Copertina
Autore Charles Dickens
Titolo Impressioni di Napoli
EdizioneColonnese, Napoli, 2005 [1993], I nuovi trucioli , pag. 83, cop.fle., dim. 150x235x9 , Isbn 978-88-87501-63-6
CuratoreStefano Manferlotti
PrefazioneStefano Manferlotti
LettorePiergiorgio Siena, 2005
Classe classici inglesi , viaggi , citta': Napoli
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Indice

Ciò che vedrebbe Dickens     7
Introduzione                13
Nota al testo               23

Impressioni di Napoli       24

Note                        83

 

 

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Pagina 7

CIÒ CHE OGGI VEDREBBE DICKENS
Quasi una provocazione



Nel 1973, nel licenziare la seconda edizione di queste Impressioni dickensiane, Gaetano Colonnese mi poneva un accorato quesito: «Ma allora, dal 1845 ad oggi, non è cambiato nulla?». Aveva in mente, l'editore, quei passaggi del testo in cui Dickens descrive Napoli come un sito maleodorante, invaso da una folla allucinata e perversa, chiassosa, nemica di tutti, che pare trarre diletto solo da male azioni perpetrate «per ogni dove e ad ogni ora». Altro non vede, il grande scrittore, mentre si aggira attorno al teatro San Carlo, a Porta Capuana, al Duomo. Note benevole gli strappano solo i signori che «ben vestiti, scarrozzano su e giù per Via Ghiaia o passeggiano nei Giardini Pubblici» ed addirittura ammirazione la bellezza del golfo, il fascino selvaggio del Vesuvio e quanto di antiche e leggiadre visioni hanno da offrire Torre del Greco, Ercolano, Pompei, Misene, Baia, Sorrento, Castellammare di Stabia.

«Ma allora non è cambiato nulla?». Temo che anche nel 2005 la domanda debba considerarsi retorica. La risposta, in ogni caso, non differirebbe troppo da quella che, nel Timone d'Atene di Shakespeare, il pittore dà al poeta che gli chiede come vada il mondo: «Va avanti ma peggiora». È noto a tutti che più di tante altre città della terra Napoli attira la chiacchiera: in tempi non lontani, elzeviri forbiti, ponderose monografie, bei tomi, comizi improvvisati, apostrofi televisive, esorcismi in forma di articoli giornalistici, inserti del venerdì, erano confluiti in un unico peana a Napoli avamposto della civiltà e faro delle genti. Non era mancata qualche anima bella che, lo sguardo perso in visioni metafisiche aveva parlato di Napoli capitale della cultura europea. E se timide voci si erano levate ad osservare che forse non tutto era così mirabile nel delicato arazzo, la replica era stata secca quanto perentoria: «Se crisi c'è, è crisi di crescita».

Quando la seconda edizione delle Impressioni vide la luce, ci fu qualche recensore che quasi mi accusò di aver tradito la patria (così Il Manifesto del 16 dicembre 1993). Solo per aver detto il vero. Sono quindi doppiamente grato ad Antonella Cilento, l'autrice di Non è il paradiso (Sironi, 2003): innanzitutto per aver scritto un libro bello e necessario, poi per aver citato le mie parole interpretandole correttamente.

E allora torniamo a Dickens e immaginiamo che l'illustre ospite ritorni in vita e si lasci nuovamente pungere dalla vaghezza di visitare la gloriosa Partenope e località limitrofe. Che cosa vedrebbero oggi i suoi occhi? Innanzitutto, se scegliesse di arrivarci in ferrovia, avrebbe un'allucinazione: appena uscito dalla Stazione Centrale (sempre che ne sortisca incolume), mille bancarelle, diverse lingue e orribili favelle, abiti e copricapi esotici, mercanzie stravaganti, volti di terre lontane, gli farebbero pensare di aver sbagliato direzione e continente. «Non sarò per caso capitato in un suk arabo?», si chiederebbe il visitatore insigne. E se avanzasse di pochi passi, portandosi dapprima sotto il monumento di Garibaldi che da tempo guarda nauseato il tutto e poi sul Corso Umberto, o scegliesse altre arterie, come Via Pessina o Via Toledo, passando per Piazza Dante (e qui è il sommo poeta a guardare stranito ciò che riescono a fare sotto i suoi occhi), l'esperienza esotica si arricchirebbe di altre viste: le vedrebbe infatti percorse da una turba senza nome, scampata a epidemie di colera, terremoti, eruzioni, guerre e collere divine, che al suo interno lascia discernere volti dai lineamenti disfatti, incattiviti, grugni sfranti, bocche deformate dall'intolleranza, dalla ferocia, occhi privi di luce o attraversati dal guizzo equivoco dell'animale da preda.

