Autore Donatella Di Cesare
Titolo Se Auschwitz è nulla
SottotitoloContro il negazionismo
EdizioneBollati Boringhieri, Torino, 2022, Temi 307 , pag. 160, cop.fle., dim. 11,7x19,5x1,4 cm , Isbn 978-88-339-3862-2
LettoreFlo Bertelli, 2022
Classe storia criminale , shoah












 

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Indice


  9     Premessa

 13     Il nuovo negazionismo


        Se Auschwitz è nulla


 41  1. Annientamento e negazione

 46  2. I profanatori della cenere

 49  3. All'ombra di Hitler

 58  4. «Notte e nebbia». La cancellazione nella lingua

 66  5. Nelle bassure della negazione

 83  6. Questione di opinioni?

 92  7. Tecnica e gas. Sull'idolatria del reale

 98  8. Il volto degli asfissiati. Sul Sonderkommando

104  9. «...anche i morti non saranno al sicuro».
        Memoria e ricordo

110 10. L'avvenire di una negazione

116 11. La singolarità dello sterminio

127 12. Dire Auschwitz


133     L'antisemitismo nel XXI secolo


145     Note
155     Bibliografia


 

 

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Pagina 13

Il nuovo negazionismo


1. Il negazionismo è una forma di propaganda politica che negli ultimi anni si è diffusa entro lo spazio pubblico coinvolgendo ambiti diversi e assumendo accenti sempre più subdoli e violenti. Sarebbe pertanto un errore sottovalutarne la rilevanza, cioè quegli effetti che, ben al di là del modo di interpretare la storia del passato, minacciano la comunità interpretativa del futuro. Basti pensare alla recente sconcertante negazione della pandemia, non riducibile a frange estreme, per tacere di coloro che ridicolizzano o banalizzano l'emergenza climatica. I casi sono molteplici e vari. Ormai si può parlare di una vera e propria storia dei negazionismi nel XXI secolo, che deve ancor essere scritta, Nel rifiuto della «versione ufficiale», nella millantata ricerca di una «informazione alternativa», il negazionismo lascia intravvedere quel dispositivo del complotto che ne costituisce la matrice. Ecco perché solo considerandone i nessi con fenomeni che lo precedono e lo sostanziano, primo fra tutti il mito potente del «complotto ebraico mondiale», si può tentare di cogliere il negazionismo attuale nella sua portata devastante.

Malgrado la disseminazione, esiste, dunque, una continuità. Il negazionismo è legato strettamente alla Shoah. Si produce infatti in quel contesto. Al contrario di quel che in genere si crede, non è il residuo oscuro del passato, bensì è un fenomeno inedito che, da quella prima comparsa, aumenta, si sviluppa, si consolida. Non si deve immaginare il percorso del negazionismo come una deviazione che si chiude, una traiettoria che si assottiglia fino a estinguersi. esattamente all'opposto, l'estremità di un'angolazione che una volta aperta, non ha ancora raggiunto la massima intensità.


2. Per comprendere l'incremento e l'estensione del negazionismo occorre distinguerne le diverse fasi. La prima è quella che si delinea già verso la fine della seconda guerra mondiale.

I primi a negare il crimine sono gli stessi criminali, La cancellazione preventiva è inscritta nella politica hitleriana dell'annientamento. Mentre il conflitto volge al termine, i nazisti distruggono le camere a gas dei principali campi di sterminio: Bełec, Birkenau, Chełmno, Sobibor e Treblinka. Si conservano in parte quelle di Majdanek e Auschwitz 1.

Le accuse di "menzogna", "truffa", "falsificazione della storia", affiorano già nell'immediato dopoguerra. La strategia si riproduce ovunque, soprattutto là dove il crimine è stato perpetrato o dove non è mancata la complicità. Si è spinti in genere a ritenere che il 1945 segni un prima e un poi, rappresenti una cesura. Le cose non stanno così. La persistenza prevale sull'interruzione.

