Copertina
Autore Philip K. Dick
Titolo Il paradiso maoista
EdizioneFanucci, Roma, 2007 , pag. 364, cop.ril.sov., dim. 13,5x20x3 cm , Isbn 978-88-347-1249-8
OriginaleGather Yourselves Together [1994]
CuratoreCarlo Pagetti
PrefazioneCarlo Pagetti
TraduttoreGiuseppe Costigliola
LettoreRenato di Stefano, 2007
Classe narrativa statunitense
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Pagina 19

1



Era un tardo pomeriggio di inizio estate. La giornata era stata calda, ma una volta tramontato il sole, cominciava a cadere una fredda umidità. Carl Fitter scese la scalinata che conduceva agli alloggi maschili, trascinandosi dietro una pesante valigia e un piccolo involto legato con un filo di spago marrone.

Giunto in fondo si fermò; era uno scalone di legno, tutto scrostato. Era stato verniciato parecchio tempo prima della sua assunzione alla Compagnia. Si voltò e alzò lo sguardo. La porta in cima alle scale si stava richiudendo lentamente; poi si sentí il rumore sordo dello scatto finale. Poggiò in terra la valigia assicurandosi di aver abbottonato la tasca dove teneva il portafogli.

« l'ultima volta che scendo queste scale» mormorò tra sé. «Sarà bello rivedere gli Stati Uniti dopo tanto tempo.»

Gli scuri delle finestre erano tutti chiusi. Le tende erano state smontate e imballate per essere spedite chissà dove. Non era l'ultimo dei dipendenti a lasciare l'edificio; bisognava ancora sprangare porte e finestre, ma a quello avrebbero provveduto gli operai, che avevano l'ordine di sbarrare gli accessi per impedire agli estranei di introdursi nei locali prima dell'arrivo dei nuovi proprietari.

«Ha proprio un aspetto deprimente. Non che sia mai stato piacevole a vedersi.»

Prese la valigia e si avviò. Nubi sparse velavano il sole al tramonto, lasciando filtrare gli ultimi raggi. L'aria, come spesso accade al crepuscolo, pullulava di minuscole particelle, pulviscolo vorticante che annunciava la notte. Quando giunse sulla strada si fermò.

Pochi metri piú in là un gruppo di dipendenti era radunato attorno a due vetture della Compagnia. Un facchino stava caricando nel bagagliaio casse e valigie disseminate tutt'intorno. Carl scorse Ed Forester, con in mano un foglio di carta. Gli andò incontro.

Forester alzò la testa. «Carl! Che succede? Non trovo il tuo nome qui.»

«Cosa?» Carl sbirciò il foglio da sopra le spalle del collega, ma nell'oscurità non riusciva a decifrare i nomi che vi erano segnati.

« la lista di quelli che devono partire con me, ma non trovo il tuo nome. Tu lo vedi? Quasi tutti individuano subito il proprio.»

«No, non lo vedo.»

«Che ti hanno detto in amministrazione?»

Cari gettò uno sguardo distratto alle persone che stazionavano intorno, e alle altre già salite a bordo delle due vetture.

«Te l'ho chiesto, cosa hanno detto quelli dell'amministrazione?»

Carl scosse lentamente il capo. Mise giú il bagaglio, prese la lista e andò a consultarla davanti alle luci dei fanali. La esaminò in silenzio. In effetti il suo nome non compariva. Girò il foglio, ma dietro c'era solo l'intestazione della Compagnia. Lo restituí.

« l'ultimo gruppo?» domandò.

«Sí, a parte il camion che trasporterà le squadre degli operai. Parte domani, al massimo dopodomani.» Forester indugiò un attimo. «Naturalmente è possibile...»

«Cosa è possibile?»

Forester si grattò il naso, con aria preoccupata. «Carl, forse sei uno di quelli designati a rimanere qui, fino al loro arrivo. Perché non fai un salto in amministrazione a controllare il registro delle partenze?»

«Ma pensavo che una volta avvertito...»

«Capirai» commentò Forester scrollando le spalle. «Ormai dovresti conoscerla, la Compagnia.»

«Ma non voglio restare qui! Ho già avvisato a casa. Ho fatto i bagagli, sono pronto a partire.»

«Si tratta di una settimana o giú di lí. Vai a controllare. Ti aspetterò qualche minuto. Se puoi venire con noi torna come un razzo, altrimenti fammi un cenno con la mano lí dal portico.»

Cari raccolse di nuovo le sue cose. «Non capisco. Ci deve essere di certo un errore.»

«Sono le sei, signor Forester» avverti il facchino. «Ho finito di caricare.»

«Bene» replicò Forester sbirciando l'orologio.

