Copertina
Autore Horace Bénédict de Saussure
Titolo La scoperta del Monte Bianco
EdizioneVivalda, Torino, 2012 [1981], I Licheni 104 , pag. 252, ill., cop.fle., dim. 12,5x20x2 cm , Isbn 978-88-7480-168-8
OriginaleVoyages dans les Alpes. Partie pittoresque des ouvrages de H.B. de Saussure [1834]
EdizioneFauche, Neuchâtel, 1834 [1779]
PrefazionePaolo Brogi, Pietro Crivellaro
TraduttorePaolo Brogi
LettoreGiorgio Crepe, 2012
Classe montagna , natura , viaggi , regioni: Valle d'Aosta
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Indice


PREFAZIONE                                           7


    VIAGGIO ATTORNO AL MONTE BIANCO 1774 - 1778     17

DA GINEVRA A CLUSE                                  22

DA CLUSE A SALLENCHE                                27

DA SALLENCHE A CHAMOUNI                             37

SUI GHIACCIAI IN GENERALE                           47

IL MONTANVERT. LA SORGENTE DELL'ARVEIRON            55

GHIACCIAI DELLA VALLE DI CHAMOUNI                   65

AIGUILLES A SUD-EST DI CHAMOUNI                     79

CHAMOUNI, I SUOI ABITANTI, IL SUO CLIMA, ECC.       92

IL PASSO DEL BON-HOMME                             112

COL DE LA SEIGNE. ALLÉE-BLANCHE                    121

IL CRAMONT                                         129

DA COURMAYEUR ALLA CITTA D'AOSTA.
PASSO DEL GRAN SAN BERNARDO                        138


    ASCENSIONE AL MONTE BIANCO 1787                155

TENTATIVI PER RAGGIUNGERE LA VETTA
DEL MONTE BIANCO                                   156

ASCENSIONE AL MONTE BIANCO                         175


POSTFAZIONE
DE SAUSSURE CONTRO PACCARD                         207


 

 

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Pagina 19

VIAGGIO ATTORNO AL MONTE BIANCO
1774 -1778



Tra le montagne d'Europa il Monte Bianco è quella la cui conoscenza può fornire i maggiori lumi sulla teoria della terra. Questa possente roccia di granito, collocata al centro delle Alpi e collegata con monti di varia altitudine e di vario tipo, pare essere la chiave di un grande sistema; e nonostante ci si debba guardare dal trarre conclusioni definitive da un unico elemento, tuttavia non si può non credere che se si conoscessero a fondo la natura, la struttura e tutte le determinazioni di questa montagna madre e delle sue appendici, si sarebbe fatto un grande passo avanti per la conoscenza di tutto il resto e in ogni caso si potrebbe disporre di una maggiore messe di dati per la soluzione del grave problema della loro formazione.

Sfortunatamente questa montagna presenta un difficile accesso, nonostante l'ampiezza della sua base, e i suoi accessi sono di fatto impraticabili pressoché da ogni lato. A sud, a sud-est e a sud-ovest rocce intagliate a picco alte parecchie migliaia di piedi; a nord, nord-est e nord-ovest muri di ghiaccio che minacciano di inghiottire quanti vi si avvicinano oppure perfidi nevai che oscurano gli abissi hanno fino ad oggi fermato non soltanto i naturalisti ma anche i cacciatori di camosci, perfino i più coraggiosi sollecitati dall'esca di una forte ricompensa.

Eppure, anche se non si può raggiungere la sua vetta, si possono sondare i suoi fianchi che sono accessibili da varie parti. In più, due alte montagne che sono di fronte, la prima a nord e la seconda a mezzogiorno, sembrano gradini a disposizione dell'osservatore che dalla loro cima può apprezzare tutto il complesso di questo grandioso colosso. E le membra di questo grande corpo propongono tratti ben pronunciati in modo che se lo si osserva in tutte le sue facce, soprattutto a mezzogiorno, dalla parte cioè in cui non è travisato dai ghiacciai, possiamo ricavare un'idea precisa della sua forma e anche della sua natura. D'altronde le montagne che sono collegate al Monte Bianco e che sono collocate sul prolungamento dei piani dei suoi strati, composte dallo stesso tipo di pietra e con uno stesso tipo di struttura, confermano le osservazioni già fatte su di esso: queste montagne sono interessanti comunque anche in quanto tali visto che formano gli anelli della catena centrale delle Alpi più alte.

I ghiacciai di Chamouni che con il loro interessante spettacolo eccitano e riescono sempre a soddisfare la curiosità dei viaggiatori sono posti ai piedi del Monte Bianco; il ghiacciaio del Buet, reso celebre dal resoconto e dagli esperimenti del signor Deluc, non è lontano.

Questa messe di fatti mi ha indirizzato verso questa parte delle Alpi e mi ha spinto a studiarla con la massima cura; le ho dedicato molto tempo e un grande impegno.

Solo nella vallata di Chamouni situata in mezzo tutte queste montagne ho effettuato otto diversi viaggi: nel 1760, 1761, 1764, 1767, 1770, due del 1776 e l'ultimo nel 1778. Per ben tre volte ho compiuto il giro del Monte Bianco attraverso l'Allée-Blanche: il primo nel 1767 con alcuni amici, il secondo da solo nel 1774 con l'intento di ricavarne una descrizione e di pubblicarla al mio ritorno; ma al momento di redigerla verificai ancora molte lacune e dubbi.

Proprio per eliminare queste lacune e questi dubbi ho compiuto questo viaggio per la terza volta nell'anno 1778 con due amici, i signori J.Trembley e A.Pictet, che hanno accettato di condividere questa fatica. In questo ultimo viaggio ho ripreso a fare tutte le osservazioni sulla natura e sulla struttura di queste montagne, come se ogni cosa fosse stata nuova per me; ho raccolto campioni di tutte le rocce interessanti e le ho esaminate e verificate una nuova volta. Se pertanto ho commesso degli errori, si tratta di una possibilità concreta, non devo comunque rimproverarmi eccessiva precipitazione nelle mie osservazioni o troppa premura nel pubblicarle.

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Pagina 47

SUI GHIACCIAI IN GENERALE



Se un osservatore potesse essere trasferito a un'altezza abbastanza elevata al di sopra delle Alpi, per abbracciare con un solo colpo d'occhio quelle della Svizzera, della Savoia e del Delfinato, vedrebbe questa catena di montagne, solcata da numerose valli e composta da parecchie catene parallele, con quella più alta in mezzo e le altre che decrescono gradualmente man mano che si allontanano.