L'Europa in cui ha trovato una "soluzione finale" la cosiddetta "questione ebraica", e che perciò è ormai judenrein, depurata nella gran parte dei territori, non dismette l'odio di un tempo. Ma l'antisemitismo appare obsoleto, troppo legato, com'è, al genocidio. Persiste in altre sembianze, prolifera sotto nuove maschere per aggirare il discredito che l'ha colpito, la censura che lo pregiudica. Occorre allora fare come se nulla fosse avvenuto. Negare è la via maestra. Quel che avrebbe avuto luogo è nulla, o pressoché nulla, e non c'è nessun luogo dello sterminio. Si tenta di nullificare l'annientamento. questo il modo in cui, con una sola mossa, l'Europa antisemita può scaricarsi di ogni colpa spianando la strada a quelle nuove antiche forme di odio che, dall'antiebraismo all'antisionismo, si stagliano nel suo futuro. L'indice è puntato contro gli ebrei: sono loro, infatti, che vanno diffondendo le "dicerie su Auschwitz". E ne dovranno rispondere.

Il negazionismo è sin dall'inizio un paravento dell'antisemitismo, uno schermo pseudo-scientifico per mettersi al riparo da ogni accusa. Scherno, derisione, sarcasmo si alternano in una strategia volta a sminuire, ridimensionare e, alla fin fine, negare quel che è accaduto. L'intento evidente nella prima fase è riabilitare il passato sollevando il nazismo da ogni colpa, scagionando il fascismo da ogni complicità nel genocidio degli ebrei d'Europa. Il che è possibile solo cancellando il crimine più indegno e obbrobrioso: l'industrializzazione della morte nei campi di sterminio.

Le camere a gas saranno per anni e decenni al cuore della negazione. Una volta dichiarati inesistenti quei luoghi, frutto di invenzione, di «montaggio tecnico», si può scrivere altrimenti la storia del fascismo e del nazismo occultandone gli «episodi più indigesti», cioè il crimine contro l'umanità. E si può soprattutto scongiurare che l'Europa, dopo Auschwitz, porti impresso in modo indelebile il marchio dello Zyklon B.


3. Destinare Hitler alla condanna richiederebbe una rielaborazione del passato. E nel 1945 non c'è tempo. più facile dissimularne la vittoria, occultarne i risultati raggiunti, Si è trattato, anzi, di una completa disfatta, come completa è stata la vittoria sul fascismo. Nasce il mito politico, tuttora vivo e potente, della sconfitta necessaria, ineluttabile, ovvia, sul nazi-fascismo. Per l'Europa democratica che potrebbe sentirsi sotto ricatto, la cui pace ne verrebbe forse minata, le camere a gas sono un fastidioso dettaglio che riguarda solo gli ebrei e va considerato nel contesto del grande eccidio bellico, dei milioni di morti e dei tanti crimini commessi.

Ma poi chi ha vinto davvero? E chi è stato davvero sconfitto? Molto presto queste domande conducono a un primo decisivo capovolgimento di ruoli. A essere usciti sconfitti dalla guerra sono i tedeschi. Chi può dubitarne? A ben guardare sono loro le vittime di una «sciagura» immeritata, una pena abnorme, che compromette il destino della Germania precludendone la missione a cui è stata chiamata: la difesa dell'Europa, la salvezza dell'Occidente. Gli alleati dovranno rispondere davanti al Tribunale della Storia per quel misfatto di dimensioni planetarie, quello scandalo che minaccia la Germania. un misfatto che rischia di passare sotto silenzio, coperto da denunce altisonanti di fantomatici «crimini» che per gravità non possono essere neppure avvicinati al vero crimine commesso contro il popolo tedesco. Dietro gli alleati, quelle forze d'occupazione, che siano russe o americane, si scorgono gli emigranti che rientrano, gli stranieri che tornano, gli ebrei che possono dare libero sfogo alla loro «vendetta». Sono gli ebrei i veri vincitori.

L'inversione delle parti è presto un fatto compiuto. Gli ebrei vengono nazificati, mentre i tedeschi vengono ebraizzati, con un capovolgimento che verrà reiterato con successo anche in altri contesti. Agli sterminati nei lager viene sottratto perfino il posto di vittime. Si conserverà invece a lungo l'immagine della Germania «pallida madre», violata, occupata, dissanguata ed esausta, ma non definitivamente sconfitta, pronta a ritrarsi nel proprio autunno in attesa che torni la sua ora nella storia.