«Posso salire?» chiese una delle donne.

«Salga. Se vogliamo raggiungere il grosso del gruppo al di là delle montagne, dobbiamo partire puntuali.»

«Ci vediamo, Forester» salutò Carl stringendogli la mano. «Faccio una corsa in amministrazione per chiarire questa faccenda.»

«Aspetteremo che torni o che ci avverti con un segno. In bocca al lupo.»

Carl parti di volata lungo il viale di ghiaia, nell'oscurità, verso l'edificio che alloggiava gli uffici dell'amministrazione.

Forester lo vide salire le scale e scomparire dietro la porta. Passarono i minuti e divenne impaziente. Tutti i componenti del gruppo erano già saliti a bordo e cominciavano a dare segni di insofferenza.

«Accendi il motore» ordinò al conducente della prima vettura. «Partiamo subito.»

Salí nell'altra automobile accanto al posto di guida, quindi si voltò verso i passeggeri seduti dietro.

«Avete notato se qualcuno ha fatto un cenno della mano dall'ufficio?» Scossero tutti il capo. «Dannazione. Speriamo che si sbrighi. Non possiamo attendere oltre.»

«Aspetti!» esclamò una donna. «Mi sembra di vedere qualcuno sul portico. Difficile dire con questa oscurità.»

Forester si sporse dal finestrino e aguzzò lo sguardo. Carl stava arrivando o gli faceva dei gesti? «Ecco il segnale.»

Forester passò al volante e aggiustò il sedile.

L'altra vettura si affiancò e si mise in marcia, i fari che illuminavano la strada. Forester batté le palpebre e accese il motore.

«Povero ragazzo» mormorò. «Sarà una lunga settimana.»

E si accodò dietro l'altra macchina.


In piedi sul portico, Carl vide le due vetture allontanarsi lentamente, superare la cancellata e immettersi sulla strada principale. C'era una gran quiete, nel buio si percepiva solo il martellare distante degli operai.

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Barbara stette a lungo ad ammirare il paesaggio. Spirava una lieve brezza; dall'acqua si levava un'impalpabile bruma, fresca e stimolante. Si guardò intorno per accertarsi di essere sola. Che stupida! Certo che lo era, completamente, come la prima donna al mondo. E quel piccolo Eden era tutto per lei. Il laghetto rilucente, con l'acqua impercettibilmente increspata dalla brezza, il cielo azzurro, il sole caldo, tutt'intorno erba e fiori, e lei nel bel mezzo, al riparo da sguardi indiscreti, completamente isolata dal resto del mondo.

Era libera di assecondare ogni desiderio. Non c'era nessuno che potesse spiarla, scandalizzarsi, sentirsi offeso, schernirla o dileggiarla. Poteva mettersi a correre, o a danzare come aveva fatto Carl. Allora si era vergognata di imitarlo, ma adesso chi glielo impediva? Non c'era anima viva.

Barbara si voltò, guardandosi intorno, il cuore in tumulto. Era libera di mettersi a correre e saltare. Di distruggere quel parco. Estirpare piante e fiori, calpestare l'erba, svellere alberi, svuotare la piscina e spargere ovunque l'acqua. Niente le era proibito. Assolutamente nulla.

Si sedette sul bordo di cemento della vasca; era caldo. Slacciò velocemente i sandali, con le mani tremanti, li sistemò accuratamente accanto a lei e immerse i piedi nell'acqua cristallina. Era piú fredda di quanto si aspettasse. Le sfuggi un gridolino, e con un brivido si ritrasse. Eppure era una sensazione piacevole.

Non tardò a scivolare nel laghetto; mentre si immergeva si sollevarono degli spruzzi, che ricaddero in grosse gocce fresche sui capelli e sulla camicetta. Rabbrividí, scossa dal tocco gelido dell'acqua.

Si affannò a risalire sul bordo. Alzò lo sguardo al sole. Solo il giorno precedente si era immaginata come una vestale dedita a quella divinità, a cui aveva offerto il proprio cuore. Adesso, invece, poteva tributare l'intero corpo al sole, all'acqua e alla terra scura che la circondava.

Poteva essere assorbita dal terreno, tornare alla nudo suolo, come pioggia che si raccoglie in pozze prima di drenare, risucchiata dalla terra. Poteva dissolversi. Sarebbe diventata nutrimento per l'erba e gli alberi, si sarebbe disciolta nell'acqua, sarebbe ascesa al cielo, al sole...

Desiderava annullarsi in quel giardino, dove nessuno poteva vederla o seguirla, smarrirsi, fuggire via e scomparire per sempre. Sarebbe divenuta parte di quel parco, fondendosi completamente in esso.

