Copertina
Autore Dorothea Dieckmann
Titolo Guantanamo
EdizioneVoland, Roma, 2007, Amazzoni 40 , pag. 138, cop.fle., dim. 14,5x20,5x1 cm , Isbn 978-88-88700-88-5
OriginaleGuantanamo [2004]
TraduttoreDaniela Gay, Elvira Grassi
LettoreRiccardo Terzi, 2008
Classe narrativa tedesca , storia criminale
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Indice


     Premessa                         7

  I. Down. In ginocchio               9

 II. Food. Cibo                      27

III. Kill. Stimolo e reazione        54

 IV. Death. Fortuna                  75

  V. Jihad. Sogno                   102

 VI. Happy end. Senza fine          123


 

 

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Pagina 9

I
Down. In ginocchio



Qui termina il viaggio. È giunto a destinazione, in qualche angolo della terra. Altro non sa. Non c'è più luce, si sono dissolti i rumori, niente più rombi, scossoni, oscillazioni. È tutto immobile. Lo lasciano in pace. Il tempo s'è fermato. Ma non è buio pesto, non c'è silenzio assoluto. Il passato si condensa in un solo momento. È tutto in subbuglio. Nemmeno il dolore si localizza in un punto, pulsa e guizza, come le immagini e i rumori che vorticano incessantemente. Non riescono a fermarsi. Lo spazio è chiuso. Scorrono rapidamente. Solo una frase rimane, e torna sempre: Don't move, don't worry, you are being taken home.

Dolore alle ginocchia, il respiro nelle orecchie. È vivo. Non vuole saperlo, ma non può tapparsi le orecchie né serrare gli occhi. È già sordo, è già cieco, sente e vede solo se stesso, senza sguardo, immobile, rinchiuso nel proprio corpo. Cerca l'uscita, la strada del ritorno. Tasta nello spazio stretto. Sbatte ovunque e trova solo se stesso. La mente è bloccata, niente entra, niente esce. Ogni tanto si forma una nebbia, impenetrabile, lo stordisce. Le immagini si dissolvono, e lui non ricorda com'è arrivato qui, legato, trascinato, scaraventato fuori dall'aereo, liberato, legato di nuovo, incatenato, le mani infilate in guanti imbottiti, occhi e orecchie avvolti dal nastro adesivo, incappucciato, bocca e naso coperti, sbattuto a terra, abbandonato, solo carne, un mucchio di carne appallottolata.

Da quando sta inginocchiato a terra ha capito molte cose. Comincia dal respiro. Gli orifizi terminano in uno spazio angusto, un morbido guscio davanti al naso e alla bocca. L'aria riempie la maschera. Ansima leggermente con la bocca aperta, un respiro corto e costante, finché non gli gira la testa e il respiro non sembra più il suo. Calma, non pensare, non muoverti. La terra trema. In testa un frastuono. Accasciato, piegato sulle ginocchia, sprofondato nel calore, ascolta e sogna. Lo cattura un suono, lo trascina in alto, lo porta con sé. Vuole restare così, in silenzio, inerte, lasciarsi trasportare dalle onde, all'infinito. La debole corrente lo spinge verso casa, nella città fredda e silenziosa. È tutto bianco e ovattato, ma lui riconosce la strada. I suoni inghiottiti dalla neve, il rumore dei passi attutito, le voci smorzate. Pneumatici stridono, fanghiglia sulle strade. È arrivato. Ogni cosa sta dove è sempre stata. L'ospedale israelitico è bianco come la neve, dietro c'è il campo di calcio coperto di neve, neve calpestata, e sotto le porte del campo spunta l'erba scura e marcia. Strati di ghiaccio sul recinto. Vede il suo corpo svoltare per Talstraße, fiancheggiare le facciate in clinker, sul marciapiede tra i muri e gli alberelli, fino all'incrocio. Le strisce bianche del passaggio pedonale sono sporche, l'umidità fa brillare il lastricato davanti ai portoni, sotto la tettoia del discount si riparano i barboni infreddoliti, stretti l'uno all'altro. Poi l'Hamburger Berg, il fornaio, la signora Röhlke che fa un cenno dalla vetrina, una pala da neve appoggiata alla parete dello studio di tatuaggi, due bottiglie di birra vuote sui gradini accanto al Lunacy Bar. A casa. In Seilerstraße il vento soffia tra i palazzi vecchi, il cielo è basso, la bandierina sopra il chiosco dei giornali è ghiacciata e rigida, davanti al negozio dell'elettricista Dieter due piccole lavatrici aspettano nella neve, le scale del seminterrato coperte da una coltre di neve. Neve sotto gli arbusti spogli di fronte al cantiere vuoto, neve sopra i sacchi dei rifiuti accanto al lampione. Le mani sono fredde, la chiave è fredda. Giornali ai piedi del portone, odore di muffa lungo le scale, impronte bagnate sul linoleum. Cinquantotto gradini, le scarpe bianche di neve. Lo zerbino, la porta dell'appartamento, finalmente. Il corridoio. Va tutto bene. S'inginocchia a terra, stremato. Suda. Dalla cucina esce vapore bianco. A casa. Don't move, don't worry, you are being taken home. Casa. Mamma, Baba. Le ginocchia sul pavimento, sul pavimento duro, il respiro nella testa, l'affanno nelle orecchie. Vuole alzarsi, andare in cucina. Non ci riesce. Trema. Sente le catene, sente la forza di gravità. Il respiro è bloccato. Non ci riesce. Sente se stesso, solo, un pesante ammasso sulla terra.