[...]

Stefano Manferlotti

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Pagina 25

Si va a Napoli, dunque! E valichiamo la soglia della Città Eterna a quella porta laggiù, la porta di San Giovanni in Laterano. Una superba chiesa ed una rovina cadente sono gli ultimi due oggetti che attirano l'attenzione del viaggiatore che parte, ed i primi due che attirano l'attenzione di quello che arriva: due buoni simboli di Roma.

La nostra strada passa attraverso la Campagna, che appare più solenne in una giornata luminosa ed azzurra come questa, che sotto un cielo più cupo: le rovine che si allungano in gran copia si presentano più nitide all'occhio ed i raggi del sole, passando attraverso gli archi degli acquedotti spezzati, ne rivelano altri che dietro di essi splendono malinconicamente in lontananza. Quando la abbiamo attraversata e da Albano ci voltiamo a riguardarla, la sua superficie ondulata si estende sotto di noi come un lago che ristagni o come un Lete ampio e lento che scorra attorno alle mura di Roma e la separi da tutto il mondo! Quante volte, nelle loro marce trionfali, le legioni hanno attraversato corrusche codesta distesa purpurea, ora cosi silenziosa e deserta! Quante volte, con una stretta al cuore, le colonne dei prigionieri hanno rivolto lo sguardo alla città ancor lontana, e ne hanno visto gli abitanti riversarsi fuori delle mura, a salutare il ritorno di chi li aveva vinti! Quali folli gozzoviglie, ed orge, e delitti, hanno imperversato negli immensi palazzi che ora non sono che mucchi di mattoni e di marmi infranti! Quali vampe d'incendi, e mugghii di tumulti popolari, e lamenti per carestie e pestilenze sono passati veloci per questa pianura selvaggia dove oggi non si ode che il vento e dove le solitarie lucertole guizzano al sole indisturbate!

Ci è ora interamente passata davanti la fila dei carri che vanno a Roma col loro carico di vino, ciascuno guidato da un villoso contadino adagiato sotto un minuscolo padiglione zingaresco fatto con pelli di pecora, e noi cominciamo ad arrampicarci verso una zona più elevata e ricca di alberi. Il giorno seguente siamo nelle Paludi Pontine, tediosamente piatte e deserte, coperte di ramaglia, fradice d'acqua, ma tagliate da una bella strada ombreggiata da una lunga, lunga fila di alberi. Di tanto in tanto passiamo accanto ad un solitario corpo di guardia; di tanto in tanto una casupola, disabitata, con le aperture murate. Dei mandriani si attardano sulle rive del corso d'acqua che fiancheggia la strada e talvolta una barca dal fondo piatto, rimorchiata da un uomo, avanza pigramente lungo di esso, increspando l'acqua. Passa di tanto in tanto un uomo a cavallo con un lungo fucile appoggiato di traverso sulla sella, davanti a sé, e lo scortano cani feroci. E tuttavia, finché non giungiamo in vista di Terracina, nulla si muove, se non il vento e le ombre.

Com'è luminoso e azzurro il mare che s'agita sotto le finestre della locanda il cui nome ricorre così spesso in storie di brigantaggio! Come sono pittoreschi i grandi dirupi e gli speroni di roccia che sovrastano la stradina in costruzione, con i galeotti che lavorano su nelle cave mentre le sentinelle che li sorvegliano oziano in riva al mare! Sotto le stelle, si ode per tutta la notte il murmure del mare ed al mattino, proprio alle prime luci, la vista, allargatasi d'un tratto come per miracolo, rivela — ancora molto lontana, al di là del mare — Napoli con le sue isole ed il Vesuvio che vomita fuoco. Dopo un quarto d'ora tutto svanisce, come se si trattasse di una visione perdutasi fra le nubi, e non si vede che cielo e mare.