La catena più alta, che chiamerò la catena centrale, gli apparirebbe come irta di rocce scoscese, coperte anche d'estate di nevi e di ghiacci, in ogni parte in cui i fianchi non sono a strapiombo. Ma ai due lati di questa catena vedrebbe profonde vallate, tappezzate da un bel verde, popolate da parecchi villaggi e bagnate da corsi d'acqua. Ancor più in dettaglio, si accorgerebbe che la catena centrale è composta da picchi elevati e da catene parziali; coperte di nevi sulle loro sommità, e anche però che tutti i pendii che partono da questi picchi e da queste catene, quelli almeno che non sono eccessivamente scoscesi, sono ricolmi di ghiacci e che i loro intervalli formano delle alte vallate colme di una gran quantità di ghiacci che vanno a riversarsi nelle valli profonde e abitate che affiancano la grande catena. Le catene più vicine a quelle del centro offrirebbero all'osservatore, più in piccolo però, lo stesso tipo di fenomeni. Più in là non vedrebbe più ghiacci, non troverebbe neppure più nevi se non qua e là, su alcune vette isolate; e infine vedrebbe le montagne abbassandosi progressivamente perdere il loro aspetto selvaggio, assumere forme più smussate, coprirsi di verde, andare a spegnersi sulla riva delle pianure fino a confondersi con esse.

I ghiacciai che sono racchiusi sul fondo delle alte vallate sono i più notevoli sia per estensione che per spessore. Nelle Alpi se ne trovano alcuni lunghi parecchie leghe: quello di Bois, nella valle di Chamouni, misura quasi cinque leghe senza alcuna interruzione, per una larghezza variabile ma che nella parte alta è superiore a una lega.

Lo spessore o la profondità di questi ammassi di ghiacci varia a seconda dei posti. Nel Glacier des Bois, a Chamouni, l'ho riscontrata in genere tra gli ottanta e i cento piedi; ma è chiaro che, dovunque esso incontra cavità o avvallamenti, questa profondità deve essere di gran lunga maggiore; si dice che sono stati trovati spessori di ghiaccio di oltre cento tese e, nonostante che non l'abbia visto di persona, non ho tuttavia difficoltà a crederci.

Queste grandi vallate di ghiaccio hanno in genere il fondo più o meno inclinato: dovunque ci sia un pendio ripido, i ghiacci, trascinati dal loro stesso peso e sostenuti in modo diseguale dal fondo scabroso che li trasporta, si rompono in grandi fette trasversali separate da profondi crepacci. Questi pezzi di ghiaccio cosí divisi, a volte sollevati anche dalla pressione di quelli che li seguono, presentano grandi e belle irregolarità, forme strane tipo piramidi, torri, grandi creste forate, ecc. I curiosi che hanno visto questi accumuli singolari soltanto in fondo al Glacier des Bossons pensano che questo fenomeno sia esclusivo della parte inferiore dei ghiacciai; ma quelli che hanno risalito molte valli di ghiacci fino alle loro parti più alte sanno che questo fenomeno si ripete, anche nelle parti elevate di queste valli, dovunque l'inclinazione del terreno supera i trenta o i quaranta gradi. Questi ghiacci che s'impennano, inoltre, sono spesso un ostacolo per il naturalista: gli sbarrano il passaggio dato che sono assolutamente inaccessibili; non li si può affatto superare né a maggior ragione scalare lungo la loro inclinazione. Invece dovunque il fondo è quantomeno orizzontale o almeno dolcemente inclinato, lì la superficie del ghiaccio è anch'essa più o meno uniforme; i crepacci in questo caso sono rari e di regola piuttosto stretti. Questa parte dei ghiacciai offre al viaggiatore un cammino certo e facile: ci si passa a cavallo, vi si potrebbe circolare perfino in carrozza se ci fossero delle strade per portare le carrozze fino a questa altezza. La superficie del ghiaccio non è minimamente scivolosa, al contrario di quella dei laghi e dei corsi d'acqua gelati; non vi si potrebbero usare i pattini; essa è ruvida e granulosa e si rischia di scivolare soltanto nelle zone in cui questa superficie ha un'inclinazione molto ripida.

Le proprietà del ghiaccio che riempie le alte vallate delle Alpi provano che esso non è stato formato né dal congelamento di grandi raccolte d'acqua né per una successiva sovrapposizione di onde d'acqua che gela, ma per il congelarsi di neve imbevuta d'acqua, ed è facile convincersi della bontà di questa osservazione facendo gelare espressamente neve bagnata. È evidente che si deve accumulare un'immensa quantità di neve nel fondo delle alte valli delle Alpi e sono proprio queste nevi che, bagnate durante l'estate dalle acque delle piogge e delle nevi che il sole ha potuto sciogliere, si gelano durante l'inverno e vanno a formare questi ghiacci porosi di cui sono composti i ghiacciai. Ma questi ghiacci aumenterebbero continuamente se l'evaporazione, il calore sotterraneo della terra e la loro stessa pesantezza non ponessero un limite alla loro crescita. Il calore sotterraneo agisce ininterrottamente sugli strati inferiori dei ghiacciai ed è esso ad alimentare i torrenti che, anche durante i freddi più grandi, non smettono mai di sgorgare dai grandi ghiacciai.

La caduta delle nevi, sotto forma di valanghe, costituisce un fenomeno noto, su cui avremo occasione di soffermarci più oltre. Quella dei ghiacci che avviene con maggiore lentezza, e normalmente con minore fracasso, è stata molto meno oggetto di studio. È chiaro che queste masse di ghiaccio, trascinate dalla china del fondo su cui riposano, liberate per mezzo delle acque dal legame che potrebbero contrarre con quello stesso fondo, sollevate perfino a volte da queste acque, devono scivolare a poco a poco e scendere giù seguendo il pendio delle vallate che esse coprono. Questo scivolamento lento, epperò continuo, dei ghiacci sulle loro basi inclinate, trasporta giù fino nelle basse vallate e deposita grandi mucchi di ghiaccio nei valloni sufficientemente caldi per produrre grandi alberi e anche ricche messi. Sul fondovalle di Chamouni, ad esempio, non si forma nessun ghiacciaio, e le nevi scompaiono a partire da maggio o da giugno; eppure il Glacier des Bossons, quello di Bois, quello d'Argentière scendono fin quasi al fondovalle. Ma i ghiacci inferiori di questi ghiacciai non si sono formati in questo posto e portano, per così dire, l'attestazione del loro luogo di nascita, visto che scendono carichi dei detriti delle rocce che costeggiano l'estremità più alta della valle di ghiaccio e dato che queste rocce sono composte di pietre che non esistono sulle montagne che stanno nella parte inferiore di quella stessa valle.