Sbottonò la camicetta e la sfilò. Slacciò la cinta e tolse i pantaloncini, quindi si protese verso il disco solare, sollevandosi sulle punte, le braccia alzate. Ma l'astro era troppo distante. Si chinò sull'acqua, che al contrario era lí, a portata di mano.

Vi entrò, spostandosi verso il centro del laghetto. L'acqua l'avvolgeva bramosa, lambendo le caviglie, poi le ginocchia. Si tolse il reggiseno, tornò verso il bordo e lo appoggiò sugli altri indumenti. Poi si liberò anche delle mutandine. Adesso era completamente nuda. Avanzò nell'acqua fresca, che le carezzava le cosce, i fianchi, il ventre piatto. Procedeva rapida, finché non le arrivò alla vita; allora s'immerse del tutto.

Galleggiava e fluttuava, abbandonandosi completamente all'acqua, che la stava possedendo. Sarebbe scomparsa per sempre. Si stava dissolvendo, fondendo con il paesaggio. Si mise in piedi; era immersa fino ai seni. Li osservò. Il sole non aveva accettato quell'offerta, l'acqua invece sí. Ne sentiva la pressione, anelava tutto il suo corpo.

Avanzò ancora, ansimante e fremente, spruzzando intorno l'acqua che le suggeva i seni, traendone nutrimento. Era un desiderio ardente, irrefrenabile. La voleva ora, senza indugio.

Si distese e giacque fluttuando nel laghetto, lievemente increspato dalla brezza. Si stava concedendo completamente, senza riserve, e la vasta distesa azzurra la possedeva con ardore. Fluiva nel suo corpo, l'avvolgeva, penetrava nelle orecchie e nel naso; aprí la bocca e un fiotto si riversò giú per la gola. L'acqua traboccava in lei, colmandola tutta. Voleva penetrare ovunque, si spingeva bramosa... sin troppo! La sua sconfinata libidine la stava uccidendo.

«Basta...»

Ansimò, cercando di inalare aria, boccheggiando: rischiava di annegare. Lottò per raddrizzarsi, con i piedi che toccavano appena il fondo. Terrorizzata, cercò di raggiungere il bordo di cemento. Man mano che procedeva l'acqua si abbassava, finché non le arrivò alla vita, scorrendole via dal corpo.

Si fermò, assalita da colpi di tosse e conati di vomito. Quell'elemento era feroce, implacabile. Era scossa dai brividi, l'acqua rifluiva dalla bocca e dal naso, gocciolando lungo il viso in rivoli scuri. I capelli inzuppati le ricadevano sul volto. Li tirò indietro. Era in preda alla nausea e tremava tutta, ancora spaventata.

Guadagnò lentamente il bordo. Cos'era successo? Per poco non era annegata. Era sola, nessuno avrebbe potuto salvarla. Ancora qualche minuto e sarebbe stata la fine. Risali sul cordolo di cemento, ancora scossa dai tremiti, e si avviò lungo il vialetto, verso le aiuole, quindi si stese sul prato. Era esausta. Giacque immobile, gli occhi chiusi, avvertendo il calore emanato dalla solida terra.

Infine si alzò, sentendo ritornare le forze. Si mise in piedi, malferma sulle gambe. Era ancora bagnata. Strizzò i capelli per asciugarli, poi cominciò lentamente a rivestirsi.

La stoffa le aderiva alla pelle umida. In alto, il sole bianco era accecante. Sbatté le palpebre. La testa le doleva. Quando si fu completamente rivestita, si allontano velocemente dal laghetto.

Sul vialetto si fermò, ansimante. Inutilmente aveva cercato di concedersi alla terra e al cielo. Il sole, remoto e indifferente, l'aveva rifiutata. Non era sceso a possederla e a portarla via con sé. Allora si era data all'acqua, che l'aveva avvolta e si era riversata avidamente in lei, nella sua brama di possesso, rivelandosi però troppo crudele ed esigente. Avrebbe finito per distruggerla, non pensava che a sé. L'avrebbe riempita e uccisa. Fluendo in lei, con irrefrenabile lussuria, l'avrebbe dilaniata.

Aveva commesso un errore. Le si era concessa con eccessiva facilità. Aveva frainteso la sua natura, incomprensione ben pericolosa. D'ora in avanti avrebbe agito con maggior prudenza e consapevolezza prima di darsi nuovamente, se non voleva correre il rischio di venire annientata.

Si voltò a mirare lo specchio d'acqua, la terra bruna su cui erano piantati il prato e le aiuole. Era quella la sua origine, miliardi di anni prima. Era nata dall'acqua, dal sole e dalla terra, come una miscela primordiale. Ma, una volta in vita, non poteva percorrere il processo inverso.