Dopo due ore di viaggio attraversiamo la frontiera napoletana e, saziato con qualche difficoltà l'appetito dei più voraci soldati e funzionari di dogana del mondo, entriamo, attraverso un varco privo di porta, nella prima città napoletana, Fondi. Se volete un perfetto esempio di squallore e di miseria, prendete nota di Fondi.

Un sozzo rigagnolo di fango e spurghi serpeggia nel bel mezzo della lurida strada principale, alimentato da osceni rivoli che colano dalle case cadenti. Non vi è, in tutta Fondi, una porta, una finestra, un uscio, non un tetto, un muro, uno stipite, un pilastro, che non siano in rovina, sconquassati, marciscenti. Parrebbe che tutti gli assedi e i saccheggi che la sventurata città subì ad opera del Barbarossa e di altri siano storia di un anno fa; ed è uno degli enigmi di questo mondo il fatto che i cani macilenti che s'aggirano furtivamente per la miserabile strada siano ancora vivi, senza che nessuno li abbia divorati.

E la gente, che guance scavate, che sguardi torvi! Tutti mendicanti, ma questo sarebbe niente. Guardateli mentre si fanno attorno a voi: alcuni sono troppo pigri per scendere le scale o forse diffidano fin troppo saggiamente degli scalini per avventurarvisi e dalle finestre più alte stendono, fra lamenti, le scarne mani; altri si affollano attorno a noi, dandosi colpi e spintoni e chiedendo senza posa la carità per amore di Dio, la carità per amore della Beata Vergine, la carità per amore di tutti i Santi.

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Pagina 55

Non importa che neve e ghiaccio ricoprano di una spessa coltre la sommità del Vesuvio, che a Pompei noi abbiamo camminato per tutto il giorno, che gli uccelli del malaugurio sostengano che non è stagione, questa, perché i forestieri salgano la montagna di notte. Approfittiamo del bel tempo! Affrettiamoci a raggiungere Resina, il villaggio alle falde del monte, prepariamoci alla meglio, dopo aver preso una decisione così repentina in casa della Guida! Saliamo subito, in modo che sia tramonto a metà salita, chiaro di luna quando si sarà in cima, e mezzanotte al ritorno!

Alle quattro e mezza del pomeriggio si scatena un baccano terribile nel cortiletto della scuderia del Signor Salvatore che reca la fascetta d'oro attorno al cappello come capo riconosciuto delle guide: trenta viceguide, litigando e urlando tutte assieme, preparano per l'escursione una mezza dozzina di cavalli sellati, tre lettighe ed alcuni robusti bastoni. Ognuno dei trenta litiga con gli altri ventinove e spaventa i sei cavallini; al tumulto, inoltre, prendono parte — facendosi calpestare dal bestiame — tanti abitanti del villaggio quanti se ne riescono a infilare nel cortiletto.

Dopo molte violente scaramucce e più fracasso di quanto provocherebbe un esercito impegnato nell'assedio di Napoli, la carovana si mette in cammino. Il capo delle guide, che ha ricevuto un lauto compenso per tutto il personale impiegato nell'escursione, precede il resto della compagnia di un breve tratto. È a cavallo, mentre le altre guide procedono a piedi: otto sono in testa con le lettighe a cui si farà di tanto in tanto ricorso e le rimanenti ventidue implorano ancora qualche soldo.

Per un po', nella nostra lenta salita, seguiamo viottoli sassosi, simili a rampe di scale rozze ma ampie, che infine lasciamo insieme ai vigneti che li fiancheggiano. Emergiamo in una zona nuda e tetra, dove la lava si ammassa in enormi cumuli color ruggine, come se la terra fosse stata arata da folgori ardenti. Ci fermiamo ora ad ammirare il tramonto del sole: chi abbia vissuto una simile esperienza non può dimenticare come cambino aspetto la desolata regione e l'intera montagna a mano a mano che la rossa luce del sole vien meno ed avanza la notte... e la solennità e la malinconia ineffabili che avvolgono ogni cosa!