Tutti i grandi ghiacciai presentano alla loro estremità inferiore e lungo i loro bordi grandi mucchi di sabbia e di detriti, prodotti dalle frane delle montagne che li dominano. Spesso poi i ghiacciai sono incassati per tutta la loro lunghezza con parapetti o trincee composti da quegli stessi detriti che i ghiacci laterali dei ghiacciai hanno depositato sui loro bordi. Nei ghiacciai che sono stati originariamente più grandi di quanto lo siano oggi, questi parapetti dominano i ghiacci attuali; in quelli che invece sono più grandi di quanto lo siano mai stati in passato, i parapetti sono più bassi del ghiaccio; e se ne vedono infine di pari livello. I contadini di Chamouni chiamano questi cumuli di detriti la morena del ghiacciaio.

I ghiacciai movimentano e spostano in avanti la terra e le pietre accumulatesi davanti ai loro ghiacci, alla loro estremità inferiore. Ho visto questo fenomeno nel 1764 nel modo più evidente e ho avuto al tempo stesso la prova che questo movimento aveva luogo, perfino in una stagione che è ancora inverno per queste montagne. Ora, il ghiacciaio e tutti i suoi dintorni erano interamente ricoperti di neve e quando esso spingeva in avanti la terra accumulata davanti ai suoi pezzi di ghiaccio, questa terra franando si rovesciava sulla neve ed evidenziava ogni minimo movimento del ghiacciaio, movimenti che continuarono sotto i miei occhi per tutto il tempo che passai ad osservarlo. È però d'estate che si vedono i maggiori effetti di questa pressione dei ghiacci contro i corpi che si oppongono alla loro discesa. Ecco un esempio: nel mese di luglio del 1761 passavo con la mia guida, Pierre Simon, sotto un ghiacciaio molto in alto che è a occidente di quello dei Pélerins; osservavo un blocco di granito, di forma più o meno cubica e di oltre quaranta piedi per ogni direzione, collocato su detriti ai piedi del ghiacciaio e trasportato in quel posto dal ghiacciaio stesso: "Affrettiamoci, mi disse Pierre Simon, perché i ghiacci che si appoggiano contro quella roccia possono smuoverlo e farlo rotolare contro di noi". L'avevamo appena superato che cominciò a muoversi; sulle prime scivolò abbastanza lentamente sui detriti che gli facevano da base; poi si abbatté sulla sua faccia anteriore e poi su un'altra; un po' alla volta si mise a rotolare e man mano che il pendio diveniva più ripido prese a fare dei salti, prima piccoli e ben presto immensi: ad ogni salto si vedevano saettare schegge, dallo stesso blocco e dalle rocce su cui cadeva; le schegge rotolavano sulla sua scia per il pendio della montagna e si formò così un torrente di rocce grandi e piccole, che andarono a fracassare l'inizio di una foresta in cui si fermarono, dopo aver fatto in poco tempo un percorso di quasi una mezza lega, con un rumore e una devastazione incredibili.

I ghiacciai trattenuti in giusti limiti dall'evaporazione dal calore esterno e da quello sotterraneo, e dall'inclinazione dei loro letti, che li porta verso il fondovalle, forniscono una nuova prova di quelle proporzioni ammirevoli che la natura ha stabilito tra forze generatrici e distruttive, dovunque ha voluto mantenere una certa uniformità; infatti le ultime due cause menzionate che tendono a distruggere i ghiacci agiscono con un'energia tanto più grande quanto più questi stessi ghiacci si sono accumulati. Più aumenta la loro massa, più la pressione del loro peso li sollecita a sua volta a scendere verso il fondovalle e i precipizi, in cui vengono necessariamente sciolti; e al tempo stesso, più grande è il loro spessore, più il freddo esterno stenta a penetrarli mentre il calore interno della terra ha forza per scioglierli.

L'opinione generale degli abitanti delle Alpi è perciò che i ghiacciai aumentano, per la verità più in estensione che in altezza o spessore. È comunque vero che di quando in quando si formano nuovi ghiacciai in posti in cui non ci si ricorda di averne visti prima. Se alla fine di un inverno abbondante di nevi una grande valanga si ferma in un posto che per altezza o collocazione è al riparo dai venti del sud e dall'ardore del sole, se poi l'estate non è molto calda, tutta questa neve non avrà modo di sciogliersi; la sua parte inferiore, imbevuta d'acqua, si convertirà in ghiaccio; si vedranno delle nevi permanenti, ed anche dei ghiacci, in un posto in cui non ce n'erano prima. L'inverno successivo, nuove nevi si fermeranno in questo stesso posto e la loro massa aumentata resisterà ancor meglio che la prima volta al calore dell'estate. Se dunque si hanno alcune estati consecutive che non siano molto calde e che si succedano a inverni ricchi di nevi, si formeranno dei ghiacciai in luoghi in cui non ci si ricordava di averne visti. Le stesse cause possono far aumentare vecchi ghiacciai e cosi la somma totale dei ghiacci può crescere fino a che si susseguano parecchi anni consecutivi in cui cada poca neve d'inverno e in cui il caldo sostenuto durante l'estate faccia sciogliere i nuovi ghiacciai e riporti i vecchi nei loro giusti limiti. Verosimilmente sono simili alternative ad aver accreditato un pregiudizio diffuso in pratica dappertutto tra gli abitanti delle Alpi, e cioè che ci siano periodi regolari per la crescita e la diminuzione dei ghiacciai: i valligiani affermano che per sette anni i ghiacciai crescono e che per i successivi sette decrescono; di modo che soltanto in capo a quattordici anni li si vedrebbe tornare precisamente allo stesso livello.

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TENTATIVI PER RAGGIUNGERE LA VETTA DEL MONTE BIANCO



Nelle mie escursioni a Chamouni, nel 1760 e 1761, avevo fatto affiggere in tutte le parrocchie un avviso secondo il quale avrei dato una ricompensa consistente a coloro che avessero trovato una via praticabile per arrivare alla cima del Monte Bianco. Avevo anche promesso di pagare la giornata a coloro che avessero fatto dei tentativi infruttuosi. Queste promesse non portarono a nulla. Pierre Simon tentò una volta dalla parte del Tacul, un'altra dalla parte del Glacier des Bossons, e se ne tornò indietro senza alcuna speranza di successo.

Tuttavia, quindici anni dopo, cioè nel 1775, quattro guide di Chamouni tentarono di arrivarci attraverso la Montagne de la Côte. Questa montagna, che forma una cresta più o meno parallela al Glacier des Bossons, arriva a dei ghiacci e delle nevi che continuano senza interruzione fino alla vetta del Monte Bianco. Si incontrano alcune difficoltà da superare per entrare su questi ghiacci e per attraversare i primi crepacci, ma una volta superati questi primi ostacoli sembra che rimanga solo la lunghezza del percorso e la difficoltà di fare in un sol giorno l'ascesa e il ritorno. Dico in un giorno perché la gente del posto non crede che ci si possa azzardare a trascorrere la notte su quelle nevi.