Quel mondo, i macchinari, le ciminiere, i cumuli di scorie, i fuochi, le fornaci, le torri, gli edifici di cemento, il puzzo di metallo fuso, era una realtà ineludibile. Lei ne faceva parte, e volente o nolente non l'avrebbe mai rinnegato. Era impossibile tornare indietro.

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«Cosa vuole vedere?»

«Niente in particolare. A noi interessava principalmente accertarci che gli impianti fossero chiusi e il personale evacuato.»

«Sí, abbiamo provveduto.»

«Quante persone sono rimaste?»

«Tre. Io e altri due. Abbiamo l'incarico di sorvegliare le strutture fino al vostro arrivo.» Mentre procedevano, Verne si accigliò, immerso com'era in profonde riflessioni.

«Qualcosa non va?» domandò Harry Liu.

«Stavo riflettendo sulla sua analogia. I romani.»

«Non è mia» fece notare l'altro.

«Sí, alla mia analogia. Per cui noi saremmo i sopravvissuti del vecchio mondo, gli antichi romani, e voi la nuova civiltà, i primi cristiani.»

«Dunque?»

«Pensavo all'alto Medioevo, e alle conseguenze della religione cristiana. Brutalità, crudeltà, costrizione. La fine della ragione e della libertà. Il vassallaggio. Il Medioevo è stato il punto piú basso mai toccato dalla storia dell'umanità. Si viveva nelle proprie tane come animali braccati, senza speranza, senza istruzione, cibo e vestiario appena sufficienti per tenersi in vita. Una forma di schiavitú sotto altro nome.»

«Ma non fu solo questo.»

«Cioè?»

«C'era la chiesa, non lo dimentichi. Era davvero cosí oscurantista? Consideri cosa ha rappresentato per l'uomo: la promessa di una vita eterna, un senso alla sua esistenza. La chiesa gli ha spiegato il perché della sua presenza sulla terra, e gli ha indicato la via per la salvezza.»

«Gli ha solo promesso la salvezza. Vuote parole per tenere la gente in pugno. La chiesa dissanguava gli uomini, li sfruttava sino alla morte. Dava loro favole, lustrini e magnificenza per riempire le loro squallide esistenze. Non ricorda la definizione di Lenin della religione?»

«L'oppio dei popoli» rispose Harry Liu annuendo. «Certo che la ricordo. Ma vede, Dio, la Santissima Trinità, la dottrina dell'Immacolata Concezione un tempo avevano un grande significato. Mi chiedo se quell'epoca sia stata davvero cosí oscurantista come si ritiene oggigiorno. Siamo soliti definire il periodo del Medioevo come secoli bui, ma a quel tempo esisteva una fortissima spiritualità. Allora non lo si considerava a quella stregua. I primi cristiani erano disposti a morire per la loro Chiesa, per la loro fede.»

«Venivano ingannati.»

«Secondo i criteri di oggi. Noi diamo importanza a tutt'altro. Abbiamo perduto ogni interesse per ciò che loro reputavano fondamentale. La concezione della divinità, la gerarchia fisica e spirituale, gli elementi, dalla terra all'acqua, dall'aria al fuoco. L'universo fondato su leggi morali, con a capo un Essere supremo, in cui era possibile ascendere attraverso vari gradi di purezza, dalla volgare materia alla volta celeste, sino al regno di Dio, al fuoco dell'Empireo, alla sfera delle stelle. E ciò implicava la totale purificazione di ogni essere umano.»

«Parole vuote.»

«Può darsi. Forse anche i nuovi cristiani sono i portatori di parole vuote. Di promesse e di un nuovo Medioevo fatto di brutalità e ignoranza, che preannuncia la fine della ragione. Ma ciò che affermiamo per noi ha un significato, proprio come accadeva per i primi cristiani. La Santissima Trinità è un concetto ormai destituito di significato, ma non lo era a quel tempo.»

Verne lanciò uno sguardo incuriosito al suo interlocutore. «Lei crede in Dio?»

«Io? Oh, no. Ma dipende da cosa intende con la parola Dio. Noi abbiamo rimosso le icone religiose per sostituirle con le fotografie di un uomo, come fosse lui la nostra divinità. Alcuni si prostrano ai suoi piedi, si inchinano alla sua volontà, e si sostiene che sia infallibile. Potrebbe trattarsi di una forma moderna di Santissima Trinità. Idee innovatrici innestate in un sistema antico. Noi abbiamo riportato in vita un'epoca perduta, con il suo corollario, forse, di brutalità e ignoranza.»

Verne si accese la pipa. Harry Liu guardò incuriosito l'accendino.