La carne riapre gli occhi, il dolore la rende visibile. Ogni sguardo fa male. Ha la schiena piegata, la colonna vertebrale curva, i muscoli tesi. Il busto è contratto, i gomiti premono sull'inguine, i polsi stretti sul ventre. Le mani sono molto lontane, distanti l'una dall'altra, le dita scomparse. Il sedere è mezzo scoperto, le natiche sporgenti e irrigidite. Piantata tra le natiche una cucitura, la cintura dei pantaloni. La stoffa del cavallo dei pantaloni tira sulle cosce. I piedi sono incrociati, i tendini tesi, il dorso allungato, il tallone di sotto è schiacciato, l'altro premuto contro il coccige. Il peso di quel groviglio di carne spinge sulle ginocchia, un fagotto di membra contorte. In cima, la testa. La vede. Non vuole vedere ciò che vede. È una testa d'insetto, senza volto. Con ventose, saldamente attaccate. Cappuccio, occhiali protettivi, paraorecchie, maschera respiratoria. Occhi finti, orecchie finte, attaccati alla testa, una testa finta, un alieno. Vuole fuggire. Ma il cranio lo immobilizza, non può muoversi, né un passo avanti né uno indietro. C'è spazio solo per il respiro.

Dentro di lui infuria il silenzio. Ascolta continuamente se stesso. Uno scricchiolio, è la gola, un rumore secco, è la lingua, la lingua nel palato, la saliva tra i denti. Tocca la cavità nel palato, l'incavo fresco nel molare. Un colpo secco e uno sfregamento, troppo vicino, troppo forte, sente qualcosa che batte, fluisce e risucchia, un rumore di macchinari. Non può tapparsi le orecchie. Trattiene il respiro. Ma il rumore continua, sono tonfi sordi. Non va. Il motore arranca, ma la macchina nella sua testa respira, stride, schiocca. La bocca è una cupola appiccicosa, in fondo c'è la stretta faringe, e la lingua, il sensore peloso, striscia lungo le pareti, tasta in cerca di caverne e volte. Ingoia saliva, tossendo chiude l'accesso ai polmoni e tossendo lo riapre. I polmoni pompano senza sosta: inspirare, espirare, fermarsi, riprendere. La corrente vuota fluisce e rifluisce bollente, sempre la stessa, mai sazia. Tra l'interno e l'esterno passa l'aria. Evoca luoghi, trasporta immagini, richiama nomi, nulla entra, nulla esce, un rigurgito stagnante.

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Pagina 54

III
Kill. Stimolo e reazione



Sì, sono Rashid Bakhrani. Non capisco l'urdu, solo qualche parola, Baba, Nani, adab, bacha, habib, chai, shukria. Non so parlare l'arabo, ma conosco la preghiera, Allâhu akbar, eschhedu el lâ ilâhe illallâh. Del pashtu le uniche parole che conosco sono wror e Ana, del dari nessuna. Con l'inglese in qualche modo me la cavo, l'ho studiato sei anni a scuola. Ho frequentato le scuole ad Amburgo, sono nato a Magonza. In Germania. Germany. Leggo il Corano in tedesco, o fedeli, temete Allah e morite da musulmani, affidatevi ad Allah e così via. Ho dimenticato il suono del tedesco. Ma sono tedesco. Sì, sono musulmano. Mio padre è musulmano, è nato musulmano e tale resta. No, non è tedesco. È cittadino tedesco. È indiano. Non lo so. Credo di non essere proprio musulmano. Non lo so perché mi trovo qui. Era la prima volta che andavo in India. Avevo fatto visita a mia nonna. Poco tempo fa ho sognato che è morta. Lei è musulmana. No, non parla il tedesco, a malapena parla l'inglese. Sono riuscito comunque a interagire con lei. No, non parlo l'urdu.