Quei quattro viaggiatori superarono molto bene i primi ostacoli; poi si misero a seguire una grande vallata di neve, che sembrava portarli direttamente alla cima della montagna. Tutto sembrava promettere il più felice successo: avevano il miglior tempo possibile; non incontravano né crepacci troppo larghi né pendii troppo scoscesi; ma il riverbero del sole sulla neve e l'aria stagnante di quella valle fecero provare loro, a quanto hanno detto, un calore soffocante e insieme anche un tale disgusto per le provviste che si erano portati dietro, al punto che, spossati d'inedia e di abbattimento, ebbero il dolore di essere costretti a tornarsene indietro, anche se non avevano incontrato nessun ostacolo visibile e insormontabile. Però parevano essersi sforzati assai, perché da questa ascensione ne uscirono provati e tutti più o meno si ammalarono.

Questo fallimento non impedì ad altre tre guide, nel 1783, di tentare la stessa impresa e per lo stesso percorso. Passarono la notte in alto sulla Côte, attraversarono il ghiacciaio e seguirono la stessa valle di neve. Erano già abbastanza in alto e stavano marciando coraggiosamente in avanti, quando quello tra loro più ardito e robusto fu preso quasi all'improvviso da una voglia di dormire assolutamente insopprimibile: voleva che gli altri due lo lasciassero e che continuassero da soli; quelli però non poterono risolversi ad abbandonarlo e a lasciarlo dormire sulla neve, persuasi che sarebbe morto per un colpo di sole; rinunciarono all'impresa e ridiscesero insieme a Chamouni. Infatti quel bisogno di dormire, prodotto dalla rarefazione dell'aria, si dissolse appena furono arrivati, scendendo, in un'atmosfera più densa.

Ma quand'anche il sonno non avesse fermato quegli ardimentosi, c'è da supporre che non sarebbero comunque riusciti a raggiungere la cima; infatti, anche se erano molto in alto, dovevano compiere ancora molta strada per arrivarci: il calore li infastidiva uno dopo l'altro, cosa stupefacente a quell'altezza: non avevano appetito, il vino e i viveri che avevano con sé non esercitavano alcuna attrattiva su di loro. Uno di essi mi diceva, parlando sul serio, che era inutile portarsi provviste in quel viaggio, e che se lui avesse dovuto rifare quel percorso, avrebbe preso con sé soltanto un parasole e un flacone di profumo. Quando cercavo d'immaginarmi questo montanaro grande e robusto nell'atto di scalare i nevai tenendo con una mano un parasole e con l'altra un flacone di acqua di Colonia, quell'immagine aveva un che di talmente strano e ridicolo da costituire la prova migliore di quale tipo di difficoltà comportasse quell'impresa e di conseguenza della sua assoluta impossibilità per chi non abbia né la testa né i garretti di una buona guida di Chamouni.

Ciononostante il Signor Bourrit decise di tentare di nuovo su quel percorso alla fine della medesima stagione; anche lui dormì sulla Montagne de la Côte; ma una tempesta che sopraggiunse inaspettatamente lo costrinse a fare dietrofront all'inizio del ghiacciaio.

Quanto a me, secondo le informazioni che mi avevano dato coloro che avevano attaccato la montagna da quel lato, consideravo impossibile la riuscita dell'impresa, e questa era anche l'opinione di tutte le persone sensate di Chamouni.

Il Signor Bourrit, che aveva interesse ancora più di me alla conquista del Monte Bianco, ritenne di dover puntare su qualche altra parte; fece raccogliere informazioni dovunque e infine venne a sapere che due cacciatori, inseguendo un camoscio, erano saliti attraverso delle creste rocciose fino a una grande altezza, per cui dal punto a cui erano arrivati fino alla vetta del Monte Bianco rimanevano soltanto dalle quattro alle cinquecento tese da compiere su pendii poco scoscesi e ben aereati, di modo che non c'erano da temere quei soffocamenti avvertiti nella valle di neve che fa capo alla Montagne de la Côte. Affascinato da questa scoperta, il Signor Bourrit era corso a Grue, il villaggio in cui abitavano quei cacciatori, e li aveva reclutati per fare subito un nuovo tentativo su quel percorso. Partì dal villaggio quella sera stessa e arrivò con i due sul far del giorno ai piedi delle rocce scoscese che bisognava scalare. Era una mattina di un fresco straordinario: il Signor Bourrit, colto dal freddo e spossato dalla fatica, non ce la fece a seguire le sue guide. Due di loro, dopo averlo lasciato con il terzo ai piedi della roccia, salirono da soli non soltanto in cima a quelle stesse rocce ma molto più in là tra le nevi: hanno detto di essere arrivati fino ai piedi della cima più alta del Monte Bianco, da cui erano separati soltanto da un grande crepaccio di ghiaccio, nel quale, se avessero avuto maggior tempo e aiuti, avrebbero potuto scavare degli scalini per poi salire con facilità fino alla vetta.

Quando questo tentativo mi permise di credere alla possibilità di successo, decisi di tentare l'impresa non appena la stagione me l'avesse permesso; incaricai due uomini del posto di stare attenti alla montagna e di avvertirmi appena lo scioglimento delle nevi l'avrebbe resa accessibile. Per mia sfortuna, le nevi accumulate durante i rigori dello inverno tra il 1784 e il 1785 e quelle cadute ripetutamente durante la fredda e piovosa estate seguita a quell'inverno hanno ritardato quel momento fino a metà settembre.

Ho sempre preferito fare da solo con le mie guide le escursioni di quel tipo; ma dato che il Signor Bourrit, che per primo aveva fatto conoscere quel percorso, desiderava fare insieme a me quel tentativo, vi acconsentii con piacere.

Mi ero ripromesso di andare a dormire più in alto che fosse possibile sotto coperte sistemate a forma di tenda; ma il Signor Bourrit ebbe la felice idea di mandare due giorni prima tre uomini di Chamouni per costruire, al riparo di una roccia, vicino alla base dell'Aiguille du Goûté, una specie di capanna con il muro a secco; eccellente precauzione che ci avrebbe messo al riparo, nel caso di una tempesta.

Date queste disposizioni, Bourrit ed io ci demmo appuntamento per il lunedì 12 settembre al villaggio di Bionnassay, a una lega a nord-est sopra quello di Bionnay. Il Signor Bourrit e suo figlio lo raggiunsero da Prieuré di Chamouni, che si trova a quattro leghe a nord-est da quel villaggio. Io invece me ne partii da Ginevra l'11 settembre; con la carrozza me ne andai a dormire a Sallenche; l'indomani mattina montai a cavallo e mi portai a Bionnassay, passando per Saint-Gervais e Bionnay. Il villaggio di Bionnassay si trova in una piccola valle, molto diseguale, aperta a sud-ovest e chiusa da tutti gli altri lati. È dominata dal ghiacciaio dallo stesso nome, e a nord-est, è separata dalla valle di Chamouni per mezzo di una piccola catena di montagne di ardesia e di pietra calcarea.