Quanto agli ebrei, sono i vincitori anche di questo nuovo bellum judaicum. E lo sono per diversi motivi. Per venir ritenuto tale lo sterminio avrebbe dovuto essere portato a termine - fino all'ultimo ebreo. Eppure ci sono sopra-vissuti che pretenderebbero di raccontarlo. Di che cosa favoleggiano allora? Quali calunnie inventano per nuocere alla Germania, e gettare un'ombra sull'Europa tutta, spacciandosi per vittime? Il sospetto è che sfruttino le «dicerie» sulle camere a gas a proprio vantaggio, per continuare a tessere le fila del loro dominio. Sta qui la «vendetta» di questi «truffatori» che deve ancora essere consumata.

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5. Via via che viene alla luce quel crimine contro l'umanità, che si è consumato nei campi di sterminio, accresce la tendenza a negare. Ma gli esponenti della nuova propaganda antisemita tentano di spacciarsi per "revisionisti", come se il loro intento fosse semplicemente quello di rivedere criticamente la storia, passarla al vaglio, riaprire il dibattito, in nome di una spassionata ricerca della verità. Per qualche tempo riescono a rompere più di un argine, non solo nella comunità degli storici, facendo passare la loro negazione per un'opinione come un'altra, degna cioè di essere salvaguardata. tuttavia lo storico francese Henry Rousso a elaborare l'etichetta-limite "negazionismo" volto a contenere il fenomeno e contrastarlo. Con questo termine si intendono tutti quei discorsi che negano la politica dello sterminio di cui sono stati vittime gli ebrei e, sollevando da ogni colpa sia la Germania sia il resto complice dell'Europa, puntano l'indice contro i supposti falsificatori, gli ebrei che avrebbero inventato il genocidio.

Ancora negli anni cinquanta sono pochi i libri sulla storia della seconda guerra mondiale e ancor meno quelli sulla Shoah. Pionieristica è l'opera di Léon Poliakov, Bréviaire de la haine. Le IIIe Reich et le juifs, che esce nel 1951. Mentre i superstiti dei campi cominciano a parlare, e gli storici tentano di ricostruire quel che è avvenuto, l'opinione pubblica, in Europa e nel mondo, è del tutto impreparata a quel che va emergendo. I mezzi concettuali ed emotivi non bastano per affrontare un crimine che va al di là dell'immaginazione.

Per di più mancano informazioni precise. Le cifre dello sterminio ondeggiano in modo tale che difficilmente si riesce a farsi anche solo un'idea approssimativa del massacro. Al processo di Norimberga l'ex ufficiale nazista Kurt Gerstein, nella sua deposizione del 18 gennaio 1947, parla di 25 milioni di vittime. Altre fonti in quel periodo ipotizzano nove milioni. Solo anni più tardi si giunge alla cifra approssimativa di sei milioni di ebrei sterminati. Ancora oggi, nonostante tutte le ricerche di questi decenni, e la meticolosa raccolta di dati, non esiste il numero esatto delle vittime.

«Ne sono morti davvero sei milioni?». Con questa domanda, beffarda e offensiva, riproposta in innumerevoli varianti, si insinua il dubbio iperbolico dei negazionisti, che scredita e minimizza. Se si tratta di un dato approssimativo, non preciso, inesatto, allora si deve ritenere che sia stato gonfiato a bella posta. Occorrerebbe dunque demistificare, mettere allo scoperto quella «favola» che gli ebrei vanno raccontando da tempo. Comincia così con questa deminutio, mettendo in forse cifre gonfiate, eventi drammatizzati, il lavoro meticoloso del negazionista a cui non interessa accertare gli avvenimenti, bensì semplicemente negarli.

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10. La spirale complottistica è evidente. E si manifesta nel nesso reiterato tra Olocausto e Nuovo Ordine Mondiale. Dagli hitleriani di ultima generazione ai fascisti del terzo millennio, dai malcelati razzisti ai cattolici integralisti, dai militanti filoislamici agli adepti del rossobrunismo - all'esordio del XXI secolo i negazionisti rinviano esplicitamente al "complotto mondiale". Viene così ripreso in forme nuove il leit-motiv della propaganda antiebraica. Questo prova che il negazionismo non è riducibile in nessun modo alla revisione ed è invece un fenomeno che può essere considerato nella sua complessità solo alla luce della sua matrice complottistica.