Lo prelevarono senza preavviso, una mattina, Rashid non sapeva né perché né dove lo stessero portando. Era ancora buio, aveva dormito, un sonno agitato, pieno di sogni, e quando si ritrovò fuori dalla gabbia a stento si reggeva in piedi. Iniziò il rituale, head down, scricchiolii sulla ghiaia. Poi gli stivali, un piazzale di cemento pieno di linee d'ombra, aste, scalini di pietra, raise ya' feet, una porta a due ante verniciata di verde, teloni impermeabili bianchi, finestre con vetri blindati spessi, un corridoio insonorizzato, aria fresca, una porta di ferro, neon, una parete. Era come se lo spingessero dentro la parete. E dietro la parete il nulla, che già conosceva. Prima la faccia: occhiali neri, cuffie isolanti, mascherina; poi le mani: guanti imbottiti. Aveva paura, come la volta in cui fu catturato. Solo le mani dei militari gli erano rimaste addosso, una morsa sulle braccia. Procedette, barcollando e incespicando, sempre più in profondità nel tubo nero e stretto, immerso nel silenzio in cui sentiva soltanto il proprio respiro. Le tenaglie alle braccia, il pavimento sotto le piante dei piedi, nient'altro, e a ogni passo una caduta scampata. Poi mollarono la presa, e Rashid rimase da solo, al buio, senza mani, senza orecchie, per parecchio tempo. Riuscì a mantenere l'equilibrio ma aveva sempre più paura di trovarsi sull'orlo di un abisso. Con i piedi accostati l'uno all'altro aspettava e cercava di non pensare alla possibilità di precipitare nel vuoto. Gli tremavano le gambe, ma non osava sedersi per terra, accovacciarsi o inginocchiarsi. Per un attimo ebbe la folle idea che quella potesse essere la prima tappa del viaggio di ritorno, l'inizio della fine nel campo. Non aveva dolori, solo la testa gli faceva male, le ventose premevano su occhi e orecchie. Per non farsi prendere dal panico teneva le mani ferme, il metallo ai polsi gli era d'aiuto, visualizzava le manette, erano oggetti familiari. La prima volta aveva avuto la sensazione che i suoi avambracci fossero diventati uno: glieli avevano uniti con il nastro adesivo, lo capì nel momento in cui lo staccarono via. Attendeva, non desiderava altro che le braccia robuste degli MP, i loro ordini, i loro spintoni. Voleva ritornare nella sua gabbia. Iniziò a muovere i piedi incatenati, con cautela, si spinse in avanti di pochi centimetri e si accorse che quelli non erano andati via. Lo condussero su una superficie scivolosa, leggermente elastica, gli tolsero i guanti e dal buio sordo si ritrovò avvolto da una luce forte, talmente forte che non vedeva quasi niente, come prima nell'oscurità. Il rosso filtrava tra le sue palpebre e quando cercava di aprire gli occhi la luce abbagliante glieli feriva. Dalla luce emersero voci, molte voci, molte lingue, molte domande, una dietro l'altra, odore di sudore e uniformi e di qualcosa di insolitamente pulito, dentifricio o dopobarba, o addirittura profumo. Solo allora si rese conto che era l'interrogatorio. Fu preso dal panico e da una gioia incontrollabile, ripresero a tremargli le gambe, il momento decisivo era arrivato, non doveva muoversi, non doveva cedere, in nessun caso, doveva concentrarsi, come a scuola durante l'esame più impegnativo, doveva ascoltare bene, aveva poco tempo per riflettere, doveva rispondere, rispondere al momento giusto, nel modo giusto.