Giunsi per primo a Bionnassay con Pierre Balme, che mi era venuto incontro fino a Sallenche. Dovevamo pernottare in quel villaggio e dato che non ci sono alberghi avevo chiesto a Bionnay quale fosse il contadino con il migliore alloggio del posto. Mi avevano indicato il consigliere del comune, di nome Battandier. Questo contadino, semplice ed onesto, mi accolse in casa sua con grande cordialità; il Signor Bourrit arrivò verso sera da Chamouni e il nostro ospite ci assegnò una cameretta per ognuno di noi due, con un letto pieno di paglia fresca, in cui trascorremmo una buona nottata.

Dovevamo salire ancora per circa mille e novecento tese per arrivare alla cima del Monte Bianco; avevamo però due giorni per fare quella strada, perché il primo giorno dovevamo soltanto arrivare alla nostra capanna. Dato che la sua posizione era stata delegata alla scelta dei costruttori, ignoravamo a che altezza fosse e speravamo che fosse più in alto possibile.

Di primo mattino una delle guide di Chamouni che avevano lavorato alla costruzione di quella capanna venne ad avvertirci che era quasi finita, ma che occorreva portarci un ramo d'abete per rendere più solido il tetto. Incaricammo un uomo di Bionnassay di portarlo su; altri due si caricarono di paglia e altri due ancora di legna da ardere. Altri portarono viveri, pellicce, i miei strumenti di fisica; e così formammo una carovana di sedici o diciassette persone.

Avevo sperato di poter fare circa due leghe sui nostri muli, ma potemmo utilizzarli soltanto per la lunghezza di una lega. Il Signor Bourrit padre decise comunque di fare tutta la strada a piedi. Risalimmo dapprima un pendio dolce costeggiando un profondo burrone in cui scorre il torrente che esce dal Glacier de Bionnassay. Successivamente una salita scoscesa ci condusse a una piccola piana che si trova in fondo al ghiacciaio; attraversammo questa pianura nella sua lunghezza, costeggiammo poi il ghiacciaio per un po' e infine ce ne allontanammo puntando dritto a nord-est per un pendio piuttosto duro ma in ogni caso non faticoso e privo di pericoli. La parte più alta di questo pendio si chiama Pierre-Ronde, ma non si conosce l'origine di questo nome dato che non c'è nessun pendio particolarmente rotondo. Questo pendio, privo di alberi, di cespugli e pressoché di qualsiasi vegetazione, è ricoperto unicamente di detriti e propone una vista estremamente selvaggia. Sulla sinistra si vedono delle rocce nude che nascondono la valle di Chamouni, e sulla destra le rocce e i ghiacciai della base del Monte Bianco.

Anche se quella salita fu abbastanza lunga, auspicavo che non finisse presto e di non arrivare rapidamente alla capanna perché mi ripromettevo di salire in questa prima giornata il più in alto possibile per guadagnare sulla giornata successiva, che avrebbe dovuto essere la più interessante ma anche la più faticosa. Così, senza neppure considerare la fatica del momento, salimmo quasi senza accorgercene le settecentoquarantun tese, altezza della nostra capanna nei confronti del villaggio. Ci giungemmo all'una e mezzo, nonostante che fossimo partiti solo alle otto e che vari piccoli incidenti ci avessero fatto perdere oltre mezz'ora di strada.

La posizione della capanna era la più felice che si potesse scegliere in un posto così selvaggio. Era appoggiata a una roccia in fondo a un angolo riparato da nord-est e da nord-ovest, a quindici o venti passi al di sopra di un piccolo ghiacciaio ricoperto di neve, da cui scaturiva un'acqua chiara e fresca che risolveva ogni occorrenza della carovana. Di fronte alla capanna c'era l'Aiguille du Goûté, attraverso la quale dovevamo attaccare il Monte Bianco. Due nostre guide che avevano scalato quel picco ci indicavano la cresta che avremmo dovuto superare. Si offrirono anche di approfittare del tempo che ci restava per fare una ricognizione della montagna, scegliere il percorso più facile e segnare passaggi nella neve dura; accettammo questa offerta con riconoscenza. Sulla destra di quelle rocce potevamo ammirare una cima innevata, chiamata la Rogne, che ci sembrava di un'altezza prodigiosa: eppure essi ci promettevano che l'avremmo vista ai nostri piedi, dalla cupola dell' aiguille. Tutta la parte inferiore di quell'alta cima era ricoperta di ghiacciai eccessivamente scoscesi che si riversavano in quello di Bionnassay; istante dopo istante si staccavano da quel ghiacciaio enormi masse di ghiaccio, che vedevamo cadere e precipitare giù con un fracasso orribile sciogliendosi in turbini di polvere che l'aria, rimossa dalla caduta dei ghiacci, sollevava come nuvole a un'altezza incredibile.

Dietro la nostra capanna si trovava una piccola catena di rocce che la sovrastava per una quarantina di piedi. Mi affrettai a salirci sopra e i miei compagni di viaggio mi seguirono di lì a poco; ci godemmo da lassù uno dei più bei panorami mai visti sulle Alpi. Quelle rocce, alte mille e duecentoventinove tese sul lago e mille e quattrocentoventidue sul mare, sono tagliate a picco dalla parte di nord-ovest. In quel punto si vede sotto di sé l'estremità meridionale della valle di Chamouni che si domina da circa novecento tese. Il resto della valle si vede di scorcio, e le alte montagne che la orlano sembrano formare un cerchio intorno ad essa. Gli alti picchi, visti di profilo, si suddividono in una foresta di piramidi che chiudono la cinta di quel cerchio e che paiono destinate a difendere l'ingresso di quel grazioso ritiro per consacrarvi l'innocenza e la pace. Da quella parte la vista si allunga fino alla Gemmi, che si riconosce per la doppia vetta che le ha dato il nome. Tuttavia non cercherò di descrivervi nei particolari l'immenso accumulo di montagne che si scopre da quella vetta; basti dire che essa offre lo spettacolo più incantevole per coloro che sono sensibili a questo tipo di cose.

Scelsi quella sommità come mio osservatorio; appesi il mio igrometro e il mio termometro, all'aria aperta, a un bastone che li teneva all'ombra, mentre io, in piedi sulla punta più sporgente del picco, misuravo con il mio elettrometro il grado dell'elettricità aerea. È pur vero che la tramontana fredda che c'era in quel momento non mi permetteva di restare a lungo in quella posizione; dovevo andare a recuperare una temperatura più dolce al riparo delle rocce che circondavano la capanna, e, appena mi ero riscaldato, risalivo su per godermi il panorama e continuare con le mie osservazioni.

