti, Knightley sta scherzando, non è così presuntuoso, ma questo è il senso delle sue parole: le donne amano dilungarsi nelle narrazioni, gli uomini no. Tuttavia la Austen intendeva ben più di questo, come ho potuto comprendere in seguito, a una decina di pagine dalla fine del romanzo, dove l'autrice espone la sua estetica e dichiara il suo trionfo artistico. Il «linguaggio d'una donna» - l'idioma usato nel quotidiano conversare femminile - era proprio quello usato in Emma, e rendere interessanti i minimi dettagli era precisamente quanto la Austen aveva fatto. L'autrice aveva ordito una lunga storia di questioni private, raccontandoci «l'amicizia d'una donna e i sentimenti d'una donna», secondo le parole di Emma. Aveva spettegolato con noi per quattrocento pagine, divenendoci amica, condividendo con noi «i piccoli affari e provvedimenti, perplessità e piaceri»; e noi abbiamo ascoltato e compreso, perché lei ha l'arte di essere sempre interessante e chiara.

In altre parole, ci aveva mostrato cosa significa vedere e pensare e parlare come una donna. L'idea stessa che tutto ciò potesse avere un valore per me mi pareva ridicola. Proprio nel semestre precedente, durante un seminario sulla narrativa di genere, avevo espresso a gran voce e con orgoglio il generale atteggiamento maschile nei confronti della «chick lit». Il corso era tenuto da un professore ostentatamente macho, un maturo sosia di Clark Gable alto un metro e novanta e con la voce roca per le troppe sigarette, che raccontava di quando si aggirava nel Village e veniva preso a pugni nello stomaco da Norman Mailer. Ebbene, dopo settimane di puerile divertimento - Frankestein e Dracula, Sherlock Holmes ed Edgar Allan Poe, Ti ucciderò e Il falcone maltese -, arrivammo a Rebecca di Daphne du Maurier (il libro che ha ispirato il film Rebecca - La prima moglie, di Hitchcock), il romanzo femminile per antonomasia.

Appena iniziata la lezione, il professore avvertì il torpore che era calato sull'aula.

«Che cosa succede?» domandò alla classe composta prevalentemente da maschi. «Non vi piace?»

«Non so», risposi io, sempre primo a dire la sua. «Non ci trovo nessun collegamento. ... da ragazzine.»

I miei compagni risposero con un mormorio d'assenso, invece una delle ragazze faceva notare che mentre le donne imparano a identificarsi con eroi di sesso maschile - se non altro per necessità, dal momento che la letteratura ne abbonda -, agli uomini viene richiesto di immedesimarsi sempre in altri uomini.

Ed eccomi lì, dopo solo qualche mese, a bermi un'autrice da ragazzine quanto mai, la madrina della letteratura femminile. Ebbene, la Austen mi aveva mostrato cosa significa agire come una donna, ma mi aveva anche fatto capire che ne valeva la pena. Mi aveva insegnato ad ascoltare persone come il signor Woodhouse o la signorina Bates, non soltanto perché meritavano lo stesso rispetto di chiunque altro e perché i loro sentimenti erano altrettanto reali e profondi, ma perché io potevo imparare da loro qualcosa di importante. A dire il vero, una volta cominciato a prestare attenzione a quei due personaggi, si fece lentamente strada in me il pensiero che, per quanto potessero essere sciocchi, possedevano entrambi un vitale elemento di saggezza, entrambi incarnavano infatti proprio quelle lezioni che il romanzo tentava di trasmettere.

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Le mie idee sulla letteratura non erano in grado di sopravvivere a queste rivelazioni più di quanto lo fossero tutte le altre. Essendomi prostrato davanti all'altare del modernismo, con i suoi arroganti atteggiamenti e le sue altezzose nozioni filosofiche, credevo che la letteratura per considerarsi grande dovesse risultare scostante ed esoterica: zeppa di allusioni che ostentassero cultura, densa di immagini e simboli da riunire in un gigantesco puzzle. Pensavo che un libro, per essere di valore, dovesse offrire verità apparentemente oscure come la metafisica e definitive come le sacre scritture; che dovesse promettere di rivelare la natura del linguaggio, del sé o ancora del tempo. Il modernismo era arte eccelsa per persone superiori o così ritenevano i movimenti letterari più snob. Nessuna meraviglia che disdegnassi la massa; avevo appreso questa posa da T. S. Elliot e da Vladimir Nabokov, le cui opere traboccavano di contegnoso disprezzo per la gente comune. Emma confutava il concetto che la grande letteratura deve essere difficile e biasimava anche gli atteggiamenti umani che quell'idea si proponeva di giustificare. Amavo ancora il modernismo, solo non credevo più che fosse l'unico modo di fare arte e non pensavo più che m'indicasse la maniera giusta di vivere.

Tuttavia, che dire del romanzo modernista par excellence, dell'opera che ha plasmato il nucleo della mia identità di lettore: l' Ulisse di James Joyce? Come qualunque specializzando in letteratura inglese può dirvi, l'Ulisse celebra anche la quotidianità. Con questo romanzo, Joyce ha cercato di comporre un'opera paragonabile per grandiosità artistica e portata cosmica ai grandi poemi epici di Omero, Virgilio e Dante, ai vertici della letteratura occidentale, bensì al centro non vi ha posto una figura eroica come Achille o Ulisse, ma l'uomo più irrilevante a cui potesse pensare, un agente pubblicitario ebreo di nome Leopold Bloom, un incompetente, un cornuto, un solitario, un perdente. La grandezza epica del romanzo deriva invece dalle strutture simboliche che Joyce gli costruisce intorno, a cominciare dal titolo. A sua stessa insaputa, Bloom diviene un Ulisse dei nostri giorni e il suo viaggio per Dublino diventa l'equivalente contemporaneo, ma in miniatura, dei dieci anni di vagabondaggio tra mostri e divinità del suo predecessore.

Un gesto esilarante, persino nobilitante. Al pari della Austen, Joyce dice che ogni vita, ebbene sì, anche la vostra, a suo modo è eroica. Ma il motivo per cui l' Ulisse non mi aveva mai permesso di arrivare a capire quello che avevo compreso con Emma era proprio il mezzo scelto da Joyce per esprimersi: quelle strutture simboliche sono talmente invadenti, gli effetti artistici così appariscenti che alla fine se ne ricava la sensazione che l'importanza di Bloom non abbia nulla a che fare con Bloom, e tutto a che vedere con il suo creatore. L'accappatoio di Bloom è preso in prestito; dopotutto a essere degna di nota non è la sua vita ma il trattamento artistico a cui è soggetta. In ultima analisi, la figura che la storia di Bloom magnifica è quella dello stesso Joyce: l'artista incomparabile, non l'uomo qualunque. Da questa prospettiva, il messaggio dell' Ulisse è opposto a quello della Austen: la vita ordinaria assume importanza soltanto nella misura di quello che James Joyce ne può fare. Altrimenti, la vita dell'uomo comune non ha alcuna rilevanza.

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