Non ho amici arabi ad Amburgo, non ho amici pakistani, e nemmeno afghani, non conosco nessuno studente. Sì, ho vent'anni ma non studio, lavoro nel negozio di mio padre, sì, lui è musulmano. No, io non sono musulmano. Non prego mai, nemmeno mio padre prega. Mio padre non ha amici arabi, né pakistani, solo parenti. Forse qualcuno di loro vive in Pakistan, ho notizie soltanto di quelli che stanno in India. Sì è vero, sono circonciso, l'hanno fatto quando ero piccolo, a Magonza, mio padre l'ha voluto, forse per colpa dei parenti, i nostri parenti abitano in Germania e in India.

Sanno tutto. Le loro domande affiorano dalla luce, rapide, una dopo l'altra, appartengono a voci diverse, provengono dai diversi angoli di una stanza che lui non vede, prima in inglese, poi in tedesco. Tiene la testa bassa e strizza gli occhi in direzione dei piedi, le dita nei sandali di gomma, lontani. Quando s'interrompe la voce tedesca, tocca a lui dire qualcosa. Deve stare in piedi, deve stare fermo, anche se il corpo si contrae, trema e vorrebbe fuggire via. Ha paura. Non delle persone presenti, quelle non sbagliano, si limitano a osservarlo, ascoltarlo e annotare quanto vedono e sentono. Ha paura di se stesso: non si fida delle proprie gambe e la sua voce gli è estranea. Inadeguata alla situazione, troppo flebile, troppo ordinaria. Il tedesco ha un suono innocente e stupido; quanto detto viene poi bisbigliato in inglese, come se fosse un segreto. Seguono brevi pause. Rashid non riesce a pensare, tenta di trattenere le parole e di capire cosa succeda loro. Si dissolvono nello spazio invisibile e si trasformano. Teme ciò che dice e ciò che gli torna indietro, qualcosa di molto diverso, falso, pericoloso.

Sì, sono stato a Delhi, mia nonna abita a Delhi. Ci sono andato perché è anziana, perché mio nonno è morto, perché ho ereditato il negozio, un negozio tutto mio. No, era la prima volta che andavo in India. Ho ottenuto un visto per il Pakistan. Non ero mai stato in Pakistan prima, non ero mai stato in Afghanistan. Sono stato in Pakistan e volevo andare in Afghanistan. Non volevo andare in Afghanistan, sono solo stato invitato. No, non volevo combattere. Volevo solo fare un viaggio. Non volevo combattere. La guerra era già finita. Non lo so. Ricordo solo un nome. Mirgul. Non conosco il cognome. C'era anche una nonna. Un'altra nonna. No, non conosco nessun altro lì. Sì, erano musulmani. No, non erano talebani. No, non li conoscevo. Forse erano talebani. Sì, c'erano anche alcuni uomini ma venivano solo a dormire.

La voce inglese si mette a urlare, Rashid non capisce, ma vede l'uomo con la testa enorme sollevare e abbassare il braccio, indossa un'uniforme, non tutti indossano l'uniforme, forse è qualcuno di importante, un ufficiale, sta seduto in prima fila e batte il pugno sul tavolo. Rashid non riesce a concentrarsi, la voce tedesca è troppo bassa, e in ogni caso è difficile da comprendere, ha un accento americano. Poi la voce tace, e l'ufficiale riprende a gridare. Rashid è tutto bagnato, la luce è caldissima, ha paura di pisciarsi addosso. Improvvisamente il silenzio. Non gli chiedono niente, non può fare domande, deve urinare. Ma non può premersi l'inguine. Stringe le gambe, le ginocchia incollate, barcolla, deve appoggiarsi a qualcosa. Un passetto alla volta si spinge all'indietro, dove crede ci sia la parete, molto lentamente, con prudenza. L'ufficiale salta su dalla sedia. Intima don't move, e poi let's go, a voce più bassa ma in tono severo. Lo colpiscono all'altezza dei reni, un colpo doppio, secco, due botte, a destra e a sinistra della colonna vertebrale, si piega in avanti, un'altra botta in pancia, sotto le costole, cade all'indietro. Una faccia di fronte alla sua, una faccia larga e rossa, la riconosce, i suoi due MP stanno lì, gli sono rimasti accanto. Rashid tossisce, si contorce, tossisce, non deve più urinare. Resta in piedi. Strizza gli occhi e cerca di mettere a fuoco i suoi osservatori. La luce è troppo forte. Un'altra voce dice: Mr Bakhrani, tell us your story in Peshawar, e quella tedesca: signor Bakhrani, ci racconti la sua storia a Peshawar.

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