Ebbi il rammarico di non poter eseguire un esperimento da cui mi ero ripromesso molto piacere: quello del calore necessario per far bollire l'acqua a differenti altezze. Disgraziatamente la mia apparecchiatura era disposta in modo che era impossibile far bollire l'acqua su un fuoco a legna, l'unico che potessi fare lì. Perciò, dopo aver tormentato inutilmente il mio apparecchio in mille modi diversi, dovetti rinunciare a quell'esperienza o comunque rinviarla ad un altro viaggio. Ma la bellezza della serata e la magnificenza dello spettacolo del tramonto del sole visto dal mio osservatorio mi consolarono di questo contrattempo. Il vapore della sera, che come una garza leggera temperava lo splendore del sole e nascondeva per metà l'immensa distesa che stava sotto di noi, formava una cintura purpurea che abbracciava tutta la parte occidentale dell'orizzonte, mentre a levante i nevai delle pendici del Monte Bianco colorati da questa luce offrivano un eccezionale e grandissimo spettacolo. Man mano che il vapore si abbassava condensandosi, quella cintura si faceva più stretta e più colorata; alla fine era diventata rosso sangue e, nello stesso momento, piccole nubi che erano più alte di quel cordone lanciarono una luce estremamente viva al punto da parere astri o meteore infuocate. Ritornai in quel posto quando era notte piena; il cielo era allora perfettamente sgombro e senza nubi; le stelle splendenti, ma prive di ogni specie di scintillio, spandevano sulle sommità delle montagne, una luce estremamente pallida, ma che pure era sufficiente a far distinguere le masse e le distanze. La quiete e il profondo silenzio che regnavano su quella vasta distesa, resa ancor più estesa dall'immaginazione, mi ispiravano una specie di terrore; mi pareva di essere l'unico sopravvissuto dell'universo e di ritrovarmi col suo cadavere steso ai miei piedi. Per quanto siano tristi, le idee di questo genere rivestono un fascino a cui è difficile resistere. Rivolsi lo sguardo più spesso verso quell'oscura solitudine che dalla parte del Monte Bianco, le cui nevi brillanti e quasi fosforescenti davano ancora l'idea del movimento e della vita. Poi l'asprezza dell'aria su quella punta isolata mi costrinse a riguadagnare la capanna.

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Dopo essermi riposato ed aver osservato le rocce nude che si trovano in quel punto e che si vedono benissimo dalla riva del nostro lago, cioè quelle alla sinistra della cima più alta del Monte Bianco, ripresi la marcia; erano circa le nove. Dato che avevo misurato da Chamouni le altezze delle varie parti della montagna, sapevo che mi restavano da salire solo circa centocinquanta tese, su un pendio che era di ventotto-ventinove gradi, su una neve abbastanza solida e perciò per niente scivolosa, priva di crepacci, lontana da precipizi; speravo dunque di raggiungere la cima in meno di tre quarti d'ora; ma la rarefazione dell'aria mi preparava difficoltà maggiori di quel che avrei potuto credere. Verso la fine ero costretto a riprendere fiato ogni quindici o sedici passi; lo facevo per lo più in piedi, appoggiato al mio bastone, ma più o meno ogni tre volte mi dovevo sedere. Questo bisogno di riposo era assolutamente insuperabile; se tentavo di vincerlo, le gambe si rifiutavano di muoversi, avvertivo un inizio di svenimento e venivo preso da capogiri del tutto indipendenti dall'azione della luce, perché la fascia doppia che mi copriva il viso mi difendeva perfettamente gli occhi. Dato che con vivo rammarico vedevo passare il tempo che avrei voluto dedicare in vetta ai miei esperimenti, feci diversi tentativi per abbreviare quel riposo; cercavo, ad esempio, di non arrivare al termine delle mie forze e di fermarmi un momento ogni quattro o cinque passi, ma non ci guadagnavo niente; ero costretto, in capo a quindici o sedici passi, a fare un riposo lungo come se li avessi fatti di seguito; di notevole c'era anche il fatto che il malessere maggiore si fa sentire soltanto otto o dieci secondi dopo che si è smesso di camminare. L'unica cosa che mi faceva bene e aumentava le mie forze era l'aria fresca del vento del nord; quando salendo avevo il viso girato da quella parte e buttavo giù a grandi sorsi l'aria che vi arrivava, potevo fare venticinque o ventisei passi senza arrestarmi.

Più o meno a metà di quella salita si passa accanto a due piccole rocce sporgenti sopra la neve. La più alta era stata spezzata di recente, perché i suoi frammenti erano sparsi un po' dovunque sulla neve fresca, a parecchi piedi di distanza. E visto che sicuramente nessuno era andato a far saltare quella roccia con la polvere o a romperla con una mazza di ferro, non c'era dubbio che si trattava di un effetto del fulmine.

L'ultima parte dell'ascesa tra queste piccole rocce e la cima fu, come si può presumere, la più faticosa per la respirazione, ma alla fine raggiunsi lo scopo così a lungo desiderato. Dato che durante le due ore richieste da quella dura ascensione avevo avuto sotto lo sguardo più o meno tutto quello che si vede dalla vetta, l'arrivo non fu un colpo di scena; sulle prime non mi dette neppure tutto il piacere che ci si potrebbe immaginare; il mio sentimento più vivo, più dolce, fu di veder finite le ansie di cui ero stato oggetto; infatti la lunghezza di quella lotta, il ricordo e la sensazione stessa ancor pungente delle pene che mi era costata quella vittoria, mi procuravano una sorta di irritazione.

Nel momento in cui raggiunsi il punto più alto della neve che sovrasta quella vetta, la calpestai più con collera che con un sentimento di piacere. D'altronde, il mio scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto più alto; dovevo soprattutto compiere le osservazioni e gli esperimenti che, soli, davano un senso a quel viaggio, ed io temevo assai di poter fare solo una parte di quanto avevo progettato. Infatti avevo già avvertito, anche sul pianoro in cui avevamo dormito, che ogni osservazione fatta con cura affatica in quell'aria rarefatta e ciò perché, senza pensarci, si trattiene il respiro; ora, visto che lì bisognava supplire alla rarefazione dell'aria con la frequenza delle inspirazioni, quella sospensione di respiro avrebbe causato un sensibile malessere; ero dunque costretto a riposarmi e a sbuffare, dopo aver osservato uno strumento qualunque, come se avessi fatto una salita ripida.