Proprio questa matrice riaffiora all'indomani del1'11 settembre 2001, quando si annuncia una nuova fase del negazionismo. Quelli che schernivano la «truffa dello sterminio» sono gli stessi che dietro gli attentati alle Twin Towers credono di riconoscere la mano del Mossad. I cliché negazionisti si mescolano con le ossessioni complottiste in una salda antica alleanza, una convergenza che dà luogo allo schema interpretativo della macchinazione destinato a caratterizzare il ventennio successivo e a diventare globale.

uno schema che si adatta ad avvenimenti storici diversi e contesti politici disparati, segnati da profonde tensioni, dove la negazione - si pensi al genocidio armeno - è un modo in cui la sopraffazione si perpetua. Si può allora parlare al plurale di negazionismi: i temi della Shoah vengono proiettati su altri scenari, mentre si aggiungono motivi inediti.

Ma è grazie alla rete che la galassia negazionista si amplia e si rafforza. La enorme circolazione di propaganda contrabbandata per "informazione alternativa", la quasi simultaneità con cui la versione negazionista accompagna gli eventi rivaleggiando con "storia ufficiale", nonché l'anonimato garantito anche ai manipolatori più violenti, ai profeti dell'inganno, contribuiscono a una dilatazione senza precedenti della complosfera negazionista.

Se lo schema interpretativo può adattarsi, la matrice del negazionismo resta il complotto e l'archiscena è sempre ancora " il cimitero di Praga ", cioè il luogo immaginario in cui si raccolgono coloro che muovono le fila, che ordiscono la trama per sottomettere il mondo. Mentre risuona la domanda «a chi giova?», l'indice è puntato contro chi, inventando la «menzogna di Auschwitz», ne ha tratto profitto gettando le basi dell'ordine planetario.

Stranieri inassimilabili, in grado di mantenere reciproci legami oltre i confini, al di là della base sionista in Israele, gli ebrei ordirebbero una rete intorno al globo. Diventa questo il super-plot, il megacomplotto che assorbe tutti quelli passati e contiene in sé quelli a venire. Trarre alla luce il potere della "casta" vuol dire farne trapelare l'estraneità. Le élite sono nel mirino in quanto apice di un'infiltrazione nascosta, che pregiudica l'identità del popolo, la contamina, la manipola. Il complotto è il Partito degli Stranieri. Gli architetti della globalizzazione, gli artefici della pianificazione di crisi ed epidemie, dell'incertezza programmata e della minaccia permanente, i grandi manovratori che controllano la stampa, influenzano le menti, pilotano la politica, sono gli stranieri degli stranieri, gli ebrei, quella supersocietà segreta che regge le sorti del mondo. Il "complotto ebraico mondiale" è il cardine del nuovo negazionismo nella sua versione più recente.

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1. Annientamento e negazione


Ci sono state le camere a gas e i forni crematori. C'è stato lo sterminio degli ebrei in Europa. La Shoah ha avuto luogo. Questo luogo non è in questione. Piuttosto in questione deve essere il luogo di chi lo nega. Perché un mondo in cui venga negata l'esistenza delle camere a gas è un mondo che già consente la politica del crimine, la politica come crimine.

Sono sempre di più coloro che negano Auschwitz, non solo nell'ex territorio nazista, in Germania, in Austria, ma anche in molte nazioni europee, negli Stati americani, nel Medio Oriente. La negazione ha assunto dimensioni internazionali. L'Italia non è un'eccezione: gli adepti del negazionismo, che hanno acquisito, quasi indisturbati, una gran quantità di complici e fiancheggiatori, sono andati costruendo il luogo della loro negazione all'ombra propizia degli ultimi decenni. Di qui rivendicano il diritto di poter diffondere quella che chiamano la «menzogna di Auschwitz».

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11. La singolarità dello sterminio


In un'intervista a una televisione americana, rilasciata durante l'assemblea dell'ONU, il 30 ottobre 2009, il leader venezuelano Hugo Chavez, incalzato dalle domande del cronista sulla sua amicizia con Ahmadinejad, per uscire dall'evidente imbarazzo, chiede a sua volta, con tono di rimprovero, del genocidio degli indios nell'America del Sud e in quella del Nord. Come se parlare di Auschwitz volesse dire tacere dei genocidi, dei crimini e dei massacri commessi nel mondo.

Questo atteggiamento è molto più diffuso di quanto non si creda. Si comincia con una deminutio, mettendo in dubbio le cifre, denunciando numeri gonfiati e eventi drammatizzati - come hanno fatto persino autorevoli firme. Ma dove si comincia a ridurre, si apre la porta al negare. Posto che si è trattato di milioni, come si può pensare che il numero esatto, che non ci sarà mai, muti l'entità dello sterminio nazista? Chi diminuisce e riduce, vuole «demistificare» quella «favola» che gli ebrei vanno raccontando da decenni, lo sterminio per cui rivendicano una singolarità che lo separerebbe da tutti gli altri. I genocidi non sono forse, senza differenze, capitoli bui della storia umana? Non si scade allora in una macabra competizione?

Negli ultimi anni l'ebreo è spinto dal suo interlocutore sulla difensiva, invitato a parlare degli altri genocidi. Viene richiamato all'ordine. Forse che la morte degli altri non lo riguarda? Forse che ci sono morti inferiori, meno significative? La vita del bambino tedesco, troncata dai bombardamenti alleati a Dresda, varrebbe meno di quella del bambino ebreo deportato a Treblinka? Che dire poi dei bambini uccisi nei massacri precedenti e in quelli successivi, dagli armeni, nel 1915, ai tutsi in Ruanda nel 1994? Le vittime sono vittime, sempre e ovunque. E i genocidi sono genocidi, sempre e ovunque. Perché dunque separare lo sterminio degli ebrei? Distinguerlo dagli altri? L'aporia investe la singolarità della Shoah.

Il termine "genocidio" fu coniato nel 1944 da un ebreo polacco emigrato in America, il giurista Raphael Lemkin. Nel dicembre 1948, proprio a causa di Auschwitz, venne adottato dall'ONU in una risoluzione molto ampia volta a definire tutti gli atti inseriti dal tribunale di Norimberga nella nuova categoria di «crimini contro l'umanità». Paradossalmente, però, questo termine ha finito per ritorcersi contro lo sterminio del popolo ebraico. In effetti sembra che l'ebraicità di fondo dello sterminio rappresenti una minaccia. La questione è complessa, per i suoi risvolti e i suoi nessi - non da ultimo proprio con la negazione. Tanto più deprecabili sono i toni polemici assunti, negli ultimi tempi, in particolare dal dibattito giornalistico.

Dopo il 1945, e fino agli anni sessanta, lo sterminio degli ebrei d'Europa appariva un evento tragico, eppure relativamente marginale, nella devastazione della guerra.

[...]


Qual è allora la peculiarità della Shoah? Per rispondere, bisogna reinserire Auschwitz nella storia umana e, prima ancora, nella storia ebraica, in cui si sono susseguiti persecuzioni, violenze, soprusi: la distruzione del secondo Tempio, sotto l'impero di Roma, gli eccidi e i roghi nella Spagna dei marrani, fino ai pogrom che hanno preceduto di poco i lager. E molti altri stermini si potrebbero ricordare nella storia di Israele in cui Auschwitz si inscrive.

Di violenze e massacri è costellata d'altronde tutta la storia dell'umanità. Di che meravigliarsi? Forse ci si dovrebbe unire al coro dei fatalisti per i quali i genocidi ci sono sempre stati e, probabilmente, sempre ci saranno. Hiroshima e Nagasaki non sono forse successivi alla Shoah? Così come lo sono anche la guerra del Vietnam, lo sterminio in Cambogia, i desaparecidos in Argentina, i tre milioni di morti nella secessione del Bangladesh, il massacro di Srebrenica, le stragi del Darfur, le innumerevoli guerre, preventive, ingiuste, dimenticate, tutte indistintamente atroci, degli ultimi decenni.

Se si toglie alla Shoah quella unicità assoluta, con cui si rischia di suffragare l'intento hitleriano che, con il Terzo Regno, voleva inaugurare una nuova epoca nella storia del mondo, se si muove dall'evento storico, si deve essere pronti a paragonare, cioè a stabilire affinità e differenze. Il che non vuol dire - è bene precisarlo - relativizzare. Il crinale è qui strettissimo. Considerare Auschwitz un caso tra molti, puntando solo alle somiglianze, significa normalizzarlo, ridurlo, sminuirlo, come vorrebbero i pretesi revisionisti. Se già è ripugnante quantificare le atrocità, è una velenosa arguzia utilizzarne una per minimizzarne un'altra, un'arguzia che ha il solo scopo di cancellare la singolarità di Auschwitz.

Benché la vita umana abbia lo stesso valore, differenti sono i processi che hanno portato alla morte - e differente è la morte stessa. Il dispositivo delle camere a gas è sul piano fenomenologico, storico, politico, il tratto peculiare dell'annientamento degli ebrei d'Europa. Il gas ha perciò un valore simbolico che non deve sfuggire e che spiega perché i negazionisti si accaniscano nel negare proprio le camere a gas. Solo così si potrebbe normalizzare Auschwitz, renderlo un genocidio come gli altri.

Che ne è allora del gulag? Forse la distruzione dei kulaki nella Russia di Stalin è stata meno feroce? Perché parlare solo di Auschwitz e non della Kolyma? Nazismo e stalinismo non sono le due facce del totalitarismo che ha lasciato un'impronta indelebile nel Novecento? Questo paragone, intorno a cui è ruotata la cosiddetta «disputa degli storici» in Germania, potrebbe apparire antiquato e desueto, se non fosse che viene continuamente rilanciato. Non solo dai negazionisti, che hanno qui una delle loro nicchie preferite. Ma anche da chi è disposto a sminuire i campi di sterminio nazisti, pur di ingigantire il gulag. Le confusioni vengono spesso moltiplicate intenzionalmente. Un esempio imbarazzante è il libro di Tzvetan Todorov Memoria del male, tentazione del bene che, nell'arco di decine e centinaia di pagine, non fa che ripetere la stessa tesi: Auschwitz e Kolyma sono equivalenti.

Ha contribuito a questa equivalenza un'idea del totalitarismo che, già diffusa nella Repubblica federale tedesca, si è andata consolidando dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, allo scopo di gettare un velo di silenzio sui crimini nazisti, assolvere la Germania dalle proprie colpe, riabilitare il passato tedesco, puntando l'indice contro il terrore stalinista. Nel suo significato più conformistico il totalitarismo è diventato lo stigma con cui bollare indistintamente tutte le violenze del secolo passato. Il totalitarismo appare allora l'ideologia della tirannide moderna che, rappresentata da Hitler, Mussolini, Stalin, è stata sconfitta dal liberalismo grazie a cui l'Occidente ha potuto riprendere il cammino del progresso. Alla condanna del totalitarismo si accompagna così l'apologia dell'ordine occidentale, visto come il migliore dei mondi possibili.

Il paragone tra stalinismo e nazismo è discutibile per diversi motivi. Chi potrebbe mai contestare la violenza che per decenni ha dominato in Unione Sovietica? La soppressione della democrazia e delle libertà individuali? L'introduzione del partito unico e il monopolio dello Stato? Le analogie con il nazismo sono evidenti. Profonde sono però le differenze. Anzitutto non si può ridurre il comunismo allo stalinismo. La corruzione di un progetto non è il progetto. L'ideale umanistico di emancipazione può essere criticato, ma non è neppure lontanamente avvicinabile al nazismo che è stato il progetto di una perversione e, come tale, ha avuto sin dall'inizio per fine l'annientamento del popolo ebraico.

Al di là dell'asimmetria dei progetti, incommensurabili sono le modalità e gli esiti della violenza. Questo punto è decisivo. Se non si coglie la differenza tra il gulag e Auschwitz, tra il campo di lavoro e il campo di sterminio, non si comprende la Shoah. La differenza non è di grado; è qualitativa. Ha forse contribuito a offuscarla la stessa Hannah Arendt che, se nella sua opera Le origini del totalitarismo, è stata fra i primi a riflettere sulle «fabbriche della morte», tuttavia, ricorrendo al confronto con i campi sovietici, ha visto in Birkenau o in Treblinka solo una variante aggravata del sistema concentrazionario. Il campo di lavoro e il campo di sterminio sono entrambi universi di morte; ma la morte ha un ruolo del tutto diverso. Il sistema dei campi di lavoro, che ha precursori ed epigoni, che condivide molte caratteristiche con altre forme di massacri, dalla deportazione, al marchio delle vittime e alla loro degradazione, si compendia nello sfruttamento forzato e schiavistico del lavoro in vista di obiettivi precisi. I deportati in Unione Sovietica, non solo i kulaki, furono impiegati per disboscare intere regioni, costruire ferrovie e linee elettriche, edificare aree urbane. I campi sovietici erano veri e propri «colossi industriali» che miravano alla modernizzazione del paese. Il cardine del campo era il lavoro; la morte era la conseguenza estrema. In altri termini: la morte, spesso orribile, era un accidente previsto, ma non programmato.

Questo spiega perché il tasso di mortalità nei gulag non superò mai il 20%. In Germania il sistema concentrazionario era costituito anche da campi di lavoro, come ad esempio Buchenwald. Il tasso di mortalità fu, in media, del 30%. Nei campi di sterminio, progettati per lo sterminio degli ebrei (e in parte di Rom e Sinti), e cioè, oltre ad Auschwitz, che era insieme campo di lavoro e di sterminio, Chełmno, Bełżec, Majdanek, Sobibór, Treblinka, il tasso di mortalità superò il 99%; la maggioranza dei superstiti tornarono da Auschwitz.

Nei campi di sterminio l'unica meta era la camera a gas. La morte era al contempo il cardine e la finalità immediata. La scritta Arbeit macht frei, assurta a simbolo di Auschwitz, faceva beffardamente parte della cancellazione del crimine, ne sanciva l'inizio. La maggior parte degli ebrei che varcavano quell'ingresso non avrebbero conosciuto né la libertà, ma neppure il lavoro, dato che, scesi dalle rampe, venivano indirizzati direttamente al gas e poi ai forni. Spesso la loro permanenza nel campo fu solo di poche ore. Nel Vernichtungslager il rendimento era basato sullo sterminio, cioè sul numero dei morti. Quanti più cadaveri producevano le officine hitleriane, tanto più ne era elogiata la resa. Nell'ordine nazista, anche quando per lo sforzo bellico sarebbero servite risorse umane, ebbe sempre la priorità lo sterminio. Il terrore assoluto non produsse nulla perché, come ha osservato Wolfgang Sofsky , il suo era un «agire soltanto negativo», un'opera di distruzione senza lasciare traccia. Nel gulag il deportato, in nome della "causa socialista" era sfruttato in modo disumano per estrarre minerali; nel campo di sterminio i metodi più avanzati della scienza e della tecnica venivano impiegati per fare dell'ebreo un prodotto: l'ebreo mineralizzato. Pelle umana per paralumi, capelli per parrucche, pantofole e giunti a tenuta stagna dei sottomarini, cenere da spargere come concime, oro dei denti per farne lingotti da trasferire nelle banche.

Nei campi di sterminio l'industria della morte lavorava giorno e notte per la "soluzione finale", cioè per eliminare il popolo ebraico dal pianeta che avrebbe dovuto essere abitato dalla "razza ariana". Com'è noto, dopo l'ondata della Gleichschaltung, della omologazione, la violenza colpì tutte le categorie umane e sociali, handicappati, omosessuali, nomadi, che non avrebbero dovuto far parte del germanico Volk, per poi estendersi ai prigionieri di guerra e ai deportati antifascisti. Ma ciò che distingue lo sterminio degli ebrei d'Europa anche dagli altri crimini nazisti, entro cui va contestualizzato, è il progetto planetario di rimodellamento biologico dell'umanità. La camera a gas è il luogo, che non può essere cancellato, in cui è inscritto il disegno di "depurazione" in vista di un mondo judenrein.

Yehuda Bauer ha parlato perciò di genocidio totale. 11 limite estremo è stato toccato quando uno Stato per bocca del suo Fhrer, della sua autorità suprema, ha deciso che a un gruppo umano dovesse essere tolto il diritto all'esistenza sulla terra. Su questo modo di leggere la singolarità concordano ormai in molti. Il numero delle vittime potrebbe essere superiore e i mezzi di distruzione tecnologicamente più potenti. Eppure una sola volta ha avuto luogo - come sottolinea Saul Friedlander - uno sterminio che è fine in sé.

Per chi guarda alla Shoah dalla prospettiva del Terzo Mondo è difficile comprendere la differenza rispetto ai genocidi coloniali che, certo, sono stati un banco di prova. Mettere l'accento su ciò che distingue la Shoah appare un bieco eurocentrismo. La questione è molto attuale. «Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dai massacri da loro perpetrati in America» - ha scritto Primo Levi. Ma la differenza è che i genocidi coloniali presentano un carattere strumentale: interi popoli sono stati distrutti per il potere, il territorio, la ricchezza. Alla Shoah è mancato un carattere strumentale.

Lo sterminio degli ebrei d'Europa è senza precedenti, anzitutto perché non era mai avvenuto che si uccidesse in una catena di montaggio. Il processo di industrializzazione della morte, che assunse la precisione quasi rituale della tecnica, trovò nell'uso del gas un cambiamento non di grado, bensì di qualità. Se con le Einsatzgruppen cominciarono le fucilazioni di massa, la data del 1941, quando a Chełmno, con un camion si procedette alle prime gassazioni, segnò una svolta nella storia dello sterminio. Forse il gas non apportò sofferenze ulteriori; è possibile che la morte per stenti e malattie nei ghetti sovraffollati fosse persino peggiore. Ma le gassazioni su scala industriale, l'impiego di tecniche, più o meno perfezionate, non per produrre, bensì per uccidere, o meglio, per fabbricare cadaveri, hanno introdotto l'anonimato dei carnefici di fronte alle vittime senza nome. Già sulle Rampen coloro che selezionavano potevano essere considerati non degli uccisori, ma dei salvatori. La frantumazione della responsabilità ne sancì la sparizione. E permise la «zona grigia». Il Sonderkommando fu in tal senso la più feroce invenzione. Il trionfo dell'anonimato, che si celebrò nelle camere a gas, consentì di dissimulare l'assassinio prima ancora di polverizzare i cadaveri, permise di negare il crimine prima ancora di fare della cenere un futuro nulla.

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L'antisionismo. Dagli anni sessanta del Novecento la giudeofobia è entrata in una nuova fase declinandosi in particolare nell'antisionismo.

Considerato una forma di razzismo, il sionismo è stato stigmatizzato dalla Risoluzione 3379 adottata il 10 novembre 1975 dall'Assemblea generale dell'ONU. Sebbene sia stata abrogata nel 1991, questa Risoluzione ha contribuito ad avallare l'ostilità verso Israele che ha toccato l'apice nella Conferenza mondiale tenutasi a Durban dal 31 agosto all'8 settembre 2001. Già durante la fase preparatoria della Conferenza per i Paesi della regione asiatica ONU, che si svolse a Teheran, gli Stati arabi assunsero una crescente egemonia e finirono per imporre un testo in cui, mentre lo Stato di Israele era accusato di pulizia etnica, il sionismo veniva additato a «nuova forma di apartheid», basata sulla «superiorità della razza». Malgrado le voci che si sono levate contro questa demonizzazione, resta radicata l'idea che il sionismo sia non solo un nazionalismo, ma anche un colonialismo, un imperialismo, un regime di apartheid.

Tutto ciò che non si può più dire apertamente contro gli ebrei, viene detto contro Israele, nome che, nell'ambiguità del significato, viene usato per indicare sia lo Stato di Israele, sia l'Israele biblico, cioè il popolo ebraico. Come si è detto più volte, non si tratta delle critiche alla politica del governo israeliano, ma del discorso che delegittima Israele. Così ogni ebreo che vive nella diaspora, pur non essendo cittadino israeliano e non partecipando alle elezioni, è costretto a rispondere della politica di un governo che non ha scelto. Di qui la sinonimia di "ebreo" e "sionista". In questo gesto totalizzante, che incolpa il singolo in quanto ebreo, si deve scorgere lo stesso meccanismo che ha portato allo sterminio.

Alla base dell'antisionismo non è difficile riconoscere antichi pregiudizi e strategie retoriche più recenti. Riemerge l'antica accusa di «razzismo» che diventa, anzi, tratto saliente della propaganda antisionistica. Eclatante è quella nazificazione degli ebrei che fa di Israele uno Stato assimilato al Terzo Reich. Il gioco delle parti è stato inaugurato da Edward Said che, su «Le Monde» del 27 maggio 1988, ha avallato l'idea secondo cui gli ebrei, vittime dei nazisti, siano divenuti gli israeliani carnefici dei palestinesi. Con questa disinvoltura morale l'Occidente può liberarsi del suo ingombrante senso di colpa privando ancora una volta Israele di umanità.

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