È buio quando arriviamo ai piedi del cono, dopo aver serpeggiato alquanto su un terreno accidentato, estremamente ripido, e che sembra innalzarsi a perpendicolo dal luogo dove noi smontiamo. La luce è quella riflessa dalla neve dura, spessa e bianca che ricopre il cono. Fa molto freddo, adesso, e l'aria è pungente. I trentuno uomini non hanno portato torce, perché sanno che la luna si alzerà prima che si giunga alla cima. Delle tre lettighe, due sono riservate alle signore, una ad un signore di Napoli piuttosto corpulento che è stato spinto dal suo senso dell'ospitalità e dal suo buon carattere a prendere parte alla spedizione ed a farci gli onori di casa della montagna. Questo corpulento signore è trasportato da quindici uomini, le signore da una mezza dozzina di uomini ciascuna. Noi, che procediamo a piedi, facciamo del nostro meglio con i bastoni, e così l'intero gruppo comincia ad avanzare faticosamente sulla neve... come se si sforzasse di salire in cima ad una antidiluviana torta dell'Epifania!

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Pagina 71

Nella vita di Napoli vi è un elemento stupefacente, sul quale conviene soffermarsi un attimo: il gioco del lotto.

È diffuso in gran parte dell'Italia ma trova qui, per l'importanza che ha e per gli effetti che produce, il suo naturale luogo d'elezione. L'estrazione avviene ogni sabato. Il gioco del lotto garantisce allo Stato introiti immensi e diffonde fra i poverissimi un gusto per l'azzardo che, mentre giova a riempire le casse dell'erario, rovina loro del tutto. La giocata minima è un grano, meno di un nostro farthing. In una cassetta si mettono cento numeri che vanno dall'uno al cento compreso. Se ne estraggono cinque, che sono i numeri vincenti. Compro tre numeri. Se ne 'esce' uno, vinco un premio esiguo; se ne escono due, vinco una somma pari a qualche centinaio di volte la posta; se ne escono tre, tremilacinquecento volte la posta. Punto (o, come dicono qui, «gioco») quello che posso sui miei numeri, e compro i numeri che voglio. Pago la puntata al banco del lotto, dove si acquista il biglietto che reca scritta l'entità della puntata stessa.

In ogni banco del lotto si trova un libro, una specie di «Divinatore Universale del Lotto», che contiene tutti i casi e tutte le circostanze possibili, corredati ciascuno di un numero corrispondente. Immaginiamo di fare una puntata di due carlini (circa sette pence] e di imbatterci, mentre ci rechiamo al botteghino del lotto, in un negro. Una volta arrivati, diciamo con aria grave: «Il Divinatore». Ce lo porgono dal banco, con l'aria di chi sa di trattare un affare di grande importanza. Cerchiamo la voce «negro». Vi corrisponde un certo numero. «Datemi questo». Cerchiamo «imbattersi in qualcuno per strada». «Datemi questo». Cerchiamo perfino il nome della strada. «Datemi questo». E così, abbiamo i nostri tre numeri.

Se crollasse il tetto del San Carlo, sarebbero talmente in tanti a giocare i numeri che nel Divinatore corrispondono a un simile avvenimento, che il Governo vieterebbe subito di puntare su codesti numeri, per non correre il rischio di rimetterci. Non accade di rado. Non molto tempo fa si verificò un incendio a Palazzo Reale e tutti corsero a giocarsi «il fuoco», «il re» e «il palazzo», tanto che ad un certo punto si dovettero sospendere le scommesse sui numeri che nel Libro Aureo corrispondono a tali parole. Il popolino ignorante crede che ogni caso, ogni avvenimento, sia una specie di visione tanto per chi vi assiste che per chi vi prende parte, e che abbia un rapporto diretto col gioco del lotto. Vi sono delle persone, ricercate da tutti, che per i sogni fortunati hanno un vero talento, e dei preti a cui capita abitualmente di ricevere i numeri fausti nelle loro visioni.

Mi raccontarono la storia di un cavallo imbizzarrito che ad un angolo di strada aveva scaraventato giù un uomo, lasciandolo moribondo. Il cavallo era a sua volta inseguito da un uomo che procedeva a velocità tale che si trovò sul luogo della disgrazia immediatamente dopo che questa si era verificata. Costui si gettò in ginocchio presso lo sfortunato cavaliere e gli afferrò la mano con l'espressione più afflitta di questo mondo. «Se vi è ancora vita in voi», disse, «ditemi una sola parola! Se vi resta un fiato di voce ditemi, per amor di Dio, quanti anni avete, affinchè io possa giocarmi questo numero al lotto!».

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