In ogni caso il grande spettacolo che avevo sotto gli occhi mi dette una viva soddisfazione. Un leggero vapore sospeso nelle regioni inferiori dell'aria mi toglieva per la verità la vista degli oggetti più bassi e più lontani, come le pianure della Francia e della Lombardia; ma non rimpiangevo troppo quella mancanza; quello che ero venuto a vedere e quello che ho visto con la massima chiarezza è il complesso di tutte le alte cime di cui desideravo da così tanto tempo conoscere l'organizzazione. Non credevo ai miei occhi, mi pareva che fosse un sogno, mentre vedevo ai miei piedi quelle cime maestose, quelle temibili aiguilles, il Midi, l'Argentière, il Géant, le cui stesse pendici erano state per me di accesso cosi difficile e pericoloso. Coglievo ora i loro rapporti, i loro collegamenti, la loro struttura, e un solo sguardo toglieva i dubbi che anni di lavoro non erano riusciti a chiarire.

Intanto le mie guide stendevano la mia tenda e vi sistemavano il tavolino sul quale dovevo fare l'esperimento dell'ebollizione dell'acqua. Ma quando dovetti mettermi a disporre gli strumenti e ad osservarli, ad ogni istante mi trovavo costretto ad interrompere il mio lavoro, per prendermi cura solo del mio respiro. Se considerate che il barometro era soltanto a sedici pollici e una linea, e che così l'aria non aveva più della metà della sua densità ordinaria, si capisce che dovevo supplire alla densità con la frequenza delle inspirazioni. Ma quella frequenza accelerava il movimento del sangue, tanto più che le arterie non erano più controbilanciate all'esterno da una pressione uguale a quella che subiscono normalmente; perciò avevamo tutti la febbre.

Quando rimanevo perfettamente tranquillo, provavo soltanto un po' di malessere, una leggera disposizione al mal di cuore. Ma quando faticavo oppure concentravo l'attenzione per qualche momento in successione e, soprattutto, quando abbassandomi comprimevo il petto, allora dovevo riposarmi ed ansimare per due o tre minuti. Le guide provavano sensazioni analoghe. Non avevano appetito; e per la verità i nostri viveri, che si erano tutti congelati strada facendo, non erano tali da eccitarli; non si curavano neppure del vino né dell'acquavite. In effetti, avevano imparato che i liquori forti fanno aumentare quella indisposizione, senza dubbio perché accelerano ulteriormente la circolazione. Non c'era che l'acqua fresca a fare del bene e a piacere, e ci volle tempo e fatica per accendere il fuoco, senza il quale non potevamo averne. Qualche guida non ce la fece a sopportare tutte quelle sofferenze e scese giù per ritrovare un'aria più densa.

La cima del Monte Bianco è una specie di schiena d'asino o di cresta allungata, con una direzione da levante a ponente, più o meno orizzontale nella sua parte più elevata, e che scende alle sue estremità con un'angolatura di ventotto, trenta gradi. Questa cresta è molto stretta, tagliente in cima, al punto che due persone non vi si potrebbero incrociare; essa però si allarga e si arrotonda dalla parte est, mentre dalla parte ovest assume la forma di una grondaia ed è sporgente a nord. Tutta la cima è interamente ricoperta di neve: non si vede trapelare nessuna roccia, se non a sessanta o settanta tese più in basso. Sarebbe stato naturale pensare che la cima più alta delle Alpi avrebbe dovuto essere vicina al loro centro o almeno a metà della larghezza della massa delle montagne primitive. Ma non è affatto così. Dalla cima del Monte Bianco si vede che a mezzogiorno, dalla parte dell'Italia, ci sono molte montagne più alte che a nord, dalla parte della Savoia; e così questa alta vetta si trova quasi al limite settentrionale del complesso delle montagne primitive. Anche lo spettacolo è molto più bello e più interessante della parte dell'Italia; infatti le montagne secondarie a nord, che terminano con la linea bianca del Jura, non offrono niente né di grande né di articolato; e le nostre pianure, il nostro stesso lago, visti di scorcio attraverso le brume dell'orizzonte, propongono soltanto tinte deboli e elementi indistinti.

Invece, dalla parte di mezzogiorno, l'orizzonte pieno a perdita d'occhio di alte cime, varie nelle loro forme e in quelle dei loro gruppi, un misto di neve e di rocce inframezzate da vallate verdeggianti, presenta un complesso al tempo stesso singolare e magnifico. Ma soprattutto, come ho già detto, i picchi e i ghiacciai della zona del Monte Bianco costituivano lo spettacolo insieme più affascinante e più istruttivo.

Considerando l'altezza del Monte Bianco ci si è chiesto se dalla cima non si potesse vedere il mare. Di certo noi non lo avvistammo; ma all'orizzonte c'era del vapore, che ci avrebbe impedito di vederlo, anche se fosse stato nel raggio del nostro sguardo. Eppure dalla cima di quella montagna si dovrebbero vedere le rive del golfo di Genova che sono distanti solo cinquantasei leghe, e soltanto dodici se tra il Monte Bianco e il mare non ci fosse altro che pianure; ciò non sarebbe affatto contrario alle leggi dell'ottica combinate con la curvatura della terra. Ma dato che tutto quel golfo è orlato da montagne, sia dalle Alpi a ponente che dagli Appennini a levante, non sembra proprio che si possa vedere il mare dal Monte Bianco, nè lo stesso Monte Bianco dal mare, il che dovrebbe essere più facile, visto che la sua vetta bianca, proiettandosi contro il cielo azzurro, formerebbe un oggetto più distinto, a meno di non intravederlo da qualche gola o da qualche parte abbassata delle montagne della costa ligure. Ma si può vedere benissimo questa cima dall'alto delle montagne che sono in riva al mare; io stesso ho creduto di riconoscerlo dalla montagna di Caume, sopra Tolone. È poi noto che dalle terre interne si vede il Monte Bianco da grandissima distanza; ad esempio, da Digione e anche da Langres, che gli è distante sessantacinque leghe in linea retta.

Soffiava un vento del nord piuttosto impetuoso, che rendeva fastidioso il freddo sulla punta della vetta; appena però si scendeva sotto la cresta, dalla parte di mezzogiorno, si godeva una temperatura piacevole: la maggior parte delle mie guide dormiva o si riposava al sole sui sacchi stesi sulla neve. In effetti è davvero notevole che su tutte le alte cime, quando si sta al riparo dell'impatto diretto del vento, non lo si sente minimamente più: in pianura, invece, anche quando si è al riparo dall'azione diretta del vento, non si può fare a meno di avvertirne riflessi e contraccolpi. Di certo l'aria rarefatta non ripercuote il vento, come invece fa l'aria più densa.

Tutti coloro che hanno raggiunto le vette delle montagne elevate sanno perfettamente che il cielo vi appare di un azzurro più profondo che in pianura. Ma dato che le espressioni più o meno sono relative a sensazioni indeterminate, di cui non rimane traccia che nell'immaginazione spesso ingannevole, cercai un modo per riportare, per così dire, un campione del cielo del Monte Bianco, o almeno del colore che quel cielo mi proponeva. A questo scopo avevo colorato, con del blu d'azzurro o del bel blu di Prussia, delle strisce di carta di sedici differenti sfumature, dalla più scura, che avevo segnato n. 1, fino alla più pallida, segnata n. 16. Avevo preso, su ognuna di quelle strisce, tre quadrati uguali, e avevo così formato con quelle sfumature tre serie perfettamente simili tra loro; avevo lasciato una di quelle serie tra le mani del Signor Senebier, a Ginevra, l'altra a mio figlio, a Chamouni, e mi ero portato dietro la terza. A mezzodì del giorno in cui ero sulla cima, il cielo, allo zenit di Ginevra, sembrava della settima sfumatura; a Chamouni, tra la quinta e la sesta, e sul Monte Bianco, tra la prima e la seconda, vale a dire vicinissimo al blu di Prussia più scuro. Nonostante l'intensità del colore del cielo, le ombre sulla cima del Monte Bianco non sembravano minimamente colorate. È anche vero che le ore che passai lassù non erano le migliori per questo tipo di osservazione.

La grande purezza e la trasparenza dell'aria, che sono le cause dell'intensità del colore blu del cielo, producono nella parte alta del Monte Bianco un fenomeno strano: in pieno giorno si vedono le stelle. Ma per questo occorre stare del tutto all'ombra e avere anche, sopra la propria testa, una massa d'ombra di uno spessore consistente; altrimenti l'aria illuminata troppo intensamente fa scomparire il debole chiarore delle stelle. Il posto migliore per fare questa osservazione al mattino era la salita che porta alla spalla del Monte Bianco; alcune guide hanno assicurato di aver visto da lì le stelle; quanto a me, io non ci avevo pensato, e così non fui testimone di quel fenomeno; ma l'asserzione unanime delle guide non mi lasciò nessun dubbio sulla sua veridicità.

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DE SAUSSURE CONTRO PACCARD



Una stroncatura strana

Nella miniera di precise e interessantissime annotazioni sulla vita quotidiana a Chamonix dalla vigilia della Rivoluzione Francese al regno di Carlo Alberto raccolte nel cosiddetto Livre de raison di Jean-Michel Cachat detto le Géant, si trova una testimonianza che fa sobbalzare sulla sedia il devoto lettore di questo libro. «L'8 agosto 1837 — scrive la vecchia guida — una signora inglese è venuta a salutarmi e mi ha fatto dono dell'ultimo libro di viaggi del signor de Saussure nelle alte Alpi, ma è una cosa falsa che non vale niente. Malgrado ciò è buono per i dintorni di Ginevra, ma dopo che è arrivato a Chamonix non vale un granché, perché tutto viene travisato e ci sono molte menzogne».

Il secco e sorprendente giudizio riguarda proprio questo libro, ossia la versione narrativa dei Voyages dans les Alpes, drasticamente alleggerita di ogni noiosa osservazione scientifica, il cui pezzo forte è costituito dai viaggi a Chamonix e intorno al Monte Bianco, coronati dai tentativi e dall'agognata ascensione alla vetta finalmente compiuta a inizio agosto 1787. Come si sa, la riedizione divulgativa fu pubblicata nel 1834 a Ginevra a cura di Rodolphe Töpffer, scrittore, pittore e titolare di un pensionato per studenti adolescenti provenienti da mezza Europa. Nell'Ottocento è stato autore classico per i Voyages en zigzag, spiritosi diari illustrati da divertenti vignette delle "gite scolastiche" a piedi compiute con i suoi ragazzi sulle Alpi, seguendo l'esempio del grande scienziato ginevrino.

[...]


Per rendere più comprensibili le sue spiegazioni, il dottore allega alla sua lettera a Ebel una splendida cartina acquerellata con l'itinerario alla vetta del Monte Bianco e dettagliate didascalie di suo pugno. Riscoperta due secoli dopo, permette finalmente di stabilire quale fu il vero percorso della prima ascensione «di cui ho scoperto l'accessibilità dalla montagna di Planpras contigua al Breven prima della mia impresa...», rivendica il dottore e ribadisce «nessuno aveva mai sospettato che il Monte Bianco fosse accessibile per la falda di neve e ghiaccio che sostiene il Rocher Rouge». Anche noi scopriamo così che non è mai esistito il cosiddetto Ancien passage inférieur per andare in vetta dal Grand Plateau passando sotto una pericolosa barriera di seracchi, mentre la cosiddetta via de Saussure per l'Ancien passage supérieur è in realtà l'itinerario della prima salita, ossia la via Paccard. Allora non è più vero nemmeno che sia stato Balmat a tracciare, alla seconda ascensione, la variante che sarebbe stata seguita da de Saussure.

Quella dunque fu l'unica via al Monte Bianco seguita in tutte le ripetizioni fino al 1827, quando verrà abbandonata perché troppo esposta al pericolo di valanghe, a vantaggio della via del Corridor che piega a sinistra verso il Colle della Brenva: anche questa alternativa è disegnata sulla mappa Paccard, che mostra di saper valutare la pericolosità o meno del tragitto secondo le condizioni dell'innevamento. La cartina autografa è l'ennesima conferma della superiorità alpinistica del dottore rispetto a tutti gli altri contendenti.

Traendo le conclusioni dalla complicata inchiesta, intanto abbiamo constatato che il parere di Cachat le Géant era tutt'altro che temerario. Nel libro di de Saussure arrivato a Chamonix non solo «tutto viene travisato» – come affermava la sua vecchia guida – ma l'autorevolezza dello scienziato sul terreno della montagna, incontrastata fino a metà Ottocento, è stata da molto tempo superata dai nuovi criteri di giudizio degli alpinisti. Già nel 1864 Leslie Stephen, esponente progressista dell'Alpine Club, di ritorno dalla prima dello Zinalrothorn si vantava di non essersi fermato in vetta a battere i denti per fare esperienze scientifiche, apposta per scandalizzare i "fanatici" della vecchia scuola che portavano ancora il barometro in montagna. Nell'alpinismo si è sempre più affermata l'istanza sportiva intuita da Stephen, ma se oggi vogliamo capire i perché di uno sport affascinante e discusso è indispensabile risalire alle origini di fine Settecento. È necessario rileggere i Voyages dell'Amerigo Vespucci delle Alpi, anche se sappiamo che il Cristoforo Colombo del Monte Bianco, il protagonista della prima impresa dell'alpinismo, è stato il dottor Paccard.

Torino, 25 marzo 2012 P